lunedì 3 giugno 2024

VIVERE DAVVERO, A TRECENTOSESSANTA GRADI


Che significa per un essere umano  “vivere”? Le risposte - ogni volta unica per ciascuno di noi - si lasciano distribuire su due versanti principali. Per alcuni, infatti, la vita è uno scherzo del Destino (o del Caso o di Dio) da accettare con paziente rassegnazione per ridurne al minimo gli inevitabili danni. Per altri, invece, di per sé la vita sarebbe un gioco da praticare con creatività: quasi una costruzione da mettere su, mattone dopo mattone.

Chi si riconosce in questo secondo scenario deve accertarsi che i mattoni necessari ci siano tutti: infatti si sostengono a vicenda e, se ne togliamo uno, l’intera costruzione crolla giù. Ma quali sono questi elementi indispensabili? Non è agevole identificarli esaurientemente. Un’elencazione, per quanto incompleta, non può non includere il desiderio di conoscere: che vita è la vita di chi non ha curiosità intellettuali, non ama ascoltare le storie raccontate dagli anziani del villaggio, non legge libri (se ne è in grado), non viaggia nello spazio e nel tempo? Altrettanto importante la cura della propria dimensione corporea : la sobrietà nell’uso dei cibi e delle bevande, la frequenza di spazi salubri, gli esami periodici preventivi. Quante vite sono sfigurate dal pregiudizio cataro, gnostico, che “abbiamo” un corpo, non che lo “siamo”? Ancora: è essenziale una serenità economica equidistante dalla miseria come dall’accumulo di ricchezza al di sopra delle necessità personali e della propria cerchia familiare. La povertà rende indegna la vita quanto la “maledetta fame dell’oro” (Virgilio). Normalmente questa serenità economica è frutto del lavoro quotidiano che, se corrispondente alle proprie attitudini e inclinazioni, è irrinunziabile modalità di auto-realizzazione: davvero privilegiato chi, secondo il motto di Merleau-Ponty, è riuscito a fare della propria passione il proprio lavoro!

Una vita riuscita, almeno nei suoi tratti costitutivi, è la somma di tendenze apparentemente contrastanti: a gustare, nel silenzio, le ore di solitudine e a relazionarsi per il resto, a cerchi centrifughi, con il contesto sociale (le persone di cui ci si innamora, le altre con cui ci si lega di amicizia fedele, le altre ancora con cui si stabiliscono patti sapendo di poter contare abitualmente sulla reciproca affidabilità). Solitudine e relazione (non artificiosa, convenzionale) sono come la sistole e la diastole del cuore di ogni vita: quanti invalidi, a causa del blocco di questo movimento su uno dei due poli,  si aggirano per le strade del nostro mondo!

Quando un soggetto ha costruito l’esistenza con le tessere di questo mosaico e, tuttavia, mastica un retrogusto di amarezza, di insoddisfazione generale, farebbe bene ad ampliare l’orizzonte alla ricerca di tasselli mancanti. Forse non ha mai sperimentato la gioia del dono gratuito, senza previsione di ricambio da parte del donatario; ancor meno la serietà del per/dono nei confronti di chi lo ha offeso o tradito (e se ne è reso, con rammarico, conto). Forse è insensibile alla bellezza che incontra (naturale e artistica) né prova compassione per l’enorme sofferenza dei senzienti (umani inclusi), mentre al contrario prende troppo sul serio se stesso e i propri guai rivelandosi incapace di senso dell’umorismo, di distacco ironico. Troppo spesso ci si ferma a metà costruzione illudendosi che i mattoni assembrati possano risultare sufficienti ed esonerarci dal completare l’opera.

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https://www.zerozeronews.it/si-fa-preso-a-dire-vivere-senza-sopravvivere/

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