domenica 9 gennaio 2022

COME STA LA DEMOCRAZIA? MALE, GRAZIE. L' ARGOMENTATA RIFLESSIONE DI ELIO RINDONE

 

 

Come sta la nostra democrazia?

 

Che nel nostro Paese (l’unico di cui ci occuperemo) la democrazia oggi non goda di buona salute è un fatto che si può dare per scontato, confermato tra l’altro dall’alta percentuale di cittadini che non si sono recati alle urne nelle ultime elezioni amministrative. Scontato è pure il fatto che si tratta di una forma politica difficile da realizzare, spesso deludente nelle sue attuazioni concrete, ma pur sempre preferibile alle altre soluzioni sin qui sperimentate.

Inutile, allora, ripetere cose già note? Personalmente non credo: osservare la realtà così come è, e confrontarla con quella che dovrebbe essere, penso che possa combattere la rassegnazione e stimolare l’impegno per cambiare qualcosa. Ovviamente non dirò nulla di nuovo ma mi limiterò a richiamare (quelle tra virgolette sono citazioni testuali) alcuni punti, che mi sembrano più attuali che mai, di una Lezione tenuta a Torino (23/4/2009) da Gustavo Zagrebelsky.

 

Non bastano le libere elezioni

 

Comunemente la democrazia è definita come quella forma di governo in cui il potere viene esercitato dal popolo, tramite rappresentanti liberamente eletti. Le libere elezioni si svolgono in Italia regolarmente, e quindi da questo punto di vista stiamo meglio di tanti altri Paesi. Ma le elezioni, come altre complesse procedure, sono necessarie ma non sufficienti perché un regime possa essere considerato democratico. La democrazia, infatti, non consiste soltanto in un insieme di regole da applicare ma implica il rispetto di certi valori sostanziali, che troviamo così elencati da Zagrebelsky: “l’uguaglianza e la giustizia sociale, la libertà, la solidarietà e l’inclusione sociale, la tolleranza, eccetera”. Valori che non devono restare sulla carta ma essere vissuti almeno da una buona parte della popolazione, che può e vuole metterli in pratica.

Perché ciò accada, non basta certo il rispetto delle procedure ma occorrono condizioni di carattere economico e culturale di cui lo Stato si deve fare carico. Infatti, diventa puramente formale il diritto di voto se tanti cittadini:

1 sono privi di quel minimo livello di benessere che consente di “disporre di tempo ed energie per dedicarsi, oltre che alle loro esigenze primarie di esistenza, alle questioni comuni”;

2 non conoscono davvero “la realtà delle questioni sulle quali si vota” né “chi sono coloro per i quali si vota e quali sono gli interessi effettivi che li muovono nella sfera politica, dietro quelli sbandierati pubblicamente”;

3 “non sono nelle condizioni d’istruzione e cultura per comprendere la natura dei problemi su cui si esprimono e i contenuti delle proposte sottoposte al loro giudizio”.

 

Classi dirigenti e caste

 

La partecipazione popolare alla vita politica – è bene dirlo subito – non è affatto in contrasto con la formazione di “élites in competizione tra loro, per poter organizzare, canalizzare e mobilitare le energie disperse nei grandi numeri, cioè per renderle operanti”. Ma tali classi dirigenti devono ovviamente agire in vista dell’interesse generale. Spesso, invece, “l’élite si trasforma in oligarchia, cioè si chiude su di sé, aspira all’inamovibilità e si cristallizza”, nella difesa dei propri interessi. Ed è evidente che simili gruppi di potere non hanno nulla a che fare con la democrazia, anzi sono i nemici che essa genera dal suo interno: “la tendenza delle democrazie, in assenza di antidoti, a produrre élites politiche (“classi dirigenti”) e la tendenza di queste a trasformarsi in oligarchie (“caste”) non è astratta teoria”. Non si tratta di pregiudizi populisti o di riprovevole invidia sociale ma di semplice “constatazione di fatti reali e diffusi”.

La democrazia, perciò, dovrà fare sempre i conti con questi gruppi di potere: se deve rinunciare all’illusione di eliminare una volta per tutte tali caste, dovrà però costantemente “operare per ridurne il peso e la presa, cioè per combatterle e, con ciò stesso, diffondere la democrazia”. In poche parole, la democrazia non è un regime stabile ma in “conflitto perenne per la democrazia e contro le oligarchie sempre rinascenti nel suo interno”.

Quale sia l’interesse di tali gruppi di potere è evidente: trasformare “i cittadini in una massa di manovra da sedurre e utilizzare” a proprio vantaggio, in modo da occupare, grazie ai voti conquistati nelle competizioni elettorali, cariche che saranno usate “a fini personali, se non anche criminali”. A tale scopo si preoccuperanno di inscenare una narrazione che intrattenga gli elettori trasformandoli in spettatori di uno spettacolo che nasconde i problemi reali: “Ciò che si vede, come sul palcoscenico del teatro, è una ‘rappresentazione’; è ciò che si vuole che si veda, non ciò che dovrebbe e potrebbe essere visto, in assenza delle quinte”. Sulla scena si confronteranno allora idee e progetti politici differenti, e talora opposti: ma questi non hanno alcuna importanza, agli occhi di chi li sostiene, sempre con passione e apparente convinzione, perché ciò che interessa è altro: “La conquista del potere per il potere fa a meno della filosofia, delle idee generali, delle buone intenzioni, dei programmi; le idee vengono dopo, come copertura del potere acquisito”.

La partita vera si gioca invece proprio dietro le quinte; qui la posta in gioco è il governo, obiettivo da raggiungere con qualunque mezzo: “Contano l’audacia, l’astuzia, talora l’inganno e il ricatto, la capacità delle combinazioni, le alleanze, le mediazioni”. In una parola, è l’uso della forza senza regole, che non ha nulla a che fare col diritto e con la democrazia. Anzi, tutto ciò che serve a imporre limiti e rispetto delle regole è sentito con fastidio, al punto da fare il possibile per eliminarlo, o almeno ridurne l’efficacia: ma cosa resterebbe della democrazia “senza controlli, senza indipendenza della magistratura e senza libertà della stampa, di critica, di satira politica?”.

 

Condizioni economiche

 

A questo punto, è chiaro quali sono i tre campi in cui chi ha a cuore la democrazia dovrebbe impegnarsi in maniera prioritaria per tentare di risalire la china: anzitutto quello economico. Sono ormai decenni, infatti, che in Italia le condizioni economiche dei lavoratori sono decisamente peggiorate: e se si è disoccupati, o si riceve una pensione di poche centinaia di euro o, pur lavorando, si ottiene un salario che lascia sotto la soglia di povertà, è evidente che non ci si può occupare delle ‘questioni comuni’ di cui parla Zagrebelsky, cioè dei problemi che riguardano l’intera collettività.

La lotta per salari più alti, per pensioni più dignitose, per la redistribuzione della ricchezza – possibile combattendo l’evasione fiscale, che sottrae ingenti risorse alla finanza pubblica – è indispensabile. Invece abbiamo assistito alla riduzione delle tutele dei lavoratori e ai continui attacchi all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. E un ministro della Pubblica Amministrazione ha potuto di recente annunciare, senza che ci sia stata alcuna reazione, che i controlli alle aziende non avverranno più a sorpresa e che gli imprenditori saranno avvertiti per tempo: ovvio che così non si troverà neanche un lavoratore in nero. Un noto ex calciatore inoltre, dopo che si è scoperto che è titolare di società offshore nel paradiso fiscale delle Isole Vergini britanniche, continua ad apparire sugli schermi televisivi come se nulla fosse, perché evidentemente l’evasione non suscita più vergogna.

Già con l’introduzione dell’euro si è verificato un peggioramento delle condizioni di vita di masse di lavoratori: passare in poco tempo da uno stipendio mensile di due milioni di lire a uno di mille euro non poteva che avere conseguenze traumatiche. A tutto ciò si aggiunge la riduzione, negli ultimi quarant’anni, del numero delle aliquote fiscali da 9 a 5, che l’attuale governo vuole ridurre a 4, mentre l’aliquota massima per i patrimoni più alti è passata dal 65% al 43%. Credo che questi pochi cenni siano sufficienti per comprendere le ragioni del progressivo impoverimento di buona parte della popolazione italiana e per constatare che i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni hanno fatto ben poco per mettere in pratica il dettato dell’articolo 3 della nostra Costituzione, che attribuisce alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

 

Libera informazione

 

Al miglioramento delle condizioni economiche dei cittadini dovrebbe accompagnarsi, ricordava Zagrebelsky, un’adeguata conoscenza delle “questioni sulle quali si vota” e di “coloro per i quali si vota”. Questo è il compito della libera informazione, che è nata come quarto potere, indipendente da legislativo esecutivo e giudiziario, e proprio allo scopo di controllarli. Ma ovviamente i potentati economici e politici si sono ben presto resi conto dell’influenza che la stampa, e oggi ancor di più la televisione e i social, esercitano sull’opinione pubblica, e si sono impadroniti dei mezzi d’informazione trasformandoli da cani da guardia in cani da compagnia del potere.

Fortunatamente la vita dei giornalisti italiani non è, come accade in altri Paesi, in pericolo, anche se alcuni di essi vivono sotto scorta. Ma ai poteri forti non occorre ricorrere alla costrizione per avere l’informazione al proprio servizio. Basta il denaro: “la ricchezza ottiene tutto, tutto può misurarsi in denaro, nulla sembra sottrarsi alla sua forza. Questa è l’ideologia del nostro tempo”. È ciò che di fatto accade, e non c’è quindi da stupirsi se i politici sono spesso ridotti a esecutori dei progetti della grande finanza, che trova conveniente investire ingenti capitali nel mercato dei voti: “Per chi ha patrimoni da investire, i magnati della finanza - siano essi persone fisiche o società di capitali - la democrazia può diventare un’impresa, un investimento, per i vantaggi d’ogni genere che ne potranno derivare, più fruttuoso di altri esclusivamente finanziari”. E nella misura in cui ciò si verifica la democrazia si trasforma in “plutocrazia o governo dei ricchi”.

Allora il senso delle parole viene capovolto, i fatti vengono sostituiti dalle opinioni, la verità diventa menzogna e viceversa. Durissimo in proposito, il giudizio di Zagrebelsky: “la menzogna intenzionale, cioè la frode – strumento che vediamo ordinariamente presente nella vita pubblica – dovrebbe trattarsi come crimine maggiore contro la democrazia, maggiore anche dell’altro mezzo del dispotismo, la violenza, che almeno è manifesta. I mentitori dovrebbero considerarsi non già come abili, e quindi perfino ammirevoli e forse anche simpaticamente spregiudicati uomini politici ma come corruttori della politica”.

E invece abbiamo politici che – qualcuno per più lustri, altri solo per alcuni anni – sono stati esaltati dall’opinione pubblica come grandi leader, pur essendo dei bugiardi seriali. E ciò grazie al supporto offerto da giornali e telegiornali, talk show e social media che oggi costituiscono strumenti di persuasione estremamente efficaci perché gestiti da esperti della comunicazione: “Si tratta di mezzi della comunicazione pubblica, mezzi molto sofisticati, sottoposti a innovazione tecnologica continua che, soprattutto, richiedono investimenti ingenti che sono nelle possibilità solo di pochi. Chi vince le elezioni è oggi […] solo chi dispone di questi mezzi e, con l’aiuto di specialisti della comunicazione politica, li sa meglio utilizzare”.

Per non parlare poi della Rai, che resta la fonte d’informazione più seguita dalla maggioranza dei cittadini: da sempre lottizzata, ora è stata posta addirittura alle dirette dipendenze del governo di turno dalla riforma voluta da Renzi, che aveva promesso di abolire la legge del berlusconiano Gasparri per strappare la televisione pubblica dalle grinfie dei partiti!

 

Scuola pubblica

 

Di non minore importanza, infine, l’impegno per una riqualificazione della scuola: è innegabile, infatti, che oggi ci si trova di fronte a una crescente carenza di senso critico, di ‘istruzione e cultura’, il che spesso impedisce di penetrare il significato delle diverse proposte avanzate dai partiti o addirittura di comprendere l’importanza della partecipazione alla vita politica.

Da oltre cinquant’anni gli interventi sulla scuola, apparentemente subiti o esplicitamente voluti dai vari governi, hanno avuto un obiettivo comune: abbassare il livello culturale dei giovani. Dalla rivendicazione sessantottina del 6 politico alle riforme degli esami di maturità, ridotti ormai a una farsa con promozione assicurata, dal taglio degli organici alla svalutazione del ruolo degli insegnanti, sempre meno pagati in rapporto agli stipendi dei loro colleghi europei, sino alla riduzione delle ore di lezione, introdotta con la legge sull’Alternanza scuola-lavoro.

Non ci si può, quindi, stupire se tutte le indagini pongono l’Italia all’ultimo posto, tra i Paesi dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), per quanto riguarda l’analfabetismo funzionale, cioè l’incapacità di comprendere, interpretare o riassumere un testo. Si tratta di oltre il 27% della popolazione italiana: stanno peggio di noi solo Cile e Turchia, e sta un po’ meglio di noi la Spagna. E questa incapacità di comprendere un messaggio influisce evidentemente anche sulle scelte elettorali, perché compromette spesso l’uso oculato del diritto di voto da parte di milioni di cittadini.

È la scuola, infatti, che dovrebbe offrire a tutti i membri della società le conoscenze di base necessarie per esercitare in maniera davvero libera i propri diritti politici. La democrazia si basa sul dialogo, sul confronto delle idee: ma se il dislivello culturale è eccessivo, è chiaro che chi possiede l’arte della parola avrà sempre la meglio. Infatti, ricorda Zagrebelsky, “Il dialogo, per essere tale, deve essere paritario. Se uno solo sa parlare, o conosce la parola meglio di altri, la vittoria non andrà all’argomento, al logos migliore, ma al più abile parolaio, come al tempo dei sofisti. Ecco perché la democrazia esige una certa uguaglianza – per così dire – nella distribuzione delle parole. […] Ecco anche perché una scuola ugualitaria è condizione necessaria, necessarissima, della democrazia”.

 

Niente rassegnazione

 

In conclusione, si può dire che il quadro è veramente sconfortante, al punto che non è esagerato affermare che nel nostro Paese la democrazia corre gravi rischi, dato che, perché essa funzioni, “non bastano buone cornici politiche, cioè buone costituzioni, ma occorrono anche uomini buoni che, dentro la cornice, agiscano secondo lo spirito del quadro, secondo il suo ethos. La migliore delle costituzioni nulla può se gli uomini che la mettono in pratica sono corrotti o si corrompono o, comunque, non ne sono a misura”.

Concetto su cui Zagrebelsky non si stanca di insistere, ribadendo che “la democrazia non è soltanto un abito esteriore di regole, ma è anche un atteggiamento interiore che dà corpo alle istituzioni; che non c’è democrazia senza un ethos conforme e diffuso; che lo scheletro, fatto di regole, è importante ma non sufficiente; che la più democratica delle costituzioni è destinata a morire, se non è animata dall’energia che è compito dei cittadini trasmetterle”.

Impegnarsi a trasmettere questa energia per rianimare la nostra democrazia, evitando che sia uno scheletro privo di vita, è il compito urgente dei cittadini che, unendo al pessimismo della ragione l’ottimismo della volontà, c’è da augurarsi che accolgano – in nome dei valori di uguaglianza, libertà e solidarietà – l’invito di Gramsci: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”.

 

Elio Rindone

Libero pensiero, dicembre 2021

1 commento:

Unknown ha detto...

Concordo con quanto partecipato da Elio. Il problema della democrazia sempre più fragile nasce,secondo me, dalla disaffezione degli italiani per la politica. Tale disaffezione è generata da un cambiamento di valori e da un sempre più basso livello culturale del popolo italiano. Il problema culturale ha dato vita a una perdita dei valori tradizionali che, pur se per qualcuno non del tutto condivisibili, erano dei valori che includevano in qualche modo un sentimento di solidarietà. Oggi si è più competitivi quindi si è più individualisti. Infatti se prima si era contenti per il successo di un amico o di un parente oggi, generalmente, si viene rosi dall'invidia. Tutto questo ha comportato che ognuno guarda il proprio orticello disinteressandosi del bene comune. I politici attuali sono di basso livello ma sono gli unici che gli italiani possono votare, un politico di spessore, uno che fa discorsi complessi, non verrebbe infatti nemmeno capito e il telespettatore medio cambierebbe subito canale perché lo riterrebbe noioso. Ormai l'importante non è capire ma assistere a un duello combattuto con le armi degli slogan e del volume più alto della voce. Altro problema è la quasi nulla frequentazione dei cittadini agli istituti di democrazia diretta,a cominciare dalle elezioni. Il politico ormai non è più presente nel territorio quindi non può raccogliere esigenze e proposte del proprio elettorato per riportarlo poi nell'istituzione dove è insediato. Con questo problema abbiamo pure diminuito il numero dei parlamentari accentuando quindi il problema. Apro una parentesi, com'è noto la diminuzione del numero dei parlamentari ha anche comportato in sede di elezione del Presidente della Repubblica, Travaglio disse insieme ad alcuni costituzionalisti che le riforme si sarebbero potute fare dopo, ancora, come prevedibile, non sono state fatte. Il livello culturale medio è calato a causa delle riforme scolastiche che si sono succedute negli anni, da quello che ho letto uno studente di terza media di una sessantina di anni fa ne sapeva più di un diplomato di oggi. Per avere una scuola non di classe si è creata una scuola ancora più classista. Per avere un curriculum accettabile non basta più nemmeno la laurea, ci vuole il master o addirittura il dottorato di ricerca, chi si può permettere di studiare fino a quarant'anni ha sicuramente una famiglia facoltosa alle spalle. Altro problema è il valore legale del titolo di studio, una laurea conseguita in un'università prestigiosa ha lo stesso valore di una presa in altro Paese dell'UE meno esigente. Mancando la meritocrazia in Italia e imperando il nepotismo con una laurea conseguita con un'università telematica e lo sponsor giusto tutte le porte sono aperte. Conseguenza di questo è che i migliori vanno all'estero dove i meriti sono riconosciuti. Sulla cultura c'è da aggiungere che la stessa va manutenuta anche dopo la fine degli studi, altrimenti si diventa degli specialisti solo nell'ambito del proprio lavoro. La cultura deve avere una manutenzione ordinaria e una straordinaria. La manutenzione ordinaria serve a non dimenticare ciò che si è imparato a scuola, quella straordinaria ad accrescere il sapere. Lo Stato dovrebbe pensare quindi sia al livello culturale degli studenti, sia dei lavoratori, sia dei pensionati