martedì 2 ottobre 2018

SULLA TRATTATIVA FRA MAFIA E PEZZI DELLO STATO: UN CONTRIBUTO IMPORTANTE

“Casablanca”, 55, pp. 21 – 23

Di trattativa si trattò 
Vittorio Teresi 
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Leggere le oltre cinquemila pagine della sentenza del processo a carico di Bagarella Leoluca ed altri (noto come il processo sulla trattativa Stato-mafia) è stato per me come rivivere la straordinaria esperienza del lungo dibattimento, durato ben cinque anni, assieme agli amici, prima che colleghi, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia. Una esperienza di impareggiabile intensità perché, già quando si prospettò la possibilità di celebrare un processo che avesse come tema centrale quello di uno Stato debole che era stato intimidito dalla mafia e che per tale ragione aveva ceduto, si sono scatenati, da svariati settori, polemiche aspre e attacchi violenti nei confronti di coloro che stavano osando mettere in discussione l'integrità e la compattezza del Paese di fronte all'attacco violento della mafia stragista.
Le accuse, scomposte e spesso volgari, muovevano dagli ambienti più disparati: la stampa, rappresentata da quasi tutte le testate giornalistiche di maggiore diffusione, il mondo dell'avvocatura, il mondo accademico e quello della magistratura.
Ognuno con toni e sfumature diverse metteva in dubbio sia l'impianto dell'accusa (della quale non sapevano assolutamente nulla), sia le stesse capacità dei pubblici ministeri, tacciati di avere imbastito un "processo-farsa" per biechi interessi personali o per mire politiche o addirittura per fini di sovversione. Insomma, il processo solo annunciato evidentemente imbarazzava e spaventava. 
Il primo rilevante successo lo ottenemmo all'esito dell'udienza preliminare, quando il Giudice dispose il rinvio a giudizio di tutti gli imputati, riconoscendo la bontà dell'ipotesi accusatoria e la serietà delle fonti di prova a sostegno della stessa.
Quella fu la prima e soddisfacente conferma del fatto che noi quattro non eravamo quel gruppo di "giapponesi sull'isola di Guam" che continuavano a fare la guerra ad un nemico non più esistente (come pure alcuni colleghi ci hanno accusato di essere), ma un manipolo di pubblici ministeri determinati e cocciuti, convinti del fatto che sulla stagione delle stragi del 1992-93 era assolutamente necessario mantenere accesi i riflettori e cercare tutti gli elementi che potessero contribuire a dare una spiegazione a quelle vicende assolutamente fuori dal comune, eversive, antidemocratiche, cercando, fino allo spasimo, di dimostrare in un pubblico processo, celebrato nel pieno rispetto delle regole e delle garanzie di legge, che le stragi di mafia non furono solo deliri di potenza della mafia più violenta che si doveva vendicare, ma che esse furono ideate e consumate per piegare lo Stato, per ricattarlo al fine di ottenere alcuni benefici, primo tra tutti l'allentamento della morsa normativa e processuale che aveva finalmente messo la mafia con le spalle al muro, e che in questo percorso erano intervenuti alcuni rappresentanti istituzionali con ruoli diversi.
Il percorso del processo è stato tracciato secondo una precisa linea di intervento che vedeva i mafiosi quali gli esecutori materiali della minaccia allo Stato e del conseguente ricatto, affiancati da alcuni rappresentanti delle istituzioni, in veste di concorrenti del delitto con il ruolo di facilitatori, agevolatori e rafforzatori della volontà e della determinazione criminale dei mafiosi. Secondo l'ipotesi di accusa tale ruolo è stato svolto dai Carabinieri imputati e da Marcello Dell'Utri. Costoro, in sostanza, avrebbero, in tempi e con modalità differenti, fatto da cinghia di collegamento e contribuito a trasmettere ai vertici istituzionali del paese la minaccia e il messaggio ricattatorio e contribuito a farlo recepire agli stessi destinatari. 
Destinatari del messaggio sono stati i vari Governi che in quegli anni si sono succeduti alla guida del Paese: dal Governo Andreotti al Governo Berlusconi. 
LE CONCLUSIONI 
Quindi i suddetti Governi sono stati le vittime del reato, coloro che hanno subito il ricatto e che in parte vi hanno ceduto. Con tutte le conseguenze che da quest'ultima affermazione possono derivare in termini di giudizio etico e storico nei confronti dei componenti di Governi che, per paura o altro, hanno sostanzialmente deviato dai comportamenti ortodossi per adottare soluzioni e promuovere scelte gradite alla mafia o comunque in linea con le aspettative dei mafiosi ricattatori. Senza dimenticare che quelle minacce e quel ricatto erano state consumate attraverso il sacrificio e con il sangue delle vittime della stragi. Le vittime di Capaci, di Via D'Amelio, le vittime dei Georgofili a Firenze e quelle di Via Palestro a Milano.
Per semplificare e rendere più 
semplice il costrutto accusatorio del processo, rivolgendosi ai non addetti ai lavori, abbiamo sempre accostato le vicende del processo in corso con quelle dei numerosissimi casi di estorsione mafiosa nei confronti dei commercianti: il mafioso compie un attentato contro l'esercizio preso di mira, poi per prendere il contatto con il titolare vittima designata del rapporto estorsivo, sceglie un soggetto terzo, magari conoscente o collega della stessa vittima, che avrà il ruolo di convincere quest'ultima che si tratta di una minaccia seria che proviene da persone pericolose, appartenenti alla mafia e che hanno un'enorme potenziale di violenza. Questo intervento serve a dissuadere la vittima dal presentare denuncia per l'estorsione e a piegarsi alla richiesta di pagamento, cioè a cedere al ricatto. Il ruolo di questo soggetto equivale a quello dell'agevolatore della volontà criminale dei mafiosi, da un lato, e quello del rafforzatore della volontà di cedere della vittima dell'estorsione, dall'altro. Infine la vittima non può certo ritenersi coinvolta nel delitto di estorsione, perché ne è parte lesa, semmai gli si potrà rimproverare un comportamento debole, cedevole che avrebbe potuto invece scegliere di denunciare l'estorsione per consentire l'identificazione e l'arresto dei responsabili. 
Continuando nel parallelismo possiamo dire che i Governi furono vittime dell'accordo scellerato e del ricatto dei mafiosi, ma non possiamo dire che essi furono "solo" vittime, perché su di loro grava la responsabilità politica e morale di avere comunque ceduto alle pressioni dei mafiosi e di non avere saputo (o voluto) resistere alle minacce e al ricatto. 
Tutto questo è stato affrontato nel processo semplicisticamente denominato dalla stampa come "processo sulla trattativa Stato- mafia", denominato con un termine che di per sé non può costituire reato. Questo è scritto a chiare lettere nella sentenza, e cioè che oggetto del giudizio e delle condanne (ancora certamente provvisorie) non è stata la trattativa ma soltanto la minaccia portata nei confronti dei Governi e da essi recepita, nonché il ricatto finalizzato ad estorcere a quei Governi alcuni benefici. 
Altre autorità Giudiziarie potranno ripartire da alcune delle considerazioni svolte nella sentenza della Corte d'Assise di Palermo, per cercare altri frammenti di verità in ordine a quella terribile stagione delle stragi di mafia, per verificare se e quali altri rappresentanti delle istituzioni hanno svolto altri ruoli in questo scellerato patto che venne sottoscritto all'epoca.
In attesa di tali eventuali future iniziative rimaniamo in attesa che i numerosissimi detrattori del processo, nei vari ambienti, leggano a loro volta le cinquemila pagine della sentenza e che si facciano sentire per correggere le loro errate considerazioni, per modificare le loro preconcette posizioni di forte e intransigente critica nei confronti del processo e delle persone che lo hanno promosso, al fine di intavolare una civile e pacata discussione pubblica sulle conclusioni, ancorché provvisorie, della sentenza su fatti di tale enorme gravità. 
                                                                                   Vittorio Teresi

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