sabato 24 ottobre 2020

CLAUDIA FANTI RECENSISCE "L'ARTE DI ESSERE MASCHI LIBERA/MENTE" DI AUGUSTO CAVADI



Verso un nuovo modello maschile, per uscire dalla «gabbia del patriarcato» 

Tratto da: Adista Documenti n° 38
 del 31/10/2020
La violenza sulle donne vista dagli uomini, anzi da «maschi meridionali», come la spia di un ben più ampio retroterra culturale e sociale: il sistema del patriarcato. È questo il senso del volumetto, piccolo ma estremamente denso, dal titolo L'arte di essere maschi, libera/mente, scritto dal filosofo "di strada" e saggista Augusto Cavadi con il contributo del Gruppo "Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne" (di cui l'autore è tra i soci fondatori) e pubblicato da Di Girolamo editore (Trapani 2020, pp. 155, euro 13,90).Una violenza, quelle sulle donne, che ricorda, per certi versi, quella mafiosa: come nel caso delle mafie, la cui presenza, «attiva e pervasiva», si mantiene «anche quando rimane nascosta e silenziosa», anche gli atti di violenza contro le donne appaiono piuttosto come la punta di un iceberg, facendo «emergere alla luce del sole ciò che, di solito, resta sommerso nell'oscurità degli abissi». E proprio come la mafia, che uccide quando si sente minacciata, il moltiplicarsi dei crimini contro le donne potrebbe significare, secondo Cavadi, che «i maschi avvertono traballare la loro posizione di secolare predominio e reagiscono a quegli atteggiamenti femminili che, finalmente, si oppongono allo status quo secolare».Ma il confronto tra mafia e violenza sulle donne rivela un altro tratto comune: se la violenza mafiosa degrada per primo proprio chi la esercita, il sistema patriarcale che consente e alimenta la violenza maschile produce anche l'effetto di «amputare» le capacità relazionali degli stessi maschi. Cosicché, rispetto tanto al sistema mafioso quanto a quello patriarcale, si può affermare che ogni soggetto «ne è partecipe, ma al tempo stesso vittima».Infine, proprio come i mafiosi, lungi dai cliché cinematografici, non presentano affatto tratti che possano renderli riconoscibili a prima vista, così gli autori di violenze verso le donne – in massima parte mariti, compagni, amici di famiglia, datori di lavoro, educatori – non costituiscono per nulla dei corpi estranei in un sistema sociale sano: bollarli frettolosamente come squilibrati o malati è solo un modo inconscio di «segnare un fossato inesistente fra “loro” e “noi”; di negare che essi sono il sintomo visibile di un sistema strutturale, persistente, invisibile di cui tutti noi maschi (e moltissime donne) siamo parte e di cui siamo corresponsabili».In questo quadro, evidenzia Cavadi, il contrasto alla violenza maschile, così come quello alla violenza mafiosa, non può essere condotto attraverso «misure eccezionali», ma «deve fare parte, piuttosto, di una strategia di lungo periodo che si basi sull’analisi delle radici del fenomeno che si vuole estirpare». Una strategia che non può prescindere, secondo l'autore, né dalle analisi teoriche del movimento femminista – riguardo al carattere parziale, limitato e riduttivo «di un "ordine oppressivo" (maschilista) che, dopo tanti secoli, appare "naturale", "neutrale", ovvio» – né dai suoi concreti metodi di lavoro centrati sul «partire da sé». Ma che oggi può contare anche sull'apporto di gruppi maschili come “Uomini in cammino” di Pinerolo o più in generale il Movimento “Maschile plurale”, in cui sono confluiti gruppi da varie parti del Paese, accomunati dalla convinzione che «mettere in discussione l’assetto culturale e sociale prevalentemente androcentrico» – di cui il libro analizza le radici biologiche, socio-economiche, giuridico-culturali e simbolico-religiose – sia «un gesto non solo di equità verso le donne, ma almeno altrettanto di cura» verso se stessi. E l'unico modo per ricomporre quella frattura che attraversa il modello di maschio prevalente nella società occidentale, quella tra «l’animus, il lato sinistro del cervello, la razionalità, la capacità di calcolare», e «l’anima (in senso junghiano), il lato destro del cervello, la corporeità, l’affettività»: due metà che, se «restano schizofrenicamente separate, o addirittura in conflitto», condanneranno il maschio a vivere in una «costante disarmonia interiore». Quella «sorta di gabbia comportamentale» che, come scrive Francesco Seminara nella postfazione, «se da un lato lo costringe ad aderire a degli stereotipi rigidamente strutturati, dall’altro ne condiziona la libertà e lo priva di parte delle sue potenzialità spingendolo verso una condizione di parzialità esistenziale».  
Claudia Fanti

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