venerdì 16 marzo 2007

UNA NUOVA RIVISTA: “ALVEARE”


Centonove 16.3.07

Augusto   Cavadi  

IL CAMBIAMENTO POSSIBILE

Una minoranza profetica in più, qualche autocritica in meno. 

C’è qualcosa di toccante nel fatto che un gruppo di cittadini, pur consapevoli di essere una minoranza trascurabile, decidano di lanciare un ennesimo segnale di protesta e di proposta ad una regione  - e più ampiamente a un Paese - sonnolenti e rassegnati alla mediocrità. Dopo essersi incontrati per due anni intorno allo stesso tavolo e aver attivato un laboratorio culturale-politico, hanno infine fondato un quadrimestrale - “I quaderni di Alveare” - che possa fare da canale comunicativo con l’opinione pubblica più sensibile (per contatti 091.7303739 oppure quadernidialveare@istitutoarrupe.it) .

Il primo numero della rivista (sul tema “il cambiamento possibile”) è stato presentato, in questi giorni, al Centro studi “Pedro Arrupe” da un gruppo di redattori e di invitati che si sono trovati concordi nell’invocare un rinnovamento della classe dirigente come condizione basilare per un futuro diverso. Ma nelle modalità dell’incontro c’è stato qualcosa di paradossale: a chiedere il ricambio di mentalità e di stili era una fascia di anziani  - da cinquant’anni in su - molto inseriti nei gangli del tessuto istituzionale cittadino. Senza il minimo accenno di autocritica: ciascuno chiedeva con forza che si cambiasse musica, ma in un settore dell’orchestra diverso rispetto al proprio.

Così il padrone di casa (che è anche direttore della rivista), padre Gianni Notari, ha evidenziato l’urgenza di un cambiamento di rotta nel mondo dei partiti, dei sindacati, dell’imprenditoria: ma senza citare gli ambienti ecclesiali dove di mese in mese si sta correndo, indietro, verso l’epoca pre-conciliare. Il rettore dell’ateneo, Giuseppe Silvestri, ha puntato il dito sui guasti del sistema televisivo: ma (per il poco tempo a disposizione ?) non ha dedicato neppure due parole alla corruzione che inquina i meccanismi di reclutamento del personale docente universitario, rendendo pressocché impossibile ad un laureato meritevole il sorpasso del collega raccomandato e costringendolo ad emigrare in Paesi dove la selezione avviene con criteri diversi. Italo Tripi, il sindacalista presente, è stato molto efficace nel denunziare i ritardi dei politici e degli intellettuali: ma neppure lui ha avuto modo di spiegare perché il sindacato (al di là di singoli casi di figliuoli e nipoti  assunti per chiamata diretta da aziende municipalizzate in mano a professionisti del clientelismo) venga visto e vissuto sempre di più come strumento di privilegio individuale e sempre meno come spazio di rivendicazione solidale. Leoluca Orlando, da parte sua, ha lamentato il rischio che  - in caso di vittoria elettorale - studiosi ed esperti non gli forniscano un “progetto esecutivo” per dare concretezza alla “speranza”: ma dimenticando di aggiungere anche solo un cenno autocritico su quanto poco attento sia stato egli stesso, nelle tre sindacature precedenti,  alle indicazioni dei competenti e dei tecnici. Ha tuonato contro “l’analfabetismo politico” diffuso, ma col tono di chi non abbia sprecato - nel recente passato - preziose possibilità  di contrastarlo. Ha denunziato la disaffezione dei giovani nei confronti della partecipazione politica, ma col candore di chi non abbia nulla da rimproverarsi per il fallimento nazionale della “Rete” e la conseguente onda lunga della delusione (che ha bloccato il processo di avvicendamento dei cittadini nelle amministrazioni locali).  Eravamo presenti anche insegnanti, giornalisti, operatori sociali, medici, volontari: tutti animati da sincero desiderio di mutamento, nessuno consapevole di essere testimone e corresponsabile di un fallimento generazionale. Ma così, con questa ingenuità virginea, non si fa molta strada. Lo so: non siamo stati dei mostri. Soggettivamente abbiamo provato a remare contro la corrente, placida e implacabile, dei mafiosi e dei loro amici. Ma se tra le nostre intenzioni e i risultati oggettivi c’è un baratro, qualcosa non ha funzionato. Se nelle nostre scuole i ragazzini sanno di essere assegnati alla sezione ‘giusta’ per raccomandazione (e ciò li rende immuni, per i successivi decenni, da ogni educazione alla legalità) o se molte associazioni di volontariato si trasformano in agenzie di lavoro nero (senza nessun progetto di trasformazione del sistema sociale), avremo pure peccato di viltà o di stupidità. O non abbiamo fatto abbastanza o non l’abbiamo fatto abbastanza bene. Consegnare a chi è più giovane la diagnosi di queste disfunzioni non è già un modo concreto di preparare il cambiamento possibile?  

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