venerdì 18 marzo 2022

LA STRANA STORIA DEL TERMINE "ERESIA"

La strana storia del termine “eresia”

Il rogo di Jan Hus, boemo, 1485

Il rogo di Jan Hus, boemo, 1485

di Elio Rindone

Si sa che il significato delle parole cambia col passare del tempo, ma che arrivi addirittura a capovolgersi non succede tutti i giorni. È, invece, ciò che è accaduto al termine eresia, che deriva, come è noto, dal sostantivo greco αἵρεσις, e quindi dal verbo αἱρέω, che significa prendere ma anche scegliere. Nel mondo greco era usato comunemente per designare una scuola o setta o corrente di pensiero, come per esempio quella degli stoici o degli epicurei, cui si decideva liberamente di aderire.

In ambito cristiano questo termine, col suo significato originario, compare più volte negli Atti degli apostoli. Qui, per esempio, Paolo, da tempo impegnato nella predicazione del vangelo, dichiara al governatore Felice: «io adoro il Dio dei miei padri, seguendo quella Via che chiamano setta [αἵρεσιν]» (24,14). Il termine, perciò, non ha alcuna valenza negativa, tanto che nel passo citato è usato per designare il cammino indicato da Gesù, ed eretico era quindi colui che aderiva a un determinato movimento religioso, scelto per libera convinzione.

Ma col passare degli anni e col sorgere di divisioni e contrasti all’interno delle comunità cristiane, ecco che il termine eresia comincia ad acquistare un significato negativo. La seconda lettera di Pietro, per esempio, avverte la necessità di mettere in guardia i fedeli: «Ci sono stati anche falsi profeti tra il popolo, come pure ci saranno in mezzo a voi falsi maestri, i quali introdurranno fazioni [αἱρέσεις] che portano alla rovina» (2 Pietro 2,1).

E man mano che il messaggio evangelico si diffonde e si differenziano le sue interpretazioni, il termine eresia non indica più una corrente di pensiero, scelta liberamente, ma un errore, una deviazione, una corruzione della verità, o almeno un’accettazione parziale di essa che ne compromette l’integrità. Tanto che già con Giustino (100-162) e Ireneo (130-202) si sente la necessità di combattere i movimenti cristiani considerati devianti.

Concilio di Nicea

Concilio di Nicea

Quando poi la nuova religione viene riconosciuta dal potere politico, essa è imposta con la forza, e non solo le interpretazioni differenti di essa ma anche le altre religioni vengono ridotte al silenzio. Basti qui ricordare il Concilio di Nicea convocato da Costantino nel 325, che ha condannato come eresia l’arianesimo, o l’Editto di Tessalonica di Teodosio del 380, col quale unica religione ufficiale dell’impero diventa quella professata dal pontefice romano. 

La verità contro l’errore 

Da secoli, dunque, il significato originario del termine eresia è stato capovolto: da espressione di libera scelta è diventato sinonimo di errore, che non può essere tollerato perché compromette la salvezza e disgrega la società. All’autorità, sia religiosa che politica, spetta il compito di difendere la verità con ogni mezzo, perché con l’errore non si può venire a patti: l’eretico o si pente o va condannato. E infatti quella del cristianesimo è una lunga storia di eresie e di relative condanne, e ancora oggi, con la Congregazione per la Dottrina della Fede che ha preso il posto del Sant’Uffizio, la Chiesa cattolica continua a vigilare sull’ortodossia dei suoi teologi.

santuffizio-1280x720In effetti, se da una parte c’è la verità e dall’altra c’è l’errore, non ci può essere dialogo, confronto, arricchimento reciproco. Rifiutata l’idea che ogni uomo debba fare liberamente le proprie scelte in campo religioso, filosofico, politico, morale…, per secoli ogni novità, ogni ricerca, ogni dissenso – superfluo sottolineare quanto tutto ciò abbia ostacolato il cammino dell’umanità! – sono stati a priori combattuti e rigettati.

La lotta contro l’eresia è stata, di fatto, la lotta contro il libero pensiero, e infatti proprio i sostenitori della libera ricerca erano considerati i nemici più pericolosi. Si capisce, quindi, come sia stato necessario arrivare alla metà del XIX secolo per trovare un’ampia e articolata difesa del valore della libertà, senza che il suo autore, l’inglese John Stuart Mill (1806-1873), corresse i gravi rischi personali che ancora era impossibile evitare nel Seicento e nel Settecento. 

2-foto-mill_page-0002Un’apologia della libertà 

Il suo saggio Sulla libertà è del 1859, ma ancora oggi, in questi problematici primi decenni del terzo millennio, vale la pena riproporne gli argomenti, perché sarebbe un errore credere che in questo campo tutti i problemi siano risolti. Stuart Mill dichiara subito il suo obiettivo: fissare il criterio che deve regolare «i rapporti di coartazione e controllo tra società e individuo, sia che li si eserciti mediante la forza fisica, sotto forma di pene legali, sia mediante la coazione morale dell’opinione pubblica».

E il criterio che propone è chiaro: «il solo scopo per cui si può legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità civilizzata, contro la sua volontà, è per evitare danno agli altri. Il bene dell’individuo, sia esso fisico o morale, non è una giustificazione sufficiente. […] Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l’individuo è sovrano». La libertà è, dunque, «quella di perseguire il nostro proprio bene come meglio crediamo, purché non cerchiamo di privare gli altri del loro, né li ostacoliamo nei loro tentativi per conseguirlo. Ognuno è il vero custode della propria salute, sia essa corporea, mentale o spirituale. L’umanità trae maggiori vantaggi se permette a ciascuno di vivere come meglio crede, anziché costringerlo a vivere come gli altri ritengono meglio».

Nessuna autorità, perciò, ha il diritto di decidere cosa è bene per i singoli cittadini: non ha, per esempio, il diritto di proibire, come accade ancora in tanti Paesi, l’eutanasia o l’uso delle droghe. Ciascuno, se non danneggia gli altri, ha il diritto di fare ciò che meglio crede: la libertà dell’individuo ha un solo limite, e cioè il rispetto della libertà altrui.

Se ci fossero verità assolute e immutabili, l’autorità avrebbe certo il diritto di imporle, ma questa tesi è smentita senza ombra di dubbio dall’esperienza: «Nessuna epoca e quasi nessun paese» seguono le stesse regole; eppure «la soluzione di un paese o epoca è lo stupore degli altri». Ciò si spiega facilmente se si considera la forza dell’abitudine, per cui «gli uomini di qualsiasi singolo paese, o epoca, non ne sospettano mai le difficoltà, come se l’umanità fosse sempre stata unanime su questo argomento. Le regole secondo cui vivono sembrano loro ovvie e autogiustificantesi. Quest’illusione del tutto universale è un esempio della magica influenza della consuetudine, che non è solo, come afferma il proverbio, una seconda natura, ma viene continuamente scambiata per la prima».

Liberarsi da tale illusione è, dunque, la condizione per imparare a pensare e scegliere liberamente. La prima libertà riguarda «la sfera della coscienza interiore, […] libertà di pensiero e sentimento, assoluta libertà di opinione in tutti i campi, pratico o speculativo, scientifico, morale, o teologico». La libertà di pensiero implica poi necessariamente quella di «esprimere e rendere pubbliche le proprie opinioni» e quella di «modellare il piano» della propria vita e dei propri comportamenti secondo le proprie convinzioni.

Violare la libertà di pensiero e di parola, «impedire l’espressione di un’opinione», anche quella che può sembrare più infondata, costituisce per Stuart Mill un vero “crimine”, perché «significa derubare la razza umana, i posteri altrettanto che i vivi», di possibili nuove scoperte, mentre la consapevolezza di essere ricercatori più che possessori della verità ci rende disponibili alle novità. Possiamo infatti conservare con tanta più sicurezza le nostre idee quanto più esse hanno superato, scrive Stuart Mill anticipando Karl Popper, la prova della falsificazione: «Le nostre convinzioni più giustificate non riposano su altra salvaguardia che un invito permanente a tutto il mondo a dimostrarle infondate».

Il male peggiore non è perciò lo scontro, anche duro, fra opinioni nettamente contrapposte, perché «finché la gente è costretta ad ascoltare le due opinioni opposte, c’è sempre speranza; è quando ne ascolta una sola che gli errori si cristallizzano in pregiudizi, e la stessa verità cessa di avere effetto perché l’esagerazione la rende falsa». Disposti, invece, a rivedere le nostre certezze, «possiamo sperare che, se esiste una verità migliore, essa venga scoperta quando la mente umana sarà in grado di recepirla; e nel frattempo possiamo avere la sicurezza di esserci avvicinati alla verità nella misura a noi possibile».

E Stuart Mill sintetizza così le ragioni che giocano a favore della libertà di opinione e di espressione, libertà necessaria, sottolinea, per il «benessere mentale dell’umanità (da cui dipende ogni altra forma di benessere)»:

1. «ogni opinione costretta al silenzio può […] essere vera. Negarlo significa presumere di essere infallibili». 2. «anche se l’opinione repressa è un errore, può contenere, e molto spesso contiene, una parte di verità; [… perciò] è soltanto mediante lo scontro tra opinioni opposte che il resto della verità ha una probabilità di emergere». 3. «anche se l’opinione comunemente accettata è non solo vera ma costituisce l’intera verità, se non […] contestata, la maggior parte dei suoi seguaci l’accetterà come se fosse un pregiudizio, con scarsa comprensione e percezione dei suoi fondamenti razionali». 4. una dottrina non criticata «perderà il suo effetto vitale sul carattere e il comportamento degli uomini: come dogma, diventerà un’asserzione puramente formale e priva di efficacia benefica, e costituirà un ingombro e un ostacolo allo sviluppo di qualsiasi convinzione, reale e veramente sentita, derivante dal ragionamento o dall’esperienza personale». 

716zmpdtpzlPericoli attuali 

Un ulteriore merito di Stuart Mill è quello di avere individuato il potere che non solo l’autorità ma anche l’opinione pubblica esercita sugli individui. Infatti, «la protezione dalla tirannide del magistrato non è sufficiente: è necessario anche proteggersi dalla tirannia dell’opinione e del sentimento predominanti, dalla tendenza della società a imporre le proprie idee e usanze a chi dissente, a ostacolare lo sviluppo – e a prevenire, se possibile, la formazione – di qualsiasi individualità discordante, e a costringere tutti i caratteri a conformarsi al suo modello».

E, inoltre, non solo riconosce l’influenza che l’opinione pubblica ha sull’individuo, ma anche, in singolare sintonia con Marx, mette in evidenza che 

«dovunque vi sia una classe dominante, la morale del paese emana, in buona parte, dai suoi interessi di classe e dai suoi sentimenti di superiorità di classe. L’etica dei rapporti tra principi e sudditi, tra padroni e servi, tra uomini e donne è stata per la maggior parte creata da questi interessi e sentimenti di classe, e i sentimenti così generati reagiscono a loro volta sulla morale dei membri della classe dominante nei loro rapporti reciproci. Dove, d’altra parte, una classe non sia più dominante, o il suo predominio sia impopolare, i sentimenti morali prevalenti sono frequentemente improntati a un’impaziente avversione per la sua superiorità». 

Con queste osservazioni, come nota Carlo Sini, Stuart Mill si è dimostrato capace di intuire con molto anticipo esperienze di cui noi siamo oggi testimoni: egli ha «compreso per primo che una nuova e forse più grave forma di schiavitù minaccia l’individuo […], la schiavitù nei confronti della pubblica opinione» [1]. E la nostra società è andata oltre le peggiori previsioni: «la società consumistica e postindustriale dei nostri giorni, ipnotizzata dai mass media, […] dalla cultura da supermercato delle idee […] ha verificato in pieno i timori di Mill relativi alla sottile […] minaccia di una totale schiavitù delle coscienze, depotenziate, incretinite, abbassate ad ‘anime da televisione’, sulle quali facilmente speculare e dominare da parte di coloro che sono privi di scrupoli e riducono la civiltà dei mezzi tecnici al loro personale tornaconto» [2]. 

downloadPiccoli uomini

Se la dimensione religiosa, nella società odierna, non ha più il ruolo che aveva in passato, l’eredità di questa lunga intolleranza per il libero pensiero è però ancora presente. Gli Stati totalitari del Novecento, infatti, hanno appreso presto la lezione, imponendo un’unica ideologia, e negli Stati democratici il potere non ha affatto rinunciato ad usare strumenti, certo molto più raffinati, per controllare l’opinione pubblica.

E il risultato, che è sotto i nostri occhi, è proprio quello previsto da Stuart Mill: «Uno Stato che rimpicciolisce i suoi uomini perché possano essere strumenti più docili nelle sue mani, anche se a fini benefici, scoprirà che con dei piccoli uomini non si possono compiere cose veramente grandi, e che la perfezione meccanica cui ha tutto sacrificato alla fine non gli servirà a nulla, perché mancherà la forza vitale che, per far funzionare meglio la macchina, ha preferito bandire».

A giudicare la situazione attuale del nostro Paese, e non solo del nostro, non pare che Stuart Mill avesse proprio ragione? Non corriamo davvero il rischio di vivere in società costituite sempre più da ‘piccoli uomini’, con un sempre più basso livello culturale, un ridotto senso critico e un ripiegamento su obiettivi grettamente borghesi?

Se le cose stanno così, all’inevitabile domanda che fare? non si può che rispondere con Hans Jonas: «Le grandi decisioni, per il bene e per il male, avvengono […] sul piano politico. Ma noi tutti possiamo preparare in modo invisibile il terreno cominciando da noi stessi. L’inizio, come tutto ciò che è buono e giusto, è ora e qui» [3]

Dialoghi Mediterranei, n. 54, marzo 2022
Note
[1] C. Sini, I filosofi e le opere. L’età contemporanea, Milano 1986: 250.
[2] Ivi: 251.
[3] H. Jonas, Tecnica, medicina ed etica, Torino 1997: 54. 

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martedì 15 marzo 2022

ALLA SCIENZA NON SERVE LA FILOSOFIA. MA AGLI SCIENZIATI....



LA SCIENZA DEVE PRESCINDERE DALLA FILOSOFIA, MA GLI SCIENZIATI ?

 

Se per ‘simbolo’ intendiamo un segno che corrisponde a un contenuto, che ci rimanda a qualcos’altro e in qualche modo ad esso ci ri-unisce (sun-ballein), la nostra esperienza quotidiana è intessuta di simboli. Il suono della sveglia sta per l’informazione su una certa  ora; la lancetta sul termostato indica la misura della temperatura dell’acqua; l’immagine luminosa di un omino equivale all’autorizzazione per i pedoni ad attraversare la strada; un fiore sulla scrivania mi evoca l’affetto di una persona amata; questi stessi segni grafici che sto digitando sul monitor del computer suscitano in chi legge la produzione di concetti (il concetto di monitor, il concetto di computer, il concetto di produzione, il concetto di… concetto) o la memoria di altri simboli celebri  (quali la bandiera nazionale o la mezza luna islamica). Essere immersi nella storia dell’umanità – nel flusso delle innumerevoli culture che in essa si snodano, si accavallano, si separano, confliggono, si fondono – è avanzare a fatica per un sentiero che attraversa una foresta di simboli.

La maggior parte di questi simboli costituisce un ponte verso ‘oggetti’ di origine e consistenza antropologica: senza l’esistenza di altri esseri umani, non esisterebbero l’ora (quale misura del tempo cronologico) né la scala  delle  temperature dell’acqua né il codice della strada né l’affetto di una persona cara… Esisterebbero, se non esistessero gli umani, i numeri? Le scienze matematiche li inventano oppure li scoprono? Gli epistemologi ne discutono da decenni senza essere pervenuti a una soluzione condivisa che chiuda una volta e per sempre la questione. Un’analoga domanda ci si pone, almeno da Platone a oggi, a proposito di alcuni ‘valori’ per i quali donne e uomini appartenenti a varie aree culturali hanno rinunziato a molti interessi privati e talora perfino alla vita biologica: la libertà di parola o la giustizia sociale, ad esempio, sono frutto (relativo) di convenzioni inter-soggettive o il presupposto (assoluto) di ogni possibile accordo inter-soggettivo? Mi pare interessante notare che la comunità internazionale dei matematici continua a cooperare pur in presenza di un pluralismo di convinzioni circa l’oggettività (assoluta) dei numeri. Così come la storia ci consegna continuamente esempi di persone che s’impegnano sino all’estremo delle proprie energie per la libertà o la giustizia anche in collaborazione con altre persone che ipotizzano una consistenza ontologica di questi ‘valori’ molto differente rispetto alla loro visione-del-mondo.  Per tutte costoro, le parole ‘libertà’ o ‘giustizia’ sono simboli che rimandano gli umani a ‘valori’ con una propria dignità, un proprio fascino; ‘valori’ meritevoli, dunque, di essere onorati e serviti in ogni ipotesi circa il fondamento su cui si basano. 

Se gli ‘oggetti’ cui rinviano i simboli della vita sociale sono certamente artificiali (= prodotti dall’arte degli esseri umani e da convenzioni tra di essi) e gli ‘oggetti’ cui rinviano i simboli della matematica e dell’etica sono forse artificiali o forse trascendenti ( ‘trascendenti’ nel senso che l’artificio umano li può riconoscere, esplicitare, argomentare, sistematizzare, tradurre in manuali didattici o in codici legislativi…ma non può non presupporli), che pensare degli ‘oggetti’ a cui ci rimandano i simboli di cui sono intessuti i linguaggi  delle scienze naturali (fisica, chimica, biologia e afferenti)?  Su elettroni, neutrini, stringhe, idrogeno, cellule, DNA…si discute come di ‘oggetti’ naturali, non-artificiali, da scoprire e non da inventare. Il mosaico di questa varietà di ‘oggetti’ , che si squaderna al cospetto della nostra mente, costituisce già per sé un’affascinante panoramica. Tale panoramica esaurisce l’ambito del realmente esistente e, dunque, del conoscibile? O, a loro volta, questi ‘oggetti’ – che cogliamo attraverso i simboli del linguaggio matematico, fisico, chimico, biologico… - sono simboli che rimandano ad altre dimensioni dell’essere? 


PER COMPLETARE LA LETTURA DI QUESTE NOTE, BASTA UN CLICK QUI:

https://www.zerozeronews.it/scienza-e-filosofia-separate-parallele-o-interconnesse/?fbclid=IwAR3TX_JQB-JTAuVY-Hnsh69oQgyECPlYlsik0YRf1dzHOmqEOEaWdZ7noFE


sabato 12 marzo 2022

MISURE ANTI-COVID: UN ESEMPIO DI DIALOGO CIVILE

                                    (FOTO DI ADRIANA SAIEVA)

Come alcuni di voi sanno, da decenni - in un certo senso da 'sempre' - mi sono riconosciuto nella prospettiva 'ideologica' del socialismo liberale (Gobetti, fratelli Rosselli, Guido Calogero, Norberto Bobbio...). Ho dunque patito, e patisco, il fuoco incrociato di quanti criticano aspramente questa forma di "cretinismo politico" (dal liberale Benedetto Croce - cui si deve la lapidaria definizione-  ai compagni comunisti e/o anarchici, e ovviamente ai fascisti di tutte le risme) nonché il disagio di trovare un'organizzazione partitica affine (basti pensare alla vergognosa vicenda del PSDI - Partito socialista democratico italiano - nel corso della Prima Repubblica). Tra i pochissimi punti di riferimento attuali ricevo una testata on line (l'abbonamento è gratuito: basta una e-mail a red_adl@vtxmail.ch) fondata, durante l'esilio nel ventennio mussoliniano, da Ignazio Silone: "L'Avvenire dei lavoratori" (diretto oggi da Andrea Ermano).

Dal numero più recente pervenutomi riporto questo scambio di lettere fra un lettore (anonimo) e il direttore della testata perché mi ha colpito l'insolita civiltà dei toni da parte dei due interlocutori. Approfitto dell'occasione per ribadire l'opinione più volte espressa, anche in appelli pubblici e lettere private ad amici parlamentari, che sono personalmente reduce da infezione da covid-19; due volte - successivamente - vaccinato; possessore di green pass; tuttavia consapevole che il governo dovrebbe ampliare e dettagliare l'elenco dei casi sanitari che rendano davvero problematica l'assunzione dei vaccini (perfino quelli di ultima generazione di tipo proteico: "novavax"); nonché ammirato - in un 'epoca di qualunquismo - nei confronti di quei cittadini che, pur combattendo per una causa che non condivido, accettando le sanzioni previste attualmente dal governo democraticamente eletto dimostrano che c'è ancora chi pone la fedeltà ai propri principi al di sopra degli interessi economici immediati (sia pur legittimi). 

LETTERA 

 

MA CHE DIREBBE SILONE 

DI QUESTO COVID?

 

Gentile Direttore dell’Avvenire dei Lavoratori, le scrivo per una testimonianza e esperienza rispetto alla gestione della pandemia (da tempo endemia) Covid 19 in Italia. Fin dall’inizio ho potuto osservare la diversissima gestione del problema in Italia e in Svizzera (…)

    Provengo dall’area della Sinistra, da sempre… Mai avrei pensato a un tale voltafaccia dei governanti eredi di quella Tradizione e la loro mancanza di rispetto non solo per la Libertà, la Costituzione, la Coscienza, la Scienza, i lavoratori e in particolare rispetto a valorosi lavoratori sanitari e altri, sospesi, senza stipendio (questi governanti nella logica tutta italiana dell’abuso del potere non hanno scrupoli, Popper filosofo della Scienza non l’hanno mai letto). (…)

    Ho avuto il Covid a Zurigo, non ho fatto il test PCR, ma quello rapido. Sono guarito senza particolari problemi, esiste anche il Covid breve, non solo il Long Covid usato spesso come arma del terrorismo propagandistico al potere. In Svizzera sono finite le limitazioni. (…)

    Mi chiedo: cosa direbbero Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte della tradizione socialista libertaria italiana, menscevica, e fondatori di Tempo Presente se ben ricordo, di questa povera Patria fondata sul vaccino delle multinazionali obbligatorio per le persone sane? 

    Le invio alcuni allegati e testimonianze sul tema, i documenti potrebbero essere migliaia: una dichiarazione congiunta di medici e intellettuali, filosofi, lettere di italiani al quotidiano la Verità, purtroppo unico giornale controcorrente (c’era una volta la controinformazione, patrimonio della Sinistra parlamentare ed extra). 

Con stima per il suo lavoro 

Lettera firmata

 

 

Gentile Lettore, caro amico, il suo scritto è talmente ricco di dati, cifre e pronunciamenti anche filosofici (soprattutto collegati a Giorgio Agamben), che qui sopra ne ho potuto riportarne solo una parte, spero abbastanza rappresentativa. 

    In fin dei conti lei domanda che cosa potrebbe dire il nostro storico direttore, Ignazio Silone, sulla “gestione della pandemia (da tempo endemia) Covid 19 in Italia”. Nel tentare una risposta, la ringrazio della domanda e anche delle sue parole elogiative, troppo buone nei riguardi del nostro “giornalino”, come lo chiamava appunto Silone. 

    Immagino che il grande scrittore abruzzese, avrebbe reputato L’ADL del tutto inidoneo a sfornare ultime parole famose in tema di tuttologia essendo roba grossa, da giornali ben più grandi, talvolta condannati a ricredersi nel tempo, come nel caso della guerra, del fascismo e la lista sarebbe lunga… Ma poi, nel tempo, chi se ne ricorda? 

    In tema di pandemia e per la modesta parte che ci compete, vorrei tenere fermo a questo punto dirimente: la parola Covid-19 ha un significato reale, collegato a sei milioni di morti e mezzo miliardo di casi in poco più di due anni (dati OMS, vai al sito). 

    La malagestione del fenomeno in Italia e in Europa è, ahinoi, un fatto. Lo ha ammesso, in Germania, il presidente Steinmeier (di cui abbiamo riferito il 17/2/22): «È vero, l’uscita dalla pandemia ha seguito andamenti non rettilinei. E non sono mancati gli errori, soprattutto gli errori di valutazione». Ma, ha rimarcato il capo dello stato tedesco, nessun sistema autoritario si è dimostrato capace di venire fuori dalla crisi presente meglio di quanto non stiano facendo le democrazie. 

    Invece, secondo il filosofo Agamben, tanto il virus quanto il vaccino e il green pass rispondono a una logica complottistica: «È stato detto da scienziati e medici che il Greenpass non ha in sé alcun significato medico, ma serve a obbligare la gente a vaccinarsi», ha affermato Agamben: «Io credo invece che si possa e si debba affermare anche il contrario, e cioè che il vaccino sia in realtà un mezzo per costringere la gente ad avere un Greenpass, cioè un dispositivo che permette di controllare e tracciare in misura che non ha precedenti i loro movimenti».

    Personalmente dissento. Perché, senza dubbio, il green pass è stato un modo per indurre la gente a vaccinarsi e, senza dubbio, il vaccino non preserva dal contagio. Ma, se è solo per questo, nemmeno la guarigione preserva dal ri-contagio. Ciò premesso, non potrei mai e poi mai negare che il vaccino abbia salvato molte persone da decorsi acuti potenzialmente letali, e in tale novero s’includa anche lo scrivente.

    Quanto alle derive securitarie, sempre possibili, e alla vigilanza democratica sempre doverosa, cerchiamo di non cadere nel ridicolo: con tutte le e-mail, i siti web, i telefonini e le altre tecnologie microelettroniche in uso, facilissimamente monitorabili grazie alla potenza degli algoritmi… Da decenni attinge qui la banca dati di ogni strategia comunicativa in grande stile. E che ben sa come venderti di tutto e di più, dal nuovo detersivo al nuovo leader populista, quando non il discredito della “politica” come astrazione lontana dalla ggente… 

    Controprova: alla fine Agamben si ritrova in compagnia dell’ultradestra tipo Trump e Bolsonaro con il loro lungo seguito di no vax e no pass. Donatella Di Cesare, influente agambeniana ribellatasi al maestro, lo deve ammettere con amarezza: «Si è perfino scagliato contro chi a sinistra difendeva il piano di vaccinazione. Non mi risulta, invece, che in questi due anni abbia speso una parola per le rivolte nelle carceri, per gli anziani decimati nelle RSA, per i senzatetto abbandonati nelle città, per quelli rimasti d’un tratto senza lavoro, per i rider, i braccianti e gli invisibili. Mi sarei aspettata dal filosofo che ci ha fatto riflettere sulla “nuda vita” un appello per i migranti che alle frontiere europee vengono brutalizzati, respinti, lasciati morire».

   Già. Grande è lo sconforto oggi in chi non ha dimenticato l’adorazione di tutti noi per Giorgio Agamben quando pubblicò Homo Sacer. Era il 1994 e ricordo ancora la voce tremante al telefono del vecchio filosofo e mio paterno amico, Mario Perniola, nell’annunciarmi l’ormai prossima uscita di quel capolavoro. E poi, a ogni nuova pubblicazione agambeniana, le infinite discussioni nel gruppo “Cosmopolis” al tavolo del Coopi di Zurigo. 

    Dopodiché, i libri restano abbastanza fedeli a sé stessi, mentre gli uomini possono invecchiare zigzaganti. E, a proposito di vecchiaia, non ritrovo più la straordinaria lucidità di quelle pagine giovanili nelle odierne uscite sul Covid: «Se i poteri che governano il mondo hanno deciso di cogliere il pretesto di una pandemia – a questo punto non importa se vera o simulata…», osserva il filosofo. 

    Ma dai, professore... Lei fino a ieri ci ha detto e ridetto che il fenomeno Covid era cosa simulata, e adesso questo non importa più? 

    D’altro canto, financo Aristotele ebbe, si dice, una sua fase bizzarra in età anziana, quando gli prese il ghiribizzo di fungere da cavallo alla bella Fillide…

 

Un caro saluto

Suo Andrea Ermano

giovedì 10 marzo 2022

CARI COLLEGHI MASCHI, AVETE VOGLIA DI COSE CONCRETE DA UN 8 MARZO ALL' ALTRO ?


 Cari colleghi uomini,

l'8 marzo alcuni di noi - un po' per moda, un po' con sentimenti autentici di gratitudine - hanno concretizzato un gesto di affettuosa cordialità verso le donne della propria vita: un fiore, un regalino, un sorriso, un augurio...

Desideriamo informarvi che, se qualcuno di voi volesse tradurre questi sentimenti in un progetto politico-culturale permanente (dal 9 marzo 2022 al 7 marzo 2023....) , può investire alcune ore al mese in incontri di

* auto-formazione della coscienza maschile

e di

* progettazione di interventi pedagogici in scuole, centri sociali, parrocchie, associazioni giovanili etc.

Gli incontri avvengono in quei piccoli gruppi sparsi sul territorio italiano che si riconoscono nel movimento "Maschile plurale", con sedi in varie città d'Italia: Bari, Bologna, Brianza, Livorno, Lucca, Milano, Palermo, Parla, Pinerolo, Pisa (per contatti vai al link: https://maschileplurale.it/ ).

A Palermo  il "Gruppo noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne" si riunisce due volte al mese (il martedì alle 19.30) : siamo in pochi, vuoi rinforzare la squadra?

Per saperne di più contattaci ad uno di questi numeri (Francesco: 347.1266493, Pippo: 329.9669508; Michele: 339.7906194 ), prendi un appuntamento per un dialogo di reciproca conoscenza, oppure leggi il nostro libretto L'arte di essere maschi libera/mente. La gabbia del patriarcato (Di Girolamo, Trapani).

martedì 8 marzo 2022

DOPO SETTIMANE DI IMBARAZZANTE SILENZIO, IL PATRIARCA KIRILL PARLA. PURTROPPO.






PERCHE’ LE CHIESE DI RUSSIA E UCRAINA TACCIONO?

 

Come  mai dopo un silenzio assordante quasi quanto il rombo delle armi, il Patriarca di Mosca Kirill, ha improvvisamente rovesciato una serie di allucinanti dichiarazioni a favore dell’intervento russo, definendolo “una crociata contro le lobby gay occidentali”? Uno scomposto anatema antioccidentale che non risolve gli interrogativi sul perché sostanzialmente tacciano le confessioni religiose più diffuse in Russia e in Ucraina.

Per misurare la gravità di questo silenzio bisogna ricordare – soprattutto al lettore che non ha molta dimestichezza con le questioni teologiche – che nei due Stati in guerra la maggior parte dei fedeli si dichiara (almeno ufficialmente) non solo cristiana, ma ‘ortodossa’. Ciò significa che i cristiani di varie chiese (cattolici di rito latino, cattolici di rito greco, anglicani, protestanti di varie denominazioni…) costituiscono una minoranza rispetto alla chiesa ortodossa russa e alla chiesa ortodossa ucraina: dunque non solo non abbiamo due appartenenze religiose (come ebrei e musulmani in Medio-oriente); non solo non abbiamo due versioni della stessa confessione cristiana (come cattolici e protestanti in Irlanda); ma abbiamo due chiese cristiane della medesima tradizione (l’ortodossia ‘orientale’ staccatasi dalla chiesa cattolica romana nel 1054). 

Come mai il patriarca di Mosca Kirill e il patriarca di Kiev Epifani (entrambi a capo di chiese autocefale, cioè indipendenti e autonome, come tutte le chiese ortodosse che si sono staccate quasi mille anni fa da Roma per non riconoscere una figura di capo supremo dei vescovi, come appunto il papa cattolico) non hanno elevato nessun grido di protesta verso i rispettivi governi, di Putin in Russia e di  Zelenskij in Ucraina, limitandosi a pochissimi, generici, sommessi, ambigui inviti alla pacificazione? 

Che papa Francesco – massimo esponente di quella chiesa ‘latina’ e ‘occidentale’ considerata ‘eretica’ dalle chiese ‘ortodosse’ - non abbia molti margini di manovra in questo conflitto, lo si comprende: ma perché il patriottismo (o forse il tatticismo diplomatico) hanno omologato, schiacciato,  sulle posizioni politiche dei rispettivi governi le voci dei due massimi esponenti del cristianesimo ‘ortodosso’ in quell’area del pianeta?


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https://www.zerozeronews.it/lo-strano-ruolo-antireligioso-della-chiesa-russa-e-di-kiev/