mercoledì 16 settembre 2020

NOI UMANI E GLI ALTRI ANIMALI


www.zerozeronews.it

7.9.2020

 

SUGLI ALTRI ANIMALI


Nell’essere umano, così come lo possiamo osservare in questa fase dell’evoluzione, convivono tendenze affettive, cooperative, e pulsioni distruttive. Qualcuno sostiene che la madre di tutte le violenze sia la violenza maschile ai danni delle femmine: la relazione di genere costituirebbe una sorta di palestra originaria per imparare a dominare, a umiliare, a strumentalizzare. Forse, però, non tocchiamo ancora il prius originario: l’atteggiamento predatorio della specie umana (considerata nella duplicità maschile e femminile) nei confronti del restante, vasto,  mondo animale. 

La questione è, oggettivamente, complessa e non si lascia affrontare a livello esclusivamente emotivo, sentimentale: occorre la pazienza delle analisi scientifiche  e la distanza critica della riflessione filosofica.

Tutti gli animali di cui abbiamo conoscenza – a partire da noi stessi - usano organi e abilità di cui sono dotati per difendere sé e i propri piccoli (talora il proprio branco) dagli attacchi esterni e per catturare altri animali potenzialmente commestibili: da questi punti di vista sarebbe stato impensabile che gli umani si fossero ancestralmente differenziati dal resto del mondo animale. Perché una eventuale Intelligenza creatrice abbia potuto progettare, o comunque consentire, tanto spargimento di sangue e di sofferenza è una domanda che può interessare solo i credenti in tale Intelligenza: non mi pare possa inquietare chi osservi l’universo in una prospettiva totalmente immanentistica. 

 Ma oltre questo primo livello di sofferenza per così dire fisiologica, nella storia umana si è andato configurando un secondo livello di offese e di ferite per così dire aggiuntive: e questo ambito problematico interroga tutti noi pensanti (a prescindere dalle convinzioni teologiche personali). Mi riferisco al fatto che l’essere umano, a un certo punto della sua storia, ha imparato a programmare lo sfruttamento metodico degli altri animali: a costruire recinti, prigioni, in cui allevarli sia per alimentarsene sia per utilizzarli in varie attività (dall’agricoltura alla guerra). Il successo di questi sistemi primordiali di dominio ha incoraggiato lo schiavismo intra-specifico (ad esempio delle donne, dei minori e dei prigionieri di guerra) ? Non so se ne abbiano indizi paleontologici, ma non mi risulterebbe sorprendente. Ciò che è certo è che, per millenni, la schiavitù è stata considerata un’istituzione logica, etica, fondata sulle leggi stesse della natura: solo da pochi secoli, e solo in linea teorica di principio, essa è stata abolita. Ancor più recente è il movimento planetario delle donne che, sia pur in alcune regioni e sia pure a livello giuridico, ha ottenuto il riconoscimento della parità di diritti e di opportunità. Quanto ai bambini, i più indifesi tra gli indifesi, stenta a decollare la consapevolezza diffusa che essi non vadano sfruttati né sessualmente né lavorativamente, anzi neppure picchiati e puniti in vario modo a scopi pedagogici.  Ma la forma basica dello schiavismo – il dominio sugli animali – è rimasta lecita giuridicamente e legittima moralmente (con qualche piccola norma contro il maltrattamento gratuito); anzi, sul piano effettuale, ha subito negli ultimi cento anni un aggravamento  scandaloso. La tecnologia ha approntato sistemi di allevamento, di riproduzione e di macellazione che hanno moltiplicato esponenzialmente la portata delle sofferenze animali, riducendone in molti casi a zero i momenti di ‘vita’ libera, naturale. 

  La fenomenologia di questi eccidi quotidiani è stata raccontata, con mano letterariamente magistrale, da Jonathan Safran Foer nel suo Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? (Guanda , Parma 2010, pp. 363, euro 18), ma è facile intuire che atteggiamenti collettivi così diffusi e così inveterati esigono operazioni di scandaglio e di destrutturazione ancor più radicali. E’ quanto offre, tra altri autori interessati alla questione, il filosofo Alberto Giovanni Biuso nel suo recentissimo Animalia (Villaggio Maori Edizioni, Valverde-Catania 2020, pp. 184, euro 16), con un testo impegnativo teoreticamente che vale per intero la concentrazione mentale, e direi spirituale, che esige. 

PER CHI DESIDERA COMPLETARE LA LETTURA BASTA UN CLICK QUI:

https://www.zerozeronews.it/perche-luomo-e-spietato-con-gli-animali-e-non-li-tutela/

 

3 commenti:

Alberto G.Biuso ha detto...

Ti ringrazio per un articolo che inserisce il libro non soltanto accanto a quello di Safran Foer ma nella più ampia questione della genesi, identità ed evoluzione dell’umano.
Ho apprezzato soprattutto questa frase «la concentrazione mentale, e direi spirituale, che esige», vale a dire il riferimento alla dimensione spirituale di un libro dall’impronta materialistica ma di un materialismo non riduzionistico.
Grazie a te e a Gianfranco D’Anna per le efficaci immagini che accompagnano il testo.
Un abbraccio e a presto,
Alberto

don Cosimo Scordato ha detto...

Caro Augusto,

condivido almeno il minimo che hai posto come punto di partenza di una ragionevole presenza al mondo da parte dell'uomo nei confronti degli animali ("il minimo di sofferenza possibile"); il processo evolutivo per il fatto che si porta dentro ciò che precede in ciò che si sviluppa successivamente, potrebbe sollecitare un'ampia armonizzazione di convivenza tra tutte le creature che arricchiscono il nostro pianeta; se l'emergenza del fenomeno umano è frutto di questo sforzo comune delle diverse creature (animal rationale, qualificavano gli antichi l'uomo in quanto species del genere animale), allora mi piacerebbe pensare al ruolo del "bel pastore" che difende le pecorelle non per mangiarle dopo, piuttosto per gioire con loro mentre saltellano per i prati e giocano tra di loro. Ma questi semplici pensieri, che cominciano a trovare spazio sempre più ampio anche nella recente teologia contemporanea, non sono innocui nei confronti di un modello di sviluppo socio-economico e culturale, che, in nome di ben altro, sembra 'giocare' piuttosto alle sorti dell'umanità! Per un lettore della Bibbia, non è un caso che la creazione dell'uomo nel libro della Genesi avvenga il sesto giorno, ovvero lo stesso in cui vengono creati gli altri animali...
Grazie a te dell'articolo e agli autori che hai citato.

germano federici ha detto...

Bellissima l'ultima proposizione di Augusto sui nostri "fratellini" minori che spinge a una provocazione riguardo alla teologia cristiana. Non è ora di abbandonare la tesi di un istante (quale? quando? su chi?) numinoso in cui l'Altissimo ha spirato il suo soffio su un grumo di fango per portarlo alla dignità umana? Ricordo un dialogo carico di emotività con un amico cattolicissimo e dottissimo (laurea in Magistero) in tomistica che, dopo la famosa dichiarazione di Wojtyla sul darwinismo se ne uscì dicendomi:"Ma certo, per me non c'è problema ad accettare il darwinismo. Mi basta solo che si riconosca che Dio in un certo momento del processo evolutivo abbia instillato in una precisa coppia di antropomorfe l'anima personale, facendoli diventare umani!". Replicai:"Quindi secondo te i due di quella coppia divennero umani, così, di botto! E i loro genitori? restarono scimmie antropomorfe?".
Se non si fa saltare la pretesa di una peculiarità dell'animale uomo, non ci sarà mai pietà per gli altri esseri viventi. La proclamazione della dignità umana si deve inserire come un caso particolare, particolarissimo, di una dignità, universale, per ogni creatura, animata (qualsiasi cosa voglia dire) e non, perché estratta, come diceva S.Ireneo, dall'utero di Dio.