domenica 5 maggio 2024

LA SIMBIOSI INTRAUTERINA CON IL CORPO DELLA MADRE E LA VIOLENZA DI GENERE

 Il corpo gioia di Dio. La materia come spazio di incontro tra divino e umano (Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano 2023) non è tra i libri più originali di Teresa Forcades, la monaca benedettina di origini catalane, medico e teologa femminista. Nel primo capitolo, infatti, l’autrice espone considerazioni critiche ormai abbastanza note sull’antropologia tradizionale (platonica e cristiana) e sull’antropologia contemporanea che, almeno sotto alcuni aspetti, non costituisce il ribaltamento riabilitante che vorrebbe essere: infatti al corpo “seduttore”, “peccatore” e “punito” dell’etica ‘classica’ occidentale si sostituisce troppo spesso, nella cultura odierna,  un corpo “oggetto di desiderio”, “discriminato” e “controllato”. Neanche il secondo capitolo – nel quale si tenta di recuperare gli aspetti positivi, apprezzabili, sia della tradizione cristiana (il corpo “pacificato”, “resuscitato” e “mistico”) che della prospettiva contemporanea (il corpo “liberato”, “integrato” ed “ecologico”) – mi pare aggiunga granché a quanto di solito si afferma sul tema.

Trovo invece più intrigante il terzo capitolo dedicato alla “peculiarità del corpo femminile”, soprattutto le pagine in cui  - sulla base della letteratura neurofisiologica e ginecologica recente – la Forcades si sofferma sul legame originario di ogni essere con il corpo materno: “di fronte a un corpo di donna si attivano leve molto profonde della psiche umana che hanno a che vedere con l’esperienza materna e con l’ambivalenza che le è propria. La madre rimanda a un’unità senza crepe in cui non c’è posto per l’alterità; rimanda a un momento anteriore alla propria differenziazione  soggettiva. Da qui l’ambivalenza, in quanto tale momento può essere percepito in maniera molto intensa come pienezza o piacevole riposo di cui si ha nostalgia e che si desidera sperimentare di nuovo, o come minaccia all’autonomia personale che si vuole evitare ad ogni costo. L’esperienza materna evocata dal corpo femminile è fondamento e riferimento della propria relazionalità costitutiva”.                                           Questo legame primigenio per alcuni versi (flusso sanguigno e ormoni materni) viene interrotto dal taglio del cordone ombelicale, ma per un fattore almeno “perdura nel corso di tutta l’infanzia e si prolunga nella vita adulta”. Questo “qualcosa che accompagna la relazione madre-figlio in maniera permanente” è “la voce materna” che percepiamo non appena l’ovulo è stato fecondato, prima ancora della formazione del “primo rudimento dell’orecchio interno (la vescicola auditiva)”: affinché questo accompagnamento continuo durante tutto lo sviluppo intrauterino si produca “non è necessario che la madre parli ininterrottamente”: “il fatto stesso di pensare, di sognare o di leggere anche solo per sé fa vibrare le corde vocali in maniera sufficiente perché la vibrazione emessa arrivi allo spazio intrauterino”. Tra le molte conseguenze di questa simbiosi “precedente a ogni differenziazione soggettiva” ce n’è una che interessa quanti si occupano di violenza di genere. Infatti se il neonato si identificherà con “l’essere donna”, l’esperienza originaria del corpo materno lo indurrà a sentirsi responsabile del “benessere fisico ed emotivo di coloro che amiamo in un modo che avremo difficoltà a distinguere dalla nostra identità personale”; se invece si identificherà al maschile, si aspetterà che le donne amate si prendano cura del suo “benessere fisico ed emotivo in un modo che avremo difficoltà a distinguere dalla loro identità personale”.

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1 commento:

Maria D'Asaro ha detto...

Spunto interessante, da approfondire ulteriormente. Grazie, caro Augusto, della tua preziosa opera di di divulgazione.