"Michel Foucault, in vista a Berkeley, si sentì chiedere da John Searle come poteva pensare e argomentare con tanta chiarezza ma scrivere così male. Egli rispose, senza ironia, che altrimenti nessuno lo avrebbe preso sul serio" (Robert C. Solomon, La gioia della filosofia. Giocare con le idee, Apogeo, Milano 2008, p. 321).
Il blog di Augusto Cavadi, filosofo-in-pratica di Palermo, con i suoi appuntamenti pubblici in Italia e i suoi articoli.
lunedì 17 agosto 2026
sabato 15 agosto 2026
PICCOLO APERITIVO DELLE VACANZE FILOSOFICHE A SESTOLA (18 - 24 AGOSTO 2026)
Care e cari,
MARCO REVELLI E LA CRISI (FORSE TERMINALE) DELLA POLITICA NEL MONDO
In questi giorni ho trovato fra i miei libri un titolo che avevo avuto la chiaroveggenza di acquistare circa un quarto di secolo fa, ma la colpevole disattenzione di non leggere. E' stato un errore perché La politica perduta (Einaudi, Torino 2002) di Marco Revelli, nonostante le dimensioni non certo voluminose, è un testo ricco, articolato, che dà molto da pensare.
Già nel 2002, con un quarto di secolo circa di anticipo, Barbara Spinelli individuava nella strage del teatro Dubrovska di Mosca (compiuta dalle forze speciali russe per neutralizzare un commando ceceno che teneva in ostaggio 922 civili) L'assassinio della politica ("La Stampa", 27.10.2002): con questo blitz vediamo "militarizzare definitivamente l'arte della politica", quest'ultima appare "completamente superflua", completamente inane, priva di qualsiasi autonomia, incapace di dar leggi a se stessa che non siano quelle della jungla e della punizione violenta, più o meno preventiva". Il giorno dopo, su "Repubblica", Bernardo Valli le faceva eco con l'editoriale Il terrorismo e la sconfitta della politica: "Nel teatro di via Dubrovska è morta la politica. Quella che Platone chiamava scienza regia e Aristotele definiva una ricerca intorno a ciò che dev'essere il bene. Insomma, un'arte destinata anche a evitare una violenza fine a se stessa, a dare un senso e una legittimità all'uso della forza, se proprio indispensabile".
23 anni dopo, la diagnosi di Revelli è più calzante di allora. Forse anche la sua terapia è cresciuta d'attualità, anzi di urgenza: "Per un nuovo modello di vita pubblica occorre: una rigorosa critica della potenza, una rinuncia consapevole al mito della forza". Ma non sarà facile la transizione dal modello attuale di politica a "una possibile, inedita, politica del futuro". Dovremo "a lungo convivere con la politica del passato: quella degli Stati (e delle ragion di Stato), degli eserciti, delle diplomazie. Quella che crede ancora nell'onnipotenza della Tecnica (...). Quella che sta dentro i confini. Che elabora la propria razionalità dentro la logica segregante delle frontiere. Quella che considera pazzia l'idea di un disarmo unilaterale. Che assimila il riconoscimento e l'assunzione del torto al tradimento. Che identifica la nonviolenza con la resa senza resistenza" (p. 136).
giovedì 13 agosto 2026
OLTRE LA MEDIAZIONE ARMATA DELL'ONU: UNA PROPOSTA DI LEGGE DA SOTTOSCRIVERE URGENTEMENTE
Don Cosimo Scordato e don Franco Romano auspicano (nell'articolo qui sotto riprodotto), tra altre strategie di pacificazione internazionale, una rifondazione dell'ONU in senso più partecipativo che preveda anche il rafforzamento degli attuali Caschi Blu in modo che un unico esercito sovra-nazionale sia autorizzato a intervenire in caso di aggressione armata di uno Stato ai danni di un altro. E' una proposta non priva di pregi, ma neanche di inconvenienti: a parte gli abusi contro le popolazioni civili perpetrati in varie occasioni dai Caschi Blu, anche nelle situazioni 'normali' la presenza di armi nelle mani dei mediatori ha spesso aizzato, più che dissuaso, i contendenti. Forse, comunque, un esercito dell'ONU efficiente sarebbe meglio della giungla mafiomorfica attuale.
Intanto, però, vorrei ricordare che entro il 16 settembre 2026 si può votare sul sito governativo una proposta di legge per l'istituzione di Corpi civili di pace per una difesa non-armata e non-violenta: il disarmo multilaterale è la méta finale, ma lontana; intanto, qui ed ora, perché non affiancare gli eserciti con organismi attrezzati professionalmente alla mediazione disarmata? Ecco il link, basta una carta d'identità elettronica o uno spid e, in pochi minuti, si fa un gesto concreto verso l'uscita dall'incubo in cui siamo precipitati:
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008
mercoledì 12 agosto 2026
"LETTERE A UN BAMBINO POI NATO": ADRIANA SAIEVA SULL'ULTIMO LIBRO DI MARIA D'ASARO
Lettere a un bambino poi nato
In Lettere a un bambino poi nato (Diogene Multimedia,
Bologna 2025) di Maria D’Asaro prende vita una narrazione che può risuonare a
vario titolo nel vissuto di una lettrice: da figlia in bilico sul
baratro della paura di perdere la propria madre, con il carico di domande che
una perdita così immensa comporta; da moglie (o compagna) che si
interroga sulla perdita di connessione emotiva col marito e avverte la
solitudine in un momento in cui ha più bisogno di un abbraccio; da amica
che sente il dolore e l’angoscia di una persona cara che vive le atrocità di
una guerra; da madre che rischia di perdere il figlio e che si mette nei
panni di un’altra madre meno fortunata di lei…
Ognuna di queste situazioni è vissuta attraverso domande di
grande intensità che non hanno una risposta definitiva e spalancano lo sguardo
sul senso della vita o sulla sua totale mancanza. Domande che riecheggiano anche
il libro di Oriana Fallaci, Lettere a un bambino mai nato, edito proprio
mezzo secolo fa, nel 1975, e di cui questo della D’Asaro è - in qualche modo,
sin dal titolo - un contraltare.
Che domande suscita questo racconto – in una sorta di rispecchiamento
al contrario – in una donna che non ha vissuto l’esperienza della maternità? Direi
che ha il dono di aiutare a fare chiarezza nella complessità di emozioni che una
situazione esistenziale del genere comporta. Il mondo di una donna che, per una
qualsiasi ragione, non ha sperimentato la maternità è come diviso tra due poli:
da una parte chi, alla notizia che l’interlocutrice non ha avuto figli,
dimostra imbarazzo o sincero dispiacere (nel migliore dei casi), malcelata
commiserazione (in altri); sull’altro versante
donne, spesso amiche, che si precipitano ad
assicurare che - in un modo “alternativo”
o “speciale” o “straordinario” o “normale”… - madre comunque lo è: dei suoi alunni,
delle persone di cui si prende cura per volontariato, in certi casi per di
minori in affidamento o in adozione.
Secondo la mia esperienza personale, questI due poli, in
realtà, non sciolgono i nodi delle emozioni e in alcuni casi peggiorano la
situazione. Viene difficile digerire l’aria di commiserazione di chi vedrebbe la
donna realizzata solo attraverso la maternità e non si riescono ad accettare parole
di consolazione che comunque profumano di rimedio e conforto da nessuno richiesti.
Entrambi gli atteggiamenti sono
apparentati dal minimo comun denominatore del presupposto che il tema della
maternità costituisca un campo minato.
Perché Lettere a un bambino poi nato non replica la
sgradevolezza di questo presupposto? Perché l’autrice non rivendica
esclusività: racconta il vissuto biologico della gravidanza, le emozioni che da
questa prendono vita, e rende partecipe di una fisicità che una donna come me non
conosce, non ha vissuto e di cui prende atto con affettuosa distanza… E’ vero:
è un mondo che non appartiene a chi non è stata madre così come non le appartengono
molti altri mondi.
Ma, dopo la nascita, arrivano altre domande, altre
esperienze; nel momento in cui si palesa al mondo la relazione a due, accade la
magia di un essere altro da te che si affida in completa fiducia, stabilisce un
legame che ti eleva allo stato di colei che – bene o male/ più o meno/ abilmente
o goffamente- si prenderà cura, si sintonizzerà con ciascuna espressione del
viso, acuirà l’udito fino a sentire i non-detti e lo sguardo fino a vedere le
ombre del cuore. E’ questa la magia
della maternità universale: se questi “poteri”
dipendessero dall’esperienza del parto materiale a molte donne e a tutti gli
uomini sarebbe negata ogni forma di empatia.
Maria D’Asaro, evitando ogni assolutizzazione paradigmatica
della maternità biologica e tratteggiando ciò che caratterizza la relazione
materna dalla nascita in poi, mi ha evocato la concezione africana della
maternità. In molte culture di quel continente è madre chiunque si prenda cura di un bimbo: il villaggio intero è madre. Da alcuni anni
con mio marito abbiamo accolto in casa una ragazza del Mali arrivata in Italia
senza parenti ed è ogni volta con commozione che, al telefono, sua madre si
dichiara felice che la figlia abbia anche una “mamma italiana”.
L’autrice pone al suo figlioletto domande – “Starai bene? Chi
si prenderà cura di te quando non ci sarò? Quale futuro ti aspetta? Sarai
risparmiato dal male di questo mondo?” – che anch’io ho imparato a formulare.
Sono domande che costituiscono un ponte fra il suo vissuto e il mio. E di
questo le sono grata.
Adriana Saieva
“Viottoli”, Giugno 2026
lunedì 10 agosto 2026
J. BENTHAM: " LA DOMANDA NON E' SE UN ANIMALE PUO' PENSARE, MA..."
La giustificazione per il maltrattamento e l'eccidio degli animali è stata per molto tempo la loro mancanza di razionalità. Argomentazioni del genere, naturalmente, sono state addotte a sostegno del razzismo, dello sfruttamento e persino della schiavitù fin ai tempi di Aristotele. Jeremy Bentham rispose più di due secoli fa a queste pretese egoiste: ''La domanda non è se un animale può pensare, ma se può soffrire" (R. C. Solomon, La gioia della filosofia. Giocare con le idee, Apogeo, Milano 2008, p. 293).
domenica 9 agosto 2026
UNA MASCHILITA' ALTERNATIVA? BREVE INTERVISTA A "DIECIMEDIA"
venerdì 7 agosto 2026
"LA VITA": POCHE,INCISIVE, RIGHE DI PEPPE SINI
NONVIOLENZA O BARBARIE
======================Numero 113 del 7 agosto 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt@gmail.com, crpviterbo@yahoo.it
1. EDITORIALE. LA VITA
La vita, che e' cosi' breve.
La vita, che e' cosi' bella.
Tu non sprecare la tua.
Tu non toglierla agli altri.
*
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Salvare le vite e' il primo dovere.
Nonviolenza o barbarie.
mercoledì 5 agosto 2026
AMBROGIO BONGIOVANNI E SERGIO TANZARELLA: OBIEZIONI A VITO MANCUSO
È labile il confine tra il cosiddetto realismo e la rassegnazione. Vito Mancuso nel suo articolo dal titolo Perché serve la forza per salvare la pace (La Stampa, 22 luglio 2026, pagine 1-2) mostra di averlo oltrepassato con noncuranza.
Nel leggerlo appare evidente che la “forza” a cui si riferisce non è altro che la guerra. Così egli prende atto dello stato di guerra permanente e immagina che papa Leone gli contrapponga una vana e innocua utopia, una pace genericamente invocata ma concretamente impossibile.
Dunque, si fa un implicito invito alla rassegnazione in nome di un realismo che si limita a prendere atto della immodificabilità della realtà. Una proposta tranquillizzante e suadente tanto più apparentemente credibile perché accompagnata da una professione personale di rifiuto delle armi.
Immaginiamo che i benpensanti ne vengano fuori ristorati: “anche un teologo pubblico ci conferma ciò che credevamo: la guerra è brutta ma dobbiamo prepararci ad essa per difenderci”.
A noi appare, invece, una riproposizione ben mascherata dell’antico adagio “se vuoi la pace prepara la guerra”. E il papa? Vi è molta accondiscendenza per lui, parli pure di pace perché sappiamo che è il suo mestiere, ma alla fine sembra che le sue parole non abbiano alcuna attinenza con la realtà, perché si fondano su un concetto non sostenibile e veicolano una tesi poco convincente.
***
A noi sembra che tale giudizio meriti una risposta poiché la storia non è immodificabile e che il compito della Chiesa, del papa e dei cristiani – come sosteneva il cardinale Lercaro – è la profezia, non la rassegnazione, o il chinare la testa dinnanzi a ogni potere come dominio assoluto della violenza.
Così il realismo della forza si presta facilmente a riproporre una sacralizzazione della guerra di cui alcuni hanno nostalgia. Fermandoci soltanto agli ultimi due pontefici una certa pretesa di ritorno al passato è stata da loro smentita con una quantità di scritti e azioni che non lasciano dubbi.
Il magistero pontificio è oggi avanti secoli rispetto al comune sentire di alcuni gruppi cattolici, e al pensiero di alcuni teologi fermi ancora alla teoria della guerra giusta elaborata quando ancora non vi era nemmeno la polvere da sparo – figurarsi la guerra nucleare, chimica e batteriologica!
Ma, apparentemente tramontata, la teoria della guerra giusta si camuffa con nuovi aggettivi e, dopo essere passata a guerra chirurgica, umanitaria e poi preventiva, adesso si qualifica come difensiva. È il nuovo mantra per giustificare la guerra.
Ridurre la pace disarmata e disarmante a uno slogan mostra di non voler comprendere come in quelle parole papa Leone qualifichi la pace per quello che deve essere, senza l’equivoco di chi resta erroneamente convinto della illusione che con la guerra si possa ottenere la pace. Alla forza della violenza della guerra papa Leone contrappone la forza evangelica della nonviolenza, è una forza concreta che, nella storia, ha dato già prova di efficacia e di ispirazione abbattendo ogni uso strumentale delle religioni per giustificare le guerre.
Il Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune, scritto congiuntamente da papa Francesco e Grande Imam di Al-Azhar Ahmad al-Tayyib nel febbraio del 2019, rappresenta il superamento di una logica aberrante che ha preteso di giustificare e benedire le guerre in nome di Dio. Quel documento segna un punto di non ritorno e per questo è stato volutamente ignorato e presto dimenticato.
Si farebbe un buon servizio di informazione se si riproponessero alcune parole di quel documento:
«Dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici ed economici mondani e miopi.
Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente».
***
A seguire, nel 2020, nella lettera enciclica Fratelli Tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale, il papa ribadiva che «la guerra non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante […] la guerra è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente». Ma il passaggio sicuramente più significativo è nel paragrafo n. 258 dell’enciclica in cui, riprendendo il Catechismo della Chiesa Cattolica, si abbandona definitivamente la teoria della guerra giusta, proprio a causa della sua ambiguità di fondo:
«Non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!».
Non si può ignorare l’impegno attivo di istituzioni accademiche, movimenti, organizzazioni nazionali e internazionali, di prospettive interreligiose sull’approccio non-violento, che elaborano e prospettano soluzioni diverse ai conflitti e che puntano a smascherare come essi siano alimentati dagli interessi e dagli egoismi di pochi.
Così, nel momento in cui Dio non è più arruolabile alla causa della guerra, liberata da tutti gli aggettivi volutamente ingannevoli, allora è realistico giudicare la guerra per quello che è: distruzione, omicidio, mutilazioni, odio e ipoteca per il futuro.
Di fronte a ciò la rassegnazione non è più concepibile. Luigi Sturzo, quasi un secolo fa, nel suo La comunità internazionale e il diritto di guerra lo aveva affermato con lungimirante chiarezza. Nel passato certi istituti giuridici apparivano immodificabili: la tortura, la pena di morte, la schiavitù e sono poi miseramente crollati e nessuno oggi li riproporrebbe (anche se non mancano deplorevoli sopravvivenze). Così sarà anche per la guerra, essa potrà scomparire perché la realtà può essere trasformata. Ed aggiungeva:
«Per arrivare alla completa eliminazione della guerra occorrerebbe un altro passo audace: che un gruppo di stati, i più coraggiosi e i più civili, fossero disposti a rinunziare a tutte le guerre, a qualunque guerra, senza eccezioni o riserve e, contemporaneamente, dichiarassero di volere essere riconosciuti come stati disarmati e neutralizzati, quali ne fossero gli eventi internazionali».
Sono parole scritte da un perseguitato e da un esule in ore buie tra le due guerre mondiali, tanto più esse infondono in noi, in un tempo non meno buio, speranza e non rassegnazione.
Qui il link all'articolo originario:
https://www.settimananews.it/chiesa/la-forza-e-la-guerra-contro-mancuso/
* Per favore, un gesto concreto e potenzialmente efficace: leggete e firmate la proposta di legge per una Difesa civile disarmata e nonviolenta al link governativo:
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008
lunedì 3 agosto 2026
IL FUTURO DEL MONDO SECONDO BERTRAND RUSSELL, UNO DEI GENI DELL'UMANITA'
In esergo al suo Fine della politica? (Il Mulino, Bologna 2002, ed. o. 2000), Andrew Gamble pone anche un brano di una delle persone più geniali che abbia avuto sinora l'umanità: Bertrand Russell. A me, scoraggiato per la discrepanza fra le energie che molti/e abbiamo investito per migliorare il mondo e i risultati registrabili oggi, le parole di Russell sono risuonate terapeutiche. Spero che possano far riflettere anche le persone che sono inchiodate dal conformismo del "si è sempre fatto così" o dal cattivismo * cinico di chi, ben assestato su posizioni socio-economiche confortevoli, scambia per realismo la tendenza a vedere sempre solo la metà orrenda della realtà.
"Pochi sembrano rendersi conto di come tanti dei mali di cui soffriamo non siano assolutamente necessari e possano essere eliminati in pochi anni attraverso uno sforzo unitario. Se in ogni paese civile la maggioranza lo volesse, nell'arco di vent'anni potremmo sradicare la povertà più degradante, metà delle malattie del mondo, la schiavitù economica che oggi affligge nove decimi della popolazione; potremmo riempire il mondo di bellezza e di gioia, e far sì che regni la pace universale. E' solo per l'indifferenza degli uomini che ciò non si realizza, solo per la pigrizia dell'immaginazione, solo perché si guarda a ciò che è sempre stato come se dovesse essere per sempre. Con la buona volontà, la generosità e l'intelligenza potremmo realizzare tutto questo"(B. Russell).
* Da qualche tempo ho coniato questo termine per esprimere l'atteggiamento, speculare rispetto al "buonismo", di chi coltiva dentro di sé la diffidenza, l'astio, il disprezzo per chiunque manifesti tendenze minimamente costruttive.
sabato 1 agosto 2026
ENRICO PEYRETTI: PENSARE E VOLERE LA LIBERAZIONE DA OGNI GUERRA
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giovedì 30 luglio 2026
LEGALIZZARE LA “GRAVIDANZA PER ALTRI” ?
Legalizzare o no la GPA (acronimo di Gravidanza Per Altri)? La questione non è semplice. Infatti il diritto può regolare i comportamenti oggettivi (vietare di passare in auto col rosso o imporre la restituzione di un oggetto al legittimo proprietario), ma essi sono intrinsecamente polivalenti: infatti dipendono dal chi, dal come, dal quando, dal dove e soprattutto dal perché. Se sto accompagnando un bambino ferito gravemente al pronto soccorso alle due di notte e, a un incrocio, constato che non c’è nessuna auto all’orizzonte, posso essere sanzionato perché attraverso col rosso? Se un amico due anni fa mi ha prestato una pistola da tiro a segno e oggi me la richiede, se so che sta attraversando una grave crisi depressiva con tendenze suicidarie, posso essere trascinato in tribunale perché mi rifiuto di restituirgliela?
Non
è un caso che il terzo potere costituzionale si chiami propriamente
giurisdizionale, non giudiziario: il magistrato deve “dire” lo “ius”, cioè
interpretarlo, non limitarsi ad applicarlo meccanicamente.
A
sua volta il magistrato si basa sull’etica socialmente condivisa, sui criteri
di bene e di male di una società in una determinata fase storica: e,
francamente, è questa dimensione fondante, pre-legale, che a me interessa
maggiormente. Sappiamo infatti che, prima o poi, è l’etico (il costume, il
senso comune) a condizionare il giuridico (la normativa che prevede sanzioni).
Oggi
l’etica prevalente è caratterizzata da due principi che non mi convincono:
l’onnipotenza tecnologica (tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche
moralmente ammissibile) e l’imperialismo del desiderio (tutto ciò che appaga un
mio desiderio, a qualsiasi prezzo, è anche moralmente ammissibile).
E’
logico che chiunque condivida questi due princìpi ritenga lecita la GPA “senza
se e senza ma” (presumibilmente con la sola garanzia che la madre biologica non
sia fisicamente costretta alla gravidanza).
E
chi non li condivide, perché ritiene che la tecnica debba rispettare dei limiti
e che il desiderio soggettivo debba accettare il vaglio della razionalità, deve
dunque essere necessariamente contrario alla legalizzazione della GPA?
Personalmente
ritengo che una qualche forma di regolamentazione normativa sia preferibile al
Far West sommerso: penso a un plesso di norme che prevedano la liceità della
GPA, ma esclusivamente nei casi in cui
l’accordo fra genitore legale e madre naturale non abbia carattere commerciale (per esempio fra persone amiche o legate da
vincoli di parentela).
So
bene l’obiezione: fatta la legge, trovato l’inganno. Ma se c’è la legge, il
trasgressore può essere (per quanto improbabilmente) sanzionato (ad esempio con
una denunzia a posteriori da parte della madre biologica, come avviene
sia pur raramente da parte di lavoratori sfruttati da datori di lavoro). Se non
c’è nessuna legge, o se c’è solo una legge che proibisce indiscriminatamente,
si aprono scenari simili alla situazione degli aborti prima della 194/1978: ad
esempio il ricorso a “uteri in affitto” in altri Paesi dove tale pratica sia
prevista ufficialmente o tollerata di fatto. Ovviamente l’analogia fra i due
casi si fermerebbe qui: non vedo nessun motivo per prevedere che la GPA venga
non solo ammessa in casi di prestazioni gratuite, ma addirittura finanziata
dallo Stato, per quanto riguarda le operazioni chirurgiche necessarie
all’impianto dell’ovulo fecondato e al parto finale.
Comunque,
la radice della questione resta a mio avviso etica: è l’arroganza
antropocentrica dell’essere umano che va individuata, sottoposta a esame e,
gradualmente, destrutturata.
Augusto
Cavadi
Qui il link alle versione originaria:
https://www.zerozeronews.it/legalizzare-la-gravidanza-per-altri/
sabato 25 luglio 2026
O LA GUERRA O LA RESA? PERCHE' QUESTA VOLTA VITO MANCUSO NON MI HA CONVINTO
Chi di noi nutre grande stima per la preparazione intellettuale e soprattutto per il coraggio anticonformista di Vito Mancuso si aspetta da lui interventi di alto livello in ogni campo. Ma è un errore un po’ infantile. Ognuno ha le sue competenze, le sue intuizioni anticipatrici, ma anche i suoi limiti. Aristotele è stato un genio, ma non è stato mai sfiorato dal sospetto che non si fosse liberi o schiavi per natura. Kant è stato un genio, ma non è stato mai sfiorato dal sospetto che le donne non siano geneticamente inferiori ai maschi.
Anch’io, nonostante – anzi, proprio a
causa del – mio affetto personale nei confronti di Vito Mancuso, sono rimasto
dispiaciuto per l’ennesimo suo intervento sul tema della guerra (cf. Perché
serve anche la forza per salvare la pace, “La Stampa” del 22.7.2026): ma, a
ben riflettere, ci sarebbe stato da stupirsi se avesse scritto diversamente.
Infatti, se non mi è sfuggita qualche pagina dei suoi molti e apprezzabili
volumi, non ho mai trovato un riferimento puntuale, “scientifico”, alla Teoria della Nonviolenza. Dunque, anche in questa occasione, egli ha
dato voce, con la consueta lucidità espositiva, al senso comune dominante: se
si è dentro il paradigma culturale attuale non si può scrivere meglio.
Ciò che si può sperare è che persone acute
e oneste come Mancuso ammettano l’ipotesi che questo paradigma, oggi dominante,
non sia l’unico possibile e avvertano la curiosità di conoscere (di prima
mano!) alcuni almeno dei pensatori che, negli ultimi due secoli, hanno
immaginato creativamente dei paradigmi alternativi e anticipato
“profeticamente” degli stadi evolutivi dell’umanità, oggi derisi come «utopistico
idealismo». Mi riferisco ad autori che, nei miei primi cinquant’anni (oggi ho
superato i 75!) , avevo solo sentito nominare, ma che (come molte altre persone
che li citano per approvarli o per stigmatizzarli) non avevo mai studiato
attentamente: H. D. Thoreau, L. Tolstoj, M. K. Gandhi, Basha Khan, Vinoba
Bhave, A. Capitini, G. G. Lanza del Vasto, J. Goss, H. Goss-Mayr, N. Mandela,
E. Balducci, L. Milani, D. Dolci, G. Sharp, M. L. King, J. Galtung, A. L’Abate,
G. Pontara, T. Bello, A. Drago, G. Salio, A. Langer, P. Patfoort…
Da queste e fonti si ricavano gli elementi essenziali (sintetizzati in un agile volumetto da Andrea Cozzo nel suo La violenza oltre i pregiudizi. Cose da sapere prima di condividerla o rifiutarla, Di Girolamo Editore) per dissentire da varie affermazioni di Vito Mancuso, o per le meno per relativizzarle. «La guerra è una condizione permanente dell’umanità»? Certo, sino ad ora lo è stata. Come l’alta mortalità infantile o le ricorrenti carestie. Significa che sarà per sempre e necessariamente così? «Il disarmo è difficilmente attuabile»? Certo che lo è. Ma è l’unica via ragionevole, realistica, pragmatica, per evitare il suicidio collettivo dell’umanità: soprattutto dal 1945 in poi, sappiamo che non ci sarà guerra senza bomba atomica, dopo la quale non ci saranno né vincitori né vinti. «Tra la difesa armata e la resa disarmata» è preferibile la difesa armata? Certo. «Niente è preferibile alla libertà». Ma c’è una terza via: la difesa popolare civile, non armata e nonviolenta (con le sue strategie, le sue tecniche, i suoi corpi di pace da preparare esattamente come si preparano gli eserciti armati) che è tanto distante dalla resa inerte quanto dalla reazione armata: e migliaia di cittadini e cittadine stiamo raccogliendo le firme per una proposta di legge tendente a istituzionalizzare questa forma di difesa per accompagnare un processo graduale (e bilaterale) di disarmo militare internazionale (https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008 ).
In una discussione più ampia e articolata ci sarebbero molti altri passaggi dell’editoriale di Mancuso meritevoli di approfondimento, ma vorrei limitarmi solo a un’informazione. Solitamente si ritiene che i conflitti nella storia siano stati risolti soprattutto con la violenza (anche perché i manuali parlano quasi esclusivamente di questi!), ma una studiosa degli Stati Uniti d’America, Erica Chenoweth, al termine di una ricerca intrapresa proprio per dimostrare questo prevalere delle ragioni delle armi sulle armi della ragione, nel suo Come risolvere i conflitti. Senza armi e senza odio con la resistenza civile (meritoriamente tradotto in italiano dalle Edizioni Sonda), è arrivata con suo stupore alla conclusione opposta: che negli ultimi 120 anni i conflitti gestiti senza ricorso alla violenza hanno avuto un numero di esisti positivi molto maggiore dei conflitti armati.
Augusto Cavadi
Qui la versione originaria:https://www.adista.it/articolo/76122
venerdì 24 luglio 2026
QUI LA VIDEO-REGISTRAZIONE DELL'INCONTRO SULLA MASCHILITA' DI GESU' DI NAZARET
Nel post sul mio blog immediatamente precedente a questo (https://www.augustocavadi.com/2026/07/gesu-di-nazaret-un-maschio-non_0833364668.html ) ho pubblicato ieri gli appunti su cui mi sono basato per presentare in videoconferenza le linee essenziali del volume di Hanna Wolff, Gesù la maschilità esemplare. La figura di Gesù secondo la psicologia del profondo, Queriniana, Brescia 1979.
Oggi sono in grado di rilanciare anche la videoregistrazione della conversazione grazie alla rivista "Mosaico di pace" che, con la partecipazione attiva di realtà associative come “Maschile Plurale”, e di persone di diversa provenienza culturale e religiosa, ha organizzato l'incontro di ieri:
giovedì 23 luglio 2026
GESU’ DI NAZARET: UN MASCHIO NON MASCHILISTA?
Lo squilibrio di opportunità, di spazi d’espressione e di azione, diciamo pure di potere, fra maschi e femmine - ancora non del tutto eliminato nella società – lo è ancor di meno nella Chiesa cattolica. Un processo di ripensamento della situazione attuale non può non partire dalle origini: che tipo di relazione con il femminile ha pensato ed effettivamente testimoniato Gesù di Nazaret?
Ormai
questa tematica è abbondantemente trattata nella letteratura teologica a firma femminile,
ma nel 1975 il volume di Hanna Wolff, Gesù, la maschilità esemplare. La
figura di Gesù secondo la psicologia del profondo, Queriniana, Brescia 1979
apriva davvero prospettive inedite. A mezzo secolo esatto di distanza non
sarebbe inutile richiamare brevemente quel contributo che, per altro, non ha
avuto tutta l’accoglienza che, a mio sommesso avviso, avrebbe meritato: forse
perché (come ho ipotizzato nel mio volumetto Tenerezza. La rivoluzione
(incompiuta) di Gesù di Nazaret secondo Hanna Wolff, Diogene Multimedia,
Bologna 2018) i teologi hanno diffidato di una psicologa, gli psicologi di una
teologa, i teologi e gli psicologi maschi di una teologa e psicologa donna.
La
trattazione della Wolff presuppone alcune premesse.
a)
Il Gesù in esame
è il personaggio storico (per quel poco che possiamo saperne scavando dentro le
fonti neotestamentarie che storiche, nell’accezione moderna del termine, non
sono), non il «Cristo in quanto Figlio di Dio o chissà quale essere metafisico»
(p. 10);
b)
l’uomo Gesù può
essere accostato da varie angolazioni epistemiche: Wolff dichiara
programmaticamente di voler adottare l’attrezzatura della «psicologia del
profondo» (p. 22) o «analitica» di matrice
junghiana;
c)
il primo dato da
cui non può non partire una «inchiesta analitica» è che «questo uomo era un
maschio» (verità che la riflessione teologica tradizionale ha quasi del tutto
taciuto, come se si trattasse – qui viene citato A. Läpple - di «un essere asessuato»)l (p. 26).
Ciò chiarito in via
preliminare si può entrare nel merito e cioè, essenzialmente, rispondere alla
domanda: che tipo di maschio è stato Gesù?
a)
Egli è stato
(secondo la convergente intuizione di pensatori neo-induisti e occidentali) un
«maschio integrato» cioè, nel vocabolario junghiano, un uomo che, nella sua
psiche, ha consapevolmente accettato sia la sua dimensione maschile (animus)
che la sua dimensione femminile (anima) (p. 35);
b)
questa
integrazione ha segnato per Gesù il superamento dello «stato di patriarcato
della coscienza» (E. Neumann) (p. 43), nel quale «l’essere maschile» tende ad
affermare «se stesso “di fronte” al femminile», senza rendersi conto
che, «distanziandosi e isolandosi dal femminile, si distanzia e si isola dal
proprio inconscio» («dal momento che – come ha mostrato soprattutto C.G. Jung –
l’inconscio nel maschio porta in sé l’impronta del femminile») (p. 44);
c)
questa operazione
di riduzione al «triste ruolo del solo maschile» (ib.) non è solo
auto-lesionistica, ma potenzialmente pericolosa per le relazioni di genere: negando
il femminile intra-psichico si tende a contrastarlo fuori di sé. Non è un caso
che in molte società (le civiltà cristiane dai Padri della Ciesa a oggi non
escluse) vige una «triplice proscrizione del femminile» (p. 45): in «campo
religioso» (il serpente ha approcciato Eva perché sapeva che Adamo avrebbe
resistito alla tentazione) (ivi); in campo socio-culturale (basti richiamare alla memoria le tesi di soggetti,
per altro geniali in molti ambiti, come
Kant o Schopenhauer sulla inferiorità della donna); in campo sessuale (da
Agostino d’Ippona a Freud stesso la
donna è un maschio incompleto che può solo “invidiare” la completezza del
maschio);
d)
quali segni
abbiamo che Gesù si sia distanziato, in parole e in opere, da questo
infantilismo androcentrico rilevabile prima, durante e dopo la sua vita nel
mondo? E’ stato davvero altro che «il divino scapolo autosufficiente» (D. Lent)
della tradizione devozionale?
e)
Per rispondere
non possiamo esonerarci dal richiamare la condizione della donna al tempo di
Gesù: ritenuta sullo stesso piano di schiavi e bambini perché tutti e tre
«hanno questo in comune: hanno – si dice – un signore terreno, per il cui
servizio sono così pienamente occupate da non avere più altro tempo per il
signore celeste». Perciò le donne non hanno l’obbligo, anzi neppure il diritto, d’istruirsi religiosamente, al punto che un
detto rabbinico raccomanda: «Che le parole della Torà vengano bruciate,
piuttosto che siano consegnate alle donne» (p. 114)
f)
In questo
contesto androcentrico e misogino, Gesù è innanzitutto un «maschio non-animoso»
(p. 118): accoglie donne nel gruppo dei discepoli, parla in pubblico con la
samaritana, difende l’adultera colta in flagranza di reato e la donna che gli
massaggia i piedi con unguento prezioso, frequenta confidenzialmente la casa di
Marta e Maria;
g)
Inoltre egli è un
essere la cui «funzione fondamentale» è il «sentimento» (p. 149): «gli Evangeli
sono pieni di espressioni in cui si dice che egli “si struggeva”, aveva
“compassione”, che era “mosso a pietà”, o che turbato si “lamentò” di coloro
che non volevano né sentirlo né seguirlo, sì, che “pianse” su di loro» (p. 150)
(il che lo differenzia sia dalla frigidità razionalistica - tipica del modello
maschile, quando si castra la propria anima - che dal sentimentalismo deteriore – che viene
riscontrato nella psicologia femminile quando castra il proprio animus);
h)
In Gesù si
riscontrano, senza frizione, «il modo caratteristico di essere» maschile
(azione, decisione, risolutezza, responsabilità…sino alla durezza tranciante:
chi non è disposto a giocarsi tutto non è degno di lui) ed «il modo
caratteristico di essere» femminile (ricettività o accoglienza, disponibilità
ad essere agiti più che ad agire, protettività materna…).
i)
Una conferma
dell’integrità psichica di un soggetto la si può rintracciare nell’idea di uomo
e nell’idea di Dio che egli elabora e più o meno esplicitamente propone.
Nel caso di Gesù egli mostra di proiettare all’esterno
il suo modo di essere «un maschio
integrato e perciò integro» che invita ad essere come lui stesso «colui che non
si affanna, che non ha paura della vita, che è ricettivamente aperto, cioè
bussa» (p. 244).
j)
Similmente la sua teo-logia (= immagine del divino) è
innovativa perché non solo, come altri prima di lui e nel suo ambiente, predica un Dio che «è benigno e perdona i
peccati» (p. 177), ma «lascia trionfare nell’immagine di Dio i valori femminili
dell’essere» : come risulta da parabole emblematiche (figlio prodigo, dracma
perduta, pecorella smarrita), sono «ricettività», propensione a «salvare e
proteggere», «provvedere e curare», «aiutare e sanare» (p. 178).
k)
Se si ha il
coraggio di porre la domanda solitamente ritenuta blasfema («Esiste un’ombra
anche in Gesù? […] Esiste anche in Gesù qualcosa di imperfetto, di non
vissuto, di mal riuscito, di represso?») (p. 202), la risposta non può che
essere affermativa dal momento che «un uomo senza ombra non sarebbe un uomo»
(ib.) e Gesù sembra dichiararlo quando risponde al Tale che gli si inginocchia:
«Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non uno, Dio» (lc 18,19) (p. 204),
che si potrebbe tradurre anche in altro codice: «Io faccio parte dell’humanum,
di conseguenza non mi spetta affatto l’attributo dell’integrità totale» (p.
205).
L’ombra di Gesù è il risvolto della sua funzione
psichica prevalente che, come si è notato sopra, è il «sentimento»: «Dove i
poveri e i diseredati, o i gabellieri e i peccatori, o le donne e i bambini
vengono calpestati, là il suo sentimento dei valori, offeso, reagisce
spontaneamente e inconfondibilmente» (p. 210). Ma a questa accentuazione
corrisponde un deficit di attività razionale, di «pensiero» speculativo: «Gesù
non si presenta a noi come un “pensatore” che esponga, in modo articolato, il
suo punto di vista» (p. 207).
Un altro angolo ombroso riguarda «la funzione di coscienza» che «si
identifica in certo qual modo col “senso dei fatti”» (p. 213). Non che Gesù sia
stato «un uomo dall’interiorità stagnante» (p. 215), ma ci sono passi da cui si
inferisce in lui uno scarso realismo pragmatico, come quando raccomanda ai suoi
missionari: «Non portate borsa, né bisaccia né sandali» (Lc 10,4 s) (p.
216).
Una terza zona d’ombra è rilevabile ne suo rapporto con gli animali.
Nel suo «concetto di prossimo sono inclusi tutti i prossimi» (p. 222), ma non
anche – come ad esempio nel caso di Buddha - «tutti gli esseri che ci
circondano» (ivi): «che cosa non avrebbe potuto significare una parola di Gesù
intorno agli altri esseri, i nostri “fratelli muti”, soprattutto nel presente! […]
Almeno, non lascerebbe in pace le nostre coscienze, quando, per l’interesse e
la gretta avidità di guadagno, compiamo lo sterminio di intere specie» (p. 223).
· Un’osservazione complessiva: quando la Wolff, sulla
scia di Jung, distingue “animus” e “anima”, attribuendo al primo principio
psicologico caratteristiche “maschili” e al secondo principio psicologico
caratteristiche “femminili” non rivela una mentalità essenzialista che scambia
delle posture storicamente acquisite con dimensioni strutturali, costitutive,
naturali? Il problema c’è e va approfondito. Ma va anche segnalato che la Wolff
non ne è ignara. Quando autori come F.J.J. Buytendijk adoperano categorie come
«essere uomo nel modo maschile» ed «essere uomo nel modo femminile», Wolff
dichiara di preferire formulazioni più sfumate come «“modi di attuazione”
tipici dell’uomo o della donna (p. 170). Comunque la questione resta: è vero
che sia più maschile lo «stare al mondo con rendimento» (ib.) e più femminile
la postura della «ricettività» (un modo d’essere «tenero, arrotondato, fluente,
liquido, flessibile») (p. 174) ?
· Inoltre ci sono passaggi della Wolff che denunziano, probabilmente, una conoscenza imperfetta di altre tradizioni teologiche. Ad esempio quando si chiede retoricamente: «dove mai, nella storia delle religioni di tutti i tempi, anche solo si parla di tale unificazione degli opposti, specialmente dell’unificazione del maschile e del femminile?» (p. 180), non è difficile obiettare che cosa ne sia allora della complementarietà di Yin e Yang nel Tao (che può essere considerato anche la Totalità divina).
Augusto Cavadi
Questo il link alla versione originaria:
Adista News - Gesù di Nazaret: un maschio non maschilista?
