venerdì 26 giugno 2009

UN PRETE E LA SUA COMUNITA’


Centonove 26.6.09

QUANDO IL VENTO RADUNA

Viaggiare è dirigersi verso méte precise, sapendo che sceglierne una è rinunziare - ogni volta - ad altre cento, altrettanto desiderabili. Ma è anche lasciarsi sorprendere da luoghi, eventi, incontri imprevisti. Lasciarsi trasportare da quel ’soffio’ vitale con cui in molte lingue - come la greca - si nomina altresì lo ’spirito’. Ed è così che, pellegrinando per l’Italia in risposta all’invito di chi vuole con-riflettere sul senso dell’uomo e del suo essere-nel-mondo, mi sono trovato a metà maggio nella Comunità Nazareth a Torre de’ Roveri in quel di Bergamo. Poche ore, ma abbastanza per avvertire ciò che rendeva ammirevole Pascal agli occhi di un feroce anti-cristiano come Nietzsche: “l’unione di calore, spirito e onestà“. Quando a mezzanotte mi sono congedato per raggiungere, grazie al passaggio di due amici affettuosi, una deliziosa tana milanese, mi è stato donato un libro: una sorta di chiave per decodificare ciò che avevo avvertito sentimentalmente, quasi subliminarmente.

In “Il vento ci ha raccolti” (San Paolo, Milano 2008), infatti, Oliviero Arzuffi mi ha raccontato una storia semplice e straordinaria cominciata trenta anni fa quando un prete, due ragazzi e una ragazza decidono di sfidare paure personali e pregiudizi ambientali per andare a vivere insieme. In nome di “una solida amicizia di anni, una conoscenza reciproca non superficiale, ma, soprattutto, un’idea forte: costruire una convivenza, una ‘comunità di vita’ la chiamavamo allora, fondata sull’accoglienza e il recupero delle persone che fanno più fatica a vivere”. Negli anni Settanta fondare comuni e comunità non era un’iniziativa così peregrina: originale era, in questo caso, farlo senza esigere preliminarmente l’adesione ad un credo, politico o religioso che fosse. Le esperienze basate su rigide ortodossie teologiche ed ideologiche si sono tutte dissolte mano a mano che quei presupposti si sono andati sfaldando, nonostante - anzi anche a causa - della rigidità psichica di ‘fondatori’ più o meno autoritari. Perché Nazareth resiste ancora, più attiva e feconda che mai? Perché Beppe, Tiziano, Giusy e don Emilio condividono non un programma redatto a tavolino e articolato sin nei dettagli, bensì “una ricerca dalle caratteristiche laiche”: “tanto è vero” - racconta oggi il prete - “che uno di noi quattro si proclamava ateo, non credente, ma sua ricerca di fede si rivelava indefessa e appassionata. Al punto che gli dicevo spesso che credeva più di me e di tutti noi messi insieme. A modo suo, certamente. ma la sua onestà, la sua generosità, la sua totale gratuità nello spendere la vita a favore di chi è all’ultimo posto e sta ai margini, costituivano un vero e proprio inno di grazie al Dio della vita”.
Sarebbe toccante (soprattutto per chi sa qualcosa del sudore, e non di rado delle lacrime, che ogni concretizzazione nel sociale comporta), ma troppo lungo, riprendere qui il racconto delle tante iniziative varate nei decenni dalla Comunità, quasi cerchi concentrici e centrifughi di un sasso lanciato nello stagno dell’egoismo individuale e dell’inerzia politica: il centro di formazione permanente “La Baita” a Costa Serina; la comunità “L’Aquilone” per bambini e ragazzi abusati in famiglia; la comunità “La Piccola Stella” per minori adolescenti con problemi psichiatrici; il gruppo “La Strada”, laboratorio di animazione e di feste; la rivista “L’incontro”; la casa editrice “Il sestante”; i progetti d’intervento in Slovenia, Croazia, Romania, Malawi, Bolivia…
Ciò che mi preme è, piuttosto, indicare una prospettiva problematica: aprire degli interrogativi, a partire da uno stupore ammirato. Tutto questo movimento - che sta per essere organizzato all’interno di un’unica Fondazione Aeeper (Associazione educativa per la Prevenzione e il Reinserimento) - è animato da un’ispirazione ‘cristiana’. Problematica, elastica, aperta al confronto e alla collaborazione, ma cristiana: “Dall’inizio (1967) la Parola di Dio, attraverso una fedele ‘Lectio divina’ settimanale, diventa l’alimento preferito e insostituibile del nostro cammino. L’Eucaristia è da sempre il momento centrale della nostra esperienza”. E ancora: “Analogamente alle prime comunità cristiane, il medesimo fondamento è posto al centro della nostra vita comunitaria: tutto quanto viene vissuto è costruito intorno alla certezza e alla coscienza profonda che Gesù, il Risorto, continua ad essere presente”. Di fronte a questa testimonianza evangelica, a credenti in Cristo e a non-credenti spetta inchinare il capo con gratitudine. Essa costituisce, infatti, un’esemplificazione, splendida nella sua carnalità, di quale riserva agapica (di amore gratuito ed efficace, intendo) possa scaturire da una fede orante interpretata e vissuta non come “forma di evasione o di consolazione, ma momento costitutivo di unità in cui le diverse strade, le diverse competenze, le diverse esperienze si ritrovano unite per integrarsi, per essere riconosciute e valorizzate ognuna nelle sue particolarità, nella sua bellezza, nei suoi limiti e nei suoi fallimenti alla luce del mistero di Dio”.
Se storie di questo genere risultano - oggettivamente - critica severa a tutte quelle forme cattoliche di aggregazione (parrocchie, comunità, associazioni, movimenti…) che tradiscono la portata originaria del vangelo riducendolo a totem identitario di tribù, piccole come famiglie o estese come la chiesa di una nazione, concentrate sul proprio ombelico e chiuse ai gemiti dell’umanità sofferente, esse interrogano con altrettanta silenziosa eloquenza anche le organizzazioni ‘laiche’ (nell’accezione comune di non-religiose, di a-confessionali): che ne è della preoccupazione per le tragedie individuali e collettive da parte degli attori istituzionali (dal parlamento e dal governo centrale sino alle amministrazioni locali) e delle innumerevoli organizzazioni sociali (partiti, sindacati, ong, onlus…)? L’agape - intesa quale atteggiamento costante di servizio preferenziale agli esseri viventi più indigenti - contraddistingue specificamente la ‘buona notizia’ di Gesù di Nazareth: ma deve restare modello di convivenza e progetto di azione esclusivamente cristiano? La Comunità di Torre de’ Roveri è riuscita nella non facile impresa di essenzializzare la sua fisionomia religiosa, spogliandola di superfetazioni intellettualistiche e moralistiche: il vangelo “ci dice addirittura che amare Dio vuol dire semplicemente amare chi ti sta accanto, chi ti sta vicino, concretamente. Di più: amarlo come si ama se stessi”. E’ utopistico sognare che ogni altra aggregazione religiosa (ebraica, islamica, induista, buddista…) o laica (massonica, socialista, anarchica, ambientalista…) compia un’analoga riscoperta delle proprie radici essenziali in modo da restituire alla circolarità sociale il meglio della propria tradizione, liberata da degenerazioni e orpelli accumulati nel tempo? In modo da contribuire a tener viva una costellazione di ‘valori’ (la dignità, la libertà, la giustizia, il senso critico, la solidarietà, il coraggio, la memoria, la fantasia…) che possono resistere ed incidere solo insieme, senza enfatizzazioni dell’uno a danno degli altri? E’ possibile progettare una società-puzzle in cui ogni ‘mattonella’ rivendichi la propria identità ma solo per incastrarsi con le altre, all’interno di un disegno complessivo di attenzione sistemica, ‘politica’, ai fratelli e alle sorelle deprivati?
Quanti - come i membri della Comunità di Nazareth e le centinaia di persone che le gravitano intorno - vivono la propria visione del mondo senza iattanza, con fedeltà alle proprie convinzioni ma non con presunzione di superiorità morale né di possesso monopolistico della verità, contribuiscono, con la piccola ‘tessera’ della loro consapevolezza profetica, alla costruzione di una società-mosaico nella quale soltanto il pianeta potrà sperare l’improbabile salvezza.

giovedì 25 giugno 2009

BUROCRAZIA NEGLI ANNI 2000


Repubblica - Palerm0 25.6.09

L’AVVENTURA BUROCRATICA DI UN MODULO PER L’ACQUA

Come da promesse pre-elettorali, un drappello di neoparlamentari “porterà la Sicilia in Europa”. Per la verità, alcuni sospettavamo di esserci già: ma essere europei e sapere di esserlo non sono esattamente la stessa cosa. Per agevolare il trasloco dell’isola a Strasburgo, noi cittadini potremmo cominciare ad agire da europei, smentendo la freddura (un po’ razzista, fra l’altro) sugli Stati Uniti d’America che continuano ad avere rapporti con la Sicilia perché è una delle poche regioni nordafricane a non avercela contro Israele.

In Europa, ad esempio, se devi riempire un modulo lo puoi scaricare da internet e se devi sapere il numero di un conto corrente postale su cui versare una somma lo puoi apprendere per telefono. A Palermo, invece, può capitarti ben altro. Come alla signora Maria che, rimasta senz’acqua nella sua casetta di campagna sperduta fra Mezzojuso e Campofelice di Fitalia, si è rivolta ad un gentile signore che opera in quella zona a nome dell’agenzia Acque Potabili Siciliane, la società per azioni che gestisce il Servizio Idrico Integrato dei Comuni della Provincia di Palermo, in forza della convenzione stipulata con l’Autorità d’Ambito Territoriale Ottimale 1- Palermo (A.T.O. 1 PA). Questo operaio, molto gentilmente, si è recato all’ufficio di Marineo, ha prelevato dei moduli e ha invitato la signora Maria a presentarli presso lo stesso ufficio di Marineo o presso la sede centrale di Palermo. Un po’ perplessa per il fatto di non poter inviare né per posta né per fax né per internet i moduli compilati, la signora si rassegna a recarsi personalmente negli uffici palermitani delle Acque Potabili Siciliane. Ma qui l’attende una sorpresa: “Non siamo ancora, almeno per alcuni giorni, autorizzati a ricevere questi moduli, deve recarsi a consegnarli direttamente a Marineo “. “Ma non posso spedirli con una raccomandata postale con ricevuta di ritorno?”. “No, perchè a Marineo le lo dovranno consegnerare personalmente un altro modulo da riempire e comunicarle il numero di conto corrente postale su cui potrà versare il suo contributo per le spese del sopralluogo che richiede”. La signora, col capo chino e il sostegno del bastoncino su cui si appoggia a fatica, stava già abbandonando l’ufficio di via Ugo La Malfa per recarsi, nel caldo di una mattinata quasi estiva, a Marineo, quando qualcuno si è intromesso chiedendo di parlare direttamente col responsabile dell’ufficio. E’ bastata una sola domanda (”Se questa signora di ottantatre anni fosse sua madre, la manderebbe a cinquanta chilometri per ritirare un modulo in bianco e farsi comunicare un numero di conto corrente postale?”) perchè il dirigente capisse l’assurdità della prassi. Ha chiesto all’addetta di ri-telefonare alla collega di Marineo e di insistere affinché l’anziana cliente potesse inviare per fax la documentazione e ricevere, in risposta, il numero del conto corrente postale. Ovviamente la procedura è stata ritenuta praticabile e in pochi minuti il caso si è risolto. Tanto di cappello alla sensibilità umana e all’elasticità mentale di chi si è attivato per evitare una tortura supplementare ad un’ignara cittadina già provata dagli anni e dagli acciacchi; ma è lecito chiedersi perché, nel giugno del 2009, debba ottenersi come favore eccezionale un trattamento assolutamente logico, civile, che evita spreco di tempo, energie e consumi? Né si pensi che qualche impiegato abbia male interpretato la normativa vigente. Chiunque, accedendo al sito internet www.acquepotabilisiciliane.it, può entrare nella sezione “modulistica” ed apprendere che “per potere procedere alla Sua richiesta di sopralluogo per preventivo lavori, la pratica deve essere presentata presso uno dei nostri sportelli territoriali”. Incredibile, ma vero. Sarà difficile spiegarlo a un concittadino belga o olandese che, per avventura, dovesse richiedere un allacciamento idrico dalle nostre parti…Ma speriamo che, mentre qualcuno ci trasloca in Europa, un po’ di Europa si trasferisca in Sicilia.

lunedì 15 giugno 2009

Giusy Randazzo recensisce il mio
“E, per passione, la filosofia”


Apparsa il 15 giugno 2009 su 
www.mentelocale.it/leggere_scrivere/contenuti/index_html/id_contenuti_varint_23972

Recensione di Giusy Randazzo
su Augusto Cavadi,
E, per passione, la filosofia
Di Girolamo Editore, Trapani 2006
Nel 1998, studiando Jacques Maritain, lessi anche un testo che forniva una chiave di lettura per“alcune delle sue pagine più intense ed eloquenti”. Si trattava di un’antologia commentata che aveva lo scopo di consentire al filosofo tomista, come sosteneva il suo autore, di autopresentare la propria avventura esistenziale e teoretica. In realtà ciò che di quel testo mi colpì non fu né la scelta antologica né la chiave di lettura che di volta in volta veniva proposta, ma lo stile filosofico dell’autore, Augusto Cavadi, e la sua percezione del filosofare:

“La Filosofia è nata e si è arditamente propagata perché, prima di diventare proprietà privata dei professori, è stata un’esperienza esistenziale confidata da un testimone all’altro.[…] Purtroppo, però, la maggior parte di noi non ha tanta fortuna. L’iniziazione filosofica avviene mediante lezioni, libri, corsi universitari, seminari di studio, conferenze[…] Prevedibile, dunque, che simile studio della filosofia debba annoiare o, tutt’al più, incuriosire, senza trasformare intellettualmente ed eticamente chi vi si dedica. […] Che fare per ovviare agli inconvenienti di questa metodologia libresca e tendenzialmente nominalistica che rischia d’impoverire, anzi di snaturare del tutto, il significato dell’attività filosofica, riducendola se mai ad apprendimento d’idee archeologicamente interessanti oppure solo funzionali alla prassi politica?”

La risposta implicita di Cavadi era, sì, una sorta di appello ai filosofi di socializzare la loro conoscenza rinunciando alle lezioni catechetiche (come un tempo, Cavadi, aveva visto fare a Joseph de Finance che, anziano, trascorse qualche ora, nell’aula magna di un liceo, pronto e vivacissimo nel rispondere alle domande di un centinaio di studenti, attenti e raccolti come poche altre volte), ma anche di rivedere il valore e la natura della filosofia.

Fin da allora, Cavadi ricordava, che la filosofia in un certo senso non “serve” a niente (è, infatti, per costituzione, libera da presupposti e non si lascia piegare a strumentalizzazioni politiche o sociali o religiose), ma, in un altro senso, serve a tutto. Nella misura in cui si offre come momento di consapevolezza razionale, infatti, la filosofia consente non di fare “di più”, ma di compiere “meglio” le proprie azioni.
Nessuna sorpresa, dunque, quando nel 2006 Augusto Cavadi pubblica E, per passione, la filosofia e aggiunge il seguente sottotitolo: Breve introduzione alla più inutile di tutte le scienze.
Sull’utilità della filosofia, d’altronde, si è scritto tanto e la maggior parte dei filosofi concordano nel ritenere che non sia produttiva di alcunché. Martin Heidegger sosteneva che -è quanto mai esatto e perfettamente giusto dire che la filosofia non serve a niente-. Che la filosofia non abbia carattere strumentale lo ritiene anche Umberto Galimberti, che, a tal proposito, ne Il tramonto dell’Occidente, cita Heidegger, mentre ne Il gioco delle opinioni, riferisce di una risposta che si suole ritenere di Aristotele ovvero che “la filosofia non serve a niente perché non è una serva”. Aristotele in effetti scriveva nella Metafisica che la filosofia, consapevoli anche i primi filosofi, non ha alcuna utilità pratica -Ὄti δ’ οὐ ποιητική, δῆλον καὶ ἐκ τῶν πρώτων φιλοσοφησάντων˙- (Che poi la filosofia non sia produttiva, è manifesto anche ai primi pensatori filosofici- Metafisica, A 2, 982 b11).
Cavadi riprende Aristotele sin dall’inizio della sua argomentazione, riportando le parti più significative del capitolo 2° del I libro della Metafisica, in cui lo stagirita rimarca la libertà della filosofia, che non è asservita ad altro in quanto fine a se stessa, per tal motivo, se anche tutte le altre discipline possono considerarsi più necessarie della filosofia, nessuna le è superiore. A questo punto, è evidente che, se il convincimento della sua inutilità bastasse a dir tutto o in massima parte sulla filosofia, commetteremmo un sacrilegio; scriveva, infatti, Heidegger: “L’errore è soltanto di credere che, con questo, ogni giudizio sulla filosofia sia concluso.”
Tant’è che Augusto Cavadi non conclude affatto, tutt’altro: apre nuovi orizzonti nel filosofare, fornendo a ogni lettore la possibilità di entrare dentro le grandi tematiche filosofiche attraverso l’utile mediazione del filosofo, per prendere consapevolezza del proprio essere-nel-mondo, per rispondere alla propria domanda di senso, per osservare quanto di universale c’è nella propria vita particolare. E lo fa con un linguaggio attento, ma alla mano, che non dimentica di essere filosofico, di produrre meraviglia, anche ritraendosi delle volte o usando l’ironia o la battuta o semplicemente l’umiltà. D’altronde, come l’autore stesso, ci ricorda, il filosofo, pur riconoscendo la sua incompetenza professionale quando si tratta di lenire sofferenze psichiche o dirimere controversie amministrative, può offrire il proprio apporto ed essere invitato al tavolo degli esperti settoriali […] senza alterigia né complessi di inferiorità, per favorire la comunicazione fra gli interlocutori e per sollecitarli a guadagnare un altro punto di vista. Ma il filosofo soprattutto eviterà che ci si addormenti su luoghi comuni, soluzioni scontate e situazioni sclerotizzate. D’altronde non si filosofa soltanto per soddisfare la propria curiosità intellettuale, che già di per sé è una buona ragione poiché ci libera dalle catene dell’ignoranza, ma anche per interpretare diversamente la realtà, per cogliere, ad esempio, un senso nel dolore, che può fare la differenza tra cedere alla disperazione e resistere. Non è abbastanza? La filosofia “serve” anche a decondizionarci dall’educazione ricevuta, in modo da dare anche a chi è nato in Iran la possibilità di morire confuciano, a chi è nato in Cina la possibilità di morire islamico, a chiunque di morire ateo. […] La filosofia non insegna a cancellare le differenze, ma a vedervi delle risorse piuttosto che delle minacce.
In E, per passione, la filosofia, Cavadi, dà dunque delle buone ragioni (in chiave autoironica aggiunge un punto di domanda accanto a “buone”) per occuparsi della filosofia. In quel primo testo, di cui si diceva all’inizio (Jacques Maritain fra moderno e post-moderno, Edisco, Torino 1998), aveva già offerto un suggerimento a coloro che volessero avvicinarsi alla filosofia: -Il modo migliore per accostarsi alla filosofia sarebbe d’incontrare un filosofo in carne ed ossa ed entrare nella cerchia dei suoi amici più cari-.
Io l’ho fatto.

Bibliografia
Aristotele, Metafisica, Rusconi Libri (G. Reale, a cura di), Milano 1993
A. Cavadi, Jacques Maritain fra moderno e post-moderno, Edisco, Torino 1998
A. Cavadi, E, per passione, la filosofia, Di Girolamo Editore, Trapani 2006
U. Galimberti, Il tramonto dell’Occidente nella lettura di Heidegger e Jaspers, Feltrinelli Editore, Milano 2005
U. Galimberti, Il gioco delle opinioni, Feltrinelli Editore, Milano 2004
M. Heidegger, Einführung in die Metaphhysik (1935-1953); tr. it. Introduzione alla Metafisica, Mursia, Milano 1968

venerdì 5 giugno 2009

Convegno di bioetica a Palermo (maggio 2009)


“Centonove”
5 giugno 2009
Liberi di scegliere sul nostro corpo

Quali sono i soggetti legittimati a decidere nelle scelte che riguardano il nostro corpo? Più radicalmente: qual è il significato della nozione di “autonomia della scelta” quando ci si trova di fronte a situazioni-limite (quali il concepimento, la nascita, la malattia e la morte)? Ha provato a rispondere a questi quesiti il Convegno intitolato “Autonomia e limite. Siamo liberi di scegliere?” promosso dalla Commissione bioetica della Tavola valdese e svoltosi, con l’accurata regia del dott. Enrico Cillari, mercoledì 14 maggio a Palermo presso l’Azienda ospedaliera “V. Cervello”. Ovviamente la casistica di cui si occupano i bioetici esige, al suo interno, precise distinzioni: per esempio le situazioni in cui è in ballo davvero solo il ‘proprio’ corpo (metodi anticoncezionali o testamento biologico) e le situazioni in cui è in gioco anche un corpo ‘altro’ (sia pur embrionale, come nei dilemmi riguardanti l’interruzione volontaria della gravidanza).

Il convegno si è limitato al (già molto vasto e delicato) ambito delle situazioni in cui il soggetto è alle prese esclusivamente con la propria vita o con la vita di persone molto care che però non sono più in grado di formulare con chiarezza inequivoca la propria volontà. Poniamo il caso della Englaro (evocato anche dalla presenza al convegno del prof. Carlo Alberto Defanti, il medico che è stato incaricato dai genitori di Eluana di accompagnarne il decesso): chi è competente a decidere? Questa la domanda di fondo, affrontata da biologi come Anna Rollier, medici quali Valentina Dubini e Demetrio Neri, da giuristi come Luca Nivarra, da filosofi come Caterina Botti e Sandro Mancini, ma anche da teologi, tra cui Erika Tomassone, Sergio Rostagno e don Cosimo Scordato. Tutti d’accordo nel dire che la nozione di “competenza” non dev’essere intesa in senso tecnico, cioè ristretto agli specialisti, ma che si deve sempre tenere conto anche della libertà individuale, che mai va guardata con sospetto, né identificata con l’arbitrio. “Lo sviluppo della scienza e della tecnica - ha dichiarato all’agenzia di stampa NEV, a conclusione dei lavori, Luca Savarino, coordinatore della Commissione bioetica - ha mutato le circostanze del morire e del vivere. La medicina rianimativa è in grado di vicariare molte funzioni essenziali per la sopravvivenza del corpo: in questo modo le tecnologie mediche rendono più lunga la vita, ma non sempre sono in grado di migliorarne la qualità. La medicina riproduttiva, d’altro canto, oggi può creare la vita in condizioni diverse da quelle del passato. Proprio il rapido mutamento delle tecniche mediche ha posto problemi nuovi e ha reso obsolete le vecchie risposte. Per questo motivo, il riferimento a principi immutabili, che è tipico di quella che viene comunemente chiamata bioetica religiosa, ma che probabilmente non è altro che la bioetica di una religione particolare, diventa insufficiente a risolvere i dilemmi etici che concretamente i diversi soggetti si trovano ad affrontare”. Nel corso dei lavori si è tentato di porre l’accento sulle situazioni concrete entro cui la responsabilità individuale è chiamata a decidere. “Uno dei convincimenti di fondo che hanno animato il lavoro della Commissione bioetica della Tavola valdese nella preparazione di questa giornata di studi rinvia precisamente all’idea che non sia possibile astrarre dal contesto entro cui le decisioni vengono prese: di qui la scelta di mettere a confronto operatori che lavorano concretamente sul campo con persone che mettono in opera una riflessione di stampo maggiormente teorico, sia essa di tipo giuridico, filosofico o teologico” ha concluso Savarino.

LA BARBARIE


“Centonove”
5 giugno 2009

MILLE AUSCHWITZ

Un recente viaggio ad Auschwitz e Birkenau (per accompagnare un gruppo di sindacalisti della Filca-Cisl in qualità di consulente filosofico-politico) mi ha indotto a riprendere in mano due libri istruttivi. Il primo - “Il flauto d’osso. Lager e letteratura”, La Giuntina, Firenze 1996 - è stato scritto da Stefano Zampieri e, a dodici anni dalla pubblicazione, non ha perduto una pennellata di smalto. Con uno stile personalissimo, che attraversa e scompiglia i generi letterari abituali, consente al lettore di entrare nel mondo inimmaginabile dei campi di concentramento e di sterminio in compagnia di alcuni degli autori che ne sono usciti vivi, anche se segnati indelebilmente nell’anima (cioè nell’intimo del corpo): Primo Levi, Erich Wiesel, Robert Antelme, Aldo Carpi, Paul Celan, Jean Améry, Victor Frankl, Liana Millu, Bruno Bettelheim.

A parte la fruibilità - anzi la godibilità - delle pagine, si tratta di un’operazione preziosa perché è una sorta di salvataggio al quadrato: la testimonianza degli autori - che hanno scritto per evitare che quegli eventi affondassero nel mare dell’oblio - va adesso, a sua volta, preservata dall’oblio. E non soltanto per pietas nei loro confronti. Quando si assiste allo smembramento progressivo dei legami sociali, allo sfaldamento delle organizzazioni partitiche e sindacali, come non “vedere il Lager come un estremo” piuttosto che “come una eccezione”? “La realtà che in esso si è prodotta è un effetto di coerenza radicale della società nazista la quale, a sua volta, non fu un semplice errore della storia, non fu la follia collettiva di milioni di uomini, ma un frutto sempre possibile (magari sotto altra veste) della società occidentale. Nel Lager, si è tentato un esperimento: la produzione d’un uomo artificiale, l’uomo obbediente, l’uomo ridotto a numero, l’uomo macchina destinato al lavoro, qualche che sia, anche il più improduttivo, il lavoro come dimensione puramente simbolica, privato della sua naturale capacità di produrre il necessario, di riprodurre l’uomo stesso, il lavoro come semplice esercizio di morte. Ma la condizione prima perché un simile esperimento potesse riuscire era proprio la condizione dell’isolamento individuale: che l’uomo fosse tagliato fuori da ogni relazione con gli altri uomini, che abdicasse alla sua naturale condizione di essere-con-altri, perché solo così l’uomo diviene soggetto, nel senso passivo di carne morta, di atomo ubbidiente nel grande organismo della società“. Insomma: “il problema dei testimoni” è “il nostro problema, e non è semplicemente problema teoretico, è la realtà stessa del nostro sapere, che si deve sapere fondato su quell’evento distruttivo, perché dopo di esso tutto è stato diverso, tutto è diverso. L’oblio qui è delittuoso, l’oblio è porsi fuori dalla storia stessa, nel campo della menzogna e della falsificazione”.
Meno originale nella scrittura, ma non meno chiaro ed efficace in obbedienza agli intenti palesemente didattici, è la monografia recentissima di Luigi Mozzillo “Pensare la barbarie con Levi e Herling”, Su Ali d’Aquila, Capua 2008. L’autore si propone - come recita il sottotitolo di questo Quaderno dell’Istituto Superiore Scienze Religiose “San Roberto Bellarmino” di Capua (Caserta) - di offrire “Appunti di lettura per ‘Se questo è un uomo’ e ‘Un mondo a parte’ “. Chi sia Primo Levi e cosa racconti in “Se questo è un uomo”, è noto a molti. Meno numerosi, senz’altro, quanti sanno invece chi sia Gustaw Herling-Grundzinski e che il suo “Un mondo a parte” è il racconto di due anni di prigionia nei gulag di Stalin. L’originalità del libro sta proprio nel tentativo, in gran parte riuscito, di mettere a confronto (dall’angolazione storico-oggettiva) gli orrori del nazionalsocialismo e del socialismo sovietico e (dal punto di vista della personalità dei due scrittori) la prospettiva tendenzialmente sociologica di Levi con la prospettiva tendenzialmente psicologica di Herling.
Circa la prima questione, si tratta di una comparazione che ha qualcosa di grottesco: come se si volesse stabilire se è più letale la cicuta o l’arsenico. Alcune differenze sono innegabili (nei campi di concentramento staliniani non c’erano camere a gas costruite per sterminare sistematicamente i prigionieri), ma altre somiglianze sono altrettanto innegabili (in alcuni gulag come Kolyma i prigionieri venivano intenzionalmente decimati mediante lavori forzati e angherie di ogni genere: proprio come nei lager nazisti). Circa la seconda questione, ho trovato interessante la sottolineatura delle angolazioni da cui scrivono Levi ed Herling, anche per spiegare certe ‘polemiche’ fra i due. Si sa, infatti, che Levi ha trovato incongruo mettere sullo stesso piano di gravità i campi stalinisti e i campi nazisti: solo in questi ultimi, infatti, si poteva finire internato e assassinato non per (vere o presunte) colpe soggettive, ma per il solo fatto di appartenere ad un’etnia, anche se si era un bambino o un minorato psichico o un anziano malato. Nonostante alcune espressioni che si sono prestate ad interpretazioni equivoche, neppure Herling intende ‘assimilare’ - oggettivamente - il sistema dei gulag al sistema dei lager ; egli però rivendica con forza l’assimilabilità delle sofferenze soggettive patite dalle vittime di Stalin e la loro dignità morale con le sofferenze e la dignità delle vittime di Hitler.
Entrambi comunque - Levi ed Herling - hanno scritto storie che prima sono state incise nella loro carne. ed entrambi le hanno scritte per tentare di portare i lettori “oltre il baratro creato dall’assurda barbarie del ventesimo secolo, per riacquistare un po’ di fiducia nel destino dell’uomo nel mondo”. Purtroppo, però, capitoli incredibilmente atroci - come le guerre fra Croati, Serbi e Bosniaci dopo lo scioglimento della Jugoslavia di Tito - non lasciano sperare in nulla di sereno per il futuro. E, se l’ignoranza non mi gioca brutti scherzi, le vittime dei Balcani nell’ultimo decennio del XX secolo attendono ancora un Levi o un Herling che ne salvino, almeno, la memoria.