domenica 24 ottobre 2010

Il papa è tornato a Roma. Note da Palermo.


“Adista”, 77, 16 ottobre 2010

Su don Puglisi martire il papa preferisce glissare
di Augusto Cavadi

Dalla visita di Benedetto XVI ci si attendeva a Palermo una duplice presa di posizione: contro la mafia e a favore della canonizzazione, come ‘martire’, di don Puglisi. Rispetto a queste aspettative, gli interventi del papa possono considerarsi soddisfacenti? A giudicare dalle dichiarazioni di molti esponenti cattolici, la risposta sembrerebbe positiva. Analizzando le parole del pontefice con distacco emotivo, tanto entusiasmo va ridimensionato. La bottiglia è per metà piena e per metà vuota.

Quanto alla condanna della mafia, il papa l’ha ribadita nei due discorsi pubblici: sia a messa (”so che a Palermo non mancano difficoltà, problemi e preoccupazioni: penso a quanti vivono concretamente la loro esistenza in condizioni di precarietà, a causa della mancanza del lavoro, dell’incertezza per il futuro, della sofferenza fisica e morale e a causa della criminalità organizzata”) sia con i giovani (”non cedete alle suggestioni della mafia, che è una strada di morte, incompatibile con il Vangelo!”).

Non meno significativo, un gesto imprevisto: la sosta in autostrada per deporre fiori in ricordo delle vittime della strage del 23 maggio 1992.

Ferma restando la rilevanza di questi dati, mi pare che vada circoscritta. Ancora una volta il Magistero cattolico parla di mafia in termini di “criminalità organizzata”, di “strada di morte”: di mafia che minaccia e uccide. Anche questo segmento ‘militare’ è mafia, ma non è tutta la mafia: che è un sistema di dominio più complesso, costituito inestricabilmente da attività economiche, infiltrazioni politiche, relazioni sociali. Sino a quando la condanna non arriva a comprendere tutti i versanti del sistema mafioso, resta incompleta e priva di autocritica. Infatti quei cattolici coinvolti in grovigli mafiosi sono boss e killer, ma in misura molto più consistente complici, referenti politici, consulenti strapagati, apologisti prezzolati.

La storia parla chiaro: la differenza fra la mafia e le altre bande criminali ‘comuni’ è nel fatto che la mafia gode di una zona grigia di cittadini che (per paura, per interesse o per altre ragioni) supportano i membri di Cosa nostra. È in questo “blocco sociale” che sta la forza della mafia ed è proprio in esso che pullulano le presenze di cattolici; perciò le condanne ecclesiali devono arrivare a raggiungerlo.

Un po’ diversa la situazione rispetto al processo di beatificazione, per ‘martirio’, di don Pino Puglisi. Il papa lo ha citato ben tre volte: al Foro Italico (”chi è saldamente fondato sulla fede, chi ha piena fiducia in Dio e vive nella Chiesa, è capace di portare la forza dirompente del Vangelo. Così si sono comportati i Santi e le Sante, fioriti, nel corso dei secoli, a Palermo e in tutta la Sicilia, come pure laici e sacerdoti di oggi a voi ben noti, come, ad esempio, don Pino Puglisi”); in cattedrale (”la Chiesa di Palermo ha ricordato recentemente l’anniversario del barbaro assassinio di don Giuseppe Puglisi, appartenente a questo presbiterio, ucciso dalla mafia. Egli aveva un cuore che ardeva di autentica carità pastorale; nel suo zelante ministero ha dato largo spazio all’educazione dei ragazzi e dei giovani, ed insieme si è adoperato perché ogni famiglia cristiana vivesse la fondamentale vocazione di prima educatrice della fede dei figli. Lo stesso popolo affidato alle sue cure pastorali ha potuto abbeverarsi alla ricchezza spirituale di questo buon pastore, del quale è in corso la causa di beatificazione. Vi esorto a conservare viva memoria della sua feconda testimonianza sacerdotale, imitandone l’eroico esempio”); in piazza Politeama (”conosco anche l’impegno con cui voi cercate di reagire e di affrontare questi problemi, affiancati dai vostri sacerdoti, che sono per voi autentici padri e fratelli nella fede, come è stato don Pino Puglisi”).

A qualcuno queste parole del papa suonano come “una premessa importantissima per il riconoscimento del martirio cristiano”. Non so se si tratti di ottimismo fondato: l’essenziale starebbe, comunque, nel precisare ‑ senza equivoci né esitazioni ‑ che i carnefici di don Pino sono stati certamente i sicari e i mandanti, ma anche quei cattolici (preti e laici) che, avendo abituato per decenni i mafiosi a una pacifica convivenza con il mondo ecclesiale, hanno creato le condizioni ‘oggettive’ perché un presbitero ‑ che ha detto basta alla politica dell’omertà ‑ venisse punito.

* Docente di Filosofia, pubblicista e scrittore, autore del Dio dei mafiosi (San Paolo, 2009) e del Vangelo e lupara (Dehoniane, 1994)

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