giovedì 2 dicembre 2010

Non sporcate la memoria di Fufo Gennaro


“Centonove”
26. 11. 2010

“Non dite bugie su Nino Gennaro”

Quando combattere la mafia significa combattere i mafiosi, vis a vis, ci vuole una dose di coraggio e di fantasia in più. Lo sapeva Peppino Impastato a Cinisi; tanti altri - rimasti per fortuna vivi – in comuni di provincia e in quartieri cittadini; lo sapeva negli anni Settanta Nino Gennaro a Corleone. Fufo, come lo chiamavano gli amici, ha costituito per la città di Riina e Provenzano un segno di contraddizione che ha spaccato in due la cittadinanza. In due parti non eguali: la maggior parte della popolazione ha trovato pericolosa, anzi inaccettabile, la presenza di un omosessuale dichiarato che faceva del Circolo socialista un luogo di discussione politica, ma anche di aggregazione sociale e di animazione culturale; una sparuta minoranza, specie giovanile, seguiva come una sorta di messia laico questa figura carismatica che scriveva pezzi teatrali d’avanguardia e organizzava manifestazioni pubbliche di protesta contro il sistema politico-mafioso imperante a Corleone. A Maria Di Carlo, una diciassettenne studentessa del liceo, il padre - medico autorevole che, impegnato anche in politica nella corrente vizziniana del PSDI, finirà condannato per mafia - proibirà severamente di uscire da casa per evitare che frequentasse Nino; ma Maria non accetterà la segregazione né tanto meno le percosse e, con l’aiuto di alcuni professori e di un magistrato progressista, porterà il genitore in tribunale ottenendo che gli fosse sottratta la patria potestà. Stampa e televisione, anche a livello nazionale, diedero rilievo alla notizia che interrompeva una secolare tradizione di sottomissione femminile e adolescenziale.
Gennaro, trasferitosi a Palermo dove fonderà una comune imperniata su “Teatro madre”, girerà le case degli amici per rappresentarvi gratuitamente le sue piece d’impatto civile; poi, agli inizi degli anni Ottanta, sarà tra i promotori del Cocipa (un coordinamento cittadino di numerose associazioni che inventerà, in anticipo su Porto Alegre, i “bilanci partecipativi”); infine, a metà degli anni Novanta, morirà di Aids dopo aver regalato agli amici che si recavano in visita dei bigliettini autografi d’ispirazione mistica e poetica. Massimo Verdastro, suo amico e compagno d’arte, da allora porta gli spettacoli di Fufo in giro per l’Italia.
A più di quindici anni dalla scomparsa, è stato proposto al Consiglio comunale di Corleone di intestargli un centro multimediale, ma la proposta è stata bocciata con una raffica di motivazioni contrarie. Il fatto merita qualche considerazione critica. La prima è che in democrazia la maggioranza vince: dunque fanno bene gli estimatori di Fufo a raccogliere firme, ma senza troppe illusioni. La seconda è che ho conosciuto e frequentato Fufo da vicino e per anni: insieme a tanti pregi e meriti, mostrava anche aspetti caratteriali e relazionali che non condividevo e che, qualche volta, gli ho contestato aspramente anche in pubblico. Ciò premesso, c’è qualcosa - ed è la terza, ultima considerazione – che rende odiosa l’attuale decisione del consiglio comunale di Corleone: tanto odiosa da strapparla agli angusti limiti di una polemica locale e farne un eloquente segno dei tempi. Ed è l’intreccio di motivazioni vere, ma inaccettabili, con altre condivisibili in linea di principio ma false. Si sostiene che Nino Gennaro non merita di essere onorato dai concittadini perché ostentava la sua omosessualità e la sua tossicodipendenza. Che ostentasse la sua omosessualità è vero, ma non costituisce un titolo di demerito: era il suo modo di lottare per una società liberata dai pregiudizi moralistici più vieti. Che facesse uso di droghe leggere e pesanti e costituisse un pessimo esempio per le nuove generazioni è falso: di una falsità radicale, palese, infamante. Chi è contrario alla proposta di ricordare, istituzionalmente, Fufo, ha tutto il diritto di esprimerlo: ma se, per farlo, ne infanga la memoria, dimostra solo di essere portavoce del peggio che l’Italia di oggi (ipocritamente impantanata fra proclamazione pubblica di dubbie virtù e pratica privata di indubbi vizi) sa esprimere.

Augusto Cavadi

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