giovedì 21 dicembre 2017

DOV'E' - SE E' ANCORA VIVO - MATTEO MESSINA DENARO ?




“Siciliainformazioni”
20.12.2017

DOV’E’ MATTEO MESSINA DENARO?

Con dovizia di dettagli, grinta comunicativa e coraggio personale (non proprio comune nel mondo della stampa) Giacomo Di Girolamo, “ex giovane” giornalista di Marsala continua a costruire una  “sorta di piccola enciclopedia della mafia” (p. 357)  con uno dei suoi volumi – a mio avviso – più riusciti: L’invisibile. Matteo Messina Denaro (Il Saggiatore, Milano 2017, pp. 408, euro 19,00). Le buone enciclopedie si distinguono dalle meno istruttive perché, nelle prime,  la messe delle informazioni è coordinata logicamente da un’idea complessiva. E qui la griglia interpretativa c’è: la mafia non è opera di grandi geni del male, bensì un sistema relazionale complesso intessuto dalla connessione fra l’esercito dei militanti e una più ampia area sociale di politici, imprenditori, burocrati e professionisti. La biografia del padrino latitante è ricostruita con attenzione, dall’adolescenza all’enigmatica maturità: tanto enigmatica da suggerire all’autore l’ipotesi, la “fantasia”,  che Matteo Messina Denaro sia già morto e che le sorelle e i familiari più stretti lo usino come un marchio di fabbrica (un brand) per continuare a lucrarne profitti (come già è capitato per altri boss mafiosi, tra cui lo stesso padre di Matteo, don Ciccio).
  Se è questo il quadro complessivo (e complesso) del sistema mafioso, catturare Matteo Messina Denaro – o avere la certezza della sua morte - sarà importante, ma non decisivo: decisivo sarebbe scardinare la ragnatela di complicità e di collusioni che egli ha costruito intorno a sé e di cui, in qualche misura, è rimasto anche prigioniero.
   Per rappresentare la situazione Di Girolamo usa talora formule paradossali ( come: “la vera forza della mafia non sta certo dentro la mafia”, p. 242). Se qualcuno la intendesse alla lettera, certamente la troverebbe falsa e alzerebbe il sopracciglio destro in segno di disappunto; come slogan giornalistico a effetto, però, può avere una sua efficacia comunicativa per destrutturare vecchie concezioni folkloristiche di Cosa nostra. Decodificata e tradotta in termini meno paradossali, la formula sostiene ciò che – secondo quanto ricorda lo stesso autore a p. 366 – sosteneva trent’anni fa Giovanni Falcone: “La mafia sarà distrutta quando sarà degradata al rango di associazione criminale comune. Fin quando beneficerà di infiltrazioni nella società civile e nel mondo affaristico, sarà difficile annientarla”. Molti anni prima di Giovanni Falcone, Mario Mineo – e soprattutto, dopo di lui, Umberto Santino – avevano spiegato (recuperando e attualizzando l’intuizione di Franchetti nell’Ottocento che individuava la spina dorsale della mafia in “facinorosi della classe media”) che la mafia non sarebbe mafia se il nucleo degli “uomini d’onore” non fosse incistato – costitutivamente, non accessoriamente – in un “blocco sociale” interclassista formato da esponenti di tutte le classi sociali e, primariamente, della “borghesia” (mafiosa). Di Girolamo rende con pennellate efficaci questa zona para-mafiosa (che, riprendendo una suggestione di Nino Amadore, definisce Cosa grigia) di cui, sempre più spesso, fanno parte  sedicenti militanti dell’antimafia: “C’è la mafia, ma ci sono anche i politici che si fanno corrompere per due lire, gli imprenditori del Nord che vengono in Sicilia per cercare boss per costruire i parchi eolici, i funzionari degli enti locali al servizio del miglior offerente” (p. 291).
  Un libro perfetto, dunque? Per fortuna, no. L’autore ha ancora tanto da affinare e offrire a chi non sia affetto da “Tl;Dr, cioè Too long; Didn’t Read (troppo lungo, non l’ho letto)”, espressione che “riassume la pigrizia diffusa, la superficialità, la nostra stizza verso tutto ciò che va in profondità, e dunque è noioso” (p. 366). E ha da controllare meglio la tentazione di presentare come del tutto inedite, originali, delle analisi che  - sia pure in posizioni di marginalità nel mercato editoriale – sono state elaborate molto tempo prima della sua “seconda nascita” nel maggio del 1992. Non è (solo) una questione di riconoscenza e gratitudine personale, ma (soprattutto) di lucidità diagnostica: Cosa Nostra non si è trasformata “in qualcosa di diverso”, in “Cosa Grigia” (p. 291). Non sarebbe mai stata Cosa Nostra se non fosse stata sempre, in proporzioni più o meno accentuate, Cosa Grigia.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

http://tinyurl.com/ybkqo6d3

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