domenica 15 luglio 2018

DALLA MEMORIA POETANTE QUALCHE SPERANZA NEL TEMPO DELLA DESTRA IN ASCESA

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15.7.2018

SOLO DALLA MEMORIA LE RAGIONI DI SPERARE 
                                     PER IL PROSSIMO FUTURO


In Italia (come per altro in Europa, anzi nel mondo)  non si respira aria buona. C’è puzza di Destra o comunque si voglia chiamare la chiusura nazionalistica, la semplificazione razzista, la contrapposizione ideologica, l’insensibilità verso la sofferenza delle fasce sociali più deboli, l’enfasi sulle ragioni della forza e la derisione della forza della ragione. C’è abbastanza per preoccuparsi? Direi di sì. E mi auguro che non si si sia in molti a cadere nella vecchia logica del “Fino-a-quando-non-tocca-a-me-pazienza”; vecchia, ma falsificata, dall’esperienza di chi, quando è toccato a lui, non ha trovato intorno più nessuno cui chiedere solidarietà e soccorso. Oltre che preoccuparsi, c’è anche da disperarsi? Direi di no.
   Innanzitutto, perché, in generale, chi si preoccupa non può fare spazio alla disperazione perché sarebbe in contraddizione con se stesso. La preoccupazione è un pre-occuparsi, un occuparsi-prima, un occuparsi pre-veggente: un agire in anticipo. La disperazione, al contrario, blocca, immobilizza: non spera nulla, non aspetta nulla, non pre-para (pre-dispone, pre-apparecchia) nulla. 
   Ma – potrebbe obiettare qualcuno – non ci sono forse delle situazioni oggettivamente tragiche che davvero sradicano ogni possibilità di pre-occuparsi, che non consentono nessuna speranza, nessuna attesa? Indubbiamente. La storia, però, può aiutarci a riconoscerle. E, a mio sommesso parere, la situazione socio-politica italiana attuale non è tra queste.
  Lo ribadisco a scanso di equivoci: i motivi per preoccuparsi seriamente ci sono, ma non sono tali da condannarci all’inattività rinunciataria. Matteo Salvini vuole censire gli zingari (in quanto etnicamente tali, non sulla base di reati commessi o di altre eventuali responsabilità individuali) ed è grave: ma Hitler li mandava direttamente ai forni crematori. La sottosegretaria al Ministero dei Beni culturali, della Lega, Lucia Borgonzoni non si vergogna di non aver letto neppure un libro negli ultimi tre anni se non costretta da motivi di lavoro ed è grave: ma Goebbels dichiarava che la mano gli correva alla pistola appena sentiva la parola “cultura”. Milioni di elettori hanno votato Movimento Cinque Stelle perché ritenevano che potessero contrastare la Destra con più numeri e con più credibilità del Partito Democratico in mano all’autistico Renzi: ma non pare, al momento, che esso sappia, o voglia, svolgere questa difesa della trincea costituzionale (al di là della benemerita emarginazione di Berlusconi dalla scena politica). Eppure, tra i parlamentari pentastellati ci sono molte donne e molti uomini che nutriranno dei dubbi sulla differenza fra Destra e Sinistra, non però tra Umanità e Disumanità.  
  Albrecht Haushofer, assassinato dalle SS, ha lasciato scritto:"Ci son tempi che è la pazzia a guidare. /Allora i migliori vengono impiccati”. Aggiungerei sottovoce: “e, prima di essere impiccati, si danno da fare”. Ognuno secondo le sue possibilità effettive. Tra queste modalità di reazione rientra la ferma, chiara, rievocazione di chi – sacrificando la propria vita – ci ha segnato un sentiero per le fasi storiche in cui è la pazzia, o quel suo surrogato che è l’egoismo miope, a guidare.
   Non è certo un caso che ho trovato il verso di Haushofer come esergo di una raccolta di poesie di Luciano Cecchinel, Perché ancora, con note di Claude Mouchard e Martin Rueff, edito nel 2005 a Vittorio Veneto a cura dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea del Vittoriese. L’autore, infatti, nato nel 1948, ha dedicato le sue composizioni a vittime più o meno note della barbarie nazi-fascista di cui ha avuto notizie dirette dai racconti dei genitori e degli amici più anziani di lui: ha voluto, insomma, offrire un “compianto/per nomi e lamenti/ a confondere/ smemorati e mentitori”.
 Tra le vittime più celebri il contadino austriaco Franz Jaegerstaetter (che la Chiesa cattolica ha proclamato “beato”) che, nonostante i suggerimenti di familiari affezionati e amici preti, rifiutò di indossare la divisa militare nazista per evitare di combattere una guerra evidentemente ingiusta: “come una sorgente/ da una parete di ghiaccio” la sua “innocenza ancor sfolgora/fragorosa oltre tutti i silenzi,/entro ogni ombra e paura”. Altri caduti sono anonimi, o quasi. Partigiani per nulla propensi a combattere, ma che pure seppero adeguarsi alla necessità storica. Di loro il poeta immagina gli occhi: “occhi – si direbbe - / da non dover morire/in questo modo./ Guardando al di là di ogni destino/ come fiere oltre la gabbia,/la testa alta come un pugno”. E persino chi, come Antonio Adami, detto Toni, “fu pacifista impegnato entro la guerra in una difficile opera di moderazione e di mediazione”, cadde sotto il fuoco dei tedeschi (alcuni dei quali, “venuti a sapere chi era, si recarono sulla sua tomba a deporre dei fiori”): “tra la tasca del Capitale/e quella del Vangelo/ non scattò per lui/ estremo il sillogismo/ ma radente l’illazione del piombo”. 
  Illustri o sconosciute, è a queste persone che l’autore  dedica la sua memoria poetante: a “coloro che videro/ il male così nero/ che sentirono il bisogno/ di essere migliori”. E non è senza significato che, a un certo punto, prende in prestito – come dedica di una sua composizione – i versi di Gianni D’Elia incisi sul monumento ai caduti in piazza Falcone e Borsellino a Pesaro: “Andatelo a dire/ ai caduti di ieri/ che il loro morire/fu come le nevi”. 
  Come tutte le parole di moda, “populismo” viene adoperato a proposito e a sproposito, per offendere o per esaltare. Certamente, al di là delle dispute semantiche, c’è un nodo concettuale da considerare: il popolo dovrebbe essere, se non il protagonista, almeno il beneficiario di ogni trasformazione storica. Ma questo non significa che esso sappia sempre, e subito, cosa è meglio per lui. Si può ignorare questa verità elementare: e ciò è demagogia. Si può utilizzare strumentalmente questa verità elementare: e ciò è dittatura. Si può prendere sul serio questa verità elementare e impegnarsi di conseguenza: e ciò è democrazia. Anche Cecchinel ne è amaramente consapevole e lo scrive con efficacia pari alla schiettezza: “Ah, lo santificano poeti e populisti/ ma il popolo non è santo / o lo è nel peso dei macigni/ o nella livida ustione delle folgori. / Nel buon tempo dà il potere ai mercanti di carne,/ riverisce la ricchezza agli impostori./ Così i suoi figli migliori se ne vanno/ nelle barricate e dentro le boscaglie/ a dare il sangue per le sue colpe,/ per la sua coscienza nelle cerimonie.” Ci sono tra noi “figli migliori” di altri? Non ci sono giurie abilitate a stabilirlo. Solo le barricate, metaforiche e/o fisiche, faranno la differenza.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

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