sabato 28 febbraio 2015

THOMAS MORE, UN UOMO CHE MERITA D'ESSER CONOSCIUTO

E' uscito il breve, intenso, saggio che Hans Kueng ha dedicato a san Tommaso Moro (H. Kueng, Libertà nel mondo, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2014, pp. 71, euro 7,00). L'edizione italiana è impreziosita da una Postfazione di Alessandro Plotti, arcivescovo emerito di Pisa. Pubblico qui di seguito la mia Prefazione, nella speranza (non troppo nascosta) che vi susciti il desiderio di acquistare e leggere il volumetto per intero.
***

   Nel 1968 i venti della contestazione giovanile, soffiando dai campus statunitensi e dalla Sorbona di Parigi, arrivarono alla periferica Sicilia. O, per lo meno, nella mia città: Palermo. Un giovane prete, che insegnava “religione” nel nostro liceo, ci aprì  - con molta moderazione – alle novità ecclesiali operate dal Concilio Vaticano II che si era chiuso a Roma nel 1965. Più tardi avrei letto sui libri che i due processi  - il rinnovamento interno al mondo cattolico e la contestazione globale nella società occidentale – non si erano srotolati parallelamente: senza il primo, infatti, difficilmente si sarebbe registrato il secondo. Ma, prima di impararla sui libri, quella connessione la vissi nella carne. Da una parte, infatti, condividevo l’ansia di cambiamento rivoluzionario della mia generazione e partecipavo attivamente alle iniziative studentesche; dall’altra, però, non mi convinceva il marxismo cui aderivano, più o meno consapevolmente (spesso meno) tanti fra i miei coetanei più svegli.  La decisione di impegnarmi radicalmente mi si configurò come un dilemma: o la strada della politica extra-parlamentare (non di rado sconfinante nel terrorismo ‘rosso’) o la consacrazione totale al regno di Dio mediante i voti di obbedienza, castità celibataria e povertà.

   Varie circostanze mi indussero a perseguire  il secondo sentiero (a cui sarei stato fedele, sempre più problematicamente, sino al giorno del mio trentatreesimo compleanno), ma con un grosso ostacolo dinnanzi: l’amicizia affettuosa con una ragazza di due anni più giovane, un sentimento che – specie da parte sua – assomigliava molto a ciò che potevo supporre fosse la passione amorosa. Nei mesi travagliati che mi furono necessari per scegliere, la partner appena sedicenne e per giunta appartenente a una famiglia notoriamente ‘laica’ tentò di dissuadermi dalla vocazione monastica (o da quella che così mi appariva, sia pur vissuta in modalità da rivedere) regalandomi un libretto di poche pagine: Libertà nel mondo di Hans Kueng. Quale il senso del dono strategico? In esso l’allora giovane e sconosciuto teologo di lingua tedesca presentava il profilo teologico e spirituale di un santo canonizzato dalla Chiesa cattolica che non aveva scelto la via della rinuncia ‘religiosa’. Obbedienza a un altro uomo? Era la seconda autorità del regno inglese e, quando si trattò di obbedire al sovrano contro le sue convinzioni, fermamente si rifiutò. Castità celibataria? Era sposato e molto legato alla moglie e ai figli. Povertà? Non proprio, a giudicare dalle proprietà fondiarie e dai privilegi legati alla sua altissima carica pubblica. Ma Thomas More si era mantenuto “libero” dentro: possedeva senza essere posseduto. E che si trattasse di libertà interiore ma reale lo dimostrò quando,  in occasione del conflitto fra il proprio re (Enrico VIII) e il papa dell’epoca (che non intendeva concedergli l’annullamento capzioso del primo matrimonio), seppe seguire ciò che riteneva giusto anche a costo di perdere i beni, gli affetti familiari, la stessa vita. Accettando l’esecuzione capitale, More proclamava che riconoscere la signoria dell’Unico significa emanciparsi, in radice, da tutti i poteri terreni. Egli offrì una testimonianza di fedeltà allo Spirito (o per lo meno alla voce della propria coscienza nella quale in ultima istanza possiamo ascoltare il volere divino) della quale  molti uomini consacrati in maniera ufficiale e solenne non furono capaci né prima né dopo di lui.

   Sarei insincero se non confessassi di aver recepito allora il  pugno allo stomaco inferto amabilmente dalla mia innamorata sedicenne: perché partecipare all’avventura della fondazione di un nuovo ordine monastico nel mondo se si poteva raggiungere la santità anche attraverso la condizione matrimoniale, l’impegno politico e la gestione dei beni economici? Però…Però nessuno mi obbligava a scegliere la strada alternativa. E, in quella fase della vita, mi sembrò che la via matrimoniale fosse buona, ma quella del celibato consacrato addirittura  ottima. Si trattava piuttosto di correggere seriamente e in profondità le modalità della consacrazione evangelica, facendo spazio molto più concretamente alla dignità della singola persona umana, alla sua relazionalità affettiva e sessuale, alla sua responsabilità socio-economica.

   Per non farla troppo lunga, dirò che quel volumetto fu la porta d’ingresso per conoscere non solo una vicenda biografica intrigante (lessi poi altri libri su Thomas More e soprattutto la sua Utopia e le sue lettere dalla prigione); non solo uno dei teologi più profondi e coraggiosi a cavallo fra il XX e il XXI secolo (non c’è un solo testo firmato da Kueng che non mi abbia aperto orizzonti liberatori); ma anche, più ampiamente, un nuovo “paradigma”  di intendere e di vivere la fede nel vangelo senza chiudersi alle innumerevoli sapienze del pianeta. Nessuna sorpresa, dunque, se ogni tanto mi è capitato di rileggere Libertà nel mondo e di prestarlo ora a uno ora a un altro dei miei amici. Come è noto, però, i libri sono un po’ permalosi: se si accorgono che te ne privi spesso e volentieri, equivocano sui tuoi sentimenti e suppongono che tu non ci tenga abbastanza. Dunque, per protesta, non tornano più fra le tue mani. Da qui la necessità di riacquistare più di una volta lo stesso titolo. Sino a quando il testo cui sei tanto affezionato non si trova più in commercio.

   E’ proprio quello che mi è capitato di recente con l’introvabile, aureo, libretto di Kueng. Grazie alla generosità – per bocca di Chiara Benedetti - della casa editrice della prima edizione (la Queriniana di Brescia) e della casa editrice che ospita questa seconda edizione (Il pozzo di Giacobbe di Trapani) ho potuto scrivere una e-mail all’autore per chiedergli l’autorizzazione a ripubblicarlo. Solo poche ore dopo mi è arrivata, pronta ed entusiastica, la risposta: “Mi pare un’ottima idea!”

   Non ci resta che il piacere di rileggere quelle pagine scritte mezzo secolo fa e, soprattutto, di provare a tradurle nel nostro modo di intendere e di spendere l’unica esistenza che abbiamo a disposizione.



                                                            Augusto   Cavadi

                                                                                                              

5 commenti:

  1. Un libretto denso e illuminante. Vale davvero la pena leggerlo e meditare sulle riflessioni esistenziali che lo scritto suscita in abbondanza.

    RispondiElimina
  2. Andrea Cozzo1 marzo 2015 09:56

    Bello il riferimento alla tua vita privata e bello tutto l'articolo. Un abbraccio particolarmente affettuoso.
    a.

    RispondiElimina
  3. gabriella pravatà1 marzo 2015 16:45

    non l'ho letto.... Quando uscirà lo comprerò a meno che, Augusto, non me lo presti!!!

    RispondiElimina
  4. Perché "Quando uscirà" ? Ho proprio scritto "E' uscito": è già in commercio. Te lo presterò volentieri, ma sono sicuro che - appena lo avrai letto - vorrai certamente comprarlo per tenerlo con te: per altro, costa così poco...

    RispondiElimina
  5. Davide Miccione19 giugno 2015 13:45

    Ciao Augusto, volevo dirti che il Kung è editorialmente davvero molto grazioso.
    Davide

    RispondiElimina