sabato 1 settembre 2018

STUDIARE L'ATTUALITA' A SCUOLA ? CERTO, MA...

“Repubblica – Palermo”
31.8. 2018

STUDIARE L’ATTUALITA’ ? SI’, MA…

(Breve premessa. Il mio amico Maurizio Muraglia ha pubblicato sulle pagine palermitane di “Repubblica” una “lettera aperta” ai DS per invitarli a promuovere nei loro istituti lo studio delle problematiche oggi più scottanti quali democrazia, razzismo, xenofobia…Qui di seguito il mio intervento di alcuni giorni successivo).

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Nel suo messaggio agli operatori scolastici, in primisai dirigenti (già noti come presidi), Maurizio Muraglia non poteva che indicare le direzioni di marcia in generale. E, su questo piano, le adesioni sono piovute e piovono senza difficoltà. Il bello – o piuttosto il brutto – arriva quando dai propositi generici si deve passare alla pratica quotidiana. Quarant’anni in giro nelle scuole siciliane mi hanno convinto della lucidità di un pensiero di Pascal: “Le buone massime ci sono tutte, bisogna però applicarle”. In proposito vorrei segnalare alcuni rischi e, a dimostrazione del fatto che non intendo spegnere entusiasmi - se mai preservarli dallo spegnimento – , affiancare qualche ipotesi praticabile in positivo. 
Il primo rischio riguarda l’illusione che, parlando a scuola di eventi e problematiche di attualità, si attrezzino gli alunni ad essere critici. Non è vero. Quando, con la compiaciuta complicità di docenti e soprattutto genitori “progressisti”, si consuma il rito delle occupazioni (con tutta la gamma di fantasiose varianti), i ragazzi parlano di ciò che si legge sui giornali e si vede in televisione. Il risultato: escono dalle lezioni “autogestite” molto più confusi di come vi entrano. No: la scuola non può rincorrere la cronaca, le emergenze vere o presunte. Deve dare un linguaggio di base e soprattutto una griglia interpretativa (qualcosa come il “centro di gravità permanente” di Battiato, a patto però che non  impedisca, quando è il caso,  di “cambiare idea sulle cose e sulla gente”). E questa capacità di vagliare, di passare al setaccio, la si può dare anche leggendo Omero e la si può non dare anche parlando della trattativa fra Stato e mafia. Certo, se per studiare un po’ di Novecento (o di Duemila) occorre tagliare un po’ di Iliade, va fatto: ma solo se si ha chiara la differenza fra “informarsi” e “giudicare”. Se nessuno mi ha mai parlato (e invitato a leggere) Rousseau o Voltaire, Marx o Gentile, con che “bussola” mi orienterò nei dibattiti pubblici? Cacciari o Sallusti possono, al massimo, costituire dei pretesti occasionali per risalire alle loro spalle: a quelle grandi opzioni ideologiche del XIX e del XX secolo le cui conseguenze – positive e negative – si riverberano nella “attualità”. Kant direbbe che senza i dati contemporanei l’istruzione è “vuota”, ma senza le categorie mentali per valutarli essa è “cieca”.
 Siamo qui a un secondo rischio: che l’insegnante “medio” voglia insegnare a essere critici usando metodi dogmatici. Quanti sono i docenti disposti ad educare al “giudizio” (questo è vero e questo è falso, questo è giusto e questo è sbagliato) consentendo ai propri alunni, nelle proprie ore di lezione, di esprimere – nei modi più civili – un’opinione dissenziente dalle proprie opinioni? La tradizione intellettualmente autoritaria (al di là dello stile più o meno giovanilistico del professore in jeans o della professoressa con la gonna un po’ sopra al ginocchio) gli insegnanti la introiettiamo da alunni a scuola e all’università, la conserviamo in classe sulla cattedra e la trasportiamo (opportunamente amplificata) nell’ufficio di presidenza se diventiamo dirigenti scolastici. Dewey lo ha proclamato invano: la democrazia si apprende in un contesto democratico, non dalla trattazione dotte sulla democrazia. E forse è proprio come reazione a una classe sociale comunemente ritenuta di “sinistra”, ma dalla mentalità conformista e impositiva, che da trent’anni gli studenti che escono dalla scuola ed entrano nelle urne elettorali votano in maggioranza esattamente all’opposto di quanto gli insegnanti avevano – più o meno intelligentemente -  suggerito. L’antidoto potrebbe essere un bel trentennio di docenti schierati a “destra”, che vogliano condizionare con metodi paternalistici gli studenti ad imitarli, in modo che i giovani si spostino per reazione  a “sinistra”? Meglio non rischiare le vie paradossali. E che gli insegnanti si sforzino di testimoniare essi per primi la libertà di esercitare, e di far esercitare, il giudizio. Corazzieri e vestali del “pensiero unico”, incapaci anche solo di concepire l’idea che la giustizia e l’equità possono tragicamente confliggere con la legalità formale, come possono formare generazioni di cittadini per i quali obbedire e tacere non sempre è (don Milani docet) una “virtù”?
 Non posso prolungare eccessivamente un discorso che sarei felice di riprendere con colleghi, ancora in servizio, disponibili al confronto dialogico. Ma una terza considerazione non posso proprio trascurarla. Come educare all’accoglienza dell’altro, alla valorizzazione del diverso, al rispetto del migrante se nella scuola non c’è nessuno spazio previsto per conoscere le culture extra-europee? Con l’ora di religione (facoltativa) attuale in genere non si arriva a conoscere, storicamente e scientificamente, neppure la religione cristiana: immaginiamoci cosa si impara sull’ebraismo, sull’islamismo, sull’induismo o sul buddhismo… Quanto alcuni di noi chiedono da mezzo secolo andrebbe finalmente attuato: abolire l’ora di religione confessionale e sostituirla con una cattedra laica  (dunque accessibile a docenti che abbiano le competenze, credenti o meno che siano) di insegnamento della storia delle religioni e degli ateismi. Solo provando a scavare un po’ più a fondo si potrebbe scalfire “l’ignoranza senza lacune” non solo di alcuni nostri governanti, ma anche dei milioni di elettori che li hanno votati e li sostengono col tifo telematico.

Augusto Cavadi
(Autore del volume Presidi da bocciare ?,Di Girolamo, Trapani)

1 commento:

  1. caro Augusto trovo come sempre lucida ed attenta la tua analisi dei rischi/benefici dello studio dell'"attualità" a scuola, dato che anche noi docenti (per di più se attempati come me) viviamo un momento storico ed esisenziale di grande disorientamento!
    Proverò a fare tesoro dei tuoi moniti/consigli e soprattutto a proporre ai colleghi e agli alunni dei momenti di incontro di "filosofia in pratica" insieme a te, nella speranza che possano aiutarci ad avere una lente d'ingrandimento ed anche una rotta comune nelle acque tempestose della scuola!
    Buon viaggio in Polentonia e auguri epr il tuo lavoro!
    Antonella

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