mercoledì 14 settembre 2022

PERCHE' IL PATRIARCATO PERSISTE? GILLIGAN E SNIDER RISPONDONO


"Viottoli", 2002/1

“Ho tradotto questo libro perché nella sua onestà e nella forza delle esperienze personali messe in gioco dalle autrici […] credo si trovi la cura di cui abbiamo bisogno per uscire da un sistema diventato sempre più insostenibile e dalle sofferenze e ingiustizie inaccettabili che produce e di cui si alimenta: misoginia, omofobia, razzismo, classismo, per citarne alcune”: così Ilaria Baldini nella sua Postfazione al volume di Carol Gilligan e Naomi Snider, Perché il patriarcato persiste?, Vanda Edizioni, Milano 2021, pp. 196, euro 14,90). 

In effetti il testo delle due studiose statunitensi – prefato in italiano da Wanda Tommasi – colpisce per almeno due caratteristiche (strettamente intrecciate): si concentra su due o tre tesi centrali (senza le divagazioni a catena tipiche di questo genere di letteratura) e le espone con linguaggio accessibile (senza i tecnicismi di chi scrive più per i colleghi universitari che per il pubblico più vasto).

Una prima tesi riguarda lo stato attuale del patriarcato in Occidente, fenomeno che, paradossalmente, è “allo stesso tempo sotto assedio e al potere” (p. 175). E' sotto assedio perché il movimento femminista degli ultimi cento anni non è passato invano, molte legislazioni sono anti-maschiliste e campagne come il “Me too” riscuotono consensi e risonanze planetari. Tuttavia esso, come uno “spettro” , è tanto più presente quanto meno visibile ed affiora - nelle statistiche sulle violenze sessuali ai danni di donne, in dichiarazioni pubbliche e in confessioni private - in modalità, e in misura, inaspettate. Quando lo hai cacciato via dalla porta dell'ufficialità istituzionale (il che, per altro, non accade sempre), lo vedi rientrare dalle molte finestre della quotidianità 'normale'.

Come può accadere ciò? Perché – e siamo a una seconda tesi centrale del libro – il patriarcato è un fenomeno anfibio, tanto politico-sociale quanto psicologico-soggettivo. Contestarne la dimensione giuridico-istituzionale è essenziale, ma insufficiente: “se lasciamo intatta la psicologia del patriarcato, difficilmente ci libereremo della sua politica” (p. 184). Dobbiamo ridiscendere dalle foglie e dai rami, attraverso il tronco, sino alle radici: che sono, appunto, antropologiche, esistenziali. Infatti l'essere umano è costitutivamente relazionale, ma proprio questa sua apertura lo espone al tradimento, alla delusione, alla “perdita”. La “genialità del patriarcato” (p. 155) sta nel porsi come “baluardo contro il dolore della perdita” (p. 176) prescrivendo la rinunzia preventiva alla “relazione” autentica: se non ti affezioni a nessuno, se non affidi la tua persona a un'altra, non puoi restare fregato. La “rottura della relazione” (e la derisione dei vari “tentativi di ripararla”) viene suggerita – o piuttosto, subdolamente, imposta con la coercizione sociale della tradizione – con una strategia differenziata: inducendo i maschi a rendersi “apparentemente autosufficienti, indipendenti e non bisognosi degli altri” e le donne a interiorizzare il selflessness, che si traduce con “altruismo”, ma in inglese sarebbe “il fare a meno di sé”: “l'apparente vocazione delle donne al totale altruismo è letteralmente abnegazione, allontanamento da e negazione di sé: l'induzione al patriarcato per le donne prevede una perdita di sé, non avere un sé. La cancellazione” (p. 193). E' l'altruismo de-centrato di chi sostituisce la “relazione effettiva”, paritaria, adulta, con un “accudimento compulsivo” in cui “l'accudente compulsivo sembra attribuire all'accudito «tutta la tristezza e il bisogno che non sa o non vuole riconoscere in sé stesso» (John Bowlby)” (p. 93). 

Se questa diagnosi è, grosso mondo, realistica, quale le vie per uscire dal sistema patriarcale-maschilista che impone, a uomini e donne, le sue “leggi dell'amore”, vale a dire che stabilisce a priori e per chiunque “chi si deve amare, e come. E quanto” (Arundhati Roy) (p.29? Siamo a un terzo passaggio cruciale della proposta della Galligan e della Snider. Esse, con condivisibile equilibrio, affermano che bisogna lavorare – e dove necessario lottare: contro i condizionamenti esterni e interni – contemporaneamente sul piano 'oggettivo' della democrazia e sul piano 'soggettivo' della trasformazione di sé. Infatti “il cambiamento politico dipende dalla trasformazione psicologica e viceversa” (p. 184). In concreto: “il patriarcato dipende dal sovvertimento della capacità umana di riparare la relazione: la sua gerarchia si fonda su una perdita di relazione e dunque sul sacrificio dell'amore. Al contrario, la democrazia, come l'amore, dipende dalla relazione, dal fatto che ognuno abbia una voce radicata nella propria esperienza. In tal senso la voce di ognuno/ognuna è riconosciuta come essenziale per realizzare i processi e i valori democratici, e pertanto sollecitata e accolta, ascoltata e a cui rispondere, non necessariamente con un accordo ma con rispetto. La pari voce è la condizione che rende possibile elaborare i conflitti nella relazione senza l'uso della forza o di altri strumenti di dominio. Le capacità relazionali che costituiscono la nostra umanità si trovano al punto di svolta a cui come collettività siamo giunti in questo pericoloso crocevia di democrazia e patriarcato. E la domanda che abbiamo di fronte, che forse ci sconcerta ora più che mai è: da che parte andremo?” (p. 185).

Ai tre assi principali – brevemente richiamati - dell'argomentazione delle autrici si collegano molte considerazioni per così dire corollarie che non è possibile riprendere in dettaglio. Mi limito a due accenni di bruciante attualità, ripresi dalla Postfazione della traduttrice.

Il primo riguarda l'analogia fra patriarcato e Covid 19: “il mito dell'autonomia compulsiva che il patriarcato attribuisce al maschile mostra il suo volto non solo nella violenza rivolta contro le donne ma anche contro l'intero pianeta. Il Covid è una metafora appropriata anche perché, come il patriarcato, si nutre del nostro bisogno di avere relazioni rovesciandolo contro di noi. E, come per il patriarcato, la soluzione [radicale e definitiva ]non è in un allontanamento dalle relazioni […] ma in un cambiamento radicale nella direzione di un'ecologia delle relazioni tra noi e con tutto il vivente” (p. 191). 

Il secondo accenno riguarda uno degli effetti della “misoginia patriarcale”: la strage di uomini e donne in situazioni belliche (nel libro, per ragioni cronologiche, ci si riferisce più al conflitto fra israeliani e palestinesi che fra Russia e Ucraina). Nel testo delle due autrici americane si legge: “Non è un segreto” che il perdurare del patriarcato “si fonda in parte sul silenzio e l'ottemperanza delle donne, compresa la loro disponibilità a continuare ad accettare il sacrificio dei figli per qualunque causa o proposito superiore” (p. 177). Facendo eco a questo passaggio la Baldini esorta a “protestare per il sacrificio dei figli mandati in guerra e ricordarci che sono quei figli a stuprare le nostre figlie. Dichiarare e fare la pace implica la capacità di riconoscere l'ingiustizia per poterle insieme resistere e costruire la giustizia” (p. 196).

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

2 commenti:

Unknown ha detto...

Grazie Augusto per la proposta di lettura e la bella recensione. Difficile la trasformazione del sè in un contesto di perdita di coesione sociale come il nostro....comunque legegrò il libro.

Bruno Vergani ha detto...

Se la tesi centrale del libro che, se ho ben compreso, vede nella funzione psicologica difensiva del patriarcato dal rischio di perdersi in relazioni patologicamente simbiotiche e totalizzanti, la causa del suo millenario esserci e attuale perdurare, è tesi oltreché originale anche solida, e penso lo sia, da una parte il patriarcato è evidentemente da superare, in quanto nel tentativo di renderci invulnerabili all’irrompere di eros, imbriglia e anestetizza le relazioni amorose, ingessendole nei mortificanti ruoli della pseudo autosufficienza maschile e dell’annichilimento femminile. D’altra parte, vorrei chiedere a chi vorrà rispondermi, se la tesi della funzione psicologica difensiva esercitata dal patriarcato è solida, non sarebbe forse da problematizzare l’imperversante assunto che vede la causa della violenza esercitata sulle donne per mano di uomini, sempre perpetrata in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale? Piuttosto che prodotta dalla fragilità e dipendenza maschile, riguardo la quale la concezione patriarcale è tentativo (perverso) di contenimento e difesa, tuttavia senza concorrere in modo diretto al generare violenza.