lunedì 5 dicembre 2022

LE FESTE NATALIZE INCOMBONO: SI SALVI CHI...VUOL


 PREVENIRE LA DELUSIONE DELLE FESTIVITA' IMMINENTI? E' POSSIBILE


La festa – interruzione del ciclo lavorativo quotidiano – è un'esigenza antropologica insopprimibile. Che sia di di venerdì (islamici), di sabato (ebrei) o di domenica (cristiani); che sia il 21 marzo (inizio della primavera) o il 25 dicembre (natale e dintorni del solstizio d'inverno) o in altra data più o meno convenzionale, come il Capodanno, poco importa. Comunque, una pausa è necessaria per ricordarci, e sperimentare, che l'orizzonte della vita non è solo il fare, il guadagnare, il neg-otium, ma altresì il contemplare, il condividere, l'otium

Ciò che provoca amarezza, e lascia delusi, dopo ogni festività è la sensazione – più o meno consapevole – di aver sprecato un'occasione preziosa. Di aver perso un appuntamento avvertito come imperdibile. Dove, come, perché si consuma questa sorta di tradimento delle aspettative? 

Sulla scia del libretto di Erich Fromm, Avere o essere? (che dal 1976 accompagna in molte lingue una generazione dopo l'altra) potremmo rispondere: perché viviamo la festa nell'ottica dell'avere, non dell'essere. Rileggiamo almeno qualche riga: «Nella società industriale, il tempo domina sovrano. L'attuale modo di produzione esige che ogni azione sia esattamente calcolata nel tempo […]. Il tempo è divenuto il nostro sovrano, e soltanto nelle ore libere abbiamo, ma solo in apparenza, una certa scelta. Infatti, di regola organizziamo il nostro tempo libero esattamente come organizziamo il nostro lavoro, oppure ci ribelliamo alla tirannia del tempo dandoci all'assoluta pigrizia». Dunque, anche nei periodi di stacco dall' indaffaramento quotidiano, restiamo prigionieri del modello produttivistico: o per imitazione (organizziamo le vacanze natalizie come se fosse un lavoro da progettare e eseguire a regola d'arte) o per contrapposizione polemica (ci proponiamo di trascorrere le giornate libere nell'inattività completa, dunque nell'iniziale euforia dell'interruzione e nella successiva noia del vuoto). 

C'è un'alternativa all'approccio dell'avere ? Come declinare, in concreto, l'atteggiamento incentrato sul primato dell'essere ? Nelle società “sacrali” è più facile aggregarsi in momenti che sono – almeno sulla carta – di crescita complessiva, di maturazione spirituale, di convivialità gratuita. Ma nelle società fortemente “secolarizzate”, come la nostra, partecipare a liturgie e riti religiosi senza convinzione intima non può che risolversi in un ulteriore motivo di delusione, di frustrazione. Si può uscire dalle chiese in cui ci si è rifugiati con l'amara sensazione di aver tentato, invano, di prendersi in giro, fingendo di credere a narrazioni teologiche di cui non cogliamo più il senso autentico. 

In questo contesto, ogni persona deve trovare una sua prospettiva sulla base della propria biografia, delle proprie convinzioni attuali, del proprio contesto socio-culturale. L'essenziale è scoprire, o riscoprire, che siamo animali pensanti, amanti, emotivi, sociali: dunque capaci non solo di attività 'utili' (irrinunziabili), ma anche di attività 'inutili' (almeno altrettanto necessarie), come passeggiare in riva al mare, preparare una cena per un ospite che di solito consuma in solitudine i suoi pasti, ascoltare musica, raccontare barzellette agli amici al bar, meditare in silenzio su un testo di mitologia ebraica, visitare una mostra di quadri, fare sesso con una persona cui vogliamo bene e che ne vuole a noi, chiacchierare con la zia anzianissima ospitata in una residenza sanitaria... 

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