mercoledì 9 gennaio 2019

INSEGNARE RELIGIONI A SCUOLA: PERCHE' E COME

“Repubblica-Palermo”
4.1.2019

COME INSEGNARE LE RELIGIONI A SCUOLA

I dati sulla percentuale crescente di studenti che decidono di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica (IRC), passati in Sicilia dal 3 al 9 %, sembrerebbero riguardare – a prima vista – il mondo cattolico. Ma non è così. Essi segnalano una questione che interroga anche i “laici” in quanto molto più ampia, e più profonda, riguardante il futuro sociale e politico dell’umanità.
  Chiariamo preliminarmente due equivoci (per altro interdipendenti) legati allo statuto giuridico attuale dell’IRC. Primo: è l’unica disciplina scolastica facoltativa. Se altre discipline lo fossero, nessuna si salverebbe dalle richieste di esonero: non dico il greco o la matematica, ma neppure l’educazione fisica sarebbe più forte della tentazione di accorciare un monte ore davvero eccessivo di lezioni settimanali. E perché è facoltativa? Qui si affaccia il secondo equivoco: perché, anche se di fatto è tutto e nulla, di diritto sarebbe un corso di religione “cattolica”, dunque con programmi e docenti decisi non dallo Stato ma da una Chiesa confessionale.
   Se vogliamo evitare che le percentuali siciliane si adeguino ai livelli nazionali (20% di astensioni), e che i livelli nazionali crescano ulteriormente di molto, non c’è che una strada: trasformare l’insegnamento della religione cattolica in insegnamento di storia comparata delle religioni e, una volta realizzata questa trasformazione, rendere tale insegnamento obbligatorio esattamente allo stesso titolo delle altre discipline scolastiche. 
    Questa proposta non è avanzata (esclusivamente) da associazioni e movimenti polemici nei confronti dei privilegi concordatari della Chiesa cattolica in Italia, ma da molti docenti i IRC e da un Gruppo di saggi di varie nazionalità – per l’Italia Umberto Eco e Tullia Zevi - convocati già quindici anni fa dal presidente della Commissione europea dell’epoca, Romano Prodi. Nel loro Rapporto, intitolato Il dialogo tra i popoli e le culture nello spazio mediterraneo (reperibile anche in internet: http://europa.ei.int) si legge fra tanto altro: “Cosa deve insegnare la religione? Chi può porre a confronto in modo proficuo i diversi contenuti dottrinali delle religioni? E’ opportuno evitare confusioni e fare i dovuti distinguo tra insegnamento religioso, come viene inteso dai fedeli di una religione, consistente nel trasmettere i valori, i dogmi e la liturgia in vista dell’apprendimento della pratica del culto (quali il catechismo cattolico), e l’insegnamento comparativo delle religioni mirante alla conoscenza del fatto religioso e della sua storia. E’ unicamente quest’ultimo che costituisce una delle basi dell’apprendimento del dialogo tra le culture attraverso l’insegnamento. Il primo, sebbene degno di grande rispetto,, esula dall’obiettivo. Di conseguenza, è opportuno affidare l’insegnamento delle religioni a professionisti dell’insegnamento in grado, al di là delle proprie scelte di coscienza, di operare un’analisi comparata delle religioni con l’obiettività dello specialista e non con la passione dell’adepto. Si tratta di una scelta indispensabile dalla quale dipende il successo del dialogo attraverso l’insegnamento” (pp. 39 – 40 della versione in italiano).
     Queste, come tante altre preziose indicazioni di questo Rapporto, continuano a essere disattese. Perché meravigliarsi, dunque, che con l’ignoranza reciproca crescano le diffidenze, le incomprensioni, i conflitti identitari fra cittadini europei e immigrati di tradizione ebraica, islamica, induista o sikh ? La conoscenza delle visioni-del-mondo altrui (oltre che della propria, celata sotto il velo della presunzione) poteva ancora considerarsi opzionale trenta o quaranta anni fa. Non adesso. La globalizzazione del denaro e delle merci, se si incrementa in un contesto di isolazionismi tribali, non può che produrre e riprodurre barbarie. 

Augusto Cavadi

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