martedì 11 febbraio 2020

I MEDICINALI FRA SPRECHI, MARGINI DI GUADAGNO ECCESSIVI E POVERTA' SANITARIA

“Repubblica-Palermo”
11. 2. 2020

CHI STABILISCE I PREZZI DEI MEDICINALI?
In Sicilia, come in Calabria, 10 cittadini ogni cento devono rinunziare a comprare medicine perché non hanno neppure i soldi per il ticket. Come riportato anche sul nostro quotidiano, si sono meritoriamente mobilitate varie associazioni di volontariato per rimediare, almeno parzialmente e almeno provvisoriamente, alla situazione. "Purtroppo – ha dichiarato Mario Bilardo, presidente dell'Ordine provinciale dei farmacisti – i dati Istat confermano che la povertà sanitaria è in aumento e non basta più la generosità: occorre trovare una soluzione strutturale". 
 Già, una “soluzione strutturale”. In che direzione cercarla?
 Da quando l’euro è la moneta unica europea è diventata lampante una sperequazione che il cambio della valuta lasciava intuire già da prima: gli stessi medicinali in Francia o in Germania costano un terzo di meno, talora perfino la metà, che in Italia. Perché i governi consentono alle case farmaceutiche di stabilire dei prezzi notevolmente più alti rispetto a Paesi vicini? Nella memoria dei meno giovani tra noi è incancellabile il ricordo del tesoro – parte del quale, invano, gettato in extremis nel water dalla consorte  – accumulato negli anni da Duilio Poggiolini, direttore generale del servizio farmaceutico nazionale del Ministero della Sanità: 125 milioni di euro accumulati tangente dopo tangente in cambio della accondiscendenza alle richieste delle aziende produttrici di farmaci. Qual è la situazione “strutturale” attuale? Chi ha il potere effettivo di negoziare con le grandi ditte il prezzo dei medicinali?
Ma ammettiamo che tutto si svolga nella maniera più trasparente e più favorevole per i cittadini. Ritorna la domanda inziale: perché medicine con la stessa denominazione, o almeno con lo stesso principio attivo, devono avere prezzi differenti al di qua e al di là dei confini nazionali?
A proposito di differenze, chi viaggia in Europa ne ha potuto notare un’altra. Se a Berlino ho bisogno di un analgesico per il mal di testa, posso acquistare in farmacia due o tre compresse: a Roma, o a Palermo, devo necessariamente acquistarne un’intera confezione da 12 o da 20. Se sono un sofferente cronico, tutto bene: prima della scadenza del farmaco, utilizzerò la confezione per intero. Ma se si è trattato di un malessere passeggero, quelle due o tre pillole sono state sufficienti: le altre nove, dieci, diciotto…resteranno pazientemente nell’armadietto in attesa della scadenza prevista. Dunque saranno gettate via (nella migliore, ma non frequente, delle ipotesi in un apposito contenitore disponibile nelle farmacie). Con che danni economici per le mie tasche private e per lo stesso Servizio sanitario nazionale? Il mio farmacista mi ha spiegato una volta che non si possono vendere medicine ‘sfuse’ per ragioni di sicurezza terapeutica: ma in Germania sono tutti barbari votati all’autolesionismo?
Mi rendo conto che le mie domande trasudano ingenuità. Spero che saranno sostituite, da persone molto più esperte del settore, da considerazioni più fondate. L’essenziale è che qualcuno spieghi quale possa essere la “soluzione strutturale” invocata, a ragione, dal presidente dell’ordine dei farmacisti della nostra provincia.

Augusto Cavadi

PS: Sarebbe interessante, inoltre, sapere quale sia la percentuale di guadagno dei farmacisti rispetto al prezzo di ogni medicinale. I librai hanno il 30% del prezzo di copertina: sarebbe equo che la stessa percentuale spettasse ai farmacisti? A me pare di no. Una libreria con due o tre addetti alla vendita vende, in un’ora, da uno a cinque volumi: in otto ore di lavoro giornaliero, dunque, da otto e quaranta testi. Una farmacia delle stesse dimensioni, e con lo stesso numero di persone addette alla vendita, vende almeno il decuplo: da 80 a 400 farmaci al giorno. Non mi parrebbe equo se trattenesse la stessa percentuale di guadagno.

1 commento:

Unknown ha detto...

Hanno certamente guadagni molto più alti. E' tutta la sanità che va messa sotto giudizio. Mia figlia è ingegnere biomedico. Mi dice che la strumentazione che vende in Italia (di una superpotenza globale del settore) è più cara di quella che la sua ditta vende negli altri paesi europei, perché, nel caso specifico, lei deve assistere i medici in sala operatoria mentre si fanno interventi al cuore, impostando gli strumenti indispensabili al chirurgo che poi effettivamente dà i comandi decisivi di intervento. All'estero, mi dice, gli ingegneri non sono a supporto durante gli interventi e il medico si arrangia benissimo per conto suo. Che dire?
Ho svolto per 7 anni il lavoro di Informatore medico-scientifico. Una bufala! credevo di poter svolgere una attività didattica a livello alto, per un aprofessione, quella medica, estremamente importante. In realtà ero come un venditore di detersivi. Ricordate? "Olà lava più bianco che più bianco non si può!" Lo slogan era - con linguaggio tecnico nevvero!? e questo giustificava i costi!- l'analogo dell'Olà, solo che non sbiancava, ma dilatava i bronchi, forse con un'efficienza neppure comparabile con quella dell'Olà, mutatis mutandis .... Ci manca un controllo serio, da affidare anche ad agenzie private, sulla qualità di ogni servizio. Anche e soprattutto di sanità. Ricordandoci che non è vero che "privato è meglio", ma che "un controllo indipendente da stato e privato che produce, è meglio"