giovedì 11 giugno 2020

L'ULIVO SIMBOLO DEL MEDITERRANEO

“Il Gattopardo”
Maggio 2020

L’ULIVO E IL MEDITERRANEO

E’ almeno dai tempi dell’illuminista  Montesquieu che abbiamo imparato a vedere il nesso fra la configurazione fisica di un luogo e il carattere prevalente dei suoi abitanti. Oggi, molto probabilmente, il pensatore francese rivedrebbe alcune opinioni dal momento che i mezzi di comunicazione sociale ci fanno vivere, nel bene e nel male, in un mondo virtuale nel quale i condizionamenti ambientali originari sono fortemente modificati dai condizionamenti culturali (attraverso soprattutto televisione e internet).  Tuttavia resta vero che ogni popolo plasma il suo territorio e, sia pur in misura meno marcata, ne viene modellato.
 Nel caso dei popoli del Mediterraneo - dunque anche di noi siciliani che del Mare-tra-le-terre occupiamo un’area centrale (si potrebbe dire: una Terra-in-mezzo-ai-mari) - è stato notato il nesso fra l’ulivo e la loro storia complessiva. “Tutto quanto il Mediterraneo – sculture, palme, addobbi dorati, eroi barbuti, vino, idee, navi, luna, Gorgoni alate, figure bronzee, filosofi – è come se tutte queste cose passassero attraverso l’aspro e acerbo gusto dell’oliva nera fra i denti. Un sapore più antico di quello della carne e del vino rosso. Antico come l’acqua fresca”: così il viaggiatore britannico Lawrence Durrell esprime la convinzione che sia “proprio nell’olivo la sintesi del Mediterraneo” (la formula è di Predag Matvejeviç). 
    Sino ai nostri giorni ci sono famiglie siciliane – come la mia – che, sparse in giro per il mondo, si riuniscono per i quattro o cinque giorni della raccolta delle olive nel piccolo podere ereditato dai nonni: un rito di memoria, ma anche un’occasione di festa.  Che si prolunga per l’intero anno ogni volta che si utilizza l’olio di casa (più gustoso, almeno per ragioni affettive,  del più pregiato dei prodotti in commercio). 
   Anche un altro britannico, Aldous Huxley,  vede nell’ulivo “il simbolo della mediterraneità”: “Il Mediterraneo giunge fino agli orli della fascia desertica, e l’ulivo è il suo albero: l’albero del territorio della chiarezza solare che separa la tetraggine dell’equatore da quella del settentrione. Si tratta del simbolo della classicità in mezzo a due romanticismi”. Huxley si spinge ad affermare – un mediterraneo non oserebbe mai ! – che senza gli influssi mediterranei, rappresentati appunto dall’ulivo, “Chaucer e Shakespeare non sarebbero mai diventati scrittori autentici”. L’affermazione risale al 1936 e non so se abbia incoraggiato quegli studiosi che, dopo Santi Paladino (1927), sino  ai nostri giorni (Enrico Besta nel 1950, Martino Iuvara nel 2002, Antonio Socci nel 2017), identificano William Shakespeare con il messinese Michel Angnolo Florio, precettore a Londra di lingua italiana e latina della futura regina Elisabetta I…(I lettori curiosi trovano una buona sintesi di questa strana querelle in https://www.ilsicilia.it/william-shakespeare-era-in-realta-il-siciliano-michelangelo-florio/).

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

2 commenti:

Annamaria Pensato ha detto...


Carissimo Augusto, ho letto con piacere anche questo ultimo articolo della rubrica curata da te nel Gattopardo, ha sollecitato la mia curiosità e pertanto ho ampliato, non dico approfondito perché sarebbe eccessivo, le mie conoscenze in merito a certe piante: nel mio immaginario era il fico d'india ad essere il simbolo della sicilianità, erravo ovviamente, il Mediterraneo non è solo la Sicilia.
Questa pianta per me , ben rappresentava il carattere del siciliano, spinoso all'esterno e difficile da trattare per chi non lo conosce, ma che racchiude all'interno dei suoi frutti spinosi, una polpa succosa e dissetante se mangiati freddi.
Insomma, cercando ho trovato che il fico d'india non è pianta originaria del mediterraneo, bensì importato dagli spagnoli. Mentre l'ulivo che proviene dall'Asia occidentale, si è diffuso in tutto il mediterraneo dove il suo culto fu consacrato da tutte le religioni in quanto considerato simbolo trascendente di sacralità e spiritualità.
Grazie sempre per gli spunti che offri per riflessioni e nuove conoscenze.
Tua commare Anna

Bruno Vergani ha detto...

Gli ulivi secolari che ho la fortuna di lavorare, vivendo tra due mari della Puglia, insegnano tante cose, a iniziare dal rapporto tra natura e cultura. Se non li curiamo con artifici degradano, quasi che la natura stimoli nell’uomo dei canoni produttivi ed estetici così da migliorarsi grazie al nostro lavoro collaborativo. Erano prima di noi e lo saranno dopo, come non chiedersi il perché di questa spinta, di questa costante direzione all’autoperpetuazione? Perché avulsa dalle leggi di probabilità la forza naturale, nell’ulivo tanto evidente, tende alla perpetuazione e allo sviluppo invece dell’annichilimento? Se il processo fosse meramente casuale, invece che causale e teleologico, agirebbe a capocchia talvolta sviluppando, talvolta essiccando. Forse Darwin e Tommaso anche se parlano differente sono più amici di quel che sembra: « Ciò che è privo d'intelligenza non tende al fine se non perché è diretto da un essere conoscitivo ed intelligente, come la freccia dell'arciere. Vi è dunque un qualche essere intelligente, dal quale tutte le cose naturali sono ordinate a un fine: e quest'essere chiamiamo Dio. » (Tommaso d'Aquino. Summa Theologiae).