domenica 26 agosto 2007

SOCRATE E LA PROSTITUTA


“Repubblica - Palermo” 26.8.07

Augusto Cavadi

GIUSEPPE MAZZARA (ED.)
Il Socrate dei dialoghi
Levante
Pagine 164
18 euro

Giuseppe Mazzara è noto, all’Università di Palermo, per lo stile di signorile discrezione e di inusitata gentilezza con cui da decenni esercita la sua docenza di storia della filosofia antica. Con questo stesso tono ha curato la pubblicazione degli Atti di un seminario internazionale da lui stesso organizzato in città l’anno scorso. Gli interventi - oltre che suoi, anche di Livio Rossetti (Perugia) e di Michel Narcy (Villejuif) - mirano a restituire un’immagine insolita de Il Socrate dei dialoghi (come recita il titolo del volume): un Socrate visto, infatti, non con gli occhiali del suo più celebre discepolo Platone, ma attraverso le testimonianze, sinora sottovalutate, di Senofonte e di altri cosiddetti Socratici minori. Di singolare interesse l’attenzione dello studioso francese sul duello fra Socrate e la semi-prostituta Teodote: sarà più forte la cortigiana che sin dal suo apparire turba con la sua bellezza il filosofo e ne riceve l’omaggio o quest’ultimo che ha, come unica arma di difesa, il ‘logos’ (per i Greci, indissolubilmente, ‘ragione’ e ‘parola’)?

giovedì 23 agosto 2007

LO STUDIOSO CATANESE FONDATORE DEL PCI


“Repubblica – Palermo” 23.8.07
CONCETTO MARCHESI: IL LATINISTA CHE ACCUSO’ GENTILE

Augusto Cavadi

La storia è zeppa di personaggi scomodi su cui è difficile chiudere i conti: meriti e colpe, infatti, si bilanciano (e si sbilanciano) a seconda dei punti di vista da cui li si soppesa. Anche ‘oggettivamente’ risultano personalità complesse sino alla contraddizione. Eppure questa fatica del giudizio non può essere evitata con la mera rimozione. Destino che sembra incombere, invece, sul siciliano Concetto Marchesi (di cui ricorre proprio quest’anno il cinquantenario della morte), reo forse di aver dedicato la vita a due ideali - lo studio della civiltà classica e la militanza attiva comunista - che risultano in progressivo declino (per quanto su due crinali del tutto indipendenti).

In quanto antichista di vaglio (intere generazioni, come la mia, hanno studiato sulla sua nitida storia della letteratura latina) non lasciò inesplorato nessun autore di qualche rilievo. Senza farsi bendare da pregiudizi ideologici, lui ateo non nascose l’ammirazione per le opere di sant’Agostino e ne discusse con passione e con garbo, tutte le volte che ne ebbe occasione, con studiosi cattolici (anche preti, come don Primo Mazzolari) che ne avessero adeguata competenza.
A differenza di molti studiosi di cose antiche, non ritenne di chiudersi in gabbie filologiche ed archeologiche che lo difendessero dalle sfide della contemporaneità. Il 9 novembre 1943, da rettore dell’università di Padova, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico ebbe il coraggio civile di lanciare un appello a tutti i giovani italiani perché si impegnassero con le armi a liberare l’Italia dall’occupazione nazi-fascista: lui stesso, emigrato per poco tempo in Svizzera, diede l’esempio ritornando clandestinamente e arruolandosi come partigiano nelle Brigate Garibaldi. Già tra i fondatori nel 1921 del Partito Comunista, dopo la Liberazione fece parte della Costituente e, successivamente, sino alla morte nel 1957, della Camera dei Deputati. E’ proprio la sua figura di protagonista della vita politica a suscitare le polemiche più accese, le valutazioni più contrastanti. Tre gli esempi più clamorosi.
Quando Giovanni Gentile, filosofo molto osannato durante il regime mussoliniano, ebbe a proporre una sorta di riconciliazione nazionale, Marchesi reagì nel gennaio del 1944 con una lettera aperta durissima. Ripubblicata due mesi dopo con una chiosa ancora più dura (di cui si discusse la paternità) e con un titolo che non lasciava molto spazio alla fantasia (”Sentenza di morte”) , di fatto precedette di poche settimane l’assassinio di Gentile. Difficile non mettere in relazione di causa ed effetto - almeno dal punto di vista morale e politico - la lettera e l’assassinio. Qualche anno dopo, in sede di discussione sulla Costituzione, prese vistosamente posizione contro Togliatti e si pronunziò a sfavore dell’inserimento dei Patti Lateranensi nell’articolo 7: dunque contro la ricezione, da parte della Repubblica democratica, del Concordato stipulato con la Chiesa cattolica da un governo dittatoriale. Nel 1956, infine, quando il suo partito si orientò ad approvare le clamorose denunzie nei confronti del periodo staliniano, ancora una volta Marchesi remò controcorrente: “Tiberio, uno dei più grandi e infamati imperatori di Roma - disse in un memorabile intervento all’VIII congresso del PCI - trovò il suo implacabile accusatore in Cornelio Tacito, il massimo storico del principato. A Stalin, meno fortunato, è toccato Nikita Krusciov”.
Questi rapidi cenni, per quanto telegrafici, bastano a intuire che personaggi come Concetto Marchesi difficilmente passano inosservati. Può stupire dunque solo sino a un certo punto che ci siano persone come l’avvocato siciliano Matteo Steri che, a Cardano al Campo (in quel di Varese), ha fondato recentemente un “Archivio Concetto Marchesi” e dedica - senza nessun finanziamento pubblico - tempo, energie e risparmi alla pubblicazione di volumi (fuori commercio, in distribuzione gratuita) che raccolgono pagine dell’illustre conterraneo o anche studi su di lui e sul suo ambiente. Di particolare rilievo la grossa antologia di inediti Altri scritti (546 pagine pubblicate nel novembre del 2006 a cura dello stesso Steri) e la biografia completa di Francesco Lo Sardo (314 pagine pubblicate nel dicembre del 2006 a cura di Daniela Brignone) , dalle prime esperienze negli ambienti anarchici e socialisti messinesi sino al suo martirio nelle carceri fasciste.
Che la lotta politica interna al nostro Paese non implichi, oggi, scontri armati né spargimento di sangue è certamente un dato positivo. Ma dietro la relativa calmierizzazione delle tensioni cova, altrettanto certamente, il rischio di una omologazione generale delle idee e dei progetti sociali: il rischio dell’assuefazione alle ingiustizie strutturali da parte non solo delle minoranze privilegiate (il che è sin troppo comprensibile) ma anche di larghe fasce della popolazione (inoccupati, disoccupati, precari, lavoratori in nero, operai esposti al rischio di incidenti mortali, anziani con pensioni del tutto insufficienti alla sopravvivenza…) che, senza più speranza di soluzioni mediante la partecipazione politica, oscillano fra la rassegnazione qualunquistica e l’accattonaggio clientelare.

martedì 21 agosto 2007

UN TEOLOGO PALERMITANO


“Repubblica - Palermo” 21.8.07
DIALOGO TEOLOGICO CON LAICITA’

Augusto Cavadi

Quando, dopo il 1861, si andò strutturando il sistema universitario, allo Stato italiano sembrò astuta laicità escludere la teologia dagli insegnamenti finanziati con i soldi pubblici . La Chiesa cattolica, ritenendosi non meno furba dei politici liberali, accettò di buon grado questa esclusione: avrebbe conservato per sé il monopolio delle cattedre di teologia. A non pochi gli effetti storici di questo patto sono sembrati disastrosi. In Italia, a differenza che in Olanda o in Germania, la cultura teologica cattolica, contratta e ritirata nelle anguste mura ecclesiastiche, si è mantenuta (con qualche rara eccezione) sterilmente ortodossa: fedele ad ogni minimo cenno del papa, ma incapace di tradurre il messaggio del vangelo per le orecchie delle donne e degli uomini della Modernità. Né l’assenza della riflessione teologica dagli atenei statali ha giovato alle scienze naturali e soprattutto umane: negli Stati in cui i teologi sono presenti istituzionalmente costituiscono una riserva critica e un supplemento di saggezza rispetto agli interrogativi cruciali dell’umanità.

A quanti - negli anni Settanta del secolo appena passato - decisero di aprire, con l’incoraggiamento del cardinal Pappalardo, la Facoltà teologica di Sicilia, la miseria di questo divorzio appariva evidente. Per questo, sin dai primi passi, l’istituzione cattolica palermitana aprì ogni possibile canale di comunicazione con le istituzioni universitarie statali e riuscì a tessere sinergie concretizzatesi in scambi di docenti e in convegni interdisciplinari.
Come è facile immaginare, non si tratta ancora di una situazione ideale. Si può tuttora arrivare a diventare magistrato o sociologo o docente di storia in totale ignoranza della teologia cristiana, anzi di tutte le tradizioni religiose del pianeta (e questa è la deprivazione del mondo laico), così come gli studiosi di teologia critici nei confronti del magistero romano vengono esclusi dai circuiti istituzionali ecclesiastici (e questa è la deprivazione del mondo cattolico).
Eppur qualche cosa si muove. Grazie ad accademici illuminati che invitano teologi per seminari e grazie a docenti di teologia che invitano colleghi ‘laici’ a svolgere cicli di lezioni ai propri alunni. Uno dei pionieri siciliani del dialogo fra appartenenza ecclesiale e circuiti culturali esterni al recinto confessionale è senz’altro il bagherese don Cosimo Scordato. Noto per il suo impegno pastorale nei confronti dei ‘lontani’ da templi e sacrestie, ancora più noto la sua attività sociale nel quartiere Albergheria dove dal 1986 porta avanti con fatica - insieme a collaboratori di vario orientamento - un centro sociale autogestito, offre in questi giorni l’occasione per approfondire la conoscenza di un’altra dimensione della sua poliedrica personalità: la pubblicazione, in tre robusti volumi (Teologia sacramentaria, vol. I, II, III, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2007), della summa (per quanto provvisoria) di quarant’anni di riflessione teologica sull’origine storica e soprattutto sul significato antropologico dei sette sacramenti cattolici.
Non si tratta - è bene dirlo con chiarezza - di tre volumi da leggere in spiaggia sotto l’ombrellone (i destinatari principali sono gli alunni dei suoi corsi in Facoltà); ma ciò non esclude che un lettore, dotato di media cultura e di sincera motivazione, non possa provare ad affrontarli. Qualcuno troverà conferme alla propria pratica liturgica; altri, al contrario, capiranno meglio le ragioni delle proprie perplessità teoriche e resistenze pratiche; altri ancora intravedranno in quali modi - radicalmente rinnovati rispetto alla dottrina recepita a suo tempo al catechismo parrocchiale - si potrebbe concepire e vivere la ritualità sacramentaria.
Quando l’autore approfondisce questioni per nulla superate (perché battezzare i neonati a differenza di quanto praticato dai primi cristiani e da molte chiese cristiane non cattoliche attuali? Perché non ammettere, sempre a differenza di tutte le altre chiese cristiane non cattoliche, il divorzio fra coniugi? In che modo intendere la presenza di Gesù Cristo nel pane e nel vino eucaristici? ), non sempre riesce convincente. In ogni caso però affronta con onestà intellettuale tutti gli aspetti di ogni questione, riporta in maniera rispettosa le ragioni di chi non si riconosce nella teologia ufficiale cattolica e, soprattutto, mostra estrema attenzione al radicamento nel territorio. Il peso specificamente scientifico dei tre volumi sarà valutato dai competenti della disciplina, ma difficilmente ne potrà essere negato un pregio : sono libri incarnati nel qui e nell’ora, segnati da un grande amore per la nostra città, per le sue piaghe sociali, per le sue risorse celate. Attestano che a Palermo, insieme a tante cose belle e meno belle, si può fare anche teologia.

sabato 18 agosto 2007

IL TURISMO E LA CIVILTA’ DI UN POPOLO


“Repubblica – Palermo” 18.8.07
L’ILLEGALITA’ QUOTIDIANA CHE SVUOTA GLI HOTEL

Augusto Cavadi

C’è qualcosa di umoristico - ma ancor più di irritante – nel leggere in sequenza le notizie di cronaca cittadina in questo scorcio d’agosto. In prima pagina trovi l’allarme degli albergatori e degli altri imprenditori del turismo per il calo di visitatori sia dal resto del mondo sia, ancor più marcatamente, dalle altre regioni italiane; dalla seconda pagina in poi una serie di trafiletti che, apparentemente, trattano d’altro.

Un distributore di benzina affumicato dall’attentato mafioso della notte precedente; un cocchiere estorce con minacce 400 euro a delle turiste olandesi con cui ne aveva patteggiato 70; un tassista viene beccato dalla polizia in stato di evidente ubriachezza; un operatore culturale in visita per organizzare il prossimo Festival del Mediterraneo si chiede: “Come si può pensare di ricevere le delegazioni del Nord Africa e del Sud Europa in una città che lascia le popolazioni locali e straniere in condizioni di palese contrasto con la Carta dei diritti umani?”; un comitato di centinaia di cittadini chiede che il sindaco disponga, dopo anni di attesa, l’illuminazione di viale Venere; altri l’allacciamento della luce nelle case assegnate dal Comune; altri dichiarano di non poter aprire il portone di casa per la ressa di topi, scarafaggi e zecche; altri ancora segnalano il degrado del porticciolo turistico dell’Acquasanta, preda di sterpaglie e immondizie maleodoranti; un uomo viene scippato della borsa da due giovani in moto al Foro Italico; una signora ferma in auto al semaforo viene derubata dalla borsa giacente sul sedile accanto al suo da un giovane in moto; il primario di un pronto soccorso dichiara sconfortato che con otto posti-letto non si possono soddisfare le richieste dei pazienti; raccolta di rifiuti in tilt perché il 75% dei palermitani non è riuscita a permettersi nessuna vacanza fuori porta; mobili ed elettrodomestici accatastati agli angoli di strade, alcune delle quali centrali; un lettore protesta contro lo stato di abbandono del parco della Zisa, ormai sempre più simile “a un cimitero”; un consigliere comunale denunzia con un comunicato stampa che il giorno di ferragosto Palermo (a differenza delle altre metropoli italiane e della stessa sua tradizione) non offrirà alla gente neppure una occasione culturale o ricreativa rilevante … Per non allargare lo sguardo al di là della cinta cittadina - a cominciare dal caos all’aeroporto per l’assenza dei vigili urbani di Cinisi e dai roghi sulle colline verso Belmonte Mezzagno - perché così non si finirebbe davvero più.
Fatterelli e fattacci - giuro che si trovano sfogliando nello stesso giorno i quotidiani che hanno delle pagine dedicate a Palermo – che, isolatamente, possono trovarsi nelle pagine di cronaca di qualsiasi altra città europea, ma che, difficilmente, si trovano composti in un puzzle così eloquente. Che l’assessore regionale Dore Misuraca annunzi regolamenti e provvedimenti per incrementare la pubblicità turistica è senz’altro una buona notizia: ma se aggiunge che “l’ospitalità dei siciliani è molto apprezzata dai turisti, fa parte del nostro patrimonio, si tratta quindi di non disperderlo ma sostenerlo, divulgarlo e promuoverlo” o non sa cosa dice o vuole fare dell’amara ironia. Se la sentirebbe lui di portare in vacanza moglie e bambini in una città (e, tranne rare eccezioni, in una regione) che - non la stampa straniera in vena di polemiche scandalistiche, ma la stampa locale obbligata dal dovere di cronaca – rappresenta come uno spazio di illegalità sistemica, di strafottenza da parte degli amministratori, di miope incuria da parte degli abitanti? Molti di noi certamente no . Se abbiamo poco tempo e pochi soldi, preferiamo investirli in luoghi – dall’Umbria alla Valle d’Aosta, dalla Grecia al Portogallo - dove i redditi economici possono essere mediamente più alti o più bassi, ma dove si respiri il rispetto di sé. Un popolo che non ha il senso della propria dignità non può essere autenticamente ‘ospitale’ con nessun visitatore occasionale. Un architetto, Louis Kahn, ha scritto una volta: “Una città è un luogo dove un bambino, quando l’attraversa, può vedere qualcosa che gli dirà quello che egli desidererà poi fare per tutta la vita”. Palermo dev’essere pur essa una città perché, da molte generazioni, parla con chiarezza ai suoi bambini, di ogni ceto e rione. Purtroppo ha qualcosa da dire anche ai turisti.

venerdì 10 agosto 2007

PRO E CONTRO LA CONSULENZA FILOSOFICA


“Centonove” 10.8.07
LA FILOSOFIA? CURA L’ANIMA

Annalisa Decarli

Nel volumetto di Alessandro Dal Lago Il business del pensiero (Manifestolibri, Roma 2007) si individuano soprattutto tre aspetti critici della “consulenza filosofica”: costituirebbe una falsa alternativa alle cure psicoterapeutiche; sarebbe sintomo e concausa della spoliticizzazione della società contemporanea; si ridurrebbe, essenzialmente, ad un meschino espediente per raggirare i profani e spillare denaro dalle loro tasche.
Uno degli autori più volte bersagliati è Augusto Cavadi, noto anche per aver introdotto la pratica delle “vacanze filosofiche per…non filosofi” sin dal 1983, organizzando i primi incontri - come racconta lui stesso nel suo Quando ha problemi chi è sano di mente (Rubbettino, 2003) - proprio a partire da un gruppo di siciliani amanti delle montagne alpine. Lo abbiamo incontrato a Fiuggi dove ha parlato delle sue esperienze e gli abbiamo posto alcune domande sull’interpretazione di Dal Lago.

Ritiene anche Lei che dalla lettura dell’uomo sottesa alle pratiche filosofiche emerga un’umanità malata e incapace di affrontare la vita? “La prima accusa di Dal Lago afferma che noi consulenti filosofici contestiamo la medicalizzazione del disagio implicita nella cultura psicoterapeutica, ma per arrivare a conclusioni ancora più allarmanti: l’intera esistenza sarebbe una malattia. Che qualche collega la pensi così, è possibile; certamente non si tratta però di una posizione maggioritaria né, ancor meno, comune. Personalmente sono propenso a vedere nella vita una chance più che una condanna, ma quando sono in dialogo con un singolo o con un gruppo che mi interroga in quanto consulente, so di dover mettere fra parentesi le mie convinzioni: compito del filosofo pratico non è in nessun caso di proporre la propria concezione dell’uomo, ma di prospettare al visitatore alcuni scenari presenti nel panorama filosofico in modo che egli abbia gli elementi per ampliare il proprio punto di vista, riflettere e trarre delle conclusioni personali”.
Più insistente e ribadita la seconda accusa di Dal Lago: la consulenza filosofica incrementa l’ aria di riflusso, derivante dal ripiegamento sull’interiorità, che soffia in giro con il suo imperativo categorico precipuo: “Tutti in azienda durante il giorno e tutti a casa, la sera, a coltivare l’animuccia…. “Anche a questo proposito il sociologo genovese vede un pericolo reale ma non si accorge di essere in buona compagnia con la stragrande maggioranza di noi consulenti filosofici. Basta leggere Ran Lahav o Neri Pollastri per capire che la filosofia in pratica non vede nessuna contrapposizione fra dimensione interiore e impegno politico. Molti condividiamo la convinzione gandhiana che bisogna attuare innanzitutto nella propria vita il cambiamento del mondo che si auspica all’esterno o, parafrasando Hadot, che sono numerosi quelli che si immergono nella preparazione della rivoluzione sociale, ma rarissimi i capaci di rendersi degni della rivoluzione che vogliono preparare”.
A proposito di equità sociale, Dal Lago trova privo di etica il fatto che il filosofare possa essere remunerato. “Se Dal Lago intende mettere in guardia dall’avventurismo di ciarlatani in cerca di facili guadagni, non può che trovarmi consenziente. Ma nella sua insistenza c’è del sospetto. Per lui ogni remunerazione del filosofo che si presta a consulenze sarebbe indegna mercificazione del sapere. E qui sbaglia almeno due volte. Intanto ignora che molti di noi pratichiamo la consulenza o a titolo di volontariato gratuito o in convenzione con strutture pubbliche. Le stesse vacanze filosofiche sono gestite in modo che i partecipanti paghino soltanto le spese di soggiorno, senza alcun profitto per gli organizzatori. Poi - pur trovando ovvio che un sociologo venga remunerato per una ricerca commissionatagli da privati o per i diritti d’autore di un libro contro la consulenza filosofica… - Dal Lago si scandalizza se la laurea in filosofia abiliti all’esercizio di una professione. Di che dovrebbe vivere un filosofo secondo lui? C’è qualcosa di manicheo , o forse di vetero-marxista, in questo disprezzo dell’attribuzione di valore anche economico ad una prestazione intellettuale. Nessuno si sognerebbe di rimproverare un poeta o un pittore quando - pur non avendo il guadagno come scopo principale - riesce a vivere della propria arte”.