martedì 14 maggio 2024

IL CARDINALE RUFFINI HA DAVVERO NEGATO L'ESISTENZA DELLA MAFIA ?

 

Il cardinale Ernesto Ruffini e la mafia siciliana: una questione aperta

Il cardinale Ernesto Ruffini, arcivescovo di Palermo dal 1945 al 1967  (anno della morte), è stato certamente una delle figure più chiacchierate del mondo cattolico nel XX secolo. Un presbitero palermitano, don Francesco Conigliaro, ne ha voluto restituire un ritratto, per quanto possibile oggettivo, nel volume Sed contra. Ruffini dice che la mafia esiste. Pagine sul Cardinale Ernesto Ruffini Arcivescovo di Palermo, Carlo Saladino Editore, Palermo 2020. In questo corposo saggio l’autore, pur senza tacerne alcuni limiti, si impegna a difendere la memoria del vescovo da giudizi che ritiene ingiustamente detrattori, dando riprova di due caratteristiche della sua personalità: una senz’altro positiva, l’anticonformismo intellettuale; l’altra, meno apprezzabile, la vis polemica.

 

Meriti del cardinale

Di Ruffini, Conigliaro evoca la fede autentica e sincera; il forte pathos apostolico; la profeticamente illuminata “carità sociale” che lo ha indotto a una serie considerevole di iniziative volte a sradicare le cause profonde della povertà diffusa in diocesi soprattutto nei due decenni immediatamente successivi al disastro della Seconda guerra mondiale, in cui l’Italia era stata criminalmente coinvolta da Mussolini e dai suoi complici.

Del fedele segretario Longhi, l’autore di questa monografia riporta una testimonianza su qualche aspetto privato del cardinale la cui immagine pubblica era, volutamente, circonfusa del fasto a suo parere dovuto a un “principe” della Chiesa cattolica:

 

“Pochi, forse, conobbero la frugalità della sua mensa quotidiana (<<Lo stomaco – affermava – è un monello da educare>>) e la povertà di conforti della cameretta, la piccola alcova dello studio personale. Soltanto dopo il menzionato incidente [nel 1960, in seguito ad una caduta, si era spezzato il femore], che lo costrinse a letto, accettò una camera accogliente con servizi normali. Non volle mai, per sé, né riscaldamento né condizionatore d’aria” (p. 46).

Più rilevanti, ovviamente, le opere sociali progettate e realizzate (in epoca – ricordiamo – in cui non esisteva il Servizio sanitario nazionale per ogni cittadino e l’obbligo scolastico sino ai 14 anni era ampiamente disatteso):

“a) Servizi di pronto intervento (unificati nelle opere arcivescovili di assistenza): aiuto economico, oratori arcivescovili, colonie estive, soccorso invernale, corsi scolastici per adulti, assistenza lavoratori;

b) Contributo all’avvio e allo sviluppo del servizio sociale: servizio sociale aziendale, servizio sociale scolastico, servizio sociale rurale, servizio sociale in enti pubblici;

c) Opere e servizio socio-sanitari, educativo-promozionali: poliambulatorio, centri di servizio sociale, Istituto “Angelo Custode”, Villaggio Cardinale Ruffini, Scuola Superiore di Servizio Sociale <<Santa Silvia>>, scuole materne, Villaggio dell’ospitalità, pensionati femminili, Casa della Gioia, Centro di formazione professionale <<S. Giuseppe>>, Pensionato <<S. Saverio>>, Casa della serenità, Casa della misericordia;

d) Collaborazione con enti in altre città mediante il servizio sociale missionario: scuole di servizio sociale, servizi sperimentali in alcune diocesi” (pp. 50 – 51).

 

La conclusione di Conigliaro è davvero lusinghiera (soprattutto se si tiene presente il confronto implicito tra Ruffini e il suo celebratissimo successore Salvatore Pappalardo): “A mio sommesso parere, è stato il più grande arcivescovo palermitano del secolo XX. Certamente il più santo, il più onesto, il più intelligente ed il più colto” (p. 147).

Forse posso qui riferire, a conforto di Conigliaro, un piccolo aneddoto autobiografico che conferma l’umanità caratteriale del presule. Quando avevo cinque anni i miei genitori mi accompagnarono in chiesa per una celebrazione con l’arcivescovo e, al momento della distribuzione dell’eucarestia, mi incolonnai in fila per ricevere la mia particola. Una suora se ne accorse e, alla fine della messa, chiamò i miei genitori e li trascinò allarmata in sacrestia per informare il presule del sacrilegio: non avevo ancora completato il corso di catechismo  né mi ero mai confessato. Ruffini rispose con un sorriso rassicurante: “E voi pensate che oggi abbia dato la comunione a qualcuno più innocente di questo bambino?”

 

Limiti del cardinale

Qua e là l’autore richiama anche aspetti problematici del suo amato personaggio: ad esempio una severità sproporzionata verso i seminaristi, come quando sospese l’ordinazione diaconale dello stesso Conigliaro minacciandolo di allontanamento definitivo perché, insieme ad altri, si era permesso di andare, “ senza autorizzazione, a vedere, il film La Bibbia di John Huston” (p. 9). (Un altro prete, mio docente di religione al liceo, mi raccontò di essere stato, ancora seminarista, convocato da Ruffini per essere duramente ammonito: il giovane non si era inginocchiato per strada al passaggio dell’automobile cardinalizia preceduta come di solito da due motociclisti delle Forze dell’ordine). Oppure la sua “ingenuità” che lo induceva

 “a valutare positivamente ciò che per principio non poteva non essere positivo. Ecco perché per lui era impensabile che uomini di Chiesa, chiamati a vivere come discepoli del Signore, potessero essere compromessi con la mafia, che si macchiava di crimini efferati, e non dubitava mai degli uomini delle istituzioni, dei quali dimostrava sempre di avere un alto concetto” (pp. 6 – 7),

tranne quando questi uomini – “e qui ingenuità si aggiungeva ad ingenuità” (p. 7) – si dimostravano poco combattivi contro “le forze politiche di sinistra”:  il suo “anticomunismo deciso” (ivi) impedì qualsiasi rinnovamento nella composizione delle giunte di governo regionale, contribuendo involontariamente al degrado etico della Democrazia Cristiana, troppo sicura di ottenere comunque la maggioranza dei voti ad ogni elezione. (Conigliaro avrebbe potuto aggiungere che il cardinale in campagna elettorale invitava per iscritto preti, suore e fedeli a votare per il “partito cattolico” ed anzi chiamò dalla Lombardia il figlio di un fratello, Attilio Ruffini, che costruì proprio a Palermo una rapida carriera politica sino ai vertici del governo nazionale, conclusasi in maniera brusca e assai poco limpida). In una nota a piè di pagina Conigliaro afferma che

 “non si riesce a capire la ragione per cui lo stesso cardinale, che per il seminario diocesano s’impegnò al massimo delle possibilità e dei mezzi di cui disponeva sia per l’edilizia che per la qualità della vita dei seminaristi, nel settore degli studi consentì il porsi di un processo continuo di degradazione, soprattutto a motivo della graduale dequalificazione dei docenti (ci furono professori improvvisati anche nel corso teologico) e della totale incuria della biblioteca (quella esistente, a motivo di un irragionevole smembramento, fu resa inutilizzabile e non fu aggiornata)” (p. 53).

Qui è Conigliaro stesso a peccare d’ingenuità come il suo amato arcivescovo: Ruffini era un testardo conservatore in teologia (mons. Emanuele Parrino ci raccontò di essere stato chiamato in curia dove il presule, appena tornato da Roma dopo l’approvazione della Costituzione conciliare Dei Verbum, tra le lacrime, gli confidava l’angoscia per la protestantizzazione della Chiesa cattolica sul tema del rapporto tra Bibbia e Tradizione: “I miei confratelli vescovi hanno distrutto la Chiesa !”); sapeva benissimo quali sommovimenti erano in atto nella Chiesa ad opera dei biblisti e dei “sistematici” più esperti (egli stesso era stato docente di Scienze bibliche a Roma); dunque non poteva fare spazio ai novatores né in carne ed ossa né attraverso le loro pubblicazioni. Si capisce benissimo perché consentisse d’insegnare solo a chi era disposto pappagallescamente a trasmettere la “dogmatica” ottocentesca (talora per mancanza di coraggio, talora per ambizione di carriera, talaltra proprio perché in buona fede convinto che l’impalcatura concettuale edificata dal Medioevo al XX secolo fosse ben fondata sulle Scritture e sulla ragione naturale) e perché vietasse di acquistare libri che potessero contribuire a quell’ “aggiornamento” che Ruffini avrebbe pervicacemente contrastato nel corso del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962 – 1965). In questa logica censoria rientrava il divieto per gli aspiranti al sacerdozio di acquisire anche titoli accademici rilasciati da università statali , divieto di cui lo stesso Conigliaro dichiara di essere stato vittima (cfr. p. 8): il prete ruffiniano non doveva essere troppo informato di ciò che accadeva nella cultura “laica” né tanto meno possedere una laurea ‘civile’ che, in caso di “pentimento”, gli consentisse un lavoro fuori dalle strutture ecclesiastiche. Più in generale, il cardinale interpretava in maniera paternalistica il suo ruolo di “pastore” sul presupposto che i fedeli fossero troppo ignoranti e immaturi per regolarsi da sé: anche se Conigliaro non ha modo di ricordarlo, la diocesi di Palermo era forse l’unica al mondo in cui si incorresse nella scomunica latae sententiae (per intenderci: automatica, senza bisogno che qualche autorità gerarchica la comminasse esplicitamente ad personam) se si entrava in un tempio valdese o anglicano, anche solo per ragioni turistiche e senza assistere a nessun culto “ereticale”. Né Ruffini mostrava particolare fiducia nei suoi più stretti collaboratori. Celebre il breve discorso in cui egli diede l’annunzio della nomina del suo vescovo ausiliario, mons. Filippo Aglialoro (discorso a braccio che mi è stato riferito da uno dei preti presenti):

 “Oggi L’Osservatore Romano dà notizia della nomina, da parte del Santo Padre, di monsignor Aglialoro a vescovo ausiliario di Palermo. Di lui tutto si può dire tranne che non sia obbediente. Si potrebbe obiettare che le sue condizioni di salute non siano eccellenti, ma non dovrà lavorare molto: l’abbiamo scelto a ornamento dell’arcidiocesi”. 

Conigliaro riporta una serie di citazioni che attesterebbero una sorta di conversione finale di Ruffini alle conclusioni del Concilio ecumenico Vaticano II (pp. 231 – 234): se tale conversione è davvero avvenuta, non posso che rallegrarmi per la buonanima del presule. Ma senza trascurare che sarebbe avvenuta soltanto a circa un anno dalla sua morte improvvisa per infarto subito dopo aver deposto la scheda  in occasione di elezioni amministrative. Se è vero l’aneddoto che circolò allora – una battuta confidenziale di Paolo VI rattristato per la resistenza anticonciliare di Ruffini e del suo amico Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova: “Sapete se ci saranno anche in Liguria delle elezioni amministrative nell’immediato futuro?” – la notizia della tardiva conversione del “tradizionalista” Ruffini non dovette arrivare tempestivamente in Vaticano.

 

Ruffini ha negato l’esistenza della mafia?

Il cuore del volume, come annunziato già nel sottotitolo (Ruffini dice che la mafia esiste), è costituito dalla decostruzione di due asserzioni comunemente e falsamente attribuite al cardinale lombardo: che “la mafia non esiste” e che essa è piuttosto “invenzione del socialcomunisti” (p. 139). Questa accusa si basa su un’esegesi tendenziosa di una lettera di Ruffini, in risposta a monsignor Angelo Dell’Acqua che, dopo la strage di Ciaculli (1963), a nome del papa Paolo VI, aveva lodato un’iniziativa del pastore valdese Pier Valdo Panascia e sollecitato l’arcivescovo di Palermo  a promuovere “un’azione positiva e sistematica […] per dissociare la mentalità della cosiddetta ‘mafia’ da quella religiosa” (p. 138). In questa risposta alla Segreteria di Stato vaticana, Ruffini aveva letteralmente scritto:

“Mi sorprende alquanto che si possa supporre che la mentalità della cosiddetta mafia sia associata a quella religiosa. E’ una supposizione calunniosa messa in giro, specialmente fuori dall’isola di Sicilia, dai socialcomunisti, i quali accusano la Democrazia Cristiana di essere appoggiata dalla mafia” (p.139).

Conigliaro contesta la “ermeneutica antiruffiniana” (p. 139) di queste righe che opera  “un duplice massacro: quello del testo della lettera e quello della persona di Ruffini” (p. 140). Egli cita in proposito una lunga serie di intellettuali che, come una valanga, si sarebbero sommati avviluppandosi l’un dopo l’altro in questa accusa di “negazionismo”: padre Ennio Pintacuda (pp. 141 – 142), Antonio Roccuzzo (pp. 142 – 144), Roberto Scarpinato (pp. 145 – 146), Enzo Biagi (pp. 146 – 148), Luciano Mirone (p. 148), padre Nino Fasullo (pp. 148 – 155, 177 – 180, 190 – 193, 225 – 226ò), don Rosario Giué (pp. 155 – 159, 180 – 182, 189 – 190, 211-214, 217 – 222, 228 - 237), Saverio Lodato (p. 156), Nino Alongi (pp. 182 - 183), mons. Domenico Mogavero (pp. 171 – 172). Don Francesco Michele Stabile è l’interlocutore principale del libro di Conigliaro, dalla prima all’ultima pagina: sarebbe “caposcuola” (p. 189) dell’ermeneutica “antiruffiniana” , ma non responsabile delle esasperazioni interpretative che gli studiosi successivi avrebbero tratto dalla sua ricerca storiografica.

A parere di Conigliaro – e mi pare che qui difficilmente gli si possa dar torto – nel passaggio appena citato della lettera a Dall’Acqua, Ruffini non ha negato l’esistenza della mafia, ma l’esistenza di un collegamento fra mafia e mentalità religiosa; inoltre ha accusato i socialcomunisti di aver inventato non la mafia, ma il collegamento della mafia con il partito cattolico, la Democrazia Cristiana.

Ciò precisato, dal punto di vista per così dire filologico-esegetico, Conigliaro ammette onestamente che comunque le opinioni del compianto arcivescovo non siano condivisibili. Infatti egli, ragionando in maniera astratta, era convinto che “tra autentica mentalità religioso-cristiana e mentalità mafiosa non è pensabile alcuna associazione” (p. 140) e, “applicando la propria ingenua logica deduttiva, escludeva che tra cristiani (nella mentalità, nella Chiesa e nella politica) e mafia ci potessero essere complicità” (pp. 140 – 141). Su questo tema “l’analisi storica ha dato torto a Ruffini” (p. 140) : “aveva torto, ma tutto ciò che a questo proposito gli si può rimproverare è, oltre l’ingenuità, la sottovalutazione della mafia, delle sue attitudini e delle sue possibilità” (p. 141). Veramente a Ruffini si potrebbe rimproverare un’altra cecità (ma questa comune a molti papi, vescovi e teologi, Conigliaro incluso): che se il nucleo originario dell’evangelo cristiano è davvero incompatibile con una mentalità mafiosa, non altrettanto incompatibile con questa lo è il complesso dogmatico, etico, simbolico, giuridico, linguistico costituito dal cattolicesimo mediterraneo (intriso di antropomorfismo teologico, patriarcato, gerontocrazia, familismo, misoginia, sessuofobia e molto altro)[1].

Ruffini non ha negato , insomma, l’esistenza della mafia. E mi pare prezioso il riferimento ad una intervista, che non conoscevo,  in cui lo stesso Ruffini - 4 anni prima allo scambio di lettere con Roma – dichiara a F. Rosso de La Stampa di Torino:

 “ Qui abbiamo problemi enormi da risolvere, pensi a cosa è la mafia, alla sua rete di delitti. Già i mezzi per combatterla sono insufficienti e come se non bastasse arriva una nuova amnistia. Faccia il calcolo di quante amnistie sono state concesse dalla fine della guerra, una ogni due anni” (p. 155).

Ha parlato della mafia, ma in termini riduttivi, come mero fenomeno delinquenziale di ordine pubblico. E’ vero che in questo condivideva l’opinio communis attestata perfino dai magistrati siciliani nei loro interventi pubblici, ma Conigliaro deve ammettere che il Parlamento aveva varato una Commissione antimafia (di cui Ruffini mette in evidenza, per criticarla, il “carattere marcatamente politico”, p. 157) e che il quotidiano L’Ora del tempo divulgava un’idea più ampia di mafia come soggetto non solo militare, ma anche economico, politico e culturale. Potremmo aggiungere che questa visione più articolata del sistema mafioso era stata offerta a chi avesse avuto sincera volontà di capire già dal liberale Franchetti nel 1876 nella sua relazione su  Le condizioni sociali e amministrative della Sicilia  e, in tempi più vicini a Ruffini, da intellettuali come Mario Mineo, Michele Pantaleone, Leonardo Sciascia ed altri (tra cui Danilo Dolci su cui torneremo fra breve). Di queste voci ‘profetiche’ non mi pare tengano conto i commentatori di ogni orientamento, i quali convergono univocamente nella considerazione (attenuante) che “l’approccio ruffiniano a quell’epoca era quello stesso dei procuratori della repubblica di Palermo e, si può aggiungere, dei prefetti, dei questori e dei generali dell’arma dei carabinieri” (pp. 201 – 202).   Ruffini, condizionato dalla presunzione di essere esponente apicale di una Chiesa docente in nome e per conto dello Spirito Santo, non ebbe nessun desiderio di imparare da fonti “laiche” competenti come, in quegli stessi anni, molti dei suoi confratelli riuniti in concilio al Vaticano raccomandano ai fedeli per decifrare le problematiche storico-sociali.  Secondo Conigliaro, sarebbe persino eccessivo affermare che Ruffini si sia preoccupato di tenersi lontano dalle “tesi proprie della sinistra”:

 “Tenendo conto del tipo che era Ruffini e dell’idea che aveva di quelli che egli chiamava socialcomunisti, escludo che ciò possa essere accaduto consapevolmente: credo di poter sostenere che non ha neppure preso in considerazione quelle tesi” (p. 163).

Si potrebbe notare che Ruffini non ha avuto orecchie neppure per le rare voci del mondo cattolico che mostravano di intuire le reali dimensioni del sistema di dominio mafioso, come il vescovo di Agrigento G.B. Peruzzo (cfr. pp. 133 -135) e don Luigi Sturzo (di cui neppure Conigliaro ricorda il testo teatrale Mafia).  

L’autore di questo volume ricorre a una Lettera pastorale di Ruffini, di nove mesi successiva all’infelice risposta a monsignor Dall’Acqua, intitolata Il vero volto della Sicilia (1964) , per rafforzare la sua tesi: Ruffini non solo ha parlato della mafia, ma ne ha parlato in termini storico-sociologicamente aggiornati. Infatti, dopo aver redatto le famigerate frasi

“In questi ultimi tempi si direbbe che è stata organizzata una grave congiura per disonorare la Sicilia: e tre sono i fattori che maggiormente vi hanno contribuito: la mafia, il Gattopardo, Danilo Dolci” (p. 168),

-       frasi nelle quali, incredibilmente, la malattia (la mafia) viene equiparata per pericolosità   al medico (Danilo Dolci) - recependo le analisi di G.G. Loschiavo in 100 anni di mafia (Roma 1962), egli scrive:

 

“Qui è necessario richiamare le condizioni dell’agricoltura nella Sicilia Centrale e Occidentale di quei tempi [la seconda metà dell’Ottocento]. Venuta meno la difesa che proveniva dall’organizzazione feudale e infiacchitosi il potere politico, i latifondi ebbero bisogno di assoldare squadre di picciotti e di poveri agricoltori per assicurare il possesso delle loro estese proprietà. Si venne così a costituire uno Stato nello Stato, e il passo alla criminalità, per istinto di sopraffazione e di prevalenza, fu molto breve. Tale può ritenersi, in sostanza, l’origine della mafia contemporanea” (p. 169).

 

Dunque sino a quando i feudatari, in barba a tutti i provvedimenti costituzionali che dal 1812 in poi avevano abolito il feudalesimo, si fanno un esercito privato per impedire ai contadini di diventare proprietari delle terre che coltivano da secoli in condizioni peggiori della schiavitù, per Sua Eminenza (e per il suo generoso apologeta Conigliaro) saremmo nella legalità. Il “passo alla criminalità” sarebbe stato compiuto quando questo esercito privato decide di emanciparsi dalla sudditanza nei confronti dell’aristocrazia feudale e, “per istinto di sopraffazione e di prevalenza” (!), di esercitare in proprio la violenza. Della tragedia dei Fasci siciliani nell’ultimo decennio del XIX secolo non c’è neppure una labile traccia. Direi per fortuna, perché temo che nella mentalità spaventosamente medievale di Ruffini la repressione dei contadini in rivolta, per il diritto elementare di non morire di fame e di non vedersi sottrarre totalmente il frutto del proprio sudore, operata congiuntamente dall’esercito e dai mafiosi, sarebbe stata esaltata come un ritorno dalla “criminalità” alla legalità del possesso nobiliare dei latifondi. Neanche una linea neppure sulle numerose stragi politico-mafiose del Secondo dopoguerra di cui Portella della Ginestra (1947) è solo la punta più eclatante. Molto opportunamente don Stabile nota che il tentativo di Ruffini di incrementare l’impegno civile dei cattolici

 

 “rimase circoscritto alla lotta anticomunista e a una solidarietà che rimaneva sul piano del servizio sociale e assistenziale e non arrivava alla rivendicazione sociale della terra (come invece avrebbe voluto mons. Peruzzo, vescovo di Agrigento), perché la riforma della proprietà fondiaria avrebbe potuto spezzare il fronte anticomunista con le destre” (pp. 204 – 205).

 

In (provvisoria) conclusione

Per dirimere la questione se Ruffini abbia negato o meno la mafia bisognerebbe accordarsi, preliminarmente, su una questione lessicale. Se per mafia intendiamo, come intende Ruffini, una delle tante forme di criminalità operanti da sempre (e direi per sempre) in tutte le aree del pianeta, Ruffini non ne ha negato l’esistenza. Anzi, l’ha stigmatizzata ripetutamente. Se, invece, con lo stesso termine indichiamo un soggetto militare, economico, politico e culturale costituito da “una sparuta minoranza” di siciliani che contano sulla complicità di una molto più consistente minoranza (Tommaso Buscetta sosteneva che i circa 5.000 “uomini d’onore” delle “famiglie” mafiose potessero contare su circa un milione di siciliani di ogni strato sociale, dunque su un quinto della popolazione complessiva dell’Isola), Ruffini ne ha negato l’esistenza. E’ davvero stupefacente sostenere ai nostri giorni, come fa don Conigliaro, che “ Ruffini ha parlato della mafia e ne ha colto perfettamente la natura” (p. 192) e che, “se si vuole continuare a parlare di sottovalutazione della mafia anche a proposito della lettera pastorale di quest’anno [1964], è necessario precisare che essa rimane a livello pastorale-pratico, ma non più a livello teorico” (p. 194). 

Se Ruffini abbia  negato il vero volto della mafia per dolo o in buona fede è un’altra questione che va distinta dalla prima (e che, pertinendo alla sfera della coscienza individuale e delle intenzioni soggettive, è forse impossibile dirimere).

E se in questa negazione (o intenzionale o inconsapevole) sia stato preceduto, affiancato e seguito da una pletora di studiosi, di magistrati, di politici, di insegnanti, di preti è un’altra questione ancora: se errore ci fu, le attenuanti non lo azzerano.

La necessità epistemica di distinguere queste tre questioni è quanto ho ricavato, alla fin dei conti, dalla lettura del libro di Conigliaro. E potrebbe essere un istruttivo punto di (ri)partenza per quanti in futuro vorranno occuparsi della vicenda.

                                                                                          Augusto Cavadi

* Chi volesse vedere questo articolo nella versione illustrata può entrare con un click dentro il bimestrale (scaricabile gratuitamente) "Dialoghi mediterranei" (che contiene molti contributi interessanti a firma di vari autori): 

https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/il-cardinale-ernesto-ruffini-e-la-mafia-siciliana-una-questione-aperta/

 

 



[1] Cfr. A. Cavadi, Il Dio dei mafiosi, San Paolo, Milano 2009 e il saggio Una chiave di lettura complessiva     contenuto nel volume da me curato Il Vangelo e la lupara. Documenti e studi su Chiese e mafie, Di Girolamo, Trapani 2019, pp. 9 – 58. Per entrambi gli scritti sono debitore agli spunti ‘pionieristici’ di don Cosimo Scordato nel suo Abbozzo di una riflessione teologica 'cattolica', originariamente ospitato  con il titolo Chiesa e mafia sulla rivista "Il Regno-attualità" (1992,37), poi ripubblicato nella mia raccolta Il Vangelo e la lupara. Materiali su Chiese e mafia, vol. I (Storia. Teologia. Pastorale), Edizioni Dehoniane, Bologna 1994, pp. 157 - 162.                           .

1 commento:

Maria D'Asaro ha detto...

Una disamina davvero preziosa. Grazie, Augusto.