giovedì 30 novembre 2017

RELIGIONE CATTOLICA NELLA SCUOLA PUBBLICA STATALE?


Questo il testo su cui mi sono basato per la relazione al Convegno "L'ora di religioni e filosofie. Verso un curriculum inclusivo per la didattica alternativa all'IRC" del 6 aprile 2017 organizzato a Palermo dal CESP (Centro studi per la scuola pubblica) e dall'UAAR (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti).

TRE TESI SULL’INSEGNAMENTO DELLA QUESTIONE RELIGIOSA NELLA SCUOLA PUBBLICA STATALE

Un amico residente a Bolzano ha raccontato di una maestra che ha chiesto agli alunni di rappresentare con un disegno la propria idea di Dio. Tutti hanno provato a realizzare la consegna, tranne un bambino che – interrogato sul perché avesse consegnato foglio bianco – ha risposto: “Perché Dio non entra in un foglio”.L’aneddoto mi serve per premettere un chiarimento, forse non del tutto superfluo. Il mio contributo alla riflessione sul tema proposto parte da un punto di vista laico: aggettivo che, nel mio vocabolario (un po’ sulle orme di Norberto Bobbio), qualifica un atteggiamento di ricerca che precede logicamente posizioni sia eventualmente credenti sia eventualmente atee. Mi viene molto facile assumere questo punto di vista dal momento che, per dirmi credente o ateo, avrei bisogno di capire prima cosa si possa correttamente intendere quando si pronunzia la parola “Dio”: e, nonostante quattro anni di filosofia a Palermo e quattro anni di teologia a Roma (senza contare i restanti quarant’anni di studi privati sull’argomento), non sono riuscito a venirne a capo. Mi sento un po’ come quel bambino del foglio bianco...
Entro nel merito della nostra discussione.
Provo a esporre tre tesi che, nella mia ottica, si reggono in piedi solo concatenandosi l’una all’altra.
Prima tesi: la questione religiosa non può restare fuori dalle aule scolastiche. Il cardinale Bagnasco, attuale arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, propone delle argomentazioni a favore di questa tesi che ritengo inaccettabili. Egli, infatti, scrive: <<
Anche il ricco mondo della scuola – con le conoscenze e competenze che offre – chiede un punto di sintesi, perché il giovane non diventi un’ “enciclopedia”, ma una persona matura. L’insegnamento della religione cattolica, anche per la sua valenza culturale, può essere per tutti un momento di chiarificazione e di equilibrio: i suoi contenuti, la sua lunga storia, il continuo confronto con le civiltà, sono un riferimento necessario per comprendere il tempo e la società che abitiamo, uno strumento per il dialogo con tutti>>. A me pare evidente che questo strumento di chiarificazione, di sintesi, di equilibrio nella ricezione e nell’elaborazione dei contenuti
disciplinari settoriali sia‐ e non possa che essere – la filosofia (per natura sua laica, pluralista, spregiudicata).
Ci sono invece altre argomentazioni che mi sembrano più condivisibili. Massimo Cacciari, ad esempio, rispondendo a un intervistatore di “Avvenire”, si è così espresso: << La nostra tradizione religiosa insegnata obbligatoriamente a scuola. Non solo, la teologia dovrebbe essere presente in tutti i corsi universitari di filosofia.... Per me è fondamentale il fatto che non si può essere analfabeti in materia della propria tradizione religiosa. È una questione di cultura, di civiltà. Non si può non sapere cos’è il giudaismo, l’ebraismo, non si può ignorare chi erano Abramo, Isacco e Giacobbe. Bisogna conoscerne la storia della religione, almeno della nostra tradizione religiosa, esattamente com’è conosciuta la storia della filosofia e della letteratura italiana. Ne va dell’educazione, della maturazione anche antropologica dei ragazzi. È assolutamente indecente che un giovane esca dalla maturità sapendo magari malamente chi è Manzoni, chi è Platone e non chi è Gesù Cristo. Si tratta di analfabetismo. La scuola deve alfabetizzare>>.
Seconda tesi: la questione religiosa va presentata in quanto più numerose sfaccettature possibili (dunque come storia delle religioni e degli ateismi).
Vorrei argomentare questa convinzione sulla base di una mia pluriennale (anche se ormai, ahimè !, lontana più di un trentennio) esperienza di docente di IRC (Insegnamento della religione cattolica) sia in licei statali che in licei privati cattolici. In entrambi ho sempre presentato come programma lo studio delle religioni e degli ateismi più rappresentativi (Marx, Freud, Sartre e così via). Negli istituti statali era un elementare segno di rispetto per le culture di provenienza degli alunni: il cattolico aveva diritto di conoscere la propria tradizione religiosa familiare, ma anche il protestante o l’ebreo o il musulmano o l’agnostico o l’ateo... E nelle scuole cattoliche? Là ho creduto – e credo ancora – di aver svolto un servizio utile persino alle famiglie che mandavano i figli dai padri gesuiti nella speranza che diventassero cattolici. Come avrebbero potuto diventarlo in maniera seria, responsabile, se non fosse stata una scelta libera? E come avrebbe potuto essere una scelta libera se non fosse stata consapevole, informata su una più ampia gamma di alternative (religiose o anti‐religiose)?
Capisco che intellettuali come Massimo Cacciari preferiscano, in aggiunta a questa panoramica di scenari, uno studio specifico della Bibbia e della teologia cristiana (<<Vorrei che fosse una materia in cui si studiasse veramente la Bibbia, prendiamo in mano il Vangelo e approfondiamolo>>);ma sono desideri che rischiano, per amore dell’optimum, di rinunziare al bonum praticabile.
Capisco di meno l’obiezione che proviene da amici miei dell’area del cattolicesimo di base, o del dissenso cattolico, i quali rifiutano lo studio sia della religione cattolica che delle religioni in generale perché ritengono che tale studio debba rientrare nella storia sociale e nella storia della filosofia. Ascoltiamo le ragioni di uno di questi colleghi che si pongono, per così dire, a sinistra rispetto a Cacciari (e rispetto a me): <<Le proposte sostenute con queste o analoghe argomentazioni, che ovviamente non hanno udienza presso la gerarchia cattolica, in verità presuppongono il riconoscimento di una specificità qualitativa alla religione. Certo le religioni hanno proprie forme organizzative e caratteristiche manifestazioni del culto, che sono, però, riconducibili, anche perché ben diverse fra loro, al complesso delle forme e delle manifestazioni in cui, nel tempo e nello spazio, si sono organizzati e si esprimono donne e uomini nelle diverse società nel promuovere le relazioni fra loro. Analogamente le costruzioni teologiche, anche quelle che chi ha fede considera elaborazioni di una rivelazione divina, si inseriscono legittimamente nei “sistemi” che la filosofia e le scienze nel tempo hanno elaborato per interpretare la realtà.Ben venga quindi lo studio della religione nelle scuole superando pregiudiziali anticlericali, che sono da rifiutare perché inducono a ignorarla o non riconoscerla autentica espressione della dimensione umana. Come tale va studiata non come materia autonoma ma all’interno delle discipline storiche e filosofiche che danno conto del divenire degli immaginari collettivi che gli umani si sono costruiti nel costituirsi in aggregazioni sociali nel corso dei secoli>>.
L’argomentare di Marcello Vigli, a mio avviso, finisce col dimostrare troppo. Se ho ben capito, la sua contestazione deriva da un’impostazione marxista o, per lo meno, storicista: le religioni non vanno trattate a parte, come tematiche specifiche e atemporali, ma come momento della storia complessiva delle civiltà. Non mi sembra il caso di discutere, qua e ora, i fondamenti di una simile impostazione storicistica e – per comodità e brevità di comunicazione – ammetto che sia impeccabile. Se l’adottassimo, per coerenza la dovremmo adottare per tutte le altre manifestazioni della cultura umana: niente storia delle letterature, niente storie delle arti, niente storia delle dottrine politiche...Si dovrebbe insegnare una sola coppia di materie umanistiche – la storia sociale e la storia della filosofia – indagando, epoca per epoca, i prodotti (sovrastrutturali ?) di ciascuna: letterature, arti, dottrine politiche...Poiché però, per ovvie ragioni, non è una strada praticabile (almeno nella normalità della didattica quotidiana) mi pare che alla storia delle idee religiose (comprese, dunque, le idee degli agnostici e degli atei critici di ogni sistema teologico‐religioso) vada riservato il medesimo trattamento delle altre discipline analoghe.
Solitamente si afferma che uno sguardo critico sulle religioni agevola il dialogo con i diversi; ed è vero. Ma vorrei aggiungere un’altra motivazione meno circolante: studiare aconfessionalmente il fatto religioso agevola in ogni credente l’autopurificazione da ogni tentazione fondamentalista. In Germania l’hanno già capito e in alcune scuole si attivano cattedre di islamismo allo scopo, consapevole, di aiutare i giovani musulmani a guadagnare una fede (islamica, ovviamente) libera da chiusure fanatiche e aggressive.
E arrivo alla terza, e ultima, tesi (la meno rilevante da un punto di vista teorico ma la più urgente dal punto di vista politico): la storia delle religioni va affidata a insegnanti assunti dallo Stato con le medesime regole valide per ogni altra disciplina.Come è noto, attualmente per insegnare religione nelle scuole statali occorre un’autorizzazione del vescovo del luogo ‐ una missio canonica – che può essere revocata ad arbitrio dello stesso, anche per ragioni opinabili (per esempio la decisione di un insegnante di andare a convivere con un partner non sposato o di divorziare dal coniuge. Addirittura, se fosse un prete dimissionario, incorrerebbe in un divieto formale concordatario di svolgere attività professionali‐ come l’insegnante o il postino – che implichino un rapporto diretto con il pubblico !). Questo regime porta a ingiustizie di ogni genere: dalla mancanza di criteri oggettivi nella scelta degli insegnanti autorizzati (per le notizie che ho sinora, non esiste una graduatoria pubblica di supplenti e aspiranti a incarichi annuali in base ai titoli) al diritto, per chi di ruolo nell’IRC venga licenziato dal vescovo e sia in possesso di una laurea in altre discipline, di essere assunto in ruolo dallo Stato scavalcando nella graduatoria altri aspiranti a tali insegnamenti diversi dalla religione cattolica.
Ebbene, questo regime della missio canonica (anche se non dovesse comportare più le sperequazioni e le illegalità cui ho fatto riferimento) resterebbe iniquo (e direi incostituzionale, riferendomi allo spirito e non alla lettera della Costituzione italiana che prevede degli accordi concordatari con la Chiesa cattolica) per una ragione di fondo: cittadini islamici o buddhisti, o agnostici o atei, devono finanziare con le proprie tasse un insegnamento che può essere attuato solo nell’ottica culturale e nell’alveo giuridico di una sola confessione (la cattolica). Sul punto, dunque, riprendo il pieno consenso con Cacciari: <<In cattedra, per l’insegnamento della religione cattolica, non può sedersi chiunque. Certo, ma con il concorso pubblico, che auspicherei anche per l’insegnamento di questa materia, la Chiesa non correrebbe nessun rischio, perché l’insegnante sarebbe sempre una persona motivata, appassionata, che sente una vocazione per queste materie>>.In analogia con quanto avviene per le cattedre di storia della filosofia che vengono affidate ai vincitori di concorso indipendentemente dalla propria visione filosofica.
D’altra parte‐ questa volta parlo da cristiano (sia pur critico ed ecumenico) – una selezione dei docenti mediante concorsi pubblici aperti a tutti i cittadini che dimostrino competenze a riguardo (cattolici, buddhisti, agnostici o atei che siano) comporterebbe un vantaggio enorme anche dal punto di vista dei credenti: la storia delle religioni e degli ateismi diventerebbe finalmente una disciplina scolastica a tutti gli effetti, con i diritti e i doveri di ogni altra disciplina scolastica (uscendo dallo stato attuale di minorità, di cenerentola del sistema).
Per concludere:  capisco l’iniziativa odierna se si tratta di una mossa tattica, per rimediare alle lacune della prassi corrente e assicurare a chi non “si avvale” dell’IRC un’alternativa dignitosa e credibile; ma, in una prospettiva di lungo respiro, strategica, dobbiamo lottare non per una alternativa all’ora di religione bensì per una sua transustanziazione in ora delle religioni e degli ateismi. Tutti gli insegnanti di religione cattolica intelligenti e preparati che ho conosciuto nella vita sono d’accordo con queste mie modeste opinioni: non resta da augurarsi che anche politici e ministri (laureati o meno che siano) si convertano ‐ per restare nel vocabolario teologico... – alla logica democratica e al buon senso.
Vorrei chiudere con un’esperienza di questi mesi. Appena entrato in quiescenza dalla scuola, ho aperto uno spazio che ho chiamato “Casa dell’equità e della bellezza” dove varie persone propongono varie cose. Personalmente sto curando dei seminari in cui, senza attrarre le folle (ma neppure solo i...folli), con l’aiuto di amici specializzati sui vari ambiti tematici, vengono esposte le linee essenziali dell’induismo, del buddhismo, del politeismo greco, dello sciamanesimo, dell’ebraismo. Continueremo con il cristianesimo, la filosofia greca, l’islamismo, la filosofia medievale, la filosofia moderna e contemporanea. Oltre alla valenza intrinseca, questa esperienza di alfabetizzazione elementare ha un occhio rivolto a un progetto: creare, presso una “Fattoria sociale” di amici nei pressi di Segesta, un “Giardino delle sapienze” che possa offrire una passeggiata esplorativa per evocare, grazie a qualche simbolo, le più rilevanti proposte di saggezza della storia umana. 

Augusto Cavadi 
www.augustocavadi.com
   
cobasscuolapalermo.files.wordpress.com/2017/09/augusto-cavadi-tre-tesi-sullinsegnamento-della-questionereligiosa-6-4-17.pdf

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