lunedì 5 settembre 2016

"GRATUITA' " SECONDO FRANCESCO GIARDINA


“Centonove”
1.9.2016

LA GRATUITA’ SECONDO GIARDINA

    Questo denso, e intenso, saggio di Francesco Giardina è due volte inattuale. Con sguardo fenomenologico, infatti, esamina la gratuità da varie angolazioni (dall’antropologia alla teologia, dalla filosofia alla pedagogia): un aspetto delle relazioni umane, dunque, poco diffuso nella pratica e sospetto nella teoria. Poco diffuso nella pratica:  tra gli amministratori pubblici o tra gli imprenditori sono così rari i casi di soggetti motivati dal desiderio di servizio e di promozione sociale che restano sommersi, e nascosti, dalla marea della categoria cui appartengono. Sospetto nella teoria: dopo Nietzsche e Freud è quasi un luogo comune supporre che, almeno inconsciamente, chi fa qualcosa di gratuito per l’altro lo stia realizzando – in realtà – per autosoddisfazione.
  Ma è davvero così ? Lo è sempre e necessariamente? Lo è in misura totale o la gratuità  - irrealizzabile al cento per cento – può costituire comunque un ideale utopico verso cui procedere passo dopo passo? Il libro prova a suffragare la risposta affermativa a questa domanda. A partire, ovviamente, da un’ipotesi definitoria: “Gratuito è ciò che accoglie ogni essere e ogni esperienza senza attendere nulla in cambio, senza porre condizioni preliminari” (p. 15).
   La posizione di Derrida è nota: il dono sarebbe gratuito se fosse ignoto il donante, ignoto il donatario, inafferrabile il dono stesso. Dunque rimane aperta “la questione se sia possibile il dono” (p. 37). Una prima risposta ci viene dalla Bibbia: Giobbe testimonia una fede che oltrepassa ogni logica utilitaristica, resta fedele a Dio anche quando tutto congiura contro la sua integrità fisica e psichica. Ma Giardina si chiede: “nell’accompagnarci in tale percorso non pretende troppo da noi il Libro di Giobbe?” (p. 46). Una seconda risposta ci viene dalla tradizione biblica ripensata, laicamente, da Hans Jonas: quando assumo la responsabilità del cosmo (attuale) e delle generazioni a venire, so che né il cosmo né le generazioni future ricambieranno ciò che opero a loro vantaggio. In qualche misura “supero me stesso, vado oltre il mio tempo, mi lascio tramontare nel tempo a venire dell’altro il cui  apparire io non voglio impedire. Questa unilateralità è gratuità” (p. 59). Una terza risposta ci viene dalla mistica di varie tradizioni religiose, in particolare dalla mistica mittle-europea dei secoli XIV – XVII: l’uomo divinizzato, che è tale in quanto lascia essere Dio in lui, supera anche “la logica della paura poiché ha abbandonato ogni speranza e ogni timore, è ormai al di là del bene e del male, semplicemente ama e amando assume il punto di vista di Dio” (p. 68). Giardina si preoccupa di sottolineare la portata politica di queste posizioni mistiche: “Vivere e praticare il <<senza perché>> può essere al tempo stesso l’esperienza più semplice ma anche la più difficile, la più immediata ma anche la più rivoluzionaria. La libertà del <<senza perché>>, in un mondo globalizzato sempre più individualista, utilitarista e chiacchierone, è scandalosa, è pericolosa, è una mina vagante da neutralizzare poiché interrompe le <<normali>> relazioni interessate fra le persone” (p. 75).
     Una quarta risposta ci proviene dall’Oriente, più precisamente dal buddhismo nella cui ottica “l’ impermanenza e l’ interdipendenza rendono vuoto l’uomo in quanto quest’ultimo non ha un’identità permanente e immutabile che si possa <<isolare>> e  <<fissare>>: cade dunque il principio di proprietà” (p. 90). Anche la filosofia occidentale, almeno quando si lascia stupire non solo da “come il mondo è” ma più radicalmente dal fatto “che esso è” (Wittgenstein) (p. 113) , ha tematizzato l’esperienza della gratuità (soprattutto con J-L. Marion) ; così come la teologia protestante recente che, con Moltmann ad esempio, ha interpretato la creazione del mondo come “il gioco di Dio” (p. 115). La letteratura (con La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth) come la pedagogia (Giardina dedica un intero capitolo ai laboratori maieutici di Danilo Dolci) non sono certo estranei alla riflessione sulla gratuità e accompagnano il lettore alla conclusione (provvisoria) del piacevole volume: “L’uomo della gratuità è colui che dona senza scambiare, senza attendersi un ritorno, un ri-cambio: egli dona e si dona spontaneamente, naturalmente, senza sapere di essere un donatore, senza sapere a chi in particolare giungerà il suo donare e donarsi, senza sapere che cosa doni nel suo donare, e tuttavia questo non sapere non esclude la donazione ma anzi la rende autentica in quanto offerta e creazione di nuove possibilità d’esistenza” (p. 207).

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


  

3 commenti:

  1. Molto bello. Una osservazione riguardo la gratuità “mistica”: ammesso e non concesso (perlomeno in questo regno dei vivi) un ipotetico ente - per quanto scrivo a seguire non posso definirlo soggetto - sprovvisto d’identità permanente che agisce inconsapevole al di là del bene e del male, mi chiedo:
    chi donerebbe? a chi? e che cosa? Perché ci sia dono è necessario perlomeno un soggetto che operi e un giudizio di valore, azzerando il tutto scomparirebbero male, bene (nella fattispecie beni) e con essi anche la categoria della gratuità. “Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” però almeno la destra deve saperlo.

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  2. Mauro Matteucci - Pistoia8 settembre 2016 09:40

    Ciao Augusto, senz'altro il tema della gratuità interroga costantemente ciascuno di noi, in quanto beneficiari di doni i cui autori non sempre sono conosciuti. In particolare gli ultimi, gli umili spesso donano rimanendo nell'anonimato e nell'ignoto. Questo, lo ha colto splendidamente don Lorenzo Milani nel suo lavoro di sacerdote e di educatore. Basta rileggere quella frase indimenticabile: "Fai scuola non per fare un dono, ma come un debito da pagare e un dono da ricevere".
    Mauro

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  3. Francesco Giardina10 settembre 2016 22:40

    Dal sito www.diogenemagazine.it del 9.9.16:
    Intervista a Francesco Giardina a cura di Serena Lietti:
    Cos’è la “gratuità”? In altri termini, quando possiamo definire qualcosa “gratuito”?
    Volendo rischiare una definizione, direi che la Gratuità è un accogliere ogni essere senza esclusioni e un offrire possibilità di esistenza senza attendere nulla in cambio, senza porre condizioni preliminari. Vivere la gratuità presuppone da parte nostra la capacità di attuare un rivolgimento di sguardo nei confronti del mondo lasciando che le cose si mostrino a noi nel loro semplice apparire e nel nostro puro rivolgerci ad esse. Da questo punto di vista quindi “gratuito” è ogni donare che supera imprevedibilmente e insperabilmente qualsiasi orizzonte utilitaristico fondato sulla logica del dare e dell’avere, sul calcolo che tiene conto soltanto dell’interesse e del tornaconto del nostro “ego”. Il “gratuito” non è un “qualcosa”, è innanzitutto un’esperienza, uno sguardo sul mondo, un modo di apparire delle cose, è un incontro. Un essere, qualsiasi essere del mondo in cui già da sempre viviamo nella nostra quotidianità, diventa gratuito quando non è più per noi un oggetto da utilizzare per i nostri scopi, da “avere” al fine di affermare ed espandere il nostro io ossessivamente individualistico, e perdendo ai nostri occhi qualsiasi calcolata “utilità” finalmente tale essere semplicemente “appare” nel suo darsi o donarsi come un evento del mondo: l’essere di un mattino luminoso, l’essere di una rosa che, come dice il grande mistico Angelo Silesio, non ci chiede di essere guardata, l’essere di un volto che offre il suo sguardo senza saperlo, l’essere di tutto ciò che ci circonda, persone, luoghi, gesti, oggetti, creazioni dell’arte, incontri, situazioni, i particolari meno appariscenti del mondo ad ogni angolo di strada… tutto può a questo punto sorprenderci e meravigliarci.
    Nella prima parte del suo volume lei sottolinea come la gratuità non sia il dono. Che differenza c’è tra queste due esperienze spesso considerate identiche?
    La Gratuità non si identifica con il dono in quanto la gratuità è una qualità che il dono può assumere, il gratuito e il dono non si identificano sempre e comunque. Marcel Mauss nel suo Saggio sul dono, testo imprescindibile della moderna antropologia, ha mostrato come nelle società arcaiche, primitive e anche nelle società moderne il dono sia una forma di scambio basato sull’obbligo della reciprocità, uno scambio non mercantile in quanto non prevede un acquisto e una vendita né un obbligo legale a restituire entro un tempo determinato e tuttavia tale donare rimane uno scambio in quanto prevede per il ricevente l’obbligo morale di un ritorno, di una restituzione, di un ricambio, e tutto questo in modo non esplicito, quindi non determinato nei modi e nei tempi, sicché il contro-dono, ossia quel nuovo dono che è un ricambiare da parte del ricevente, mantiene l’apparenza di un gesto libero e volontario. Il dono-scambio non è gratuito per la presenza nel donatore dell’aspettativa di un ritorno e nel donatario dell’obbligo di ricambiare. Radicalmente altro è il dono-gratuito: in esso è totalmente assente l’aspettativa e l’idea stessa di un ritorno, di un ricambio, il dono-gratuito è un dono “a perdere”, a “fondo perduto”, è immotivato, senza perché e senza scopo, non è funzionale a rafforzare “legami sociali” come il dono-scambio. Il dono-gratuito è un paradosso, sfida infatti il “normale” senso comune e questo in quanto, come ha mostrato Derrida, in un donare veramente gratuito, il donatore non sa di donare, il donatario non sa di ricevere e infine il dono stesso non appare, non deve apparire; sono queste le tre condizioni che rendono il dono disinteressato, senza motivo, naturale nel suo essere senza intenzione, senza alcuno scopo più o meno nascosto, senza perché, senza autocompiacimento dell’”io” del donatore.
    *** Continua sul sito: www.diogenemagazine.it

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