venerdì 27 aprile 2018

BULLISMO A SCUOLA: QUALCHE NOTA AUTOBIOGRAFICA

“Repubblica – Palermo”
25.4.2018

IL BULLISMO SCOLASTICO: QUALCHE CONSIDERAZIONE CHE NON HO UDITO IN GIRO

   “Dovrebbero pulire i wc della scuola a mani nude”. “No, bisognerebbe multare in maniera salata i genitori maggiorenni”. “Invece sarebbe meglio…”. Sugli episodi di bullismo contro docenti abbiamo letto e ascoltato di tutto: in effetti la scuola è un luogo da cui passiamo (quasi) tutti i cittadini e la tentazione di dire la propria è troppo forte per resistervi. Chi, però, dalla scuola è non solo passato per alcuni anni ma vi è rimasto per decenni a insegnare (secondo Levy-Strauss in “Tristi Tropici” una strategia inconscia per evitare di diventare adulti…) avrebbe voluto leggere o ascoltare anche considerazioni che non sono circolate.
La prima: che non è vero che si tratta di fenomeni recentissimi dovuti a una lunga litania di cause socio-psico-etico-politico- pedagogiche. Più di mezzo secolo fa, al Liceo Garibaldi di Palermo, alcuni miei compagni di classe chiedevano a mezza voce alla mite professoressa di italiano: “Scusi, signora but…na, potrei uscire?”, costringendo la docente a fare finta di non capire bene e ad affrettarsi a dare il permesso. Pochi anni dopo, da supplente di filosofia, fui chiamato al Liceo scientifico di Termini Imerese (che allora si trovava in una bella, ma vecchia sede). Un alunno, notoriamente di destra, dopo un’ora o due di lezione, mi intimò non so più che ordine aggiungendo che i fori alla parete dietro le mie spalle erano stati provocati dai colpi di pistola sparati contro il docente di ruolo che mi aveva preceduto. Mi limitai ad osservare che evidentemente in quella classe non si aveva una buona mira. Il giorno dopo un suo compagno di estrema sinistra mi spiegò che, in caso di disaccordo, mi avrebbe spaccato la sedia in testa. Gli risposi che, al suono della campana per l’intervallo, visto che era un maggiorenne (anzi, anche consigliere comunale di “Lotta continua”), sarei uscito a denunziarlo ai carabinieri per minacce a pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni. Sul momento sghignazzò, ma quando mi vide sulle scale verso l’uscita mi corse dietro e mi pregò di scusarlo per la “bravata”: lo perdonai solo a patto che chiedesse scusa davanti a tutti i compagni. Lo fece e in giornata si sparse la voce, anche grazie al commento di un bidello: “Ci vorrebbe un supplente di filosofia in ogni sezione!”. Alcuni anni dopo, nel liceo classico che avevo frequentato da alunno, fui chiamato a sostituire un collega di un’altra sezione perché i ragazzi avevano appiccato il fuoco alla cattedra e lo avevano accerchiato urlando a mo’ di pellirosse in girotondo. Quando vi misi piede per la prima volta vidi entrare cinque di loro, dopo la ricreazione, in identico assetto di guerra. Cercai di mantenermi calmo, chiesi i loro cognomi e man mano verbalizzai un rapporto al preside. Una delle ragazze mi obiettò che potevo farlo perché avevo la penna in mano. Allora le porsi la mia penna con gentilezza e la “sventurata” (citazione manzoniana a proposito della Monaca di Monza) redasse un rapporto su di me. Il preside, che li aveva sempre difeso, questa volta andò su tutte le furie e fu costretto a prendere finalmente provvedimenti.
  Come mai il dirigente scolastico per anni aveva taciuto? Qui tocchiamo una seconda considerazione: questi episodi (che adesso i social mediaamplificano e diffondono, ma che sono sempre avvenuti) presuppongono un clima generale di lassismo e di illegalità nell’istituto scolastico. E, se ciò avviene, il cinquanta per cento della responsabilità è dei presidi che vengono selezionati sulla base di varie prove, nessuna delle quali atte a misurarne l’autorevolezza morale, l’equilibrio psichico e il carisma dirigenziale. 
  Meravigliarsene sarebbe da sciocchi. Prima di diventare dirigenti, infatti, essi  - ecco una terza e ultima considerazione - sono stati insegnanti: e neanche gli insegnanti vengono valutati per le proprie doti umane. Basta (quando c’è) la preparazione tecnica nella propria disciplina e, se proprio va di lusso, si aggiunge la passione per la trasmissione delle proprie competenze: ma per comandare l’equipaggio di un aereo o per coordinare  un collegio di magistrati giudicanti sono necessarie tante altre qualità, senza le quali non si gode del prestigio minimo essenziale a svolgere in maniera dignitosa il proprio lavoro. 
Indubbiamente chi ritiene di avere davvero una buona dose di queste qualità le investe in campi dove esse sono riconosciute socialmente e economicamente  (come avviene con i piloti e i magistrati), non nell’insegnamento dove dal primo al quarantacinquesimo anno si resta “soldati semplici”. Ma questo aprirebbe tutto un altro discorso sull’organizzazione del sistema scolastico e universitario.

Augusto Cavadi

3 commenti:

  1. Diciamo pure che non basta sapere per sapere insegnare. Questa affermazione che può sembrare apodittica, sia letta come la conclusione di un ragionamento che sarebbe troppo lungo esternare e che comunque riguarda in primo luogo la formazione del corpo docente e ancora di più, per alcuni aspetti, di quello dirigente. E, perché no? come esercitare nel modo migliore il difficile mestiere di genitori.

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  2. Mauro Matteucci28 aprile 2018 10:06

    Caro Augusto,

    sono d'accordo con te che una delle principali cause del bullismo sta nella mancanza quasi totale di autorevolezza dei presidi con le maggiori responsabilità, purtroppo per me di sinistra, proprio da parte della sinistra o cosiddetta tale, v. riforma Berlinguer e poi della "nuova scuola" renziana. Anche a Pistoia gli episodi non si contano con presidi che si spacciano per manager, mentre ogni funzione formativa viene azzerata: pensa che il Liceo scientifico di Pistoia - diretto da un nuovo e "scattante" preside - si distingue per essere diventato il covo prediletto da fascisti e razzisti, che ogni giorno si distinguono per le bravate, dentro e fuori. Come esempio, basta lo striscione appeso alla scuola "Non esistono negri italiani". Altro che bulli! Non desistiamo: don Milani ce l'ha insegnato. Con amicizia

    Mauro

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  3. Ho ricevuto da una cara amica, Giuliana S., una domanda: “Caro Augusto, ho letto con piacere il tuo articolo sul bullismo e ammiro ancora una volta quel distaccato umorismo che ti ha aiutato in simili frangenti. Ma mi chiedo come si possa, anche volendolo, selezionare i docenti e dirigenti in base all’autorevolezza morale. Chi giudica chi, poi…”.
    Come è evidente, Giuliana solleva una questione tanto rilevante quanto difficile. L’autorevolezza morale è la risultante di un complesso di fattori che non è facile individuare. Provo, un po’ casualmente, a individuarne qualcuno (accennando, dove possibile, alla questione collegata del “chi” e del “come” si possano misurare):
    a) L’assunzione in servizio degli insegnanti è sinora avvenuta in maniera indecorosa, spesso con sanatorie di ogni genere per chi non affronta i concorsi. Quando gli esami di concorsi vengono effettuati, avvengono in situazioni indecorose: la maggioranza dei candidati copiano con la complicità dei colleghi che dovrebbero vigilare (talora non sono neppure colleghi ma personale amministrativo non-laureato). Quando qualche volta mi è stato ordinato di fare vigilanza, e ho invitato qualche candidato a non copiare dai manuali, mi è stato obiettato che mi facevo complice di un’ingiustizia dal momento che nel resto dell’Italia tutti i candidati, nelle stesse ore, potevano copiare senza problemi. Tu che hai sperimentato il concorso per magistrati sai in che ben altre condizioni di controllo rigorosissimo si svolgono le selezioni !
    b) Lo Stato (con la complicità della quasi totalità dei sindacati) ha stipulato un contratto tacito: vi assumiamo senza troppi filtri, ma in cambio vi paghiamo poco.
    c) La remunerazione è solo un aspetto: l’altro è l’assenza di qualsiasi prospettiva di promozione. A differenza di altre nazioni, dove è possibile affrontare esami di passaggio dalla fascia B alla fascia A, da noi l’unica possibilità di fare carriera è…abbandonare l’insegnamento per fare un lavoro completamente differente: il dirigente scolastico.
    d) Il prestigio è minacciato molto più dall’impossibilità effettiva di sanzionare i docenti che diano clamorose manifestazioni di squilibrio psichico, di ignoranza, di iniquità nelle valutazioni degli alunni. Potrei fare centinaia di esempi, con scarsa possibilità di essere creduto. Faccio solo un esempio: quando tre anni fa il governo ha proposto un piccolo incremento economico per i docenti, ogni collegio doveva stabilire i criteri della distribuzione del fondo. La mia proposta è stata bocciata in quanto bollata come “evidentemente paradossale”: che il fondo fosse distribuito fra tutti i docenti a esclusione di due categorie. La prima (a cui appartenevo): docenti che svolgono attività professionali oltre l’insegnamento. La seconda: docenti che, quando fanno brevi interventi orali in collegio o scrivono brevi testi, commettono più di un errore grammaticale o sintattico o ortografico.
    e) In prospettiva, ogni avanzamento di stipendio e/o di carriera dovrebbe dipendere da un comitato di valutazione formato dal dirigente scolastico (di diritto) e (per elezione) da due docenti, da due genitori e da due alunni. Tale comitato dovrebbe essere obbligato a dare spazio, nelle proprie valutazioni motivate per iscritto, delle ‘pagelle’ sui docenti da richiedere agli ex-alunni dopo almeno un anno dalla maturità e non più di due.

    Augusto

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