giovedì 6 settembre 2018

IL CUORE HA LE SUE RAGIONI CHE LA RAGIONE NON CONOSCE ?

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1.9.2018

IL CUORE HA LE SUE RAGIONI CHE LA RAGIONE NON CONOSCE ? [1]

Già quando ho ascoltato per la prima volta Silvia Di Luzio, a un convegno emiliano sulla “tenerezza” in cui eravamo entrambi relatori, la sua suggestiva sottolineatura della polivalenza funzionale dell’organo cardiaco [2]mi ha richiamato spontaneamente alla memoria la celebre, fulminante,  asserzione di Blaise Pascal: “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce” (pensiero  277 , ed. Brunschwig). 
   Per noi filosofi Pascal è uno strano compagno di viaggio. Per un verso, infatti, non può considerarsi un filosofo canonico: nella breve, intensa, esistenza ha svolto varie mansioni (matematico, fisico, ingegnere meccanico, teologo, mistico, scrittore polemista…)[3]tranne che il filosofo di professione, convinto com’era che “tutta la filosofia non valga un’ora di fatica ” (pensiero 79, ed. Br. )[4]. Tuttavia non c’è lettore di cose filosofiche che possa evitare di confrontarsi con le sue opere, o almeno con quelle riflessioni in frammenti pubblicate postume col titolo Pensieri.
   Ed eccomi allora alle prese con una domanda: caro Blaise, davvero il cuore ha ragioni che la ragione non conosce? O, in termini sostanzialmente equivalenti, davvero ci sono situazioni della vita in cui dobbiamo andare non dove ci indica la ragione ma – per prendere in prestito il titolo del più fortunato romanzo di Susanna Tamaro – “dove ci porta il cuore”[5]?
    Se fossimo nell’assetto circolare da me preferito nelle sessioni di filosofia-in-pratica, ognuno di noi avrebbe lo spazio per riflettere e esprimere la propria convinzione in proposito: e, secondo il buon Platone, sfregando le pietre delle nostre menti prima o poi si accenderebbe qualche scintilla di verità. Ma stiamo giocando un gioco diverso dalle pratiche filosofiche di gruppo e sono costretto dunque a dire – unilateralmente – la mia. Con quale impoverimento conclusivo per gli altri e, soprattutto, per me è facilmente immaginabile.
    Schematizzando in maniera brutale, dunque, proverò ad argomentare due differenti risposte (ognuna delle quali dipende dall’accezione semantica che diamo alle due parole-chiave “cuore” e “ragione”).
    In un primo scenario mi troverei fermamente dissenziente dalla tesi pascaliana. Se per “cuore” intendiamo il potenziale emotivo, il sentimento, o addirittura la nostra sfera inconscia e pre-conscia, confesso – contro molte ortodossie maggioritarie di impronta new age– che il cuore non ha ragioni e deve lasciarsi orientare dalla ragione. Dissento fermamente dalla contrapposizione – tutta giocata a favore del ‘cuore’ – fra cuore e ‘mente’: “La mente è moderna quanto il cuore è antico. Chi bada al cuore – si pensa allora – è vicino al mondo animale, all’incontrollato, chi bada alla ragione è vicino alle riflessioni più alte. E se le cose invece non fossero così, se fosse vero proprio il contrario? Se fosse questo eccesso di ragione a denutrire la vita? []La mente è prigioniera delle parole, se un ritmo le appartiene è quello disordinato dei pensieri; il cuore invece respira, tra tutti gli organi è l’unico a pulsare, ed è questa pulsazione che gli consente di entrare in sintonia con pulsazioni più grandi”[6]. No: con buona pace della Tamaro (il cui romanzo, per altro, mi è piaciuto dal punto di vista letterario) non  voglio andare dove mi porta il cuore perché non voglio andare a sbattere il muso contro i muri della illusione e della delusione. Se inteso in questo significato – qualcosa come la “parte” passionale dell’anima che Platone paragonava a uno scalpitante  cavallo bianco che un bravo auriga deve saper controllare saldamente con le redini in mano – a mio parere vale per il cuore ciò che Gibran ha sostenuto per il complesso di passioni di cui siamo capaci: “La vostra ragione e la vostra passione sono/ il timone e le vele della vostra anima navigante./ Se si spezzano le vele, o si spezza il timone,/ o andrete, sbandati, alla deriva,/ oppure resterete a ristagnare in mezzo al mare./ Infatti la ragione, quando domina da sola,/ è una forza imprigionante;/ e la passione, quando non è custodita, è una fiamma che brucia a propria distruzione./ (…) Vorrei consideraste il vostro giudizio ed il vostro impulso/ sempre come fareste con due ospiti amati in casa vostra./ Sicuramente non onorereste un ospite più che l’altro:/ poiché chi ha più attenzione verso uno solo/ perde l’affetto e la fiducia di entrambi”[7]
   Ma questa accezione di “cuore” e questa accezione di “ragione” – sulla base delle quali non condivido il detto pascaliano che sembrerebbe privilegiare qualche facoltà rispetto alla “ragione” - non sono le uniche possibili, anche se risultano oggi le più diffuse. Ce ne sono, infatti, altre che, se adottate, rendono a mio parere la tesi pascaliana del tutto condivisibile.   Per accostarci a questa interpretazione – di cui  tra l’altro, secondo molti interpreti, si trovano echi nello stesso Pascal -  dobbiamo risalire al significato che il termine “cuore” possedeva nella tradizione biblica. In questa prospettiva,

                    “<<cuore>> non va inteso tanto nel senso psicologico
                     del sentimento quanto nel senso del centro profondo 
                     nel quale l'uomo si determina alla conoscenza e alla 
                    decisione>>[8].

In un articolo su “Avvenire” il monaco di Bose Enzo Bianchi si esprime più dettagliatamente:

          “cercando di conoscere che cosa è il cuore nella Bibbia, nella tradizione
            della sapienza di Israele e poi negli scritti del Nuovo Testamento, ci si 
            rende conto che il termine 'cuore' ha risonanze che non sono identiche a
              quelle del nostro linguaggio odierno. Quando nel nostro contesto
             socio- culturale si parla di cuore, si allude innanzitutto alla vita 
             affettiva, alle emozioni, ai sentimenti che hanno nel cuore la loro
             sede: «Il nostro cuore ama o odia, il nostro cuore è tenero o è chiuso,
             il nostro cuore accoglie o respinge », siamo soliti dire. Nel linguaggio
           biblico, invece, il cuore ha un significato molto più esteso perché
            designa tutta la persona nell’unità della sua coscienza, della         
           sua intelligenza, della sua libertà; il cuore è la sede e il principio della
            vita psichica profonda, indica l’interiorità dell’uomo, la sua intimità
             ma anche la sua capacità di pensiero; il cuore è la sede della memoria,
             è il centro delle operazioni, delle scelte e dei progetti dell’uomo. In
            una parola, il cuore è l’organo che meglio rappresenta la vita umana 
             nella sua totalità. […] Antoine de Saint-Exupéry ha scritto: «Non si 
  vede bene che col cuore». La Bibbia presenta questa stessa verità applicandola 
              piuttosto agli orecchi, o meglio agli 'orecchi del cuore': tutto l’operare,
              il sentire, il pensare dell’uomo nasce dal cuore, quindi è il cuore che
              deve essere innanzitutto  raggiunto dalla Parola di Dio e mettersi al
              suo ascolto. […] Non si dà un ascolto solo negli orecchi propriamente
             detti, perché questo equivarrebbe semplicemente a udire un suono, 
           a udire delle parole; si dà vero ascolto quando le parole di Dio scendono
            nel profondo del cuore e qui sono accolte, meditate, ricordate,
            pensate, collegate tra loro, interpretate e custodite con perseveranza, 
            in modo che, grazie al loro dinamismo ispirante, diventino azione. Senza 
            questa qualità di vita interiore l’ascolto è vano, illusorio; anzi, è 
              mortifero, perché quando non c’è vero ascolto allora si apre
                 la strada alla terribile esperienza che i profeti definivano sklerokardía 
           (Ger 4,4 LXX; cf. Ez 3,7 LXX; Sal 94 [95],8 LXX), durezza di cuore”. [9]

    In questa prospettiva il cuore non è una parte dell’essere umanodistinto, e tendenzialmente opposto, alla ragione: è piuttosto il tutto dell’essenza umana di cui la ragione è una parte, un’articolazione, una manifestazione. Il cuore non è un ramo che si divarica, come altri rami quale la ragione, dal tronco: è piuttosto questo tronco stesso considerato come principio vitale di ogni possibile ramificazione. 

    Potrei provare a ridirlo prendendo a prestito il vocabolario junghiano. Come è noto, per lui, vi sono quattro funzioni o qualità principali nell’essere umano: la razionalità, il sentimento, la sensibilità e l’intuizione. Il ‘cuore’ potrebbe concepirsi come la fonte da cui scaturiscono queste funzioni, una sorta di Sé che tende a integrare – nell’interezza di un soggetto – l’inconscio e le sue ombre. Se le cose stessero così,  davvero il cuore saprebbe molte cose che la ragione non conosce. Infatti, nel linguaggio filosofico dominante in molti esponenti della storia della filosofia, la ragione è propriamente la ratio discorsiva: la capacità di argomentare passando da una premessa a una conclusione non evidente. Se parto dalla premessa che ogni totalità è maggiore di una sua parte posso facilmente dimostrare che chi mangia una torta ne mangia più di chi riceve solo una fetta di una torta identica alla prima: ma chi mi dice che “ogni totalità è maggiore di una sua parte”? Chi mi dice che “se A è uguale a B e B è uguale a C, allora A è uguale a C”? Chi mi dice che, “in un determinato momento e sotto il medesimo punto di vista, questa penna non può essere e non-essere una penna”? In filosofia si usa dire che questi princìpi primi, da cui parte la ragione per le sue dimostrazioni, non sono a loro volta dimostrabili: possono solo essere intuiti. L’intelligenza umana non  è solo analitico-discorsiva ma anche sintetico-intuitiva: e la conoscenza parte da un’intuizione e, grazie alla ragione (se correttamente usata), arriva a un’altra intuizione. Questa capacità intuitiva Pascal l’attribuisce al  “cuore”: ed è ovvio che, in questo senso, il cuore ha le sue ragioni che la ragione deve limitarsi a presupporre con rispetto e docilità. 

   Ma così la facciamo troppo semplice e, probabilmente, anche troppo fredda. Le nostre capacità intuitive non scattano solo davanti ai primi principi della logica e/o della matematica: scattano anche nelle relazioni umane. Chi mi dice che questa persona che mi propone l’amicizia è sincera? Chi mi dice che questo bambino, apparentemente arrogante, ha bisogno di affetto? Chi mi dice che quel politico è corrotto perché infelice e non infelice perché corrotto? Noi potremmo rispondere: l’intuizione (sostenuta dalla ragione) , il sesto senso (sostenuto dai cinque abituali). Pascal dice: lo “spirito di finezza” che è un’altra manifestazione del “cuore”.

   Ma l’uomo, considerato unitariamente nella sua totalità, oltre che intuizione dei princìpi primi e “spirito di finezza” nel decifrare la soggettività altrui, è anche capacità di amare: per il cristiano Pascal, di amare Dio e gli altri dello stesso amore con cui Dio ama (dunque di agape, di charitas). In ciò, a suo avviso, consiste la vera “saggezza”: l’organo che ne è capace è, ancora,  il “cuore”. Leggiamo le righe conclusive del pensiero 793 (Br.):

 

                 “Ma ci sono alcuni che non sanno ammirare se non le grandezze

                   carnali, come se non esistessero anche le grandezze intellettuali,

               e ce ne sono altri che non ammirano se non le grandezze intellettuali, 

               come se non ce ne fossero altre infinitamente più alte nella saggezza. 

                  Tutti i corpi, il firmamento, le stelle, la terra e i suoi regni non

                  valgono la più piccola intelligenza; perché questa conosce tutto 

                  questo e se stessa; ma i corpi, no. Da tutti i corpi messi insieme

                 non si potrebbe ricavare un piccolo pensiero: questo è 

                 impossibile, e appartiene a un altro ordine. Da tutti i corpi 

                 e da tutti gli intelletti non si potrebbe ricavare un moto di vera 

                carità: questo è impossibile, e appartiene a un altro ordine, 

                quello soprannaturale”.

 

   Il “cuore” è dunque la radice da cui si dipartono varie articolazioni spirituali: la “ragione” (o, talora equivalentemente, lo “spirito di geometria”); l’ “intelletto” (o, talora equivalentemente, l’intuito dei principi primi di ogni ragionamento logico); l’intuito psicologico (o “spirito di finezza”); la dedizione oblativa (o “carità”). Esso non è in concorrenza (né ancor meno in polemica) con l’ordine dell’intelligenza né con l’ordine dei corpi: li presuppone, li contiene, ma li trascende.

  Allora: vado dove mi porta il cuore? In questo senso – abbastanza fedele ad alcuni frammenti pascaliani (10)  -  senza dubbio. Perché non mi bastano né le scienze “geometriche” né la filo-sofia come amore della saggezza:  desidero sperimentare anche la saggezza dell’amore. A qualcosa di simile, forse, si riferiva  Hegel quando, due secoli dopo Pascal, auspicava l’esperienza di un  “cuore pensante”. Non ascoltarlo, non seguirlo, significherebbe limitarsi a quella “ragione pura e senza mescolanza” che, secondo Giacomo Leopardi, è “fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia”; quel genere di follia che consiste – per riprendere la sentenza incisivamente ironica di Chesterton – nel perdere non la ragione, ma tutto il resto, tranne la ragione.

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

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[1]Il testo è servito come base per una comunicazione orale al Convegno interdisciplinare dal titolo  Lo viso mostra lo color del core…”  (Dante Alighieri) organizzato a Palermo il 2 luglio 2018, presso la sede degli Ordini dei Medici, da IARFS ( Istituti associati ricerca e formazione sistemica).
[2]La dott.ssa pescarese Di Luzio, cardiologa, ha affidato le sue osservazioni cliniche e le sue inferenze teoriche al volume Il cuore è una porta.Dalla scienza, un’ipotesi di evoluzione, Amrita, Torino 2011.
[3]“Ci fu un uomo che a dodici anni, con aste e cerchi, creò la matematica; che a sedici anni, stese il più dotto trattato sulle coniche dall’antichità in poi; che a diciannove anni condensò in una macchina una scienza che è interamente dell’intelletto; che a ventitré anni dimostrò i fenomeni del peso dell’aria ed eliminò uno dei grandi errori della fisica antica; che all’età in cui gli altri iniziano appena a vivere, avendo già percorso tutto l’itinerario delle scienze umane, si accorse della loro vanità e volse la mente alla religione; che da quel momento fino alla morte – avvenuta a trentanove anni – sempre malato e sofferente, fissò la forma della lingua in cui dovevano esprimersi Bossuet e Racine, diede il modello tanto del motto di spirito più perfetto quanto del ragionamento più rigoroso; che infine, nei brevi intervalli concessigli dal male, risolse – quasi distrattamente – uno dei maggiori problemi della geometria e scrisse pensieri che hanno sia del divino che dell’umano. Il nome di questo genio portentoso è Blaise Pascal” (Chateaubriand cit. nella quarta di copertina di B. Pascal, Pensieri,traduzione, introduzione e note di Paolo Serini con un saggio di Carlo Bo, Mondadori, Milano 1984).
[4]Secondo alcuni, dal frammento in cui si trova la sua asserzione, si evince che  Pascal si riferisce qui non alla filosofia in generale, ma alla filosofia che – in stretta connessione con le scienze empiriche e matematiche – si occupa del cosmo. D’altronde, di un suo interlocutore, si dice che ritenne “opportuno mettere il signor Pascal sul suo terreno e parlargli delle letture di filosofia di cui si occupava maggiormente. Lo portò su questo terreno sin dalle loro prime conversazioni. Il signor Pascal gli disse che le sue letture abituali erano state Epitteto e Montaigne e gli fece grandi elogi di questi due autori” (N. Fontaines, Colloquio con il signor de Saci su Epitteto e Montaignein B. Pascal, Pensieri, cit., p. 508).
[5]S. Tamaro,  Va’ dove ti porta il cuore, Baldini & Castoldi, Milano 1994.
[6]Ivi, pp. 73 – 74.
[7]G. Kahlil Gibran, Il profeta, Guanda, Milano 1983, ed. or. 1923, p. 87 (traduzione da me leggermente modificata).
[8]C. Scordato, Per una teologia del canto. Col 3, 16 – 17 ed Ef 5, 18 – 20 contenuto nel n. 2, 1987 (curato da P. Gizzi)  dei Quaderni dell’Istituto di musica “Vincenzo Amato”,  Palermo, pp. 28 – 32.
[9]E. Bianchi, Cuore: il luogo della lotta invisibile, “Avvenire”, 2 novembre 2014. Sarebbe interessante sviluppare dei parallelismi con alcune espressioni della cultura greca. Ad esempio, secondo Giuseppe Spatafora,  “Omero può essere considerato il padre in Grecia del monocentrismo biologico” (I moti dell’animo in Omero, Carocci, Roma 1999, p. 12). “Tutte le funzioni vitali per Omero sembrano infatti concentrate in un unico organo posto all’interno del petto” (p. 12) che viene attraversato dal thumòs. Questo “dipende essenzialmente dal sangue e dalla nutrizione” (p. 13) ed è, inseparabilmente, “principio della sensibilità, dell’emozione, del pensiero, del movimento, del linguaggio” (ivi). L’intelletto, il nùs, è “un tipo di esplicazione del thumòs”: “può considerarsi come la capacità intellettiva del thumòs”(ivi). 
(10) “Inoltre, per Pascal, il cuore non è il sentimento. <<Pascal diffida giustamente del sentimento; l’ha bandito espressamente dal campo delle conoscenze naturali; se ne ha provato i benefici (cfr. Memoriale), non ne ignora i pericoli; infatti non possediamo norme sicure per distinguere il sentimento dalla fantasia o dall’immaginazione e spesso rischiamo di sbagliare scambiando l’uno con le altre>> (J. Chevalier, Pascal,Plon, Paris 1957, p. 276) ” (G. Auletta, nota 35 in B. Pascal, La ragione e le ragioni del cuore. Il Memoriale e 108 Pensieri scelti da Carlo Bo, traduzione e note di Gennaro Auletta, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996, p. 60).

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