domenica 18 novembre 2012

Il Sessantotto secondo Alberto Biuso


“Repubblica – Palermo”
18.11.2012

SESSANTOTTO A PERDERE

Alberto G. Biuso

Contro il Sessantotto.
Saggio di antropologia.

Villaggio Maori, 170 pagine, euro 14.

Il Sessantotto ha segnato, almeno simbolicamente, uno spartiacque epocale: la società occidentale fondata sulle tradizioni, sulle convenzioni, sulle gerarchie castali ha subìto scosse telluriche come non accadeva – probabilmente – dal tempo della Seconda guerra mondiale. E dopo il decennio ’68 – ’77? Sono arrivati i micidiali anni Ottanta: Reagan in USA, Thatcher in Gran Bretagna, Craxi in Italia. Per restare in Italia, il 1992 ha segnato – fra tragedie di ogni genere – il passaggio dalla Prima Repubblica (quando rubare per il proprio partito non era ritenuto reato) alla Seconda (in cui ci si vorrebbe far credere che non sia reato rubare al proprio partito). Insomma, ce n’è abbastanza per non mitizzare il Sessantotto. Ce n’è anche a sufficienza per demonizzarlo, tendendo a trasformare il “dopo” in “a causa di”? Se non ci si lascia fuorviare dal titolo (Contro il Sessantotto), questo agile ma denso libro del filosofo catanese Alberto Giovanni Biuso può costituire un prezioso strumento valutativo. Esso infatti, pur evidenziando molte ambiguità insite nell’esprit del ’68, non trascura di segnalarne alcuni elementi positivi. Forse – se non interpreto troppo benevolmente le pagine dedicate a quegli anni infuocati – i veri bersagli della polemica sono quei sessantottini che hanno utilizzato la contestazione per sedersi al posto dei potenti scalzati.

venerdì 16 novembre 2012

CHIESA E POLITICA ? MEGLIO PREDICARE CON L’ESEMPIO


“Centonove” 16.11.2012
CHIESA E POLITICA ? MEGLIO PREDICARE CON L’ESEMPIO

Ricordate il rumore di pochi mesi fa sul movimento politico “Uomini nuovi per una società di uguali e partecipi”, promosso da un gruppo di preti palermitani in vista delle elezioni regionali? La reazione critica di quasi tutti i commentatori ‘laici’, di qualche storico della Chiesa particolarmente autorevole (don Francesco Michele Stabile) e soprattutto della Curia arcivescovile hanno spento la fiammella sul nascere. La montagna ha partorito il topolino: la leader del movimento si è candidata, in quanto donna “nuova” ed “onesta”, in una delle liste collegate con Musumeci (dunque in allegra compagnia con chi ha sgovernato sino a Monti e ha reso possibile le elezioni di Lombardo alla Regione e di Cammarata al Comune). Se si fosse collegata al pronipote di don Luigi Sturzo, ancora ancora…Risultato: 774 voti in tutta la provincia di Palermo, settima della sua lista (di cui è stato eletto solo un candidato, con più del decuplo dei voti di Flavia Odoroso). Ma anche se fosse andata diversamente, e la signora fosse stata eletta, una rondine avrebbe portato la primavera? Un consigliere all’ARS può avere tutte le qualità soggettive del mondo, ma vale quanto vale la politica del suo schieramento d’appartenenza.
Più saggia la posizione del cardinale Romeo che, senza entrare all’interno della competizione fra partiti e liste, si è concentrato nella evidenziazione di alcuni dei problemi più scottanti che il mondo politico dovrebbe affrontare con urgenza: astensionismo, disoccupazione, corruzione, collusione con le cosche mafiose… Insieme a tutti i vescovi siciliani, poi, ha anche emanato alla vigilia delle elezioni regionali un documento di riflessioni sull’attuale condizione sociale e politica (dal titolo, preso in prestito dalla Bibbia, Amate la giustizia, voi che governate sulla terra).
Che eco registrano simili appelli, quali conseguenze incisive nelle coscienze e nelle pratiche della gente (più o meno convintamente cattolica)? E’ impossibile dare risposte attendibili. Ciò che si può asserire con certezza è che sarebbero più efficaci se la chiesa siciliana accompagnasse la parola con il gesto, l’invito con l’esempio. Per la verità, i vescovi lo affermano sin dalle prime righe: “Siamo chiamati ad un discernimento profondamente evangelico che richiede una conversione radicale: non vogliamo esimerci da un necessario esame di coscienza riguardo alle responsabilità che anche noi credenti, insieme con tutti gli altri, abbiamo avuto in questo processo di degrado. È urgente un tempo di riflessione per affrontare non solo l’ormai prossimo appuntamento elettorale, ma soprattutto il periodo che ad esso seguirà. Lo diciamo ai cristiani e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà che operano in questa terra: è necessario che il grido di dolore dei piccoli e dei poveri trovi accoglienza piena e coraggiosa nell’azionepolitica e nel quotidiano operare delle Istituzioni”. La questione è se, e come, simili lodevoli propositi potrebbero tradursi in fatti.
Sensibilità ecologica? Le comunità cattoliche che mi capita di frequentare (parrocchie, monasteri, strutture di accoglienza) non mostrano un’attenzione alla raccolta differenziata dei rifiuti, o al risparmio dell’acqua o alla produzione di energie alternative, più elevata della media dei siciliani (notoriamente disattenti).
Ripudio del sitema di dominio mafioso? Non mi pare di ricordare che, quando un politico - asceso ai vertici sbandierando la sua formazione cattolica - venne condannato per mafia, i vescovi abbiano preso pubblicamente le distanze da lui e ricordino che la mafia non è solo bombe e lupara, ma anche corruzione e clientelismo.
Trasparenza amministrativa? In molte parrocchie d’Italia si rende pubblico il bilancio trimestrale delle entrate e delle uscite (anche per eventuali perequazioni fra parrocchie ricche e parrocchie povere della stessa diocesi): non mi risulta che, di norma, avvenga così anche da noi.
Partecipazione democratica? Su molte questioni organizzative il parroco dovrebbe condividere la responsabilità delle decisioni con i membri del consiglio parrocchiale (composto da laici): assai raramente, dalle nostre parti, è dato di farsi le ossa in queste scuole di democrazia.
Disaffezione politica? In parrocchia si svolgono, nel corso dell’anno, centinaia di incontri formativi per varie fasce d’età e per vari ambiti d’interesse: solo una minima parte di questi incontri riguardano le tematiche su cui si scontrano le diverse opzioni elettorali (Stato sociale, immigrati, difesa dell’ambiente…).
Legalità? Quanti sono gli istituti ecclesiastici - retti da preti, frati e suore – che si avvalgono per le loro attività (asili, scuole, cliniche, case di riposo, alberghi…) di personale laico assumendolo e trattandolo secondo la normativa vigente? Spero che i molti casi irregolari che mi risultano direttamente, come quelli segnalatimi da amici di cui mi fido, siano proprio le eccezioni che confermano la regola.
Conosco l’obiezione a questo genere di considerazioni: sono affari interni alle comunità ecclesiali sui quali gli osservatori (in qualche misura) esterni non avrebbero né diritto né, per altro, interesse di intervenire. Ma è un’obiezione debole perché – piaccia o non piaccia – la Chiesa cattolica è tutt’ora una potente agenzia educativa. Lo scrivono gli stessi vescovi nel loro documento: “Come Pastori delle Chiese di Sicilia siamo consapevoli del rilievo pubblico che l’esperienza ecclesiale riveste”. Ecco perché la comunità ecclesiale fa bene a far sentire la sua voce autorevole nel delicatissimo momento politico che stiamo attraversando. Ma farebbe ancor meglio se la rendesse più credibile con una prassi libera e liberante.

Augusto Cavadi

lunedì 12 novembre 2012

E’ uscito il volume a più voci: Sofia e agape!


Care e cari amici,
e già disponibile in internet (versione e-book) e lo sarà nei prossimi giorni nelle librerie italiane (versione cartacea) un libro a cui ha lavorato con molto impegno una mia amica veneta, Chiara Zanella.
Si tratta di Sofia e agape. Pratiche filosofiche e attività pastorali a confronto (Liguori, Napoli 2012).
Ci sono, fra altri, dei miei contributi e anche uno “strappato” al carissimo don Cosimo Scordato.
Qui di seguito uno stralcio del primo dei miei contributi (quello che ritengo più significativo) che, nella versione completa, occupa le pp. 19 – 23.

La filosofia-in-pratica e la spiritualità contemporanea

Dizionarietto preliminare

Il termine ‘spiritualità’ veicola diverse valenze semantiche. Per quanto brutalmente le si voglia ridurre, a scopo meramente orientativo e per amore di chiarezza, se ne devono distinguere almeno tre:
a) In una prima accezione più circoscritta, la spiritualità come dimensione di un’esistenza credente all’interno di una confessione (in questo senso si nomina la spiritualità cattolica, la spiritualità protestante, la spiritualità ebraica, la spiritualità sufi…). I capolavori di Dante o di Manzoni potrebbero scegliersi come istruttive esemplificazioni di questa prima accezione;
b) in una seconda accezione, più ampia, la spiritualità come dimensione di un’esistenza sensibile al ‘sacro’ (in questo senso è pressoché sinonimo di religiosità naturale, di propensione a sintonizzarsi con il divino ovunque traspaia). Penso che molte pagine di Platone o, più recentemente, di Foscolo si presterebbero bene come esemplificazioni di questa seconda valenza;
c) in una terza accezione, infine, per spiritualità può intendersi la dimensione di un’esistenza tesa all’esplicazione delle proprie potenzialità specificamente umane. Alcune opere di Leopardi – o molte o tutte –potrebbero esemplificare questo terzo significato di spiritualità.

Non di rado questi ‘modelli’ di spiritualità vengono pensati e vissuti in conflitto o, nella migliore delle ipotesi, in concorrenza. Non sono d’accordo con questa logica. Né, d’altra parte, ritengo onesto e produttivo rifugiarsi in una sorta di indifferentismo buonista, della serie “tutto fa brodo”… A uno sguardo fenomenologico scevro da (eccessivi) pregiudizi direi che queste tre valenze si supportano in sequenza: il mini-cilindro della spiritualità teologico-confessionale poggia sul medio-cilindro della spiritualità religioso-aconfessionale che, a sua volta, non avrebbe dove basarsi se non poggiasse sul maxi-cilindro della spiritualità areligioso-antropologica. Riformulato con altre parole: nessuna spiritualità confessionale di un praticante appartenente a una chiesa istituzionale può considerarsi autentica se non si radica su una preliminare sensibilità religiosa in senso ampio; ma tale sensibilità religiosa sarebbe sospetta, e soggetta a deformazioni, se non presupponesse - ancor più basilarmente - una vita umanamente intensa, attiva, limpida. Una vita, insomma, laicamente ma autenticamente spirituale. Viceversa una vita può ‘fiorire’ (come ama esprimersi Martha Nussbaum) spiritualmente senza necessariamente declinarsi in senso religioso; così come un soggetto può benissimo coltivare una vivace sensibilità religiosa senza necessariamente incanalarla in una pratica comunitaria più o meno istituzionale.

La filosofia-in-pratica e le spiritualità

Questa iniziale explicatio terminorum, per quanto un po’ pedante, mi sembrerebbe irrinunciabile se si vogliono evitare fraintendimenti ed equivoci nel confronto sul tema (…).
Provo dunque a sintetizzare le mie convinzioni attuali sul ruolo della filosofia-in-pratica rispetto alle dimensioni spirituali (possibili) dell’esistenza. Innanzitutto potrei asserire che un filosofo ‘pratico’ può risultare proficuo, a certe condizioni minimali, nel rapporto con interlocutori che si riconoscano in tutte e tre queste accezioni. Infatti:

a) è possibile che un filosofo consulente (indipendentemente dalle proprie posizioni in questioni teologiche) risulti stimolante e istruttivo per un consultante che si auto-interpreti come credente e praticante all’interno di una ben precisa comunità religiosa (…).
b) E’ possibile, a maggior ragione, che un filosofo consulente (indipendentemente dalle proprie propensioni rispetto alle tracce del ‘sacro’ nel mondo e nella storia) risulti stimolante e istruttivo per un consultante che si auto-interpreti come soggetto ‘religioso’, ma esterno e estraneo a qualsivoglia ‘religione’ storico-positiva (…).
c) Là dove il filosofo-in-pratica può riuscire particolarmente stimolante e istruttivo per un consultante, o per una comunità di ricerca, è nell’ambito della spiritualità non solo aconfessionale ma anche areligiosa (dove l’alfa privativa di matrice greca va intesa come epoché, come ‘messa fra parentesi’, non come anti-, come ‘messa in discussione’). Gli interlocutori del filosofo su questo livello basilare, laico, della spiritualità sono portatori (più o meno consapevoli) di una domanda di ‘esodo’ dal mondo dell’utile e della chiacchiera, del divertissement come senso (o non-senso) di giornate senza memoria e senza progetti (…).

Una conseguenza rilevante

Se questa impostazione teorica ha una sua plausibilità, dovrebbe derivarne (almeno) una conseguenza di rilievo che pertiene al livello non trascurabile del linguaggio, della comunicazione interpersonale. Come una volta ci si chiedeva se fosse preferibile lo psicoterapeuta o il direttore spirituale (e la risposta più saggia era che dipendesse da caso a caso, da soggetto a soggetto, da situazione a situazione…), così ora emerge la questione se sia preferibile il consulente spirituale o il consulente filosofico. Ecco: innanzitutto - proprio preliminarmente rispetto ad ogni ulteriore riflessione in proposito – a mio avviso va riformulata la questione: è preferibile il consulente teologico-confessionale o il consulente filosofico? Solo questa formulazione, infatti, lascia impregiudicata la possibilità - che a mio parere si realizza effettivamente di frequente – che sia il consulente teologico-confessionale (prete cattolico, pastore protestante o rabbino ebreo…) sia il consulente filosofico siano, entrambi, consulenti spirituali. Ovviamente si fregeranno (se ci tengono) del titolo da prospettive diverse e con diverse finalità: ma con eguale diritto (e con eguale divieto di appropriarsene monopolisticamente) .
(…).

Augusto Cavadi

venerdì 9 novembre 2012

Omosessuali di Dio


“Centonove” 9. 11. 2012

OMOSESSUALI DI DIO

Il diritto degli omosessuali a vivere serenamente, pubblicamente, la dimensione affettiva riguarda una minoranza trascurabile della società? Tra le statistiche ufficiali e le percentuali reali c’è sicuramente uno scarto. E i numeri, nelle questioni di civiltà, non sono decisivi. Anche se si trattasse di meno del 5% della popolazione, sarebbe ugualmente importante l’impegno generale a salvaguardare la salute mentale, la dignità sociale e la qualità della vita di queste concittadine e di questi concittadini. Senza contare che l’omofobia è l’anticamera della misogenia, o forse il rovescio della stessa medaglia. Palermo è da anni all’avanguardia su questo fronte ed è sede di un festival annuale, Sicilia Queer Filmfest, che raduna artisti e intellettuali a vario titolo impegnati nella difficile battaglia civile. Mercoledì 31 ottobre ha avuto luogo un importante appuntamento, per così dire interlocutorio, fra l’ultima edizione del festival e la prossima: al cinema De Seta dei Cantieri culturali della Zisa, aperto per l’occasione, alle ore 21 è stato proiettato il docufilm Taking a chance on God (Scommetti su Dio, USA 2012) . La singolarità dell’iniziativa (sottolineata dalla partecipazione al dibattito, dopo la proiezione, del regista Brendan Fay e di don Franco Barbero, della comunità di base di Pinerolo) sta nel tema del filmato: la vita del gesuita statunitense John McNeill, sacerdote e teologo cattolico gay, pioniere per i diritti civili delle persone omosessuali nella società e nelle chiese e autore di opere rivoluzionarie di spiritualità per le persone omosessuali che, impegnato nell’aiuto della comunità gay durante la crisi dell’AIDS degli anni 1980, rifiutò di essere messo a tacere sui temi dell’omosessualità dall’allora cardinale Ratzinger e perciò venne espulso dall’ordine dei Gesuiti.
L’evento palermitano è stato replicato il 2 novembre a Trapani e il 4 a Catania.
Il riferimento alla teologia cattolica e alle posizioni ufficiali della chiesa non è certo casuale. Sappiamo quanta influenza abbiamo le indicazioni etiche delle gerarchie ecclesiastiche nell’opinione pubblica, soprattutto quando si tratta non di rispettarle in prima persona quanto di strumentalizzarle per stigmatizzare i comportamenti altrui. Non è un caso che il siciliano Alfredo Ormando, nel 1998, si sia lasciato bruciare vivo nel in piazza San Pietro in segno di protesta contro l’insegnamento vaticano (spesso smentito dalle abitudini sessuali di tanti preti e frati) che, come scrisse egli stesso a un amico, “demonizza l’omosessualità, demonizzando nel contempo la natura, perché l’omosessualità è sua figlia”. Né è un caso che proprio a Palermo sia attiva da anni un’associazione (“Ali d’aquila”) che raccoglie omosessuali credenti desiderosi di sensibilizzare le comunità cristiane. Non molti i preti che hanno mostrato intelligente e fattiva solidarietà: tra questi don Cosimo Scordato, rettore di San Saverio, e don Franco Romano, parroco di San Gabriele. Più elastico l’atteggiamento di alcune chiese protestanti, come la valdese-metodista, anche se la prima benedizione in Italia di un matrimonio fra donne è stato celebrata a Trapani, dal giovane pastore Alessandro Esposito, perché la maggioranza dei fedeli che frequentano le due comunità palermitane avevano espresso parere sfavorevole.
Il cammino che resta da percorrere non è né breve né privo di insidie. Sul piano teologico è facile dimostrare che la Bibbia non ha delle indicazioni vincolanti in ambito sessuale, ma questioni del genere vengono di solito affrontate più con la pancia che con la testa. E, a livello viscerale, si preferisce conservare alcuni pregiudizi culturali, rafforzati dalla medicina tradizionale e dalla stessa psicoanalisi freudiana, che rivedere i propri parametri di giudizio. Soprattutto per due ragioni. La prima riguarda il fondamento etico di ogni relazione sessuale, l’amore vissuto come riconoscimento reciproco e impegno per la gioia del partner: se questo criterio diventasse qualificante, quante relazioni eterosessuali rivelerebbero inconsistenza e ipocrisia? La seconda ragione riguarda la diversità statistica della persona omofila: come ogni altra “diversità” inquieta, mette in crisi la confortante certezza di essere “normali” ed esonera dalla fatica di aprirsi alla varietà della natura e della storia.
Sia chiaro che non è necessario abbracciare nessuna esaltazione retorica della opzione omo-affettiva né, tanto meno, farne una bandiera di contestazione del sistema borghese. Su questioni del genere è del tutto ovvio che si possano legittimamente coltivare idee, perplessità, argomentazioni di segno opposto. Non opinabile è solo ciò che i padri costituenti, fino a revisione della Carta, hanno sancito solennemente, tranciando alla radice ogni forma di fanatismo ideologico e di bigottismo pratico: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Augusto Cavadi

mercoledì 7 novembre 2012

Un cordiale, pressante, invito: partecipate alle primarie del CS!


So che è un po’ anomalo questo mio post, ma la gravità della situazione politica italiana non consente distrazioni né pigrizie.
Credo che una sterzata, ragionevole ma non improvvisata, rispetto alla politica di Monti (che FORSE era indispensabile come rimedio di emergenza, ma che CERTAMENTE è sbagliata come dieta abituale: non si possono curare le sofferenze psichiche croniche a colpi di elettrochoc !) la possa dare soltanto un presidente del consiglio come Vendola.
So che molti amici di sinistra lo snoberanno perché cerca di mediare con i cattivi alla sua destra e che molti del centro lo attaccheranno con il pretesto (di segno opposto!) del suo estremismo di sinistra: ma proprio per questo non ritengo giusto che resti isolato.
Se ognuno di noi farà la sua parte, forse uscriremo dal pantano!
Chi si vanta di non occuparsi di politica, dimentica che la politica non cessa di occuparsi ogni giorno di ciascuno di noi: per farci stare meglio o per rovinarci l’esistenza.

In concreto, se volete partecipare alle primarie DI TUTTO IL CENTRO-SINISTRA (non del solo PD !), dovete registrarvi al seguente indirizzo telematico:

https://www.primarieitaliabenecomune.it/