sabato 28 luglio 2018

NOTERELLE DALL'OSSERVATORIO DEL MIO BLOG


La prestigiosa rivista "Servitium" mi ha chiesto una testimonianza sull'esperienza, assai limitata, di gestore di un blog che si occupa non solo di letteratura e di politica, ma anche di filosofia (di strada) e di teologia (laica). Qui di seguito il mio contributo.
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“Servitium”
III, 237 (2018)
Il blog strumento di comunione
 di Augusto Cavadi 

Dall’invenzione-scoperta del fuoco in poi, ogni innovazione tecnologica suscita pari entusiasmi e apprensioni. Internet non poteva fa- re eccezione. Intanto che si chiariscano le diatribe filosofico-socio- logiche sul dominio della tecnica, ognuno cerca nel suo piccolo un proprio modus vivendi. Per quanto mi riguarda seguo il criterio adottato quando è arrivato il telefono, poi il televisore, poi il cellulare: né adorare né sabotare, ma utilizzare. Così da anni sperimento la gestione di un blog (www.augustocavadi.com) come luogo di dialogo con alcune centinaia di persone – la maggior parte delle quali amiche nella vita prima che nella “rete” – desiderose, come me, di confrontarsi francamente ma serenamente sulle domande cruciali dell’esistenza. Dunque anche sulle questioni spirituali (in generale) e teologiche (in particolare). 
Rispetto ai social, tenere un blog comporta numerosi vantaggi: primo e fondamentale fra tutti è che sei letto quasi esclusivamente da un pubblico che si auto-seleziona, che ti visita appositamente, a cui interessa ciò che scrivi anche se non lo condivide. Non di rado sono persone – come Maria D’Asaro (maridasolcare.blogspot.it) o Bruno Vergani (www.brunovergani.it) – che, a propria volta, aggiornano un loro blog con interventi pacati, articolati. Niente, dunque, slogan sbrigativi né polemiche da cortile. Qualcuno, ogni tanto, ci prova a fare “ammuina”: ma, se nessuno gli dà retta, presto desiste e naviga altrove. 
Dal mio (parziale, modesto, limitato) punto di vista e d’interlocuzione ho registrato sinora la conferma di ciò che tutti gli osservatori della chiesa cattolica (almeno italiana) sanno: che in essa, dal Concilio vaticano II in poi, il pluralismo di posizioni è davvero stupefacente. Ma una cosa è saperlo in astratto, un’altra sperimentarlo effettivamente nel quotidiano. Si va dai nostalgici del devozionismo privato e municipale quasi superstizioso agli intellettuali che si sfidano a colpi di decostruzionismo francese e di analisi del linguaggio anglosassone; dai difensori accesi di simboli identitari ritenuti millenari (e invece inventati da cinque o sei secoli al massimo) agli esteti che non accettano nulla del cattolicesimo tranne la solennità delle liturgie in latino e dei canti gregoriani. La varietà e la mobilità delle posizioni creano situazioni al limite del comico: gruppi e movimenti ultra-papalini, ad esempio, accelerano tanto sulla difesa della “civiltà cristiana” dall’invasione islamica da tro- varsi a sbattere contro gli inviti accorati del papa (di cui si proclamano fedeli a oltranza) ad accogliere lo straniero non “nonostante sia” ma “proprio perché è” diverso. 
Per sincerità devo confessare che, in questa variopinta girandola di casi antropologici interessanti, non tutti mi riescono ugualmente simpatici. Capisco chi è stato da sempre progressista e adesso si rallegra di vedere sul soglio pontificio un gesuita abbastanza aperto; capisco un po’ meno chi è stato da sempre conservatore e ades- so si chiede con preoccupazione cosa abbia combinato lo Spirito santo consigliando a Benedetto XVI le dimissioni e al concistoro cardinalizio l’elezione di un successore sideralmente distante; non capisco per nulla, e anzi mi provocano fastidio, quanti sono stati da sempre conservatori e adesso, da una sera a una mattina, si svegliano progressisti, tolleranti, ecumenici. Apprezzerei una conversione meditata e sofferta, ma il conformismo è brutto anche quando ci si sposta da posizioni sbagliate a posizioni più corrette. Specie se c’è puzza di arrivismo... 
I sommovimenti tellurici di questi decenni non lasciano indenni neppure i territori esterni al mondo ecclesiale. Ciò vale, innanzitutto, per il variegato mondo “protestante”: ormai la differenza fra un cattolico e un luterano è molto meno significativa della differenza fra un cattolico conservatore e un cattolico progressista o fra un luterano conservatore e un luterano progressista. I confini attraversano le chiese trasversalmente più che separarle verticalmente. In questi anni sono stato contattato da una chiesa locale evangelicale per uno scambio di opinioni in campo teologico e morale. Ho trovato una comunità piccola, ma davvero desiderosa di capire e di orientarsi. Ci siamo via via confrontati sul modo di concepire il divino, di interpretare la Bibbia, di rapportarci alle tematiche etiche attuali e le nostre idee – o per lo meno le nostre ipotesi – si sono avvicinate sin quasi a identificarsi. Attraverso la mia amichevole mediazione hanno voluto incontrare preti come don Cosimo Scordato e teologi come Vito Mancuso con i quali hanno avuto dialoghi intensi. Una volta uno di loro ha commentato: «Ma chi l’avrebbe detto, anche solo dieci anni fa, che saremmo stati entusiasti di parlare con studiosi cattolici?». Risultato: hanno mutato denominazione (da Chiesa El Shaddai, che in ebraico sarebbe l’Onnipotente, in Comunità di libera ricerca spirituale Albert Schweitzer) e ai loro incontri partecipano persone di vario orientamento, anche agnostici in ricerca. 
Già, anche agnostici: infatti quando una chiesa planetaria, come la cattolica, allenta i vincoli dottrinari e disciplinari al proprio interno, sprigiona energie che si ripercuotono non solo nell’ambito dell’ecumenismo cristiano ma, più ampiamente, nella società civile. Una chiesa monolitica che, compattamente, propone l’aut-aut di accettare o rifiutare un “pacchetto” di dogmi e di prescrizioni morali, infatti, provoca molto facilmente il rifiuto altrettanto deciso e compatto delle donne e degli uomini in sincera ricerca della verità. Ma una chiesa che conosce l’elasticità delle articolazioni interne, la “gerarchia delle verità”, l’autocritica rispetto ai propri errori, la sincera disponibilità a imparare dalle acquisizioni più valide delle scienze e del pensiero e delle arti..., è una chiesa che incuriosisce molto di più i non-credenti o i diverso-credenti. Anche da questo punto di vista non mancano i paradossi: non si tratta di fare il modernista a tutti i costi, di scimmiottare un progresso che spesso è tale solo in quanto nega e contesta. A un non-cristiano interessa assai poco la diatriba fra aggiornati e passatisti. Ma se il cristiano guarda alla propria tradizione con attenzione critica; se depura il messaggio evangelico originario dalle superfetazioni di cui si è appesantito nei secoli; se è talmente “tradizionalista” da ritornare alle radici di un annunzio semplice e profondo («Il regno di Dio è vicino: convertiamoci alla verità nella libertà e nell’equità»), allora cessa di essere un’anomalia antropologica e diventa un rispettabile cooperatore del cantiere dell’umanità. Il futuro del pianeta ha bisogno di raccogliere i rivoli di tutte le sapienze emerse nei millenni: la tradizione ebraico-cristiana non ha più titoli di altre, ma neppure meno. Se essa riscopre lo specifico della vicenda umana di Gesù di Nazaret – la centralità dell’ agape in un progetto di vita personale e sociale – acquista un sobrio ma indiscutibile diritto d’interlocuzione nell’agorà della Terra. 
«Ma non è troppo poco questo specifico cristiano? Dove andremo senza l’apparato metafisico di una dottrina teologica capace di dirimere ogni minimo dubbio, insegnandoci per filo e per segno – anzi, per domanda e risposta – chi è Dio, perché c’è il mondo, perché c’è il dolore nella storia, che cosa ci aspetta dopo la morte? E cosa sarà dei fedeli se davanti ai dilemmi morali dell’esistenza, dalla procreazione alla cura delle malattie terminali, non avranno un prontuario autorevole di ricette pronte-da-portare che li sollevi dalla fatica della riflessione e della deliberazione?»: queste, e simili, le obiezioni che avverto oggi circolare in molti ambienti cattolici e perfino in persone che, pur non essendo cattoliche, ritengono che la chiesa cattolica costituisca un baluardo insostituibile contro i venti distruttivi della postmodernità. È da questa paura della libertà che scaturisce la diffidenza, e in alcuni l’ostilità, verso il nuovo-antico paradigma di papa Francesco (che egli ne sia consapevole sino in fondo o meno): se non sappiamo riconoscere la serietà e la profondità di questa paura, se non sappiamo valutarla nella sua tragicità con il rispetto con cui Dostoevskij l’ha rappresentata sulle labbra del Grande Inquisitore, cadremo nella trappola dello scon- tro frontale intestino. Oggi la partita si gioca fra chi è disposto a vendere la coscienza in cambio della certezza e chi è disposto a mantenere il timone della propria vita anche a costo di rischiare il naufragio. È una partita interna alla chiesa cattolica, ma non soltanto: altre chiese, altri partiti, altre organizzazioni socio-culturali, altri sistemi politici ne sono investiti. Nietzsche l’aveva predetto con la solita diabolica lucidità: la verità non è questione di acume intellettuale, ma di coraggio. 

3 commenti:

  1. Mauro Matteucci28 luglio 2018 14:06

    Caro Augusto,
    quanto dici è profondamente vero e personalmente lo provo nel mio lavoro quotidiano con i rifugiati e con gli immigrati. Puoi inserire nel tuo stimolante blog quello che ho scritto qualche tempo fa (non so se te l'ho mai mandato) a proposito di quanto sta avvenendo a Pistoia - e non solo - nelle comunità cristiane, ma anche nella società, dato che non amo, come te, certe distinzioni ormai sorpassate.

    Mauro

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  2. Grazie per le considerazioni, lucidissime e acute.

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  3. "...Oggi la partita si gioca fra chi è disposto a vendere la coscienza in cambio della certezza e chi è disposto a mantenere il timone della propria vita anche a costo di rischiare il naufragio" : aggiungendo un punto interrogativo a questa frase illuminante, si possono organizzare le prossime iniziative di vacanze/ cenette filosofiche!

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