giovedì 26 luglio 2018

QUALCHE NOTERELLA SPARSA DAL/SUL MESSICO

ALLE AMICHE E AGLI AMICI che mi chiedono incuriosite/i, passo volentieri qualche appunto che ho preso durante queste tre settimane nella penisola dello Yucatàn. Tra qualche ora riprendiamo l'aereo per Milano. E' stato bello partire, è stato bello girare da queste parti, ma è altrettanto bello tornare a casa ritrovando amici di ogni specie... animale (compresa, ovviamente, l'umana).
PS: Il murale che ho fotografato è di facile comprensione: "Se nessuno ci salva dalla morte, almeno che ci salvi l'amore della vita").

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Un po’ in tutti i Paesi del mondo si assiste ad una velocizzazione crescente dei cambiamenti (e si spera che gli Antichi avessero torto nell’assioma: motus in fine velocior…). Ma in queste tre settimane nella penisola dello Yucatan, in Messico, questa percezione è stata tanto evidente e intensa da risultare inquietante. Non sono certo le sceneggiate organizzate a uso e consumo dei turisti – con artisti di strada camuffati da indigeni che battono tamburi e danzano – a darti l’impressione di vivere in pochi metri la transizione di secoli, forse di millenni. No: piuttosto è la passeggiata un po’ più lunga nella Quinta Avenida di Playa del Carmen a farti passare, surrealisticamente, dal XXI secolo all’XI o XII. Cominci dall’imbarcadero per l’isola di Cozumel e sei immerso nella contemporaneità con i suoi pregi (una chiesetta bianchissima la cui abside è un vetro enorme che accompagna il tuo sguardo sull’oceano) e i suoi difetti (spreco di luci e di suoni assordanti dalle prime ore del mattino sino a notte fonda). Ti inoltri fra due fila fittissime di negozi che vendono di tutto, che ti offrono servizi dettagliati per la cura del corpo dai capelli alle unghie dei piedi; ovviamente ce n’è per tutte le tasche, soprattutto per i milionari che possono acquistare oggetti impreziositi dalle grandi firme italiane e francesi. L’amico che ci accompagna spiega che solo cinque anni prima le piazzette di alcuni dei centri commerciali più lussuosi erano pezzi di foresta con alberi altissimi e antichissimi. E’ solo un indizio, un’anticipazione. Terminata la parte turistico-commerciale, la stessa strada continua per chilometri costeggiando una giungla che la divide dalla spiaggia. Cartacce, rifiuti, carcasse di animali un po’ dovunque. Getti lo sguardo nella fitta vegetazione selvaggia e vedi delle capanne abitate: da quanti secoli? Ti auguri che siano ormai abbandonate, ma persone di ogni età che incontri per strada contraddicono i tuoi auspici: sono particolarmente scuri di pelle, coperti di pochi stracci, a piedi nudi, sporchi almeno quanto abbronzati. Ogni tanto qualcuno entra o esce dalla giungla. Che fanno per le strade disabitate o brulicanti di turisti da ogni parte del mondo? Soprattutto bambini e ragazzine infilano le manine negli improbabili cestini dei rifiuti per trarne lattine abbandonate  di bevande d’ogni genere: possono così riempire sacchi neri più grandi e pesanti di loro che rivenderanno non so a chi e non so a quanto. 
 Così, a pochi metri di distanza, scorre davanti ai tuoi occhi il futuro (al cinema è già possibile assistere a film 4 D: se un’auto sbanda sullo schermo, il tuo sedile si inclina di conseguenza; se vi soffia un forte vento, la tua faccia viene schiaffeggiata da folate di vento…);  il presente (sei in America, ma la globalizzazione ti consente di acquistare tessuti del “Bianco del Nilo”, sandali tedeschi “Birkensotock” e gelati italiani “Amorino”); il passato (la guida del sito archeologico di Coba informa che sino agli anni Settanta del secolo scorso in molti villaggi si sconosceva lo spagnolo e ancor oggi delle persone anziane parlano solo la lingua maya: dall’invasione degli Europei nel XV secolo  ai nostri giorni il tempo si è fermato). 
  Proprio nessun filo rosso lega in queste zone del Messico (esentate dalla pestilenza del narcotraffico , con delitti di ogni genere annessi, che sfregia altre regioni del medesimo Stato) passato, presente e futuro? Almeno uno mi colpisce: l’eccezionale mitezza di questa gente. Il bambino più misero, trasportato da un papà altrettanto malandato che pedala sulla “limousine maya” (il risciò locale), ti sorride e ti saluta esattamente come la ragazza benestante, a passeggio con i suoi cani, che non hai mai visto prima in vita tua. Gli automobilisti sono di una disciplina rigorosa ma – non so come spiegarmi meglio – senza quel sapore di freddo legalismo che si avverte nell’Europa continentale. Specie nei confronti dei pedoni è una disciplina gentile, cortese. Anche qui traspare un rispetto quasi sacro per la persona dell’altro, chiunque egli sia. La tonalità di fondo sa di atavica, inossidabile pazienza. Certo questo pregio ha, come risvolto, una lentezza operativa talora esasperante. Come nel caso dei carabinieri in Italia, capisci che le barzellette sui messicani sono due o tre: le altre riportano aneddoti veri. Ma appena pensi che in Europa tutti hanno fretta, sono impazienti e aggressivi, ti è facile perdonare i ritmi da contagocce dominanti da queste parti. C’entra la convinzione maya che la vita è un cerchio eterno che prevede la morte, la permanenza nell’altro mondo e la rinascita? Forse non si avverte l’urgenza di sbrigare tutto in tempo prima di morire: quello che non si riuscirà a completare oggi, lo si completerà domani; e quello che non si completerà in questa vita, lo si completerà nella prossima. 
    Tutto ciò rende facile, e doloroso,  immaginare l’impatto delle popolazioni indigene con i primi conquistadores: le une che accoglievano fiduciose, a braccia aperte, gli altri, armati di tutto punto e accecati dall’avidità e dai pregiudizi razzisti. Come spesso accade nella storia, i più civilizzati si sono rivelati troppo evoluti per difendersi dalla violenza dei degenerati.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

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