lunedì 17 agosto 2026

UN BREVE SCAMBIO FRA FILOSOFI (M. FOUCAULT E JOHN SEARLE)

 "Michel Foucault, in vista a Berkeley, si sentì chiedere da John Searle come poteva pensare e argomentare con tanta chiarezza ma scrivere così male. Egli rispose, senza ironia, che altrimenti nessuno lo avrebbe preso sul serio" (Robert C. Solomon, La gioia della filosofia. Giocare con le idee, Apogeo, Milano 2008, p. 321).

sabato 15 agosto 2026

PICCOLO APERITIVO DELLE VACANZE FILOSOFICHE A SESTOLA (18 - 24 AGOSTO 2026)

 Care e cari,

    una breve "anteprima" delle ormai imminenti VF.
 
 
Approfitto dell'occasione per suggerire di iscrivervi (ovviamente gratuitamente) agli aggiornamenti automatici dei post sul sito che è nato alcuni anni fa per gettare un ponte fra il mondo della filosofia-in-pratica e la società civile impegnata in altri ambiti.

Augusto
 

MARCO REVELLI E LA CRISI (FORSE TERMINALE) DELLA POLITICA NEL MONDO

In questi giorni ho trovato fra i miei libri un titolo che avevo avuto la chiaroveggenza di acquistare circa un quarto di secolo fa, ma la colpevole disattenzione di non leggere. E' stato un errore perché La politica perduta (Einaudi, Torino 2002) di Marco Revelli, nonostante le dimensioni non certo voluminose, è un testo ricco, articolato, che dà molto da pensare.

Già nel 2002, con un quarto di secolo circa di anticipo, Barbara Spinelli individuava nella strage del teatro Dubrovska di Mosca (compiuta dalle forze speciali russe per neutralizzare un commando ceceno che teneva in ostaggio 922 civili)  L'assassinio della politica ("La Stampa", 27.10.2002): con questo blitz vediamo "militarizzare definitivamente l'arte della politica", quest'ultima appare "completamente superflua", completamente inane, priva di qualsiasi autonomia, incapace di dar leggi a se stessa che non siano quelle della jungla e della punizione violenta, più o meno preventiva". Il giorno dopo, su "Repubblica", Bernardo Valli le faceva eco con l'editoriale Il terrorismo e la sconfitta della politica: "Nel teatro di via Dubrovska è morta la politica. Quella che Platone chiamava scienza regia e Aristotele definiva una ricerca intorno a ciò che dev'essere il bene. Insomma, un'arte destinata anche a evitare una violenza fine a se stessa, a dare un senso e una legittimità all'uso della forza, se proprio indispensabile". 

Se nel 2003 Marco Revelli riprendeva e rilanciava i due editoriali dei colleghi era per suffragare la sua tesi: la crisi ("forse terminale") della politica è manifestata dalla tendenza di quest'ultima "a evocare sempre più ossessivamente la presenza del male - l'Evil ormai immancabile nei discorsi bellicosi pronunciati sulla cuspide del mondo - per giustificare una pratica del potere che di quello stesso male assume forma e sostanza. E condannata ad ampliare su scala sempre più allargata quello stesso disordine per la cui riduzione e controllo era invece nata" (p. 9).

23 anni dopo, la diagnosi di Revelli è più calzante di allora. Forse anche la sua terapia è cresciuta d'attualità, anzi di urgenza: "Per un nuovo modello di vita pubblica occorre: una rigorosa critica della potenza, una rinuncia consapevole al mito della forza". Ma non sarà facile la transizione dal modello attuale di politica a "una possibile, inedita, politica del futuro". Dovremo "a lungo convivere con la politica del passato: quella degli Stati (e delle ragion di Stato), degli eserciti, delle diplomazie. Quella che crede ancora nell'onnipotenza della Tecnica (...). Quella che sta dentro i confini. Che elabora la propria razionalità dentro la logica segregante delle frontiere. Quella che considera pazzia l'idea di un disarmo unilaterale. Che assimila il riconoscimento e l'assunzione del torto al tradimento. Che identifica la nonviolenza con la resa senza resistenza" (p. 136).

Tra le prime pagine e le ultime, conclusive, si snodano tematiche intriganti che meriterebbero d'essere riprese e analizzate una per una: soprattutto da chiunque, in qualsiasi area 'partitica', sia davvero preoccupato dell'abisso sul cui orlo camminiamo e intuisca che non c'è più molto tempo per non precipitarvi. 

giovedì 13 agosto 2026

OLTRE LA MEDIAZIONE ARMATA DELL'ONU: UNA PROPOSTA DI LEGGE DA SOTTOSCRIVERE URGENTEMENTE

Don Cosimo Scordato e don Franco Romano auspicano (nell'articolo qui sotto riprodotto), tra altre strategie di pacificazione internazionale, una rifondazione dell'ONU in senso più partecipativo che preveda anche il rafforzamento degli attuali Caschi Blu in modo che un unico esercito sovra-nazionale sia autorizzato a intervenire in caso di aggressione armata di uno Stato ai danni di un altro. E' una proposta non priva di pregi, ma neanche di inconvenienti: a parte gli abusi contro le popolazioni civili perpetrati in varie occasioni dai Caschi Blu, anche nelle situazioni 'normali' la presenza di armi nelle mani dei mediatori ha spesso aizzato, più che dissuaso, i contendenti. Forse, comunque, un esercito dell'ONU efficiente sarebbe meglio della giungla mafiomorfica attuale. 

Intanto, però, vorrei ricordare che entro il 16 settembre 2026 si può votare sul sito governativo  una proposta di legge per l'istituzione di Corpi civili di pace per una difesa non-armata e non-violenta: il disarmo multilaterale è la méta finale, ma lontana; intanto, qui ed ora, perché non affiancare gli eserciti con organismi attrezzati professionalmente alla mediazione disarmata? Ecco il link, basta una carta d'identità elettronica o uno spid e, in pochi minuti, si fa un gesto concreto verso l'uscita dall'incubo in cui siamo precipitati: 

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008   




mercoledì 12 agosto 2026

"LETTERE A UN BAMBINO POI NATO": ADRIANA SAIEVA SULL'ULTIMO LIBRO DI MARIA D'ASARO

 Lettere a un bambino poi nato

In Lettere a un bambino poi nato (Diogene Multimedia, Bologna 2025) di Maria D’Asaro prende vita una narrazione che può risuonare a vario titolo nel vissuto di una lettrice: da figlia in bilico sul baratro della paura di perdere la propria madre, con il carico di domande che una perdita così immensa comporta; da moglie (o compagna) che si interroga sulla perdita di connessione emotiva col marito e avverte la solitudine in un momento in cui ha più bisogno di un abbraccio; da amica che sente il dolore e l’angoscia di una persona cara che vive le atrocità di una guerra; da madre che rischia di perdere il figlio e che si mette nei panni di un’altra madre meno fortunata di lei…

Ognuna di queste situazioni è vissuta attraverso domande di grande intensità che non hanno una risposta definitiva e spalancano lo sguardo sul senso della vita o sulla sua totale mancanza. Domande che riecheggiano anche il libro di Oriana Fallaci, Lettere a un bambino mai nato, edito proprio mezzo secolo fa, nel 1975, e di cui questo della D’Asaro è - in qualche modo, sin dal titolo - un contraltare.

Che domande suscita questo racconto – in una sorta di rispecchiamento al contrario – in una donna che non ha vissuto l’esperienza della maternità? Direi che ha il dono di aiutare a fare chiarezza nella complessità di emozioni che una situazione esistenziale del genere comporta. Il mondo di una donna che, per una qualsiasi ragione, non ha sperimentato la maternità è come diviso tra due poli: da una parte chi, alla notizia che l’interlocutrice non ha avuto figli, dimostra imbarazzo o sincero dispiacere (nel migliore dei casi), malcelata commiserazione (in altri);  sull’altro versante donne, spesso amiche, che si precipitano ad  assicurare che -  in un modo “alternativo” o “speciale” o “straordinario” o “normale”… - madre comunque lo è: dei suoi alunni, delle persone di cui si prende cura per volontariato, in certi casi per di minori in affidamento o in adozione.

Secondo la mia esperienza personale, questI due poli, in realtà, non sciolgono i nodi delle emozioni e in alcuni casi peggiorano la situazione. Viene difficile digerire l’aria di commiserazione di chi vedrebbe la donna realizzata solo attraverso la maternità e non si riescono ad accettare parole di consolazione che comunque profumano di rimedio e conforto da nessuno richiesti. Entrambi gli atteggiamenti  sono apparentati dal minimo comun denominatore del presupposto che il tema della maternità  costituisca un campo minato.  

Perché Lettere a un bambino poi nato non replica la sgradevolezza di questo presupposto? Perché l’autrice non rivendica esclusività: racconta il vissuto biologico della gravidanza, le emozioni che da questa prendono vita, e rende partecipe di una fisicità che una donna come me non conosce, non ha vissuto e di cui prende atto con affettuosa distanza… E’ vero: è un mondo che non appartiene a chi non è stata madre così come non le appartengono molti altri mondi.

Ma, dopo la nascita, arrivano altre domande, altre esperienze; nel momento in cui si palesa al mondo la relazione a due, accade la magia di un essere altro da te che si affida in completa fiducia, stabilisce un legame che ti eleva allo stato di colei che – bene o male/ più o meno/ abilmente o goffamente- si prenderà cura, si sintonizzerà con ciascuna espressione del viso, acuirà l’udito fino a sentire i non-detti e lo sguardo fino a vedere le ombre del cuore.  E’ questa la magia della maternità universale: se questi  “poteri” dipendessero dall’esperienza del parto materiale a molte donne e a tutti gli uomini sarebbe negata ogni forma di empatia.

Maria D’Asaro, evitando ogni assolutizzazione paradigmatica della maternità biologica e tratteggiando ciò che caratterizza la relazione materna dalla nascita in poi, mi ha evocato la concezione africana della maternità. In molte culture di quel continente  è madre chiunque si prenda cura di un bimbo:  il villaggio intero è madre. Da alcuni anni con mio marito abbiamo accolto in casa una ragazza del Mali arrivata in Italia senza parenti ed è ogni volta con commozione che, al telefono, sua madre si dichiara felice che la figlia abbia anche una “mamma italiana”.

L’autrice pone al suo figlioletto domande – “Starai bene? Chi si prenderà cura di te quando non ci sarò? Quale futuro ti aspetta? Sarai risparmiato dal male di questo mondo?” – che anch’io ho imparato a formulare. Sono domande che costituiscono un ponte fra il suo vissuto e il mio. E di questo le sono  grata.

 

Adriana Saieva

 

“Viottoli”, Giugno 2026

lunedì 10 agosto 2026

J. BENTHAM: " LA DOMANDA NON E' SE UN ANIMALE PUO' PENSARE, MA..."

La giustificazione per il maltrattamento e l'eccidio degli animali è stata per molto tempo la loro mancanza di razionalità. Argomentazioni del genere, naturalmente, sono state addotte a sostegno del razzismo, dello sfruttamento e persino della schiavitù fin ai tempi di Aristotele. Jeremy Bentham rispose più di due secoli fa a queste pretese egoiste: ''La domanda non è se un animale può pensare, ma se può soffrire" (R. C. Solomon, La gioia della filosofia. Giocare con le idee, Apogeo, Milano 2008, p. 293).

venerdì 7 agosto 2026

"LA VITA": POCHE,INCISIVE, RIGHE DI PEPPE SINI

NONVIOLENZA O BARBARIE

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Numero 113 del 7 agosto 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt@gmail.comcrpviterbo@yahoo.it

1. EDITORIALE. LA VITA

La vita, che e' cosi' breve.
La vita, che e' cosi' bella.
Tu non sprecare la tua.
Tu non toglierla agli altri.
*
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Salvare le vite e' il primo dovere.
Nonviolenza o barbarie.

                   (Peppe Sini)

* Si può chiedere l'invio gratuito (quasi giornaliero) di "Nonviolenza o barbarie" con una email:

mercoledì 5 agosto 2026

AMBROGIO BONGIOVANNI E SERGIO TANZARELLA: OBIEZIONI A VITO MANCUSO

È labile il confine tra il cosiddetto realismo e la rassegnazione. Vito Mancuso nel suo articolo dal titolo Perché serve la forza per salvare la pace (La Stampa, 22 luglio 2026, pagine 1-2) mostra di averlo oltrepassato con noncuranza.

Nel leggerlo appare evidente che la “forza” a cui si riferisce non è altro che la guerra. Così egli prende atto dello stato di guerra permanente e immagina che papa Leone gli contrapponga una vana e innocua utopia, una pace genericamente invocata ma concretamente impossibile.

Dunque, si fa un implicito invito alla rassegnazione in nome di un realismo che si limita a prendere atto della immodificabilità della realtà. Una proposta tranquillizzante e suadente tanto più apparentemente credibile perché accompagnata da una professione personale di rifiuto delle armi.

Immaginiamo che i benpensanti ne vengano fuori ristorati: “anche un teologo pubblico ci conferma ciò che credevamo: la guerra è brutta ma dobbiamo prepararci ad essa per difenderci”.

A noi appare, invece, una riproposizione ben mascherata dell’antico adagio “se vuoi la pace prepara la guerra”. E il papa? Vi è molta accondiscendenza per lui, parli pure di pace perché sappiamo che è il suo mestiere, ma alla fine sembra che le sue parole non abbiano alcuna attinenza con la realtà, perché si fondano su un concetto non sostenibile e veicolano una tesi poco convincente.

***

A noi sembra che tale giudizio meriti una risposta poiché la storia non è immodificabile e che il compito della Chiesa, del papa e dei cristiani – come sosteneva il cardinale Lercaro – è la profezia, non la rassegnazione, o il chinare la testa dinnanzi a ogni potere come dominio assoluto della violenza.

Così il realismo della forza si presta facilmente a riproporre una sacralizzazione della guerra di cui alcuni hanno nostalgia. Fermandoci soltanto agli ultimi due pontefici una certa pretesa di ritorno al passato è stata da loro smentita con una quantità di scritti e azioni che non lasciano dubbi.

Il magistero pontificio è oggi avanti secoli rispetto al comune sentire di alcuni gruppi cattolici, e al pensiero di alcuni teologi fermi ancora alla teoria della guerra giusta elaborata quando ancora non vi era nemmeno la polvere da sparo – figurarsi la guerra nucleare, chimica e batteriologica!

Ma, apparentemente tramontata, la teoria della guerra giusta si camuffa con nuovi aggettivi e, dopo essere passata a guerra chirurgica, umanitaria e poi preventiva, adesso si qualifica come difensiva. È il nuovo mantra per giustificare la guerra.

Ridurre la pace disarmata e disarmante a uno slogan mostra di non voler comprendere come in quelle parole papa Leone qualifichi la pace per quello che deve essere, senza l’equivoco di chi resta erroneamente convinto della illusione che con la guerra si possa ottenere la pace. Alla forza della violenza della guerra papa Leone contrappone la forza evangelica della nonviolenza, è una forza concreta che, nella storia, ha dato già prova di efficacia e di ispirazione abbattendo ogni uso strumentale delle religioni per giustificare le guerre.

Il Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune, scritto congiuntamente da papa Francesco e Grande Imam di Al-Azhar Ahmad al-Tayyib nel febbraio del 2019, rappresenta il superamento di una logica aberrante che ha preteso di giustificare e benedire le guerre in nome di Dio. Quel documento segna un punto di non ritorno e per questo è stato volutamente ignorato e presto dimenticato.

Si farebbe un buon servizio di informazione se si riproponessero alcune parole di quel documento:

«Dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici ed economici mondani e miopi.

Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente».

***

A seguire, nel 2020, nella lettera enciclica Fratelli Tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale, il papa ribadiva che «la guerra non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante […] la guerra è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente». Ma il passaggio sicuramente più significativo è nel paragrafo n. 258 dell’enciclica in cui, riprendendo il Catechismo della Chiesa Cattolica, si abbandona definitivamente la teoria della guerra giusta, proprio a causa della sua ambiguità di fondo:

«Non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!».

Non si può ignorare l’impegno attivo di istituzioni accademiche, movimenti, organizzazioni nazionali e internazionali, di prospettive interreligiose sull’approccio non-violento, che elaborano e prospettano soluzioni diverse ai conflitti e che puntano a smascherare come essi siano alimentati dagli interessi e dagli egoismi di pochi.

Così, nel momento in cui Dio non è più arruolabile alla causa della guerra, liberata da tutti gli aggettivi volutamente ingannevoli, allora è realistico giudicare la guerra per quello che è: distruzione, omicidio, mutilazioni, odio e ipoteca per il futuro.

Di fronte a ciò la rassegnazione non è più concepibile. Luigi Sturzo, quasi un secolo fa, nel suo La comunità internazionale e il diritto di guerra lo aveva affermato con lungimirante chiarezza. Nel passato certi istituti giuridici apparivano immodificabili: la tortura, la pena di morte, la schiavitù e sono poi miseramente crollati e nessuno oggi li riproporrebbe (anche se non mancano deplorevoli sopravvivenze). Così sarà anche per la guerra, essa potrà scomparire perché la realtà può essere trasformata. Ed aggiungeva:

«Per arrivare alla completa eliminazione della guerra occorrerebbe un altro passo audace: che un gruppo di stati, i più coraggiosi e i più civili, fossero disposti a rinunziare a tutte le guerre, a qualunque guerra, senza eccezioni o riserve e, contemporaneamente, dichiarassero di volere essere riconosciuti come stati disarmati e neutralizzati, quali ne fossero gli eventi internazionali».

Sono parole scritte da un perseguitato e da un esule in ore buie tra le due guerre mondiali, tanto più esse infondono in noi, in un tempo non meno buio, speranza e non rassegnazione.

Qui il link all'articolo originario:

https://www.settimananews.it/chiesa/la-forza-e-la-guerra-contro-mancuso/

* Per favore, un gesto concreto e potenzialmente efficace: leggete e firmate la proposta di legge per una Difesa civile disarmata e nonviolenta al link governativo:

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008


lunedì 3 agosto 2026

IL FUTURO DEL MONDO SECONDO BERTRAND RUSSELL, UNO DEI GENI DELL'UMANITA'

In esergo al suo Fine della politica? (Il Mulino, Bologna 2002, ed. o. 2000), Andrew Gamble pone anche un brano di una delle persone più geniali che abbia avuto sinora l'umanità: Bertrand Russell. A me, scoraggiato per la discrepanza fra le energie che molti/e abbiamo investito per migliorare il mondo e i risultati registrabili oggi, le parole di Russell sono risuonate terapeutiche. Spero che possano far riflettere anche le persone che sono inchiodate dal conformismo del "si è sempre fatto così" o dal cattivismo * cinico di chi, ben assestato su posizioni socio-economiche confortevoli, scambia per realismo la tendenza a vedere sempre solo la metà orrenda della realtà.

"Pochi sembrano rendersi conto di come tanti dei mali di cui soffriamo non siano assolutamente necessari e possano essere eliminati in pochi anni attraverso uno sforzo unitario. Se in ogni paese civile la maggioranza lo volesse, nell'arco di vent'anni potremmo sradicare la povertà più degradante, metà delle malattie del mondo, la schiavitù economica che oggi affligge nove decimi della popolazione; potremmo riempire il mondo di bellezza e di gioia, e far sì che regni la pace universale. E' solo per l'indifferenza degli uomini che ciò non si realizza, solo per la pigrizia dell'immaginazione, solo perché si guarda a ciò che è sempre stato come se dovesse essere per sempre. Con la buona volontà, la generosità e l'intelligenza potremmo realizzare tutto questo"(B. Russell).  

* Da qualche tempo ho coniato questo termine per esprimere l'atteggiamento, speculare rispetto al "buonismo", di chi coltiva dentro di sé la diffidenza, l'astio, il disprezzo per chiunque manifesti tendenze minimamente costruttive.


sabato 1 agosto 2026

ENRICO PEYRETTI: PENSARE E VOLERE LA LIBERAZIONE DA OGNI GUERRA

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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 107 del primo agosto 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt@gmail.comcrpviterbo@yahoo.it

Sommario di questo numero:
1. Poiche' ogni essere umano
2. Enrico Peyretti: Orientarci alla pace
(...)

1. EDITORIALE. POICHE' OGNI ESSERE UMANO

Poiche' ogni essere umano e' un valore infinito, uccidere un essere umano e' il crimine piu' abominevole.
La guerra consiste nell'esecuzione a livello di massa di questo crimine abominevole.
Abolire la guerra e' condizione essenziale per affermare la dignita' umana, il diritto di ogni essere umano alla vita, la civile convivenza, il bene comune dell'umanita' intera.
*
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Salvare le vite e' il primo dovere.
*
La nonviolenza e' in cammino.
La nonviolenza e' il cammino.
Nonviolenza o barbarie.

2. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI. ORIENTARCI ALLA PACE
[Ringraziamo di cuore Enrico Peyretti, uno dei maestri della cultura della pace, per questo intervento]

Orientarci alla pace. Appunti semplici da elaborare per pensare e volere la liberazione dalla guerra
- Cerchiamo la pace per vivere, senza minacce e paure, il meglio della vita.
- Sappiamo che non e' sempre facile. Ci sono, negli umani come noi, istinti di sopraffazione e violenza, insieme al desiderio di felicita' e benessere.
- Riconosco, con volonta' di bene e costruttivita' di vita, che ogni altro umano e' uguale e diverso da me: uguale in dignita', diritto, bisogni; diverso in carattere, scelte, mentalita'.
- Riconosco che, per vivere senza farci paura e tristezza, possiamo pensare le nostre diversita' come tali da non spezzare l'uguaglianza fondamentale di valore e di dignita' tra tutti gli umani.
- Tutte le culture e civilta' umane, formatesi nei millenni, riconoscono la famosa e universale cosiddetta "regola d'oro", che afferma (in varie simili formulazioni): "non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te; fai agli altri quel che desideri per te".
(Ho raccolto, nelle sapienze e nelle religioni umane le piu' varie, 38 formulazioni analoghe delle "Regola d'oro", pubblicate in Servitium, Quaderni di ricerca spirituale, (s.egidio@servitium.it), n.152, marzo/aprile 2004, fascicolo Riconoscimento e disprezzo, pp. 103-108. Testo poi aggiornato al 25 novembre 2022).
- Quindi l’umanita' conosce per esperienza come possiamo vivere collaborando a vivere, non abbandonandoci, non danneggiandoci. Conoscere non e' ancora fare. Per vivere bene e reciprocamente bisogna ri-flettere (tornare nel proprio intimo per pensare e decidere la vita buona con gli altri), educarci insieme a cio', creare ambienti vitali impostati sulla con-vivenza. E' lavoro fondativo da difendere e consolidare. E' civilta' (le tante civilta' umane) che significa essere cives, con-cittadini, capaci di abitare insieme la civitas, la citta' umana, la polis, essendo noi molti e differenti, ognuno unico, ma insieme, gli uni per gli altri. Cosi' la vita puo' essere giusta e pacifica.
*
- Nelle discussioni attuali su guerra e pace, vediamo alcune convinzioni che ci orientano:
- la guerra aggressiva e' fallimento umano: offesa e violenza sono perdita, in se' e negli altri, della propria umanita', comune a tutti gli umani; sono offesa non solo alle vittime, ma a tutta l'umanita';
- la guerra difensiva esercita il diritto-dovere di difesa, ma e' sbagliata perche' imita, riproduce e conferma i mezzi omicidi dell'aggressione armata;
- il pacifismo e' desiderio di pace, ma risulta un debole auspicio valido, ma non abbastanza operativo: la nonviolenza e' piu' attiva;
- la nonviolenza, concepita e praticata anche nell'antichita' da alcuni profeti anticipatori, non e' solo astensione dalla violenza, come sembra dire la parola nelle lingue occidentali;
- la nonviolenza, nel pensiero e nell'azione di Gandhi, il maggiore maestro moderno, promotore di una cultura ed esperienza attiva, e' chiamata satyagraha, "forza della verita'";
- la forte verita' della vita umana e' non offendere la vita, non dominare, non uccidere;
- e' piu' degna, piu' forte, e piu' vera, la vita che ha la forza di soffrire l'offesa e la violenza, senza restituirle, mentre non e' vita vera e forte quella che restituisce, raddoppia e conferma la violenza;
- la "pazienza" (saper patire, la forza di soffrire la violenza su di se', nelle piccole come nelle grandi cose), e' la forza umana, che tutela la dignita' dell'offeso, e puo' anche risvegliare nel violento offensore il senso di umanita' preziosa e inviolabile, che e' in lui stesso in quanto umano;
- Gandhi dice (e conferma nella sua vita) che vede buone ragioni per morire per la verita' e giustizia, ma non vede alcuna ragione per uccidere;
- Gandhi ammette che la vilta' e' peggiore della violenza, quindi possono verificarsi situazioni estreme (casi singoli e non sistemi) in cui davvero l'unico modo senza alternative per difendere un vivente da un violento e' uccidere il violento. Ma casi cosi' estremi confermano la violenza come male, e la nonviolenza come regola della vita;
- la doppia negazione "non-violenza" e' affermazione positiva della inviolabilita' della vita;
- alla violenza la nonviolenza si oppone con la forza della resistenza (re-sistere e' "stare" senza cedere, senza riconoscere ragioni al violento, senza obbedire o collaborare in alcun modo, senza sottomettersi);
- il singolo puo' testimoniare la verita' della vita anche da solo, ma la consapevolezza della nonviolenza-come-verita' costruisce la cultura, l'organizzazione, i metodi e i mezzi dell'azione nonviolenta partecipata da molti;
- la storia umana registra fino ad oggi (a quanto vediamo) piu' guerre che lotte nonviolente di resistenza e di liberazione, ma cio' e' dovuto anche al fatto che l'attenzione dell'informazione e della storiografia e' ancora troppo concentrata sul clamore e il dolore della guerra piu' che sulla tranquilla forte paziente costruttivita' della vita: l'esercito dolce delle madri di tutti i tempi del mondo e' vittoria della vita sulla morte;
- i conflitti non sono guerre: sono differenze e tensioni tra diverse ricerche di vita, che l'intelligenza, la comunicazione, la mediazione umana puo' risolvere in modo vitale mediamente vantaggioso per ognuna delle parti, mentre la guerra non e' mai vantaggio stabile per la parte che la vince, generando volonta' di rivincita;
- cominciano a trovarsi negli studi e nella cultura documentazioni di esperienze, pratiche, metodi, con cui i popoli, in forme piu' o meno grandi, si sono opposti alla violenza senza riprodurre violenza, e ottenendo risultati di liberazione, giustizia, maggiore umanita'. Di cio' si trova documentazione se si cerca nel lavoro della cultura nonviolenta (che sta guadagnando spazio anche negli studi universitari attenti e seri).
*
- Il fatto che la guerra ci spaventa, ci offende, ci addolora, ci toglie la vita, dimostra che e' necessario arrivare ad abolirla nel concetto e nella pratica della politica: le armi e gli eserciti non evitano ma provocano alla guerra;
- il dolore incombente e frequente delle guerre genera scetticismo profondo sulla possibilita' di eliminarle. Ma noi viviamo ogni istante perche' speriamo nel successivo, e, nel profondo, sappiamo che la nostra umanita' puo' evolvere in meglio. Altrimenti rinunciamo alla vita. Siamo scesi dagli alberi, ci siamo fatti bipedi, abbiamo camminato su tutta la terra e navigato sui mari, costruito case e curato malattie, siamo volati fin sulla luna. Se sappiamo, pensiamo e vogliamo, possiamo eliminare la guerra, sempre nemica della vita.

giovedì 30 luglio 2026

LEGALIZZARE LA “GRAVIDANZA PER ALTRI” ?

 Legalizzare o no la GPA (acronimo di Gravidanza Per Altri)? La questione non è semplice. Infatti il diritto può regolare i comportamenti oggettivi (vietare di passare in auto col rosso o imporre la restituzione di un oggetto al legittimo proprietario), ma essi sono intrinsecamente polivalenti: infatti dipendono dal chi, dal come, dal quando, dal dove e soprattutto dal perché. Se sto accompagnando un bambino ferito gravemente al pronto soccorso alle due di notte e, a un incrocio, constato che non c’è nessuna auto all’orizzonte, posso essere sanzionato perché attraverso col rosso? Se un amico due anni fa mi ha prestato una pistola da tiro a segno e oggi me la richiede, se so che sta attraversando una grave crisi depressiva con tendenze suicidarie, posso essere trascinato in tribunale perché mi rifiuto di restituirgliela?

Non è un caso che il terzo potere costituzionale si chiami propriamente giurisdizionale, non giudiziario: il magistrato deve “dire” lo “ius”, cioè interpretarlo, non limitarsi ad applicarlo meccanicamente.

A sua volta il magistrato si basa sull’etica socialmente condivisa, sui criteri di bene e di male di una società in una determinata fase storica: e, francamente, è questa dimensione fondante, pre-legale, che a me interessa maggiormente. Sappiamo  infatti  che, prima o poi, è l’etico (il costume, il senso comune) a condizionare il giuridico (la normativa che prevede sanzioni).

Oggi l’etica prevalente è caratterizzata da due principi che non mi convincono: l’onnipotenza tecnologica (tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche moralmente ammissibile) e l’imperialismo del desiderio (tutto ciò che appaga un mio desiderio, a qualsiasi prezzo, è anche moralmente ammissibile).

E’ logico che chiunque condivida questi due princìpi ritenga lecita la GPA “senza se e senza ma” (presumibilmente con la sola garanzia che la madre biologica non sia fisicamente costretta alla gravidanza).

E chi non li condivide, perché ritiene che la tecnica debba rispettare dei limiti e che il desiderio soggettivo debba accettare il vaglio della razionalità, deve dunque essere necessariamente contrario alla legalizzazione della GPA?

Personalmente ritengo che una qualche forma di regolamentazione normativa sia preferibile al Far West sommerso: penso a un plesso di norme che prevedano la liceità della GPA, ma  esclusivamente nei casi in cui l’accordo fra genitore legale e madre naturale non abbia carattere commerciale  (per esempio fra persone amiche o legate da vincoli di parentela).

So bene l’obiezione: fatta la legge, trovato l’inganno. Ma se c’è la legge, il trasgressore può essere (per quanto improbabilmente) sanzionato (ad esempio con una denunzia a posteriori da parte della madre biologica, come avviene sia pur raramente da parte di lavoratori sfruttati da datori di lavoro). Se non c’è nessuna legge, o se c’è solo una legge che proibisce indiscriminatamente, si aprono scenari simili alla situazione degli aborti prima della 194/1978: ad esempio il ricorso a “uteri in affitto” in altri Paesi dove tale pratica sia prevista ufficialmente o tollerata di fatto. Ovviamente l’analogia fra i due casi si fermerebbe qui: non vedo nessun motivo per prevedere che la GPA venga non solo ammessa in casi di prestazioni gratuite, ma addirittura finanziata dallo Stato, per quanto riguarda le operazioni chirurgiche necessarie all’impianto dell’ovulo fecondato e al parto finale.

Comunque, la radice della questione resta a mio avviso etica: è l’arroganza antropocentrica dell’essere umano che va individuata, sottoposta a esame e, gradualmente, destrutturata.

 

Augusto Cavadi

Qui il link alle versione originaria:

https://www.zerozeronews.it/legalizzare-la-gravidanza-per-altri/

sabato 25 luglio 2026

O LA GUERRA O LA RESA? PERCHE' QUESTA VOLTA VITO MANCUSO NON MI HA CONVINTO

 Chi di noi nutre grande stima per la preparazione intellettuale e soprattutto per il coraggio anticonformista di Vito Mancuso si aspetta da lui interventi di alto livello in ogni campo. Ma è un errore un po’ infantile. Ognuno ha le sue competenze, le sue intuizioni anticipatrici, ma anche i suoi limiti. Aristotele è stato un genio, ma non è stato mai sfiorato dal sospetto che non si fosse liberi o schiavi per natura. Kant è stato un genio, ma non è stato mai sfiorato dal sospetto che le donne non siano geneticamente inferiori ai maschi.

Anch’io, nonostante – anzi, proprio a causa del – mio affetto personale nei confronti di Vito Mancuso, sono rimasto dispiaciuto per l’ennesimo suo intervento sul tema della guerra (cf. Perché serve anche la forza per salvare la pace, “La Stampa” del 22.7.2026): ma, a ben riflettere, ci sarebbe stato da stupirsi se avesse scritto diversamente. Infatti, se non mi è sfuggita qualche pagina dei suoi molti e apprezzabili volumi, non ho mai trovato un riferimento puntuale, “scientifico”,  alla Teoria della Nonviolenza.  Dunque, anche in questa occasione, egli ha dato voce, con la consueta lucidità espositiva, al senso comune dominante: se si è dentro il paradigma culturale attuale non si può scrivere meglio.

Ciò che si può sperare è che persone acute e oneste come Mancuso ammettano l’ipotesi che questo paradigma, oggi dominante, non sia l’unico possibile e avvertano la curiosità di conoscere (di prima mano!) alcuni almeno dei pensatori che, negli ultimi due secoli, hanno immaginato creativamente dei paradigmi alternativi e anticipato “profeticamente” degli stadi evolutivi dell’umanità, oggi derisi come «utopistico idealismo». Mi riferisco ad autori che, nei miei primi cinquant’anni (oggi ho superato i 75!) , avevo solo sentito nominare, ma che (come molte altre persone che li citano per approvarli o per stigmatizzarli) non avevo mai studiato attentamente: H. D. Thoreau, L. Tolstoj, M. K. Gandhi, Basha Khan, Vinoba Bhave, A. Capitini, G. G. Lanza del Vasto, J. Goss, H. Goss-Mayr, N. Mandela, E. Balducci, L. Milani, D. Dolci, G. Sharp, M. L. King, J. Galtung, A. L’Abate, G. Pontara, T. Bello, A. Drago, G. Salio, A. Langer, P. Patfoort…

Da queste e fonti si ricavano gli elementi essenziali (sintetizzati in un agile volumetto da Andrea Cozzo nel suo La violenza oltre i pregiudizi. Cose da sapere prima di condividerla o rifiutarla, Di Girolamo Editore) per dissentire da varie affermazioni di Vito Mancuso, o per le meno per relativizzarle. «La guerra è una condizione permanente dell’umanità»? Certo, sino ad ora lo è stata. Come l’alta mortalità infantile o le ricorrenti carestie. Significa che sarà per sempre e necessariamente così? «Il disarmo è difficilmente attuabile»? Certo che lo è. Ma è l’unica via ragionevole, realistica, pragmatica, per evitare il suicidio collettivo dell’umanità: soprattutto dal 1945 in poi, sappiamo che non ci sarà guerra senza bomba atomica, dopo la quale non ci saranno né vincitori né vinti. «Tra la difesa armata e la resa disarmata» è preferibile la difesa armata? Certo. «Niente è preferibile alla libertà». Ma c’è una terza via: la difesa popolare civile, non armata e nonviolenta (con le sue strategie, le sue tecniche, i suoi corpi di pace da preparare esattamente come si preparano gli eserciti armati) che è tanto distante dalla resa inerte quanto dalla reazione armata: e migliaia di cittadini e cittadine stiamo raccogliendo le firme per una proposta di legge tendente a istituzionalizzare questa forma di difesa per accompagnare un processo graduale (e bilaterale) di disarmo militare internazionale (https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008 ).

In una discussione più ampia e articolata ci sarebbero molti altri passaggi dell’editoriale  di Mancuso meritevoli di approfondimento, ma vorrei limitarmi solo a un’informazione. Solitamente si ritiene che i conflitti nella storia siano stati risolti soprattutto con la violenza (anche perché i manuali parlano quasi esclusivamente di questi!), ma una studiosa degli Stati Uniti d’America, Erica Chenoweth, al termine di una ricerca intrapresa proprio per dimostrare questo prevalere delle ragioni delle armi sulle armi della ragione, nel suo Come risolvere i conflitti. Senza armi e senza odio con la resistenza civile (meritoriamente tradotto in italiano dalle Edizioni Sonda), è arrivata con suo stupore alla conclusione opposta: che negli ultimi 120 anni i conflitti gestiti senza ricorso alla violenza hanno avuto un numero di esisti positivi molto maggiore dei conflitti armati.

Augusto Cavadi

Qui la versione originaria:https://www.adista.it/articolo/76122


venerdì 24 luglio 2026

QUI LA VIDEO-REGISTRAZIONE DELL'INCONTRO SULLA MASCHILITA' DI GESU' DI NAZARET

Nel post sul mio blog immediatamente precedente a questo (https://www.augustocavadi.com/2026/07/gesu-di-nazaret-un-maschio-non_0833364668.html ) ho pubblicato ieri gli appunti su cui mi sono basato per presentare in videoconferenza le linee essenziali del volume di Hanna Wolff, Gesù la maschilità esemplare. La figura di Gesù secondo la psicologia del profondo, Queriniana, Brescia 1979.

Oggi sono in grado di rilanciare anche la videoregistrazione della conversazione grazie alla rivista "Mosaico di pace" che, con la partecipazione attiva di realtà associative come “Maschile Plurale”, e di persone di diversa provenienza culturale e religiosa, ha organizzato l'incontro di ieri:

 https://www.mosaicodipace.it/index.php/rubriche-e-iniziative/rubriche/approfondimenti/la-parola-a-voi/5997-la-maschilita-di-gesu



giovedì 23 luglio 2026

GESU’ DI NAZARET: UN MASCHIO NON MASCHILISTA?

Lo squilibrio di opportunità, di spazi d’espressione e di azione, diciamo pure di potere, fra maschi e femmine - ancora non del tutto eliminato nella società – lo è ancor di meno nella Chiesa cattolica. Un processo di ripensamento della situazione attuale non può non partire dalle origini: che tipo di relazione con il femminile ha pensato ed effettivamente testimoniato Gesù di Nazaret?

Ormai questa tematica è abbondantemente trattata nella letteratura teologica a firma femminile, ma nel 1975 il volume di Hanna Wolff, Gesù, la maschilità esemplare. La figura di Gesù secondo la psicologia del profondo, Queriniana, Brescia 1979 apriva davvero prospettive inedite. A mezzo secolo esatto di distanza non sarebbe inutile richiamare brevemente quel contributo che, per altro, non ha avuto tutta l’accoglienza che, a mio sommesso avviso, avrebbe meritato: forse perché (come ho ipotizzato nel mio volumetto Tenerezza. La rivoluzione (incompiuta) di Gesù di Nazaret secondo Hanna Wolff, Diogene Multimedia, Bologna 2018) i teologi hanno diffidato di una psicologa, gli psicologi di una teologa, i teologi e gli psicologi maschi di una teologa e psicologa donna.

La trattazione della Wolff presuppone alcune premesse.

a)     Il Gesù in esame è il personaggio storico (per quel poco che possiamo saperne scavando dentro le fonti neotestamentarie che storiche, nell’accezione moderna del termine, non sono), non il «Cristo in quanto Figlio di Dio o chissà quale essere metafisico» (p. 10);

b)     l’uomo Gesù può essere accostato da varie angolazioni epistemiche: Wolff dichiara programmaticamente di voler adottare l’attrezzatura della «psicologia del profondo» (p. 22) o «analitica» di matrice junghiana;

c)      il primo dato da cui non può non partire una «inchiesta analitica» è che «questo uomo era un maschio» (verità che la riflessione teologica tradizionale ha quasi del tutto taciuto, come se si trattasse – qui viene citato A. Läpple - di «un essere asessuato»)l  (p. 26).

Ciò chiarito in via preliminare si può entrare nel merito e cioè, essenzialmente, rispondere alla domanda: che tipo di maschio è stato Gesù?

a)     Egli è stato (secondo la convergente intuizione di pensatori neo-induisti e occidentali) un «maschio integrato» cioè, nel vocabolario junghiano, un uomo che, nella sua psiche, ha consapevolmente accettato sia la sua dimensione maschile (animus) che la sua dimensione femminile (anima) (p. 35);

b)     questa integrazione ha segnato per Gesù il superamento dello «stato di patriarcato della coscienza» (E. Neumann) (p. 43), nel quale «l’essere maschile» tende ad affermare «se stesso “di fronte” al femminile», senza rendersi conto che, «distanziandosi e isolandosi dal femminile, si distanzia e si isola dal proprio inconscio» («dal momento che – come ha mostrato soprattutto C.G. Jung – l’inconscio nel maschio porta in sé l’impronta del femminile») (p. 44);

c)      questa operazione di riduzione al «triste ruolo del solo maschile» (ib.) non è solo auto-lesionistica, ma potenzialmente pericolosa per le relazioni di genere: negando il femminile intra-psichico si tende a contrastarlo fuori di sé. Non è un caso che in molte società (le civiltà cristiane dai Padri della Ciesa a oggi non escluse) vige una «triplice proscrizione del femminile» (p. 45): in «campo religioso» (il serpente ha approcciato Eva perché sapeva che Adamo avrebbe resistito alla tentazione) (ivi); in campo socio-culturale  (basti richiamare alla memoria le tesi di soggetti, per altro geniali in molti ambiti,  come Kant o Schopenhauer sulla inferiorità della donna); in campo sessuale (da Agostino d’Ippona a Freud  stesso la donna è un maschio incompleto che può solo “invidiare” la completezza del maschio);

d)     quali segni abbiamo che Gesù si sia distanziato, in parole e in opere, da questo infantilismo androcentrico rilevabile prima, durante e dopo la sua vita nel mondo? E’ stato davvero altro che «il divino scapolo autosufficiente» (D. Lent) della tradizione devozionale?

e)     Per rispondere non possiamo esonerarci dal richiamare la condizione della donna al tempo di Gesù: ritenuta sullo stesso piano di schiavi e bambini perché tutti e tre «hanno questo in comune: hanno – si dice – un signore terreno, per il cui servizio sono così pienamente occupate da non avere più altro tempo per il signore celeste». Perciò le donne non hanno l’obbligo, anzi  neppure il diritto,  d’istruirsi religiosamente, al punto che un detto rabbinico raccomanda: «Che le parole della Torà vengano bruciate, piuttosto che siano consegnate alle donne» (p. 114)

f)       In questo contesto androcentrico e misogino, Gesù è innanzitutto un «maschio non-animoso» (p. 118): accoglie donne nel gruppo dei discepoli, parla in pubblico con la samaritana, difende l’adultera colta in flagranza di reato e la donna che gli massaggia i piedi con unguento prezioso, frequenta confidenzialmente la casa di Marta e Maria;

g)     Inoltre egli è un essere la cui «funzione fondamentale» è il «sentimento» (p. 149): «gli Evangeli sono pieni di espressioni in cui si dice che egli “si struggeva”, aveva “compassione”, che era “mosso a pietà”, o che turbato si “lamentò” di coloro che non volevano né sentirlo né seguirlo, sì, che “pianse” su di loro» (p. 150) (il che lo differenzia sia dalla frigidità razionalistica - tipica del modello maschile, quando si castra la propria anima -  che dal sentimentalismo deteriore – che viene riscontrato nella psicologia femminile quando castra il proprio animus);

h)     In Gesù si riscontrano, senza frizione, «il modo caratteristico di essere» maschile (azione, decisione, risolutezza, responsabilità…sino alla durezza tranciante: chi non è disposto a giocarsi tutto non è degno di lui) ed «il modo caratteristico di essere» femminile (ricettività o accoglienza, disponibilità ad essere agiti più che ad agire, protettività materna…).

i)       Una conferma dell’integrità psichica di un soggetto la si può rintracciare nell’idea di uomo e nell’idea di Dio che egli elabora e più o meno esplicitamente propone.

Nel caso di Gesù egli mostra di proiettare all’esterno il suo modo  di essere «un maschio integrato e perciò integro» che invita ad essere come lui stesso «colui che non si affanna, che non ha paura della vita, che è ricettivamente aperto, cioè bussa» (p. 244).

j)       Similmente  la sua teo-logia (= immagine del divino) è innovativa perché non solo, come altri prima di lui e nel suo ambiente,  predica un Dio che «è benigno e perdona i peccati» (p. 177), ma «lascia trionfare nell’immagine di Dio i valori femminili dell’essere» : come risulta da parabole emblematiche (figlio prodigo, dracma perduta, pecorella smarrita), sono «ricettività», propensione a «salvare e proteggere», «provvedere e curare», «aiutare e sanare» (p. 178).

k)     Se si ha il coraggio di porre la domanda solitamente ritenuta blasfema («Esiste un’ombra anche in Gesù? [] Esiste anche in Gesù qualcosa di imperfetto, di non vissuto, di mal riuscito, di represso?») (p. 202), la risposta non può che essere affermativa dal momento che «un uomo senza ombra non sarebbe un uomo» (ib.) e Gesù sembra dichiararlo quando risponde al Tale che gli si inginocchia: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non uno, Dio» (lc 18,19) (p. 204), che si potrebbe tradurre anche in altro codice: «Io faccio parte dell’humanum, di conseguenza non mi spetta affatto l’attributo dell’integrità totale» (p. 205).

L’ombra di Gesù è il risvolto della sua funzione psichica prevalente che, come si è notato sopra, è il «sentimento»: «Dove i poveri e i diseredati, o i gabellieri e i peccatori, o le donne e i bambini vengono calpestati, là il suo sentimento dei valori, offeso, reagisce spontaneamente e inconfondibilmente» (p. 210). Ma a questa accentuazione corrisponde un deficit di attività razionale, di «pensiero» speculativo: «Gesù non si presenta a noi come un “pensatore” che esponga, in modo articolato, il suo punto di vista» (p. 207). 

Un altro angolo ombroso riguarda «la funzione di coscienza» che «si identifica in certo qual modo col “senso dei fatti”» (p. 213). Non che Gesù sia stato «un uomo dall’interiorità stagnante» (p. 215), ma ci sono passi da cui si inferisce in lui uno scarso realismo pragmatico, come quando raccomanda ai suoi missionari: «Non portate borsa, né bisaccia né sandali» (Lc 10,4 s) (p. 216).    

Una terza zona d’ombra è rilevabile ne suo rapporto con gli animali. Nel suo «concetto di prossimo sono inclusi tutti i prossimi» (p. 222), ma non anche – come ad esempio nel caso di Buddha - «tutti gli esseri che ci circondano» (ivi): «che cosa non avrebbe potuto significare una parola di Gesù intorno agli altri esseri, i nostri “fratelli muti”, soprattutto nel presente! [] Almeno, non lascerebbe in pace le nostre coscienze, quando, per l’interesse e la gretta avidità di guadagno, compiamo lo sterminio di intere specie» (p. 223).

·      Un’osservazione complessiva: quando la Wolff, sulla scia di Jung, distingue “animus” e “anima”, attribuendo al primo principio psicologico caratteristiche “maschili” e al secondo principio psicologico caratteristiche “femminili” non rivela una mentalità essenzialista che scambia delle posture storicamente acquisite con dimensioni strutturali, costitutive, naturali? Il problema c’è e va approfondito. Ma va anche segnalato che la Wolff non ne è ignara. Quando autori come F.J.J. Buytendijk adoperano categorie come «essere uomo nel modo maschile» ed «essere uomo nel modo femminile», Wolff dichiara di preferire formulazioni più sfumate come «“modi di attuazione” tipici dell’uomo o della donna (p. 170). Comunque la questione resta: è vero che sia più maschile lo «stare al mondo con rendimento» (ib.) e più femminile la postura della «ricettività» (un modo d’essere «tenero, arrotondato, fluente, liquido, flessibile») (p. 174) ?

·      Inoltre ci sono passaggi della Wolff che denunziano, probabilmente, una conoscenza imperfetta di altre tradizioni teologiche. Ad esempio quando si chiede retoricamente: «dove mai, nella storia delle religioni di tutti i tempi, anche solo si parla di tale unificazione degli opposti, specialmente dell’unificazione del maschile e del femminile?» (p. 180), non è difficile obiettare che cosa ne sia allora della complementarietà di Yin e Yang nel Tao (che può essere considerato anche la Totalità divina).

Augusto Cavadi

Questo il link alla versione originaria:

 Adista News - Gesù di Nazaret: un maschio non maschilista?