mercoledì 7 agosto 2019

DARE UN'ANIMA ALL'EUROPA: COME ?

“Viottoli”
Anno XXII, 2019, 1
UN’ANIMA PER L’EUROPA

Un organismo statuale può essere disegnato a tavolino e imposto alla popolazione, ma non può perseverare nel tempo senza un principio animatore e unificatore. Senza un ideale anche imperfetto, anche perverso: che sarebbero gli Stati Uniti d’America senza la retorica della “frontiera”, la Francia senza l’esaltazione della “republique”, Cuba senza il mito della “revolucion”? 
Anche il processo di unificazione europea si è avviato in forza di un ideale: il rifiuto del nazi-fascismo. Questo processo, infatti, non sarebbe neppure partito se il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco non avessero dimostrato sino in fondo l’assurdità delle “guerre totali” in generale, fra gli Stati dell’area europea in particolare. Ma il riferimento dialettico, l’anti- (nazifascismo), sufficiente per partire, si dimostra insufficiente per proseguire il cammino. Ci si stupisce della lentezza e della contraddittorietà del processo di unificazione europea: ma, senza una méta che attragga le menti e i cuori dei cittadini, sarebbe strano il contrario. Ogni federazione, o anche solo confederazione, implica vantaggi e svantaggi: per apprezzare i primi basta un’abile ragione calcolante, per accettare i secondi è necessaria una tensione etica. Un’Europa senz’anima non può vincere gli egoismi nazionali.
Ma cosa intendiamo, più precisamente, quando affermiamo che l’Europa dei nostri anni è priva di “anima”? 
Come tutte le volte in cui si prova a nominare l’immateriale, anche in questo caso una certa vaghezza è inevitabile. Ma, se si resta nell’indeterminato, il rischio di fermarsi alla lamentazione sterile - senza elaborare vie d’uscita praticabili - è altissimo.
Proviamo dunque, senza pretesa di esaustività, ad articolare un po’ questa nozione: di che sarebbe costituita un’ “anima” europea se ci fosse o se, un giorno, potesse emergere? 
Innanzitutto implicherebbe una “memoria” condivisa. La storia civile - ma anche politica, religiosa, filosofica, artistica, scientifica – degli europei si snoda attraverso un filo rosso comune: a me pare incredibile che non esistano testi scolastici adottabili, nelle diverse lingue, da insegnanti di ogni nazionalità. Certo, questo implicherebbe la rinunzia allo studio analitico di molti avvenimenti storici “locali”;  di molte guerre risoltesi – nonostante il sangue versato – nella conferma dello status quoprecedente;  di molte confessioni religiose minoritarie estintesi o assorbite in chiese storiche oggi ancora vitali;  di molti scrittori poeti pittori filosofi scienziati che attualmente vengono conosciuti a scuola negli Stati di appartenenza…ma impedirebbe al ragazzo spagnolo di ignorare Mozart, al ragazzo italiano di ignorare Shakespeare, al ragazzo inglese di ignorare Kant, al ragazzo tedesco di ignorare Cervantes, al ragazzo francese di ignorare Michelangelo . Soprattutto, consentirebbe a ogni ragazzo europeo di avvertire come  “connazionali”  Mozart e Shakespeare, Kant, Cervantes e Michelangelo. Oggi più che mai la qualità deve avere la meglio sulla quantità: Internet ci offre tutte le informazioni che possiamo desiderare, ma solo la scuola può suscitarci il desiderio effettivo di cercarle, il senso critico per selezionarle, la maturità sapienziale per collegarle. Come sostiene Harari, l’autore di Homo Deus, ieri il potere consisteva nell’ottenere molte informazioni, oggi nel sapere quali è meglio ignorare.
La “memoria” di ciò che ha fatto grande, anzi unica al mondo, l’Europa sarebbe monca, anzi deleteria, se non fosse – inseparabilmente – consapevolezza autocritica dei disastri di cui essa si è resa responsabile nei secoli: dalle Crociate anti-islamiche allo sterminio dei popoli indo-americani, sino alle violenze troppo spesso censurate del colonialismo in Africa, Asia, Oceania. I processi di rimozione dei propri errori, delle proprie colpe oggettive, avvelenano la psiche collettiva proprio come la psiche individuale. 
Solo una “memoria” condivisa, e “purificata”, può aprire gli occhi degli europei sul presente: su una contemporaneità frastagliata, complessa, a cui non è possibile rispondere semplicisticamente con la logica della difesa militare. I governi europei, più o meno sfacciatamente, stanno reagendo ai processi migratori con politiche egoistiche che, da una parte, riflettono l’egoismo individualistico di molti elettori e, dall’altra, lo confermano, lo consolidano e lo espandono. Un’Europa maestra di egoismo collettivo, incapace di solidarietà internazionale , che continua a razziare materie prime dalle aree politicamente deboli e ad esportare in esse armi e corruzione, è un’Europa che manterrà per qualche tempo ancora i suoi privilegi, ma a costo di inquinare il “senso comune” dei suoi cittadini, di abbassare la sua credibilità morale, di demotivare l’impegno dei suoi figli migliori: un altro modo di dire che rinunzierà ad avere “un’anima”. Al contrario, l’Europa potrebbe intestarsi l’obiettivo di restare sul pianeta un’avanguardia di democrazia formale e (almeno in parte) sostanziale. E’ in atto una gara fra Stati Uniti d’America, Russia, Cina, Unione Europea per il predominio politico-economico mondiale: una gara in cui sembrerebbe tutto lecito, nessuna mossa troppo sleale. Probabilmente è una gara che l’Unione Europea è destinata a perdere. Ma essa potrebbe vincere una competizione più importante, diventando un modello di rispetto dei diritti civili, politici e sociali dei suoi cittadini e un modello di partecipazione democratica alle scelte decisive dei governi. Si tratterebbe di un’Europa che assicuri più diritti ai lavoratori, ai malati, ai bambini, alle donne, alle minoranze etniche e religiose di quanto non facciano attualmente la Russia, la Cina e gli stessi USA (del cui sistema socio-sanitario sono tristemente note le falle). 
Un’Europa memore del proprio passato e (auto)-critica rispetto al proprio presente potrebbe mettersi nelle condizioni di condividere un “progetto” per il futuro. Attorno a quale ideale, a quale mito civile, a quale traguardo in grado di scaldare anche la dimensione emotiva, sentimentale, dei suoi cittadini? Non è facile rispondere. E la consapevolezza di questa difficoltà è premessa ineliminabile di ogni eventuale risposta. Perché non si può non partire dalla constatazione che, nell’incrocio di mentalità e di “visioni-del-mondo” differenti e spesso contrastanti, la “vecchia” Europa registra il predominio (per fortuna relativo, non assoluto) di una sorta di nichilismo consumista. L’eclissi delle “grandi narrazioni” perdura sino a farci sospettare che si tratti di un tramonto. E, per giunta, definitivo. Religioni, sistemi filosofici, ideologie politiche: tutto ci sa di avariato, di indigeribile. Gli ingenui, o i molto furbi, puntano sul recupero nostalgico del passato; ma chi ha studiato un po’  le carte sa che la delusione nei confronti di chiese e partiti non è infondata. Cristianesimo medievale, umanesimo liberal-borghese rinascimentale, socialismo ottocentesco – per non parlare d’altro di peggiore – hanno sprecato l’occasione di mantenere le promesse di salvezza, qui ed ora, che li avevano resi così attraenti agli esordi nella scena mondiale. 
   Che fare, dunque? 
   Possiamo adattarci al deserto, adeguarci alla tattica del giorno-per-giorno. Magari riscoprendo le “piccole patrie”, i “campanili”, le “tribù”, anche a costo di sbranarci fra vicini di casa come, sul finire del XX secolo, abbiamo assistito nella ex-Jugoslavia. Oppure possiamo, senza fretta ma senza sprecare neppure una giornata di lavoro, provare a ricostruire una nuova “utopia” che, raccogliendo le gemme della tradizione europea, le sappia intrecciare e soprattutto renderle appetibili. Il nucleo di questa ipotetica “utopia” – starei per dire, in un senso abbastanza differente da Sorel, di questo “mito” – non dovremmo inventarlo, ma riscoprirlo: sono i “sacri princìpi dell’Ottantanove”. “Libertà, uguaglianza, fraternità”: il segreto è che fruttificano solo se in connessione, isolati producono tragedie. 
   A più di due secoli di distanza dalla Rivoluzione francese abbiamo tutti gli elementi per capire che si tratta di tre idee-guida da integrare necessariamente in un’ottica più ampia, più saggiamente comprensiva. Esse sono inficiate da alcune caratteristiche insostenibili: l’antropocentrismo, l’individualismo, il maschilismo. Infatti l’orizzonte illuministico ( a cui si sono riferiti tanto le società capitalistiche quanto i socialismi reali) era un orizzonte antropocentrico, cieco rispetto alle esigenze e direi alla dignità intrinseca del cosmo naturale e, in particolare, degli altri esseri animali e senzienti; era un orizzonte individualistico, immerso nell’illusione che il bene comune derivasse automaticamente dalla somma degli interessi privati perseguiti individualmente; era un orizzonte maschilista che non riusciva a pensare la donna se non come satellite dell’uomo inteso, riduttivamente, come maschio. 
Oggi sarebbe da folli perseguire una libertà, una uguaglianza e una fraternità che non fossero solidali con la naturain tutte le sue variegate e preziose espressioni; inclusive delle fasce sociali, e dei popoli, violentemente emarginati dai progressi scientifici e tecnologici che promuovono davvero il benessere; declinate anche al femminilesecondo le istanze, disattese, della “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” di Olympe de Gouges. 
    Una tensione etica collettiva verso un intreccio di libertà, uguaglianza e fraternità connotato non-antropocentricamente, non-individualisticamente e non-maschilisticamente sarà impossibile senza l’apporto creativo di qualche artista (un poeta, un musicista, un pittore, un regista, un romanziere, un autore di teatro…) che sappia dare a questo intreccio di valori una forma, una configurazione iconica, capace di toccare anche le nostre fibre emotive. Anche su questo aspetto della questione seguo Edgar Morin: all’homo sapiens/demens che siamo conviene “salvaguardare sempre la razionalità nell’ardore della passione, la passione nel cuore della razionalità, la saggezza nella follia” (Il metodo. 6. Etica, Cortina, Milano 2005, p. 157). Non dissimile la recente raccomandazione di papa Francesco ai teologi in un documento dedicato alla riforma degli studi nel mondo cattolico: “E’ necessario arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi” (Veritatis gaudium, 4).
    Una chiosa finale: l’Europa con un’anima, l’Europa con questa anima, sarebbe un’Europa a sinistra? Dico subito che non sono fra quelli che ritengono obsoleta la differenza fra “destra” e “sinistra”. Sul tema Norberto Bobbio ha scritto cose a mio parere definitive: essere a “sinistra” significa tendere verso l’uguaglianza, la libertà, la pace; essere a “destra” significa privilegiare la disuguaglianza, l’autorità, la guerra (anche se, per ciascuno di questi temi, bisogna aggiungere tante precisazioni da scriverci un intero libro: Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, Roma 1999). 
    Eppure…eppure c’è un problema serio di logoramento delle parole. Dio, fede, cristianesimo, chiesa, amore, democrazia…: qualcuno, ogni tanto, propone un silenzio riparatore. Per un anno o dieci evitare di nominare non solo il nome di Dio, ma tutti i nomi che in qualche misura avrebbero una valenza sacra e sono stati inflazionati, quando non sputtanati, dall’uso e dall’abuso quotidiano. Ecco, qualcosa di simile lo vedrei necessario per la categoria “sinistra”: perché quando la pronunziamo evochiamo ideologie, movimenti, personaggi, eventi, periodi troppo differenti (e, in alcuni casi, francamente inaccettabili). “Sinistra” è Proudhon, Marx, Gramsci, Matteotti, Berlinguer, Gorbaciov; ma sinistra è anche Stalin, Brezhnev, Pol Pot, Craxi, Ceausescu. Perché pretendere che l’uomo della strada, o l’esponente di una nuova generazione, selezionino mentalmente l’accezione storicamente ‘buona’ di “sinistra” e scartino la ‘cattiva’? E perché, più radicalmente, escludere che dopo un anno o dieci di digiuno linguistico non si trovi qualche parla nuova per indicare il meglio della “sinistra”?  Un mio amico, Orlando Franceschelli, ama la formula “popolo del bene”: ha il suo fascino, ma mi lascia perplesso il riferimento mentale – che potrebbe sorgere spontaneamente – a un ipotetico “popolo del male” costituito da chi la pensasse diversamente. Di una cosa sono certo: nessun ideale filosofico-etico-politico, nessun progetto più o meno post-ideologico, potrà nascere dall’ignoranza di ciò che l’Europa ha elaborato negli ultimi cinque secoli. Il liberalismo, il comunismo, l’anarchismo, la socialdemocrazia, la dottrina sociale cattolica, l’ambientalismo…hanno prodotto analisi, avanzato ipotesi, suggerito terapie: nel mio La bellezza della politicaho cercato di richiamarne alcune più rilevanti, convinto, come recita il sottotitolo, che bisogna andare Attraverso – e oltre – le ideologie del Novecento. Sì, oltre:ma solo avendole attraversate, non scavalcandole allegramente come se la storia cominciasse con noi.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com 

AUTOPRESENTAZIONE (richiesta dalla redazione del semestrale):
Sono filosofo nell’accezione meno trionfalistica del termine: cerco di capire qualcosa del mondo e della vita,  in ascolto di chi parli per esperienza e con sincerità. Sino a 66 anni ho praticato la filosofia soprattutto nelle scuole, da tre anni continuo dove trovo interlocutori. 

1 commento:

Maria D'Asaro ha detto...

Condivido sostanzialmente l'analisi, che colorerei ulteriormente di verde - non possiamo lasciare Greta Thunberg con i ragazzi del venerdì e i quattro gatti decrescentisti a tentare di salvare da soli il pianetino - e di afflato evangelico/gesuanico.
Ma la tua disamina è già abbastanza ricca ed esauriente. A quando una bella riunione per discutere di politica?!