mercoledì 1 aprile 2026

BEATI GLI AMBIZIOSI PERCHE’ NON LASCIANO IL MONDO COME LO TROVANO

Chi di voi non è ambizioso alzi la mano (metaforicamente) e si prenoti un appuntamento con un bravo psicoterapeuta (realisticamente). Gli altri restino tranquilli e - se mai li assalisse un qualche vago di colpa – lo lascino decantare: infatti ambire a qualcosa è fisiologico. Patologica è piuttosto la condizione di chi non aspira a nulla, neppure a una vita eremitica - senza incarichi e senza beni materiali – per tentare di unirsi in solitudine con il Tutto.

Ascetismo monacale

Per quali motivi storico-culturali, a detta della Treccani, il vocabolo ambizione, se usato in assoluto (cioè senza specificare se sia relativa a un posto di lavoro o a un titolo di studio) debba intendersi in senso deplorevole (“desiderio di potere, di onori, di grandezza; vanità, orgoglio smisurato”), mi sfugge. Ho il sospetto che venti secoli di ascetismo cristiano – anzi, se diamo retta a Max Weber, cattolico – abbiano inciso parecchio: giusta, ammirevole, da imitare non è più la persona che sposa un progetto e riesce a concretizzarlo per il bene proprio e della comunità (come nell’ebraismo o nella tradizione greco-romana), ma colei che si sottrae, si rende invisibile, opera lo stretto indispensabile per non pesare su qualcun altro. Meglio ancora se “fugge dal mondo” in qualche forma di auto-seppellimento anticipato, ad esempio sulla sommità di una colonna (sede prediletta degli “stiliti”), nell’oscurità di una grotta (come alcune donne di cui la leggendaria Rosalia panormita è simbolo) o di un monastero di clausura dalle mura invalicabili (come Eloisa o la Monaca di Monza). Sino al Concilio Vaticano II (1962 – 1965) il prototipo cattolico della santità esemplare è stata la persona che – professando i “voti” – ha rinunziato alla propria autodeterminazione (obbedienza), alla propria pulsione affettivo-sessuale (castità) e alla gestione dei beni materiali (povertà): il/la  fedele sposato/a non era escluso dalla possibilità di “santificarsi” ma nella misura in cui, pur restando “laico”, si avvicinasse all’ideale della “consacrazione religiosa”.

 

La santa ambizione di Thomas More

In un aureo libretto degli anni Sessanta del secolo scorso il giovane Hans Küng contribuì alla radicale revisione di questa impostazione medievale evidenziando come personaggi quali Tommaso Moro avevano raggiunto livelli elevati di testimonianza evangelica pur vivendo un’esistenza per così dire ‘opposta’ rispetto a monaci e frati: occupando una poltrona apicale nell’organizzazione politica del tempo (Gran Cancelliere); mettendo su una famiglia in cui alle figlie venivano offerte le stesse possibilità di istruzione dei maschi; amministrando un patrimonio di terreni e aziende ereditato e ampliato con saggezza. Ma le minacce di Enrico VIII diedero al suddito inglese la possibilità di dimostrare che egli possedeva tanti generi di ricchezze senza esserne posseduto[1]. Potremmo dire che ha dato prova di essere non ‘poco’ ma ‘molto’ ambizioso: ha aspirato a ciò che il “mondo” può offrire, ma non si è limitato all’orizzonte materiale. Affrontando un’ingiusta condanna a morte ha dimostrato di ambire a traguardi ulteriori: la libertà di coscienza, la dignità di chi non si piega ai ricatti dei potenti, la superiorità morale (anche agli occhi dei posteri) della vittima inerme sul carnefice armato. In linea con l’epicureismo cristiano del De voluptate di Lorenzo Valla ha dato prova eloquente di non volersi limitare ai piaceri mondani, ma di aspirare anche ai piaceri eterni[2].

 

Una vox media

Allora sarebbe auspicabile che, anche nel linguaggio corrente, il termine ambitio fosse considerato (ad esempio come il latino fortuna) una vox media che di per sé non ha valenza positiva né negativa, ma acquista l’una o l’altra a seconda dell’aggettivo che la qualifica (bona o mala fortuna). Che quel signore o quella ragazza siano ambiziosi dovrebbe significare esclusivamente che ambiscono a un ruolo, desiderano un obiettivo, perseguono un traguardo: l’ambizione andrebbe intesa nell’accezione semantica dispregiativa solo se si trattasse di ruoli, obiettivi, traguardi dannosi a sé o ad altri o fossero ricercati con metodi disonesti o fossero anteposti a ruoli, obiettivi, traguardi più meritevoli. Parafrasando sant’Agostino, l’ambizione dovrebbe essere valutata negativamente solo nei casi in cui si perseguissero mala (cose cattive), mali (da cattivi soggetti), male (in una scala di valori sballata).

 

Un ‘peccato’ poco condannato: il difetto di ambizione

Senza ambizioni si sta immobili, con il rischio di appassire sterilmente. Ci sono mete a cui si ha il diritto di non mirare (la maggior parte degli insegnanti preparati e appassionati non aspirano a diventare dirigenti scolastici); altre che si ha il dovere di perseguire (vincendo la comprensibile tendenza a restare nel proprio orticello, a evitare i conflitti personali e sociali, a rinunziare a contribuire in una direzione o in un’altra al corso della storia). Nell’opinione comune, invece, non è così.

Ammiriamo chi ottiene ambiti ruoli di protagonista in politica o nelle arti o altrove e condanniamo chi vi ambisce presuntuosamente senza averne le doti necessarie: giusto!  Ma non condanniamo – anzi, guardiamo con benevola solidarietà (quando addirittura non ne esaltiamo l’umiltà)  - chi, pur avendo le capacità e le opportunità per impegnarsi, resta rincantucciato nella  sua tana.

Invece nel vangelo il “padrone” redarguisce con decisione il “servo” che, per pavidità, ha seppellito i “talenti” affidatigli invece di “investirli” per farli fruttare (Matteo 25, 14 – 30); Dante ritiene indegni perfino dell’inferno gli “ignavi” incapaci di fare bene ma anche di fare male; ed Edgar Lee Masters, nella sua Spoon River Anthology, fa confessare  al suo personaggio George Gray di aver rinunziato sin dalla nascita a vivere dal momento che “l’ambizione mi chiamò ma io temetti gli imprevisti”. Chi ha agito efficacemente – sino a sacrificare la vita – per rendere meno orribile la vita sulla Terra, come Martin Luther King, non si stancava di ribadire che, più dei malvagi, egli temesse  i “buoni”: è proprio non avendo ambizioni, progetti, ideali che essi – con l’inettitudine degli ebeti che per giunta si ritengono furbi  - contribuiscono al mare di ingiustizie e di sofferenze in cui tutti gli esseri senzienti siamo immersi. La maggior parte degli esseri umani segue il buon senso, evita prudentemente gli eccessi, si conforma ai desideri ragionevoli della normalità statistica. Ma ogni tanto qualche tipo un po’ strambo  infrange  la routine rassicurante: si mette a sognare ad occhi aperti, suscita riprovazione o derisione, insegue mete a cui nessuno aspira. E fa compiere all’umanità qualche  passo in avanti.

                                                                             Augusto Cavadi

 

“Le nuove frontiere della scuola”

2026, n. 70



[1] Cfr. H. Kűng, Libertà nel mondo, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2014.

[2] Nella monografia Tommaso Moro. Umanista e martire (Jaca Book, Milano 1985) Louis Bouyer cita dichiarazioni attribuite a Moro (cfr. pp. 79 – 81) che lo ricollegherebbero nella vecchia prospettiva medievale del “laico” come creatura “infelice” se confrontato con il fedele che, consacratosi con i voti religiosi, sarebbe più degno della misericordia divina. Il suo amico fraterno Erasmo da Rotterdam spiegherebbe – e in un certo senso giustificherebbe – la decisione di Moro di rinunziare alla vita monastica con una delle sue formule ironiche e calzanti: “preferendo essere un marito casto che un prete dissoluto” (ivi, p. 32). Per intendere correttamente la frase erasmiana bisogna sapere che – differentemente dalla semantizzazione comune – nel vocabolario della teologia morale cattolica la castità è la virtù della pratica temperante della dimensione sessuale e genitale: il che implica l’astinenza totale dai rapporti sessuali e genitali per i consacrati (monaci e monache, frati e suore, preti), ma non per gli sposati (tanto è vero che il ‘casto’ Moro ha contribuito attivamente alla procreazione in pochi anni di matrimonio di tre figlie femmine e un quarto maschietto che “aveva spinto nella tomba con il suo travagliato ingresso in quel mondo” [p. 16] “la fragile e timida” [p. 15] madre).

sabato 28 marzo 2026

CI VEDIAMO A BOMPIETRO (SULLE MADONIE) NEL FINE-SETTIMANA 6-7 GIUGNO 2026?


LA BIBLIOTECA DI LUCIA INCONTRA LA FILOSOFIA-DI-STRADA

Prima e più che una disciplina per specialisti, la filosofia è un modo di “essere- nel – mondo”: una postura interrogativa, dialogica, riflessiva. Così intesa la filosofia impregna di sé l’arte, la teologia, la politica…insomma, la vita.

Bompietro, accogliente paese delle Madonie, ospita dunque una nuova edizione degli ormai tradizionali Festival della filosofia-in-pratica (che negli anni precedenti si sono svolti ad Amandola, Favignana, Castellammare del Golfo, Lercara Friddi, Polizzi Generosa, Gibilrossa, Segesta).

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Sabato 6 giugno 2026

Ore 11,00 – 13,00: accoglienza degli ospiti e sistemazione nei B & B


Presso AUDITORIUM Comunale  (Via Facitelli)

Ore 13,00 – 15,00: pranzo condiviso con ciò che ognuno/a vorrà mettere in tavola

Ore 16,00 – 17,30: L’arte della fuga (conversazione con Giorgio Gagliano)

Ore 18,00 – 19,30: Per una spiritualità “laica” (conversazione con Maurizio Pallante)

 

Presso A’ Kiazza (piazza principale di Locati)

Ore 20,00 – 21,30: cena sociale

 

Presso AUDITORIUM Comunale  (via Facitelli)

Ore 22,00 – 23,00: concerto musicale (violinista Giorgio Gagliano, voce di Federica Mantero)


Domenica 7 giugno 2026

Presso Parco Comunale ( Piazza Gangi 1)

Ore 9,00 – 10,00: passeggiata filosofica (condotta da Augusto Cavadi)

 

Presso  AUDITORIUM Comunale  (via Facitelli)

Ore 10,30-  11,30:  Alex Langer tra scelte di pace e conversione ecologica

 (conversazione con Maria D’Asaro)

 

Ore 12,00 – 13,30: Laboratorio di pittura creativa (condotto da Annamaria Pensato)

Presso ristorante  Al Tulipano Rosso  SS290, 32

Ore 13,45- 15,00: pranzo sociale

 

Presso AUDITORIUM Comunale  (via Facitelli)

Ore 15,30 – 16,30: Racconto per immagini (Lorenzo Raspanti)

Ore 16,30 – 18,00: Laboratorio di scrittura creativa (condotto da Giovanna Bongiorno)

 

Presso Torronificio delle Madonie  (Blufi  C.da Tre aree snc )

Ore 18,30  – 19,30: risonanze dell’esperienza nel corso di un the con degustazione di dolci locali e congedo

 

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Per informazioni e prenotazioni: Nuccio Pepe (cell. e w’app: 330 851 492, email nucciopepe@gmail.com)

Per partecipare basta acquistare un pass di euro 5,00 (valido per tutti gli eventi, ma necessario anche se si decide di partecipare ad uno soltanto): i cittadini con residenza attuale a Bompietro possono esonerarsi dall’acquisto del pass e limitarsi a esibire la carta d’identità.

Per la cena di sabato 6: è previsto un menù standard (onnivoro o vegetariano) comprendente tagliere di cibi locali + una bevanda (costo euro 10,00). Obbligatoria la prenotazione presso A' Kiazza (Locati) mediante  cellulare (327 943 0281 ).

Per la sistemazione notturna: 

Su internet ampia offerta di B & B nella zona cui poter rivolgersi per prenotazioni nel caso che si trovi il tutto esaurito presso A' Kiazza (Locati) che farà dei prezzi dedicati citando l’evento. Prenotare chiamando cellulare ( 327 943 0281 ).

Per il pranzo di domenica 7 giugno:

Il menù prevede un primo (adatto anche a vegetariani) e una bevanda al costo di euro 15,00. Prenotazione obbligatoria mediante tel. 377 598 2679. Possibilità di integrare il pasto-standard con richieste alla carta.


 

 

 


                            

martedì 24 marzo 2026

TRE, ANZI QUATTRO, "GRAZIE" DOVEROSI

Il primo grazie a tutti gli elettori e tutte le elettrici che, andando a votare per il referendum (o per il NO o per il SI'), hanno dimostrato che la democrazia repubblicana è malata ma non ancora defunta.

Il secondo grazie a tutti i cittadini e tutte le cittadine che si sono gratuitamente spesi/e (investendo tempo, energie e in qualche caso soldi di tasca propria) per evitare una riforma che, a detta di Nordio che se l'è intestata, sarebbe convenuta ora alla Destra e domani - in caso di cambio di maggioranza - alla Sinistra: insomma, in ogni caso, ai politici di professione di turno al governo del Paese.

Il terzo grazie agli elettori e le elettrici che di solito votano Destra e che in questo caso hanno capito che, se avessero seguito le indicazioni dei partiti oggi in maggioranza al Parlamento, avrebbero compiuto un atto autolesionistico. La Costituzione italiana è stata costruita con il paziente apporto di padri e madri di ogni orientamento ideologico: comunisti, socialisti, liberali, cattolici democratici. Sono gli eredi di queste culture che hanno diritto di cambiarla, non gli epigoni della cultura fascista (e, per giunta, da soli!).

Un quarto e ultimo grazie è strano: un grazie ipotetico per un dono che spero di ricevere in futuro. Che quanti/e hanno lottato perché vincesse il "NO"  capiscano la lezione: nell'epoca del tramonto delle ideologie novecentesche bisogna ripartire da una base chiara, solida, fertile. Bisogna ripartire dalla Costituzione repubblicana che significa difesa della dignità dei lavoratori, promozione fattiva della solidarietà fra i cittadini, ripudio della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti, primato del Bene comune sugli interessi privati...Questi sacri principi sono stati attaccati dai governi di Centro-Destra, ma quasi sempre disattesi negli ultimi 50 anni anche dai governi di Centro-Sinistra. I nemici della Costituzione continueranno a tentare di destrutturarla: è il loro mestiere, sono eletti per questo, va dato atto della loro coerenza. Ma chi dice di essere fedele alla Carta costituzionale deve chiedere il voto per difenderla (ha abbastanza appeal per interessare la gente, specie i giovani) e soprattutto essere coerente nell'attuarla almeno quanto i parlamentari di Centro-Destra lo sono nel demolirla. Se ogni volta che è al governo del Paese ha paura di combattere l'evasione fiscale; di pretendere un salario minimo per chi lavora e un reddito minimo per chi non lavora pur essendo disposto a lavorare; di dare la cittadinanza agli immigrati che hanno dimostrato con i fatti di averne diritto; di rifiutare la partecipazione a "missioni umanitarie" per esportare la democrazia occidentale a colpi di bombe; di diminuire le spese militari a favore della sanità e dell'istruzione...perché gli elettori dovrebbero preferire il Centro-Sinistra (incoerente con i propri principi) al Centro-Destra (perfettamente coerente)?

Augusto Cavadi 

23 marzo 2026

(Possibile, ma non certa, primavera della Repubblica italiana)

mercoledì 18 marzo 2026

DOMENICA 22 E LUNEDI' 23 MARZO 2026 SI VOTA PER CONFERMARE O NO LA RIFORMA MELONI-NORDIO

Si sono espresse pubblicamente numerose persone più competenti di me. Ma non voglio sottrarmi alla richiesta pervenutami da più parti di esprimere un parere. Che sintetizzo in 3 punti:

a) non approvo il ricorso frequente al referendum, ma questo non è opzionale: è previsto dalla Costituzione quando è in gioco un cambiamento della medesima. A differenza dei referendum precedenti qui non c'è un minimo (un "quorum"): se vanno a votare solo tre persone, vincono due su uno;

b) sul merito della riforma si possono trovare aspetti positivi e aspetti negativi: la maggior parte dei sostenitori del "NO" sono magistrati, avvocati, professori di diritto stimatissimi, ma anche nel fronte del "SI" ci sono (sia pure in numero considerevolmente minore) persone esperte e oneste;

c) sul metodo della riforma il giudizio non può che essere negativo. La Carta costituzionale è stata concordata dopo la Seconda guerra mondiale dai rappresentanti di tutte le ideologie e di tutti i partiti politici presenti in assemblea: ogni cambiamento che avvenga senza un accordo altrettanto ampio mira evidentemente a scopi di parte, non a migliorare le regole del gioco;

d) sul contesto storico in cui è stata approvata la riforma su cui siamo chiamati a votare (approvandola con un SI' o bocciandola con un NO) non ci sono dubbi: è assolutamente preoccupante. Infatti è stata varata dalla maggioranza di un Parlamento eletto con un sistema più volte dichiarato incostituzionale: prima di "migliorare" l'ordine giudiziario, il Parlamento dovrebbe mettere in regola sé stesso. Perché questa fretta? Perché, se vincesse il "SI'", questo Parlamento potrebbe, con le norme attuative sinora indeterminate, piegare la Magistratura ai suoi ordini e non avere più limiti. (Questa la ragione principale per cui un magistrato non certo di Sinistra come Gratteri ha previsto che tutti i massoni e i mafiosi voteranno per il "SI'", il che ovviamente non significa che tutti quelli che voteranno per il "SI'" saranno o massoni o mafiosi).

In conclusione: se un Governo che toglie finanziamenti alla Sanità, alla Scuola, ai Servizi sociali (perché li dirotta a combattere nel mondo guerre volute da Trump o dall'Unione Europea o da entrambi) propone di investire milioni di euro per moltiplicare gli organismi giudiziari (due Consigli superiori della magistratura al posto di uno + un'Alta corte che attualmente non esiste), in memoria riparativa di Silvio Berlusconi (uno dei politici più volte condannato in via definitiva dalla Magistratura), io - che non sono un esperto di diritto ma neppure uno stupido - voterò "NO" e mi auguro che facciano altrettanto quante più persone.

Augusto Cavadi

PS: Tra i molti, validissimi, interventi analitici per approfondire alcuni passaggi della mia troppo rapida sintesi segnalo questo del mio amico Elio Rindone (che ha integrato con decenni di studi filosofici la sua formazione giuridica giovanile): https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/riforma-della-giustizia-o-attentato-alla-costituzione/

lunedì 16 marzo 2026

LE PROSSIME VACANZE FILOSOFICHE PER NON...FILOSOFI (DI PROFESSIONE)? AD AGOSTO 2026 SULL'APPENNINO EMILIANO

Care e cari, anche quest'anno ci concederemo una settimana di vacanza riflessiva. Siamo oppressi da troppe tragedie e abbiamo bisogno di incontrarci, parlarci, sostenerci a vicenda con un po' anche di allegria. Poiché grazie a Salvo Fricano abbiamo tutto un sito dedicato a queste attività di "filosofia-in-pratica" mi limito a segnalarvi il link dove potrete trovare tutte le informazioni necessarie sia sui temi sia sui relatori sia sulle possibilità di alloggio.

Vi anticipo solo il tema generale ("Solo gli incoscienti possono provare gioia?") e la località: Sestola, nell'Appenino modenese.

Vi aspettiamo, come ormai da decenni, numerosi e motivati: c'è troppa follia in giro sul pianeta per esimersi dal disseminare semi di saggezza.

Questo è il link e, per ogni necessità, non esitate a contattarmi (a.cavadi@libero.it):

https://vacanzefilosofiche.salvofricano.it/



lunedì 2 marzo 2026

SOLO IL SOCIALISMO CI PUO' SALVARE? UNA RECENSIONE DEL VOLUME DI GIORGIO CREMASCHI

Con puntualità più asburgica che euro-africana dal 1 marzo 2026 è on line (ad accesso libero) l'ultimo numero del bimestrale "Dialoghi mediterranei". Oltre a vari contributi interessanti, tra cui 

*  un saggio di Elio Rindone ("Se non si denuncia, si è complici: Vangelo e potere oggi"),

un articolo di Giacomo Vaiarelli  ("Da Lombroso all’autonomia differenziata: il pregiudizio antimeridionale non muore")

* una recensione, a firma di Carmelo Lucchesi, del libro di Andrea Cozzo sui media in tempo di guerra,

vi segnalo una mia recensione del volume di Giorgio Cremaschi, Solo il socialismo ci può salvare, Mimesis, Milano-Udine 2024:   https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/il-socialismo-miti-della-politica-e-verita-della-storia/ .

domenica 22 febbraio 2026

"SETTIMANA NEWS" INTERVISTA ANDREA COZZO SU "GUERRA E MEDIA"

 

Guerra e pace nei media

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Andrea Cozzo, docente di Lingua e letteratura greca presso l’Università degli Studi di Palermo, in cui ha tenuto, per gli studenti, laboratori di Teoria e pratica della non-violenza, è autore di diversi libri sia sul mondo greco antico che sull’azione non-violenta; ha recentemente pubblicato il volume Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina. Promemoria e istruzioni per il futuro, Mimesis 2025. L’intervista è a cura di Giordano Cavallari.  

  • Gentilissimo Andrea, quali sono i caratteri del “giornalismo di guerra” comuni a tutte le guerre?  

Direi, in generale, quello del pensare per polarità: Buoni vs. Cattivi, Bene vs. Male… che, naturalmente, identifica ogni volta il primo membro dell’opposizione con il “Noi” o “I nostri” o, insomma, coloro con cui noi ci schieriamo; e il secondo con l’“altro”.  

Su questo schema si innesta tutta la narrazione del conflitto armato che è di carattere puramente propagandistico: gli elementi della propaganda, rintracciati da sir Arthur Ponsonby (Falsehood in War Time: Containing an Assortment of Lies Circulated Throughout the Nations During the Great War) già nel 1928, dopo la Prima guerra mondiale, e da me richiamati nel volume – e, se posso permettermi, dal sottoscritto stesso (La logica della guerra nella Greci antica. Contenuti, forme, contraddizioni, 2024) – sono tutti presenti nella maggior parte dei media contemporanei, almeno dal febbraio 2022 ad oggi. 

  • Nel caso della guerra in Ucraina – al centro della sua analisi – quali caratteri, in particolare, lei ha individuato? Può fare qualche esempio? 

Gli esempi possibili sono, purtroppo, numerosissimi. Li distribuirei in alcune categorie. Ecco le principali.  

(1) Le fake news più spudorate: come quella dei 70 anni di pace in Europa prima dell’invasione russa dell’Ucraina, che “dimentica” le guerre del 1995 e del 1999 nell’ex Jugoslavia alle quali ha partecipato attivamente – e alla seconda anche illegalmente, visto che non c’era l’autorizzazione dell’ONU! – pure l’Italia; o quella secondo cui l’Ucraina non aveva mai avuto intenzione di entrare nella Nato, laddove tale intenzione è espressa persino in diversi articoli della Costituzione ucraina.  

(2) Le omissioni: basti ricordare la quasi totale mancanza di informazione sull’opposizione del Movimento Nonviolento Ucraino (presieduto dall’obiettore di coscienza Yurii Sheliazhenko), sia all’invasione russa, sia alla resistenza armata (con annesso invito ai governi europei di non inviare armi bensì di spendere i loro sforzi nell’azione diplomatica); oppure, il trascurabile rilievo dato alla notizia della richiesta che Putin aveva fatto al segretario della Nato Stoltenberg – che l’aveva rifiutata già tre mesi prima dell’invasione – di non continuare ad espandersi se non voleva che l’Ucraina venisse attaccata; dare risalto a ciò avrebbe significato mostrare l’evidente corresponsabilità del “Noi” nell’attacco russo.  

(3) Le derisioni, anche nel senso letterale del termine: si pensi alle risate di alcuni giornalisti presenti nello studio di DiMartedì il 3 maggio 2022, mentre parlava, in collegamento da Mosca, la russa Nadana Fridrikhson che era stata invitata alla trasmissione, oltre alle offese ai pacifisti, accusati da qualcuno di “idiozia sesquipedale”, da altri di “ipocrisia” (nel mio libro fornisco i precisi riferimenti). 

(4) Gli articoli, che – mentre non davano nessuna informazione su quanto avveniva a Kiev – esibivano enfasi e lirismo, fatto di pathos e abbondanza di figure retoriche, finalizzati ad un “tifo” unilaterale e a una pretesa lezione di morale ai manifestanti per la pace il 5 novembre 2022.  

(5) La dichiarazione – fondata su una citazione del tutto decontestualizzata –, che persino Gandhi si sarebbe schierato a favore dell’invio di armi all’Ucraina.  

(6) L’incapacità di vedere come la firma di un documento di garanzia che l’Ucraina non sarebbe mai entrata nella Nato – da sempre la principale richiesta di Putin, già avanzata da molti analisti politici americani stessi fin dai primi anni Novanta, cioè da quando ormai il fronte “nemico” dei Paesi comunisti non esisteva più –, avrebbe evitato o, poi, interrotto il conflitto armato e la perdita di centinaia di migliaia di vite umane.  

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D–M–A è la “formula” con cui Johan Galtung ha sintetizzato il meccanismo della violenza, in quanto fondata su Dicotomizzazione (ci sono solo due parti ognuna delle quali è omogenea al suo interno: “Noi” vs. “Loro”), Manicheismo (da una parte – la mia – sta tutto il Bene, dall’altra tutto il Male), Armageddon (la vittoria militare è l’unico scopo).  

Tale formula è stata sponsorizzata dai nostri media (sia cartacei, sia televisivi, sia online), sostanzialmente con tre sole grandi eccezioni: Avvenire, Il Fatto Quotidiano, Il Manifesto. Beninteso, si tratta di un sistema culturale diffuso – non del modo di pensare bellicista di singoli individui – ed è per questo che non ho mai inteso criminalizzare i giornalisti che lo hanno adottato – penso inconsapevolmente – nella maggior parte dei casi, tranne, naturalmente, quando si è trattato di vere e proprie e volute fake news.

Purtroppo, per correttezza di informazione, nel libro non ho potuto fare a meno di citare, di volta in volta, i loro nomi, visto che era doveroso scrivere chi fossero gli autori delle parole che analizzavo e criticavo. 

  • social hanno amplificato e amplificano tale effetto? 

Non ho molti dubbi sul fatto che i social, con la loro “scrittura breve” che, tendenzialmente, impedisce l’argomentazione strutturata e argomentata, abbiano acuito e acuiscano il sistema di pensiero D–M–A. Ciò avviene particolarmente nella posizione di chi è a favore dell’invio di armi all’Ucraina e della continuazione della guerra – subìta dagli Ucraini! – “fino alla vittoria”.  

Mentre – come ho detto – si sarebbe potuto spingere per negoziati di pace che tenessero conto delle esigenze di entrambi i popoli, cioè sostanzialmente del loro bisogno di sicurezza, che poteva e potrebbe ancora essere soddisfatto da un accordo che preveda la garanzia di non-ingresso dell’Ucraina nella Nato attraverso la variazione dell’art. 5 della stessa Nato (per cui si possa dare un intervento armato a difesa dell’Ucraina solo nel caso che questa venisse di nuovo attaccata nonostante la sua rinuncia ad entrare nel Patto Atlantico). 

Ci si sarebbe potuti spendere, soprattutto, per iniziative di rafforzamento della fiducia tra i popoli, sviluppo di legami economici e politici, scambi culturali. 

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  • Anche lei, personalmente, si sente vittima dell’effetto e della violenza culturale conseguente?  

Nonostante abbia cercato di prendere tutte le cautele possibili per non risultare ambiguo, anche a me è toccato di sentirmi apostrofare, su Facebook, come “putiniano”, non solo da “amici virtuali” ma anche da giornalisti professionisti, per il semplice fatto di essermi rifiutato di definire Putin – la cui azione ho sempre esplicitamente condannato – “il Male Assoluto”! 

  • Ritiene che papa Francesco si sia distinto in altro modo nella guerra mediatica dentro la guerra in Ucraina?  

Certamente! Papa Francesco non ha esitato a mettere in luce le “nostre” corresponsabilità con la sua celebre sottolineatura dell’«abbaiare della Nato alle porte della Russia» quale fattore provocatorio determinante nell’invasione russa dell’Ucraina, e a dare un chiaro messaggio sulla via da seguire quando – per il Venerdì Santo del 2022 – ha chiesto (e ottenuto) che, a portare la Croce, fossero, insieme, una donna russa e una donna ucraina. È stato un esempio di logica della costruzione della pace, fondata sul rigetto del “tifo” per uno dei due popoli belligeranti, sulla non criminalizzazione di nessuno di loro, sulla vicinanza ad entrambi.  

È stato un esempio per come il fulcro della costruzione della pace stia, per ogni parte in conflitto – e a maggior ragione per “noi”, parte terza –nella capacità di sentirsi compartecipi della sofferenza dell’altra parte e di cooperare, di stare in dialogo, aiutandosi vicendevolmente a sorreggere la croce delle relazioni umane mal impostate, mettendo da parte il male subìto o inflitto – i Greci antichi parlavano, appunto, di mé mnesikakéin, del “non ricordarsi del male” – per andare finalmente oltre l’odio e le armi, avviandosi verso la riconciliazione.  

Penso che l’invito di Leone XIV a che le diocesi promuovano percorsi di educazione alla nonviolenza – che spero non vengano improvvisati ma siano frutto di conoscenza e di competenza – possa costituire un ulteriore sviluppo del pensiero della costruzione della pace di papa Francesco. 

  • Lei ritiene che sarebbe stata possibile un’azione non-violenta del popolo ucraino?  

Penso che sia importante fare chiarezza su una questione: quella dei tempi dell’intervento nonviolento per lo più considerata in modo equivoco. 

Siamo soliti tirare in ballo – e giudicare – la possibilità e l’efficacia dell’azione nonviolenta quando una guerra è già scoppiata, cioè nel momento dell’emergenza. Certamente, anche in questo caso la nonviolenza ha un ruolo da giocare.  

Ad esempio:  “dal basso”, attraverso pratiche di interposizione ad opera di terze parti costituite da civili disarmati, o di pura esposizione dei propri corpi inermi di decine di migliaia di civili dello stesso Paese invaso: ricordiamo la celebre foto del ragazzo cinese che, nel 1989, a piazza Tienanmen che costringe, “semplicemente” ponendoglisi davanti, un carro armato a fermarsi? Ebbene, coraggiosi tentativi di questo tipo sono stati attuati anche in Ucraina; allora pensiamo a quale effetto avrebbe potuto avere tale azione se fosse stata realizzata contemporaneamente da migliaia di persone; “dall’alto”, attraverso la diffusione delle ambasciate di Paesi stranieri in ogni città ucraina, perché potessero funzionare da scudi umani internazionali 

Sono solo due esempi delle tante forme di resistenza disarmate possibili. Ma il tempo dell’emergenza non è l’unico né il più adeguato a pensare l’azione non violenta, che va concepita quale risposta non solo improvvisata ma anche preparata attraverso u un’apposita formazione in tempi di pace.

D’altronde, neppure nella difesa armata nessuno si sogna di prescindere dal normale addestramento alla stessa quando  ancora la guerra conclamata non c’è. Ben sappiamo che – perché in guerra le armi possano essere imbracciate e la disciplina militare possa essere attuata – bisogna esservi stati istruiti prima.  

Dunque, la soluzione per il caso di eventuali invasioni è la formazione strutturale alla logica e alle tecniche della nonviolenza, che costituisce anche un vero e proprio campo di studi – a cui sono personalmente dedicato – di ambito sociologico; non basta, evidentemente, un semplice discorso di carattere edificante e moralistico, sul “dovere di essere buoni” (i cui contenuti concreti restino poi del tutto oscuri e privi delle necessarie conoscenze tecniche). 

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  • Perché l’azione non-violenta – e la pace – stanno con la democrazia, mentre la guerra sta con la democratura, come lei spiega? 

La democratura, cioè il regime formalmente democratico, ma di fatto autoritario fino all’esercizio della violenza all’interno e ostile all’esterno, è la degenerazione della democrazia che vi sfocia inevitabilmente, se non abbraccia per tempo la nonviolenza in tutti gli ambiti.  

La degenerazione avviene in maniera lenta e inconsapevole, quando uno dei valori fondamentali, ma non l’unico della democrazia, ossia quello della libertà, finisce per diventare un assoluto, senza essere coniugato – sempre e insieme – con quello della giustizia (che a sua volta, se basata sul dialogo, non può che diventare equità) e soprattutto della fraternità, per dirla ricordando il trinomio ideale della Rivoluzione francese; ma potremmo, in prima istanza, accontentarci di una più realistica “solidarietà” al posto della “fratellanza”.  

La “libertà”, in sé sola, è valore individuale che diventa presto individualistico, e porta al principio del «tutto ciò che non è vietato, è permesso», all’apologia dei “diritti” indipendenti dai “doveri”, alla scomparsa dell’etica e, sul piano economico, al liberismo basato sulla competizione più sfrenata: di fatto, dunque, al “diritto” del più ricco, del più potente, del più forte, individuo o Stato che sia.  

Solo se facciamo camminare “libertà” insieme a “giustizia/equità” e “solidarietà”, in un orizzonte culturale, intellettivo ed emotivo, di empatia e di cura – non semplicemente di rispetto – e dunque di gestione nonviolenta delle differenze, avremo vere ed effettive democrazie di pace, cioè sempre maggiore eliminazione di oppressione diretta, strutturale e culturale, sia all’esterno sia all’interno dei loro territori. 

  • Quindi un altro “giornalismo” e un’altra cultura “di pace” sono possibili?  

Schematicamente (rimandando al libro per i dettagli), il giornalismo di pace ha il compito di: smascherare le fake news; rivelare gli eccessi commessi e le sofferenze subìte da persone di ogni fazione; dare voce a tutte le parti coinvolte, non solo ai Governi ma anche alla gente comune, mostrando l’esistenza di varietà di posizioni anche all’interno di ogni “fronte”; stimolare tutte le parti a prospettare soluzioni creative e non armate per la risoluzione dei conflitti e il raggiungimento e il mantenimento della pace; dare spazio alle azioni nonviolente…  

E, nel raccontare ciò che avviene, il giornalismo ha il compito di chiedersi se il modo in cui si sta raccontando induce chi legge a odiare qualcuno – aggressore o aggredito che sia – e a credere che l’unico modo di risolvere il conflitto sia quello bellico, oppure a odiare soltanto la violenza e quindi a cercare come raggiungere la pace per vie nonviolente: solo in quest’ultimo caso si sta facendo giornalismo di pace! 

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  • Lei ci sta lavorando, specie con i giovani, suoi studenti?  

Ci ho provato, e non solo con i miei studenti universitari – con loro ho tenuto, per otto anni, anche uno specifico Laboratorio di “Teoria e pratica della nonviolenza” – ma anche con quelli delle scuole, con i giovani di Centri sociali e con associazioni, e pure con le forze dell’ordine (Arma dei carabinieri, Polizia, Guardia di finanza, Vigili urbani) per le quali ho tenuto diversi corsi di “Gestione nonviolenta dei conflitti”.  

Comunque, non sono certo da solo: negli ultimi anni insieme ad altri amici del Centro territoriale palermitano del Movimento Nonviolento di cui faccio parte e, da quest’anno, con la neonata Officina Siciliana di Nonviolenza che, con altri gruppi, abbiamo costituito su iniziativa di Enzo Sanfilippo (della “Comunità dell’Arca”), operiamo nell’ambito della formazione alla nonviolenza più organicamente e diffusamente.

E il fatto che buona parte dei governi del mondo – Governo italiano compreso – stia andando in direzione opposta, cioè nella direzione di un’ulteriore militarizzazione della cultura e del pensiero, ci spinge ad impegnarci con ancora maggiore e più gioiosa determinazione.