mercoledì 25 marzo 2015

A SINISTRA DEL PD : TIMORI E SPERANZE


“Siciliapiu.info”
22. 3. 2015

SPERANZE E TIMORI ALLA SINISTRA DEL PD

L’interesse del convegno a Palermo su Il centrosinistra tra riformisti e riformatori (20 - 21 marzo 2015) risalta se lo si inserisce in un processo nazionale più ampio, incentrato su un interrogativo fondamentale: l’attuale PD è il massimo di “sinistra” che possiamo permetterci (e, soprattutto, di cui ha bisogno il Paese)?
La questione, almeno per alcuni di noi, non è così semplice come appare ad altri. I devoti del renzismo non hanno dubbi nel rispondere affermativamente, proprio come i suoi demonizzatori non hanno dubbi nel rispondere negativamente. Ciascuno dei due fronti ha abbastanza ragioni da accampare. Non c’è dubbio, infatti, che la maggioranza degli italiani è culturalmente “moderata” e che ciò che ha foggiato Renzi  - una versione postmoderna, tecnocratica e liberal  della Democrazia Cristiana o, s si preferisce, una versione domestica del Partito Democratico statunitense –  costituisce l’organizzazione politica più avanzata che possa aspirare, oggi, al governo dell’Italia.
Ciò assodato, ci si può chiedere però se un “centro” (per quanto meno corrotto e meno parolaio dei contenitori-azienda sfornati da Berlusconi) possa svolgere bene  - o almeno discretamente – la propria funzione senza né una “destra” decente né una “sinistra” consistente. L’illusione dei partiti “pigliatutto” (espressione che in politologia non ha un’accezione negativa) è di poter fare a meno degli “estremi”: ma la storia la smentisce. In prospettiva, infatti, un’egemonia centrista senza pungoli né da un lato né dall’altro è destinata prima a creare organizzazioni extra-parlamentari più o meno eversive (alimentate da tutti coloro, specie giovani, che non vedono possibilità di essere rappresentati dentro le istituzioni) , poi a estinguersi per auto-combustione da sostanze inquinanti (massoni, mafiosi, speculatori e arrampicatori di ogni colore si precipitano, infatti, per dirla con Flaiano, in soccorso del vincitore, la cui motonave finisce con l’affondare per eccesso di passeggeri più o meno abusivi).
Riusciranno i nostri eroi  - Civati, Landini  & orfani di Vendola – a costruire l’alternativa di “sinistra”? A caldo risponderei: spero tanto di sì, temo tanto di no. Alcune ragioni della speranza le ho appena evocate. I timori li posso sintetizzare in due o tre punti. Il primo, e fondamentale, è la difficoltà di una base ideologica. Comunismo marxista e socialdemocrazia possono offrire ottimi elementi di analisi e di intervento, ma solo se ripensati creativamente anche alla luce dei fallimenti (parziali) del Novecento. Ma ad oggi questa base teorico-programmatica, intessuta di ciò che di più valido possono offrire altre tradizioni politiche (dal cattolicesimo democratico all’ambientalismo sino all’anarchismo), è stata elaborata?
Mi pare di no. E quel che è più grave mi pare che non sia neppure in agenda. Sono qui al secondo motivo di timore: una “sinistra” all’altezza delle sfide contemporanee dovrebbe attivare laboratori di studio, di progettazione, di diffusione delle idee scientificamente e filosoficamente fondate. I leader populisti non si battono con gli slogan perché, su quel piano, sono dei maestri. In una battaglia politica i comunicatori sono preziosi, ma senza retrovie di pensatori  sono condnnati a comunicare il vacuo: sono come mitragliatrici senza munizioni.
Mi rendo conto di non stare aggiungendo nulla di sostanziale alla tesi di Gramsci secondo cui il blocco storico dei privilegiati può essere scardinato solo da una “riforma intellettuale e morale”. Già: anche “morale”. E qui arrivo al terzo, e ultimo, motivo di sconforto. Tra i protagonisti del movimento che si riunisce a Palermo ci sono anche personaggi che, in più di un’occasione, hanno dato prova di disinvoltura etica. Diciamo, per non sbilanciarci andando al di là dei dati noti e incontestabili, che hanno dimostrato un pragmatismo molto elastico. Se anche su questo versante – soprattutto su questo versante – non si danno segnali chiari e costanti di “diversità” (per evocare Berlinguer) non si andrà lontano. Se dobbiamo navigare a vista, chiudendo ora un occhio ora due su alcuni princìpi deontologici, la gente si chiederà perché votare per le imitazioni se sono già disponibili, sul mercato politico, gli originali.

Augusto Cavadi


3 commenti:

  1. armando caccamo25 marzo 2015 07:19

    Analisi tanto precisa e condivisibile quanto inevitabilmente sconfortante ... ma così è se ci pare! Grazie Augusto.

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