sabato 19 ottobre 2019

LA LEGA FRA DUE PARADIGMI DI CATTOLICESIMO






19.6.2019

MATTEO SALVINI E IL PARADIGMA CATTO-LEGHISTA

Matteo Salvini che sventola bibbie e bacia rosari: si può andare un po’ più a fondo rispetto al piano della cronaca e della polemica massmediale? Prima di tutto, capire le radici storiche di certe avvenimenti; poi giudicare.
Il potere politico può condizionare i comportamenti esteriori, non le coscienze; da parte sua, il potere religioso può condizionare le coscienze, non i comportamenti effettivi. Da qui una duplice tentazione: il potere politico tende a inglobare il potere religioso per diventare potere totale, esattamente come – e per le stesse ragioni – il potere religioso tende a inglobare il potere politico.
In Occidente queste due tendenze hanno un nome: “cesaropapismo” (quando Cesare vuole farla da papa) e “teocrazia” o “ierocrazia” (quando è il papa a volere esercitare il ruolo di Cesare).
Ogni volta che una delle due tendenze arriva al compimento, o lo sfiora, per la società non è un bel momento. Infatti sino a quando c’è differenza fra i due poteri, l’uno limita l’altro; quando, invece, la dialettica viene meno, la concentrazione dei due poteri in un solo scettro opprime i cittadini in maniera pressoché schiacciante.
La Costituzione italiana fissa dei paletti che impediscono una fusione completa di politica e religione. Ciò che le chiese e i partiti possono fare è allora allearsi, collaborare, in vista di un vantaggio reciproco. La tentazione è, dunque, sempre duplice: da parte delle chiese, di accettare il corteggiamento dei partiti;  da parte  dei partiti, di accettare il corteggiamento delle chiese. 
Per la verità, nella stessa Costituzione italiana restano tracce della storia precedente che condizionano tuttora il presente. Come è noto, nel 1929, con i Patti Lateranensi (contenenti il Concordato), Mussolini, dichiaratamente ateo, sana la rottura con il Vaticano dopo più di mezzo secolo e il papa lo fregia del titolo di “Uomo della Provvidenza”. L’articolo 7 della Costituzione entrata in vigore nel 1948 recepisce i Patti Lateranensi (con l’avallo dello stesso Partito comunista italiano): “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”. E un presidente del consiglio, laico e socialista, Bettino Craxi, rinnova il Concordato nel 1984.
In questo quadro complessivo non può stupire che anche formazioni politiche recenti, come la Lega, cerchino di sedurre il popolo cattolico (seguendo in questa strategia la Democrazia cristiana e Berlusconi).  Anche se non è molto noto, è stato Bossi per primo a capire che in Italia il suo anti-clericalismo neo-pagano iniziale non avrebbe giovato alla Lega. Salvini dunque non inventa nulla: si limita ad amplificare scenograficamente una tendenza già in atto nel suo partito.
La questione intrigante (al di là di reazione emotive più o meno scandalizzate) è: si tratta di una strategia vincente? La proposta di un catto-leghismo, o di un lega-cattolicesimo, ha probabilità di raccogliere consensi? 
Forse, per rispondere con qualche aggancio alla realtà effettiva, bisognerebbe distinguere due versioni del cattolicesimo che – in Italia e non solo – convivono nella medesima chiesa.  C’è infatti un cattolicesimo che, per comodità espositiva, possiamo definire “francescano” (giocando sul duplice rimando a Francesco d’Assisi e a papa Bergoglio): un cattolicesimo nostalgico del vangelo originario, più attento all’ortoprassi che all’ortodossia, più proclive alla testimonianza mediante mezzi “poveri” che alla egemonia sulla società con tutti gli strumenti dell’era industriale-capitalistica. E’ ovvio che in questo cattolicesimo il messaggio nazionalistico, più o meno xenofobo, della Lega non attecchisce.
Ma c’è un altro cattolicesimo (che a mio avviso è tuttora sociologicamente maggioritario, sia pur non di moltissimo) che, sempre per comodità, potremmo definire “benedettino” (giocando sul duplice rimando a Benedetto da Norcia e a papa Ratzinger): un cattolicesimo che, pur ricollegandosi ovviamente al vangelo originario, non intende rinunziare a nessuna delle acquisizioni storiche dei due millenni successivi. Dunque un cattolicesimo che custodisce gelosamente l’apparato dei dogmi prodotti dai vari concili ecumenici e soprattutto i precetti  della morale cattolica (in tutti i campi, soprattutto affettivo-sessuale), convinto che la dottrina tradizionale  vada diffusa con ogni mezzo legittimo per almeno due motivi: salvaguardare, come fece il monachesimo benedettino, i valori dell’Occidente dalle invasioni barbariche (oggi rappresentate da migranti di religioni diverse dal cristianesimo) e  offrire delle certezze luminose a una umanità disorientata e preda del “relativismo”. 
Ognuno di noi – cristiano o meno – ha maturato una sua preferenza per una di queste due tipologie di cattolicesimo. Conosco persone serie in entrambi gli schieramenti. Hans Küng, uno dei massimi teologi viventi, ha spiegato nei suoi libri che si tratta di due “paradigmi” diversi tra i quali bisogna optare, come gli astronomi hanno dovuto a un certo punto scegliere fra il paradigma “tolemaico” e il paradigma “copernicano”. 
Che cosa consigliare a chi si riconosca consapevolmente in uno dei due? Più che la polemica tanto più effimera quanto più violenta (talora perfino ridicola al punto da chiedere la scomunica di papa Francesco !) si tratta di approfondire le proprie ragioni e di comunicarle a chi è in sincera ricerca. Senza illudersi che la differenza, anzi l’opposizione, fra questi due “paradigmi” potrà mai ricomporsi. Il primo modello, infatti, esige la fede rischiosa nell’utopia gesuana di un mondo radicalmente altro rispetto a ogni civiltà effettivamente esistita nella storia; laddove il secondo modello comporta più agevolmente l’adozione della religione come fattore identitario e collante di un popolo (dunque come un ingrediente accettabile anche da cittadini personalmente atei o agnostici). Insomma: o il vangelo come fermento di rivoluzione permanente o il vangelo come garanzia di conservazione della civiltà cristiano-borghese. In linea di principio, tertium non datur; in linea di fatto, ognuno di noi – credente o meno –  procede oscillando fra i due poli opposti.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

1 commento:

Unknown ha detto...

"si tratta di approfondire le proprie ragioni e di comunicarle a chi è in sincera ricerca". Così scrivi. Temo che la "sincera ricerca" sia un criterio talmente restrittivo da rendere quasi senza speranza la tua affermazione.
"Ricerca" implica apertura verso l'ignoto, anche se fastidioso. "Sincera" evoca una pulizia mentale così .... pulita perché ha eliminato ogni riserva mentale e affettiva/emotiva appena decidi di metterti in cammino. Chi si mette in cammino a cuor leggero senza conoscere una meta e senza conoscere i rischi che dovrà affrontare? Non è meglio che stia fermo, al calduccio della casa (affetti) e delle certezze (appartenenza ecclesiale, quanto "razionale"?). Mi permetto di modificare il tuo obiettivo, così: si tratta di approfondire le ragioni (razionali ed emotive) che ostacolano un sincera ricerca. Serve molta autoanalisi sul piano personale, mentre su quello sociale serve un controllo efficace sulla qualità della cultura critica instillata a scuola, sui media, e, anche, dai pulpiti. Per restare a questi ultimi: si rivedano gli insegnamenti nei seminari. L'esegesi dei testi definiti sacri - e non la dogmatica - deve essere la disciplina regina.
""E’ una sofferenza della mia vita che si affatica nella ricerca della verità, il constatare che la discussione con i teologi si arresta sempre nei punti più decisivi, perché essi tacciono, enunciano qualche preposizione incomprensibile, parlano d’altro, affermano qualcosa di incondizionato, discorrono amichevolmente senza avere realmente interesse per la discussione. Da una parte, infatti si sentono sicuri, terribilmente sicuri, nella loro verità, dall’altra par loro che non valga la pena prendersi cura di noi, uomini duri di cuore. Ma un vero dialogo richiede che si ascolti e si risponda realmente, non tollera che si taccia e si eviti la questione, e soprattutto esige che ogni proposizione fideistica, in quanto enunciata nel linguaggio umano, in quanto rivolta ad oggetti e appartenente al mondo, possa essere messa di nuovo in questione, non solo esteriormente a parole, ma dal profondo di noi stessi. Chi si trova nel possesso definito della verità non può parlare veramente con un altro, perchè interrompe la comunicazione autentica a favore del suo contenuto di fede." (K.JASPERS, Der philosophische Glaube, München 1948, 71-72)
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