domenica 2 luglio 2017

LA SOFFERENZA DELL'UOMO E IL SILENZIO DELLA TEOLOGIA


“Centonove”
29.6.2017

SCLEROSI MULTIPLA, UN PRETE MALATO PARLA CON DIO

     Se un cattolico si ammala di SLA può ricorrere per aiuto a un prete. Ma se ad ammalarsi è un prete? Verso il monte degli ulivi. Un prete malato parla con Dio (Litostampa Istituto Grafico, Bergamo 2016), di don Roberto Pennati, è la toccante testimonianza di un presbitero attivo anche nel sociale che, da più di vent’anni,  fa i conti con una malattia degenerativa che, lentamente ma implacabilmente, gli ruba – mese dopo mese – brandelli di autonomia fisica.
     Ovviamente anche per lui le domande teologico-speculative astratte sull’origine e il senso della sofferenza umana sono diventate interrogativi angoscianti che mordono la “carne” e non lasciano tregua né di giorno né di notte. L’autore, sin dai primi tempi della diagnosi infausta, cerca risposte nella Bibbia e negli scritti di teologi e filosofi d’ogni tempo. Ma invano. Romano Guardini risponde: “Nessuna teologia riuscirà mai a spiegare il male, la sofferenza e il dolore degli innocenti” (p. 87). E Karl Rahner, incalza: “L’incomprensibilità del male e del dolore è un aspetto della incomprensibilità di Dio” (ivi).
     Se le vie della ricerca teoretica sembrano portare, secondo un testo del filosofo Carlo Sini,  a un silenzio non “di questa o quella parola; piuttosto il silenzio stesso della parola e di ogni parola” (p. 143), non resta che battere i sentieri della pratica, dell’operatività, della solidarietà umana. Così don Roberto si fa accompagnare ad Auschwitz, poi a Lourdes; presta, come può, il servizio presbiterale ad associazioni di malati come lui; cerca di aprire orecchie e occhi al rantolo di dolore che si leva, senza un momento di tregua, dalla faccia della Terra. Così egli impara a relativizzare la propria condizione, a capire che la sua sofferenza – per quanto grave – non è la peggiore possibile. Trova la medicina definitiva? No di certo. Ma sperimenta sollievo bevendo un cocktail , suggerito da un “padre del deserto”, composto pestando “nel mortaio della misericordia” “il fiore dell’amore fraterno, la foglia dell’amore ai poveri, il frutto dell’umiltà” (p. 146).
    L’autore sa bene che, nonostante una bimillenaria tradizione dolorista,  è una bestemmia sostenere che la sofferenza viene mandata da Dio per punire i peccatori o per migliorare i santi. L’esperienza così personale e così coinvolgente lo libera dal “Dio tappabuchi” (Bonhoeffer) e gli apre prospettive di fede inedite, se pur ardue. Dal pastore protestante assassinato dal nazismo per aver tentato una congiura contro Hitler impara a pensare diversamente:  “Il Signore non salva dalla sofferenza, ma nella sofferenza; protegge non dal dolore, ma nel dolore; ci difende non dalla morte, ma nella morte” (p. 134).

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

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