mercoledì 13 ottobre 2010

Giacomo Pilati su “I siciliani spiegati ai turisti” di A. C.


“Repubblica - Palermo”, giovedì 7 ottobre 2010

“I Siciliani spiegati ai turisti”

di Giacomo Pilati

Scrivere dei siciliani non è facile. Comprendere, spiegare, capire, illustrare. Una operazione complessa. Perché non ce n’é uno uguale all’altro, perché la diversità è la loro ricchezza, perché cambiano, si muovono, non stanno fermi ed è impossibile fissarli senza rischiare di riprodurre una fotografia sfocata. Centinaia di volumi accatastatisi negli anni hanno puntato l’obiettivo sul rapporto fra i siciliani e l’isola, senza però mai chiudere definitivamente l’argomento . Secoli di studi, romanzi, inchieste, saggi, per raccontare l’isola da ogni punto di vista, dalle abitudini alla gastronomia, dalle donne coraggio agli uomini vili, dalla icone antimafia ai delitti eccellenti. Una enciclopedica rassegna di sociologia e folclore. Nessuno però aveva pensato di spiegarli ai turisti, cioè a quelli che vengono in Sicilia non soltanto per scattare le foto di Erice, Palazzo dei Normanni e Duomo di Monreale, ma anche per cercare di capire il posto dove vivono i propri simili. Augusto Cavadi nel suo prezioso abbecedario di regole per non perdersi fra i luoghi comuni (I siciliani spiegati ai turisti, di girolamo editore), per la prima volta indaga con lo stupore del viaggiatore e l’analisi attenta dello studioso, il pianeta inesplorato degli usi e dei costumi, dei vizi e delle virtù di un popolo assai mutevole. La ricetta di Cavadi, reduce dal successo di un analogo libretto dove però ai turisti viene spiegata la mafia, è semplice e immediata: provare a raccontare non che cosa sono i siciliani “ma come appaiono a me siciliano dopo sessanta anni di stretta collaborazione”. Aneddoti e esperienze dirette per dimostrare o smentire modelli, manie e modi di fare. “La prima cosa che ho capito è che bisogna diffidare degli schemi troppo generali: non lasciarsi intrappolare dalle etichette, comode a prima vista, ma che uniscono e appiattiscono la varietà dei casi concreti”. Diviso in due parti, Vedute d’insieme e Scorci intriganti, il percorso tracciato da Cavadi si srotola lieve fra precauzioni e raccomandazioni, evitando giudizi definitivi, invitando piuttosto il turista ad aprirsi senza pregiudizi al viaggio nel cuore dei siciliani.
Come una guida ai monumenti, il volume conduce per mano attraverso le opere d’arte più famose (l’accoglienza, l’allergia alle regole, la cosa pubblica, la fede) e gli angoli più nascosti, quelli meno frequentati ( la santa patrona, Peppe Nappa, la vanagloria, la ribellione). Prima di cominciare, una informazione utile: i turisti che vengono in Sicilia non devono temere nulla dalla mafia. “Si concentra sui suoi nemici e non colpisce a caso. Non di rado Cosa Nostra gestisce gli alberghi più lussuosi e i ristoranti più raffinati, i suoi uomini conoscono il galateo verso gli ospiti e sono prodighi di cortesie”. Ma questo non vuol dire però che qui non possano capitare altri spiacevoli incidenti, scippi o furti. Meglio non farsi frastornare allora dalla cordialità non sempre autentica dei siciliani. La fregatura inaspettata, a tradimento, è la più dolorosa. Accoglienti tutti, buoni e cattivi, e con una allergia condivisa per le regole, per le leggi emanate dallo Stato in particolare. “C’è un gesto che esprime simbolicamente questo atteggiamento a-sociale: la massaia che spazza con cura la casa, ma una volta che ha spinto polvere e cartucce in strada, appena oltre la soglia, richiude la porta. Ciò che resta fuori è cosa loro, cosa di tutti e perciò di nessuno”. Un’altra contraddizione che colpisce l’osservatore esterno riguarda il rapporto con il lavoro. Dipendenti pubblici sonnacchiosi e pigri si trasformano nel pomeriggio in infaticabili operai, imbianchini, idraulici.
“ Rispetto ad altre regioni d’Italia lo squilibrio fra cura per i propri interessi e cura per il bene comune è davvero schiacciante”. Poi ci sono i palermitani. Una categoria a parte, un arcipelago di piccole città scarsamente collegate, un universo separato dal resto dell’isola. Una anomalia anche. “Una stirpe eletta che domina dall’alto il resto dei siciliani. E non importa se, carte alle mani, tutti questi motivi di borioso complesso di superiorità si stenterebbero a trovarli”. Ma quando è il siciliano ad essere turista cosa succede? Lo stereotipo è bello e pronto: siciliano uguale mafioso. Cancellare questa cartolina non è facile certo, ma ci sono esempi di uomini e donne straordinarie, che possono produrre coraggio e modificare la geografia delle apparenze.”Per questo è urgente che almeno la carta stampata dia un a mano a far conoscere le testimonianze civili di chi senza clamori, ma con l’eloquenza silenziosa dei fatti, si mette dalla parte giusta”. Il finale è dedicato ad una maschera poco nota, Peppe Nappa, e al recupero intelligente che ne ha fatto in un saggio lo scrittore trapanese Salvatore Mugno: “Se guadagnarsi da vivere è una maledizione divina, egli preferisce le feste e il tempo libero, il piacere della carne, sola sede dello spirito”.

Emblema attendibile del tipo siciliano? Un modello antropologico, certo. Ma non l’unico.

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