sabato 8 dicembre 2018

OLTRE LE RELIGIONI? IL DIBATTITO CONTINUA ANCHE SU "SERVITIUM"

"Comunicazione filosofica"
Dicembre 2018
(Rivista di filosofia scaricabile gratuitamente dal sito della Società Filosofica Italiana)


“Comunicazione filosofica”
Dicembre 2018


          OLTRE    LE  RELIGIONI ?     UN DIBATTITO ATTUALE

      
I termini della questione
Nel numero 37 (novembre 2016) ho presentato un libro a più voci (AA. VV.,Oltre le religioni. Una nuova epoca per la spiritualità umanaPrefazionedi M. Barros, Gabrielli, San Pietro in Cariano) di alcuni teologi – cattolici e protestanti – convinti che, ormai, il paradigma “religionario” sia irrimediabilmente superato e che, dunque, il cristianesimo può salvarsi solo liberandosi dalla corazza che l’ha trasformato da “fede” (in origine) in “religione” (nei duemila anni successivi all’esperienza gesuana). 
Com’era prevedibile, una problematica del genere non poteva restare confinata negli stretti ambiti della teologia ma era destinata a interpellare filosofi e storici, biologi e sociologi, antropologi e fisici.  Ad esempio, in Italia, la prestigiosa rivista “Servitium” (risalente al compianto padre Davide Maria Turoldo) dedica, nell’ultimo numero (237, maggio-giugno 2018), più di un intervento alla problematica, lasciando ampia libertà di parola a posizioni talora quasi opposte.
   Il testo-base è certamente La dimensione mitologica nel cristianesimo. Teologi per un nuovo linguaggio religiosoin cui don Ferdinando Sudati presenta brevemente il vescovo episcopaliano statunitense John Shelby Spong, il teologo spagnolo Gumersindo Lorenzo Salas, il gesuita belga Roger Lenaers, l’ex-gesuita spagnolo naturalizzato statunitense Salvador Freixedo. 
   Due interventi (entrambi firmati in tandemda due scienziati: Maurizio Busso e Fausto Grignani) sono sostanzialmente consonanti con le proposte dei teologi esposti da Sudati: “Pensiamo sia ormai giunto il momento che le chiese cristiane accettino senza riserve e facciano propria l’evoluzione delle specie viventi sulla terra, ivi compreso l’uomo” (L’uomo, genere e specie, p. 113). Più in generale: “Non si vede che le chiese sono vuote? Non è perché l’uomo sia cambiato in peggio, ma perché la religione cessa di essere possibile se, in un’epoca in cui conosciamo per certo molte cose dalla scienza, essa costringe a professarne altre in antitesi con quelle note” (La chiesa nel pensiero moderno: rinnovarsi o sparire?, p. 73). Occorre rileggere il cristianesimo liberandolo da ogni involucro pre- o anti-scientifico. “Ci sono oggi ” – ammettono i due autori citando in nota il libro Oltre le religioni– “scuole di teologia che tentano percorsi di questo genere, ma non sono quelle che si ascoltano a messa; si tratta di piccole élite, osteggiate ed emarginate dalla gerarchia” (ivi).
  Anche Ugo Trivellato sembra concordare  con le esigenze della nuova teologia, sostenendo che bisogna ripartire dal “riconoscimento della figura eccezionale di un ‘uomo’, Gesù ebreo di Nazaret, e della ‘sua’ fede” (Dalla sfida della modernità a interrogativi più radicali,p. 80); tuttavia egli mette in guardia dal rischio di separare arbitrariamente la fede dalla religione ed entrambe dal decorso della storia umana. A suo avviso, non può che fallire il tentativo di “operare un ardito innesto della (pretesa) fede adulta di oggi sulla (pretesa) fede del cristianesimo primitivo” (p. 77).
  Più esplicite si fanno le riserve critiche di Carlo A. Bolpin: che farsene di un Gesù, quale viene presentato ad esempio da un padre Lenaers, “modello umano più alto (finora)” perché è riuscito ad avere “un’intimità con il mistero originario che chiamiamo Dio così intensa rispetto al livello medio degli esseri umani da risultarci irraggiungibie” (Nell’incessante radicale domandare mi interessa…, p. 89) ? Inoltre: “oggi siamo già nella postmodernità e nel postumano. E quindi di quale ‘umano’ parliamo a cui proporre un cristianesimo comprensibile?” (p.90).  
  Se le riserve di Bolpin sono chiare, ma per così dire sottovoce, il tono si fa più sostenuto – se non addirittura perentorio – in Non buttare il bambino con l’acqua sporca !di Bepi Campana. Con innegabile acutezza di sguardo, egli - dopo aver chiarito che per lui “agnosticismo e ateismo sono opzioni assolutamente ‘sensate’, favorite dai seri ritardi culturali della comunità cristiana nel suo complesso oltre che, su un altro piano, da molti cattivi esempi “ – chiede che, però, si “continui a marcare una differenza tra ateismo, agnosticismo, fede: differenza che queste bizzarre forme di ‘modernismo’ irenico tenderebbero invece a far sbiadire oltre il giusto” (p. 83). il riferimento è sempre ai co-autori di Oltre le religioni(Spong, Vigil, Lenaers, Lopez Vigil) i quali, avendo deciso di “assumere come unico campo od orizzonte la dimensione spazio-temporale della Natura” e, prima ancora, di “assumere i risultati delle scienze moderne come criterio esclusivo di giudizio filosofico-teologico”, avrebbero decretato, tanto “logicamente” quanto disastrosamente, il naufragio di tutta intera una sequenza di perle irrinunciabili: “la fine  della trascendenza, del teismo, di un Dio personale, della fede cristiana” (ivi).
 Alcune (possibili) critiche alle critiche    
     Dico subito di aver apprezzato molto l’apertura mentale con cui la redazione di “Servitium” ha ospitato interventi così articolati e “dissonanti”, animati da una franchezza di toni insoliti negli ambienti cattolici dove spesso le preoccupazioni diplomatiche prevalgono sulla chiarezza nell’esposizione delle proprie idee. Incoraggiato da tanta parresia provo anch’io a offrire qualche elemento di riflessione in più. 
    Mi libero subito dall’unico sassolino nella scarpa che mi disturba. Nelle prime righe del suo intervento Campana dichiara di scrivere sui teologi del paradigma post-religionario senza averli letti, ma basandosi unicamente sulle sintesi preparatorie di Oltre le religionidistribuite in vista del Convegno di Rimini delle Comunità di base italiane (2017) intitolato: “Beati gli atei perché vedranno Dio”. La lettura dei riassunti di quell’unica raccolta di saggi, “a ragione o a torto”, gli sarebbe risultata  “sufficiente per togliergli del tutto la voglia di leggere i suddetti volumi nella loro integralità” (p. 81) . Personalmente ho avvertito tante volte un fastidio simile leggendo brani, o recensioni, di libri; ho anch’io deciso di non leggerli integralmente; ma non ho mai pensato di scrivere un intervento critico su testi che non abbia esaminato attentamente e dettagliatamente. Tra l’altro, nel nostro caso, si tratta di scritti che, pur all’interno di una certa “aria di famiglia” (come direbbe Wittgenstein), sono ben caratterizzati singolarmente e ciò che vale per uno non vale necessariamente per tutti gli altri. Un esempio fra tanti: alcuni autori sembrano critici sulla categoria “religione” in quanto tale, altri sembrano criticare la “religione” solo quando, e nella misura in cui, non è animata da una “fede” profonda.
  Ma entro un po’ nel merito delle questioni.
  Busso, Grignani, Trivellato, Campana, Bolpin, ma anche Sudati e – a monte – i suoi teologi “post-religionari” sono d’accordo su un criterio di fondo: il cristianesimo va ‘purificato’ per salvarne il salvabile. E ciò non solo per affezione a un patrimonio che è stato importante nella formazione di molti di noi, ma anche e soprattutto per amore dell’umanità che – nel caso di una cancellazione totale del messaggio evangelico dalla memoria storica – si ritroverebbe più impoverita che liberata. La domanda allora è: che cosa del cristianesimo è accettabile oggi senza dover pagare il prezzo di mortificare la propria intelligenza?Preciso subito cosa intendo per “mortificare”: non trascendere, ma contraddire. E che cosa intendo per “intelligenza”: ciò che, allo stato evolutivo attuale dell’umanità, viene ritenuto acquisito irreversibilmentedalla comunità dei pensanti (dunque ad esempio la tesi, incontrovertibile, che il nostro pianeta non è il perno immobile intorno a cui gira il sole; tesi ben più solida della tesi, molto plausibile ma a tutt’oggi falsificabile,  che l’origine dell’universo sia stato un “Big Bang”). 
  L’obiezione spontanea a questa mia asserzione (nella sostanza nulla di nuovo rispetto al Pascal della ragione che sola può stabilire quando è il caso di andare oltre se stessa) è facilmente immaginabile e, in parte, formulata da Campana e Bolpin: come la mettiamo, allora, con i miracoli; la verginità di Maria prima, durante e dopo il parto; la resurrezione di Gesù dai morti…? Personalmente (dunque neppure in questo caso intendo parlare a nome del variegato arcipelago dei teologi di cui don Sudati è convinto ed esperto esegeta) risponderei: in linea di principio, teorica,non è contro la ragione ammettere che un Dio onnipotente e onnipresente possa compiere miracoli; ma in linea di fatto, concretamente, gli autori del Nuovo Testamento hanno inteso proporci come “oggetto” di fede tali miracoli? Se gli esegeti più preparati mi insegnano che, per primi, sono stati proprio  gli autori dei testi neotestamentari a  non intendere usare un linguaggio descrittivo, bensì simbolico (o, in una certa accezione semantica, “mitico”), perché dovrei essere più realista del re e accettare come letteralmente veridici dei racconti che sono stati redatti su ben altro (e più significativo)  registro linguistico? Mi limito all’esempio cruciale: Paolo o i redattori dei Sinottici, quando parlano di Gesù “risvegliato da Dio il terzo giorno”, intendono parlarmi di una rivivificazione del cadavere di Gesù o della convinzione che, dopo la sua morte, egli sia entrato nel mistero di Dio dove – come tutti noi mortali – sperimenta una forma di esistenza assolutamente inconcepibile secondo le categorie mentali in nostro attuale possesso?  Se leggo l’Iliadeo l’Eneidecome resoconti storico-geografici, e non come poemi che rivelano alcune costanti antropologiche universali, le valorizzo maggiormente o le fraintendo banalizzandole? 
  Ma torniamo al filo principale delle mie considerazioni: che cosa del cristianesimo posso (non devo!) accettare senza svendere la mia intelligenza di umano del XXI secolo?
   Apro il Nuovo Testamento  (una delle fonti, se non vogliamo dire l’unica fonte, della fede cristiana) e ci trovo un messaggio cruciale: Dio è amore e chiede ai suoi figli (autentici) di farsi sacramenti (segni sensibili ed efficaci) di tale agape. Questo messaggio cruciale è accompagnato da una chiosa, a mio parere decisiva: si può essere figli (autentici) senza credere che Dio esista purché se ne  testimoni l’oblatività gratuita, ma non si può essere figli (autentici) se ci si limita a credere che Dio esista senza preoccuparsi di testimoniarne l’oblatività gratuita. 
   Ebbene: questo nucleo essenziale, irrinunciabile, della fede cristiana è veicolato in un complesso involucro di teorie scientifiche, affermazioni storiche, norme etiche, speculazioni metafisiche…Nel XVII secolo Galileo Galilei ci ha insegnato (al prezzo che sappiamo!) che si può essere credenti senza condividere le teorie scientifiche; la critica storica della Bibbia, dal XVIII secolo in poi, ci ha insegnato che si può essere credenti senza condividere i riferimenti storiografici; l’esegesi biblica e la teologia morale, dal XIX secolo in poi, ci hanno insegnato che si può essere credenti senza condividere (tutte) le prescrizioni etiche (per esempio l’obbligo delle donne di partecipare alle liturgie con il capo velato – e la bocca cucita). Restano in piedi le speculazioni metafisiche: esiste un Essere assoluto e necessario, fonte di tutto ciò che esiste; Egli è immanente ma anche trascendente; tiene il mondo nelle sue mani e può intervenire secondo i suoi criteri per modificare le leggi naturali e per condizionare il corso della storia umana etc. Queste teorie metafisiche, indubbiamente contenute nel Nuovo Testamento, fanno parte dello zoccolo duro irrinunciabile?  La chiesa cattolica (anche quella “buona”, illuminata, non piromane né pedofila…) ha pensato sino a oggi di sì. I teologi post-religionari tendono a rispondere di no. Personalmente direi: non ne fanno parte, ma ciò non significa che si debba passare dall’obbligo di accettarle all’obbligo di rifiutarle. Sono disposto a riconoscere come fratello di fede sia chi condivida l’onto-teologia agostiniano-tomista (di ascendenza platonico-aristotelica) sia chi condivida la teologia kantiano-hegeliana (di ascendenza neo-platonica) sia chi non condivida nessuna teologia “positiva”, concettualmente elaborata, in quanto orientato a seguire la teologia “negativa” (di ascendenza pseudo-diogeniana)…purché intenzionato, come opzione di fondo, ad amare non solo eroticamente e amicalmente, ma anche agapicamente. A mio sommesso avviso, la scelta di una di queste onto-cosmo-teologie dev’essere affidata alla riflessione personale (e libera nel doppio senso che si può intraprendere o meno e che, se si intraprende, non deve avere altri limiti che le regole della ricerca metafisica razionale): nessuna persona né istituzione ecclesiale si deve sentire autorizzata a imporre, in nome della Bibbia, una strada piuttosto che un’altra (proprio per le stesse ragioni per cui non può imporre una teoria astronomica o biologica o sociologica o etica). Altra cosa, se mai, è che una chiesa suggerisca, consigli, ad approfondire un’ipotesi metafisica piuttosto che un’altra: ma senza il ricatto, più o meno esplicito, che il sistema onto-teologico da essa suggerita sia più compatibile di altri (o, addirittura, l’unico compatibile rispetto ad altri) con la fede cristiana. 
   Insomma: non vorrei gettare nessun bambino con l’acqua sporca. Solo che vorrei si distinguesse, meglio del passato, il bambino dall’acqua (sporca, o pulitissima, che sia). Fuor di metafora: il messaggio dell’imminente “regno di Dio” dalla cornice teo-cosmologica nella quale tale messaggio era, inevitabilmente, incastonato. Questo è l’insegnamento dei teologi post-religionari che mi sembra accettabile. Se poi essi, in tutto o in parte, vogliono buttar via ogni tipo di acqua nell’illusione di tenersi in braccio un bambino asciutto, è affar loro. La dose di verità delle reazioni critiche di Trivellato, Campana e Bolpin  è che bisogna stare attenti a prosciugare eccessivamente il bambino: senza acqua (antica o nuova, calda o fredda, limpida o così così) rischierebbe di morire disidratato. In effetti, qui i teologi del paradigma post-religioso mostrano il fianco più scoperto: rifiutano una concezione complessiva del divino, dell’umano e dell’universo ma non sembrano preoccupati di elaborarne – ovviamente a proprio rischio e sotto la propria esclusiva responsabilità intellettuale – una alternativa. Forse perché si tratta di un compito molto più teoretico-filosofico che ermeneutico-teologico. Il fatto che sia oggettivamente irrilevante per un cristiano, in quanto tale, decidere fra monoteismo, teismo, deismo, panteismo (e, secondo i teologi della morte di Dio di mezzo secolo fa, ateismo) non significa che tale decisione sia altrettanto irrilevante per un cristiano in quanto essere pensante: solo che è una decisione che non posso prendere a colpi di citazioni bibliche. Devo impegnare le energie intellettuali di scienziati e poeti, di mistici e di filosofi, senza escludere a priorinessuna conclusione; neppure l’agnosticismo di un Luigi Lombardi Vallauri. Personalmente non prevedo di gettare la spugna, dopo decenni di ricerca, alla vigilia del congedo da questa terra così affascinante e da questa storia così inquietante. In una delle sentenze di Agostino che mi sento di condividere, egli  ammette che qualsiasi parola su Dio è un balbettare; ma aggiunge che non varrebbe la pena di parlare di alcunché se si ritenesse di tacere per sempre su di Lui. Con Galilei continuo a ritenere che la Bibbia mi dica “come si vada al cielo”, non “come è fatto il cielo”; ma ciò non significa che , a prescindere dalla Bibbia, voglia rinunziare a capire, se ci riesco, se Qualcuno abiti il cielo e, in caso affermativo,  come sia meno inadeguato concepirLo. Liberarsi dalla gabbia del letteralismo antropomorfico biblico, per stabilirmi nella gabbia dell’immanentismo rinunciatario scientista, non la considererei la più saggia delle operazioni. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


https://www.sfi.it/files/download/Comunicazione%20Filosofica/cf41.pdf

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