La secolarizzazione – processo che secondo alcuni sociologi sarebbe contrastato da tendenze alla risacralizzazione – è, in ogni caso, fenomeno esclusivamente occidentale. Anche se con stupore preoccupato non possiamo negare il nesso esplicito, proclamato, fra fondamentalismo islamico e strategie terroristiche; fondamentalismo ebraico e guerre genocidiarie; fondamentalismo cristiano e politiche imperialiste (da parte degli Stati Uniti d’America non meno che della Russia). Anche tradizioni religiose estranee al monoteismo biblico-coranico, quali induismo e buddhismo, continuano a fornire apparati simbolici e legittimazioni ideologiche a eserciti e gruppi di guerriglieri in azione nella sfera orientale del Globo.
Di che natura è questo nesso? Non mi
convince la tesi che davvero continuiamo a uccidere perché animati dalla
profonda convinzione di essere detentori della Verità assoluta, ma neppure la
tesi opposta che le uniche ragioni di conflitto siano economiche e che il
ricorso alle motivazioni teologiche sia esclusivamente strumentale, di
facciata. Propenderei per sostenere un intreccio dialettico fra motivazioni
ideali e interessi materiali che, co-implicandosi, finiscono col costituire un
circolo vizioso – anzi, infernale – in cui fattori religionari e fattori
economici giocano vicendevolmente il ruolo di causa e di effetto.
Il saggio di Barbaglio
Ci sono testi che possono aiutarci a
sondare più a fondo alcuni segmenti di questi processi attuali preoccupanti
come il volume Dio violento? Lettura delle Scritture ebraiche e cristiane
di Giuseppe Barbaglio edito, nel lontano 1991, dalla Cittadella Editrice di
Assisi. Il titolo focalizza la tematica più imbarazzante e inquietante della
trattazione: che non è in generale la violenza antropologica, storica,
registrata nella Bibbia, ma, in particolare, la violenza teologica nel senso
della violenza attribuita dalla Bibbia a Dio stesso. Infatti: se gli esseri
umani si manifestassero violenti a differenza del Dio che adorano, anzi in
contrasto con Lui/Lei/Esso, già sarebbe impegnativo rispondere alla domanda sul
perché Egli/Ella/Esso consenta lo squadernarsi (“sempre e dovunque” secondo
Paul Ricoeur) di tale violenza. Ma molto più impegnativa diventa la questione
se la Bibbia presenta un Dio che esercita violenza in prima persona; che
costituisce quasi un Modello paradigmatico di comportamento per i mortali; che
anzi in molte occasioni ordina di praticare violenza e proibisce altrettanto
fermamente di astenersene per misericordia.
Barbaglio, evitando la duplice scorciatoia
della semplificazione polemica (tipica della cultura “laica” dissacrante) come
dell’apologetica avvocatesca (tipica di molti teologi specialisti in salti
mortali), affronta con gli strumenti esegetici più aggiornati – almeno
trentacinque anni fa! – l’esame del Primo e del Secondo Testamento pervenendo
alle seguenti conclusioni.
a)
Il
luogo comune di un Dio del “Vecchio” Testamento iroso e vendicativo
contrapposto al Dio proposto da Gesù nel “Nuovo”, che invece sarebbe solo buono
e misericordioso non è sostenibile: infatti il Dio dell’Antico Testamento non è
solo giudice implacabile né il Dio del Nuovo solo salvatore perdonante.
b)
Più
precisamente in entrambi i Testamenti (sia pure, come preciserò, in proporzioni
differenti) constatiamo la tensione fra due immagini divine: tra «un Dio
bifronte, un duplicato del Giano della mitologia romana, il quale dà la vita e
la morte, premia e castiga, grazia e condanna», da una parte, e un Dio che «non
ripaga il male con il male, al contrario dona la vita parimenti al buono e al
malvagio, senza discriminazione alcuna» (p. 21).
c)
Mentre
nell’AT la concezione del Dio bifronte prevale nettamente sulla concezione del
Dio unifronte, nel NT è invece la concezione del Dio unifronte a prevalere
sulla concezione del Dio bifronte (concezione che persiste come residuo
inestirpabile di una proiezione antropologica ancestrale).
d)
Là
dove prevale il Dio-Amore sul Dio-Salvezza/Giustizia, dunque il Dio
“imparziale” (nel senso che non ama il “giusto” più del “peccatore” né tanto meno odia quest’ultimo) sul Dio
“partigiano” (disposto a mostrare i muscoli pur di difendere fattivamente i
crocifissi della storia e, in particolare, del suo Figlio-messia prediletto),
emergono «interrogativi non meno gravi di quelli che ha spento sul nascere:
perché non ha mosso un dito a favore del giusto, assistendo inerte al trionfo
degli iniqui? […] È un dato di fatto che ammette due possibili spiegazioni: […]
o perché non ha voluto o perché non ha potuto. […] È la stessa impotenza divina
manifestata, a livello di popolo, ad Auschwitz». Secondo Barbaglio l’unica soluzione
è abbandonare il «preconcetto» secondo cui «se esiste, Dio non può che essere
onnipotente; ogni debolezza o, peggio, impotenza nella storia contraddice il
suo essere» (ib.). In questo il teologo italiano segue la scia del
filosofo tedesco Hans Jonas (autore del piccolo, ma dirompente, volumetto Il
concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica, il Melangolo, Genova
1990) secondo cui solo ammettendo un Dio che “ritrae” la sua potenza può essere
ancora adorato come “benevolo”. E prosegue la riflessione di Jonas in tre
direzioni:
1. «l’impotenza di
Dio nei confronti […] di tutti i crocifissi della storia […] si spiega per
l’assenza in lui di ogni violenza. […] In breve, Dio non è onnipotente nella
storia perché non-violento, disarmato, asimmetrico e antimimetico» (p. 253);
2. «sarebbe errato
scambiare la debolezza e impotenza divina dimostrata sul Golgota e ad Auschwitz
per assenza o indifferenza» (p. 253). «Gesù e il suo Dio» sono «giunti al Golgota
per essersi presi cura amorevolmente degli uomini. […] Per donare la vita agli
altri non hanno esitato di fronte all’espulsione violenta decretata loro dai
violenti»
(p.
254);
3. «Ma tale
onerosa solidarietà del Dio di Gesù con gli uomini non finisce per essere pura
passività, sterile compagnia ai crocifissi che salgono il Golgota? L’amorevole
solidarietà divina non-violenta non è spoglia di efficacia? In nome della
non-violenza e impotenza divina non si giunge ad annullare le speranze di
giustizia che vanno oltre i crocifissi? […] È un interrogativo a cui la fede
dei primi testimoni del crocifisso ha dato una netta risposta: quel Dio che non
ha potuto risparmiare al figlio amatissimo la croce, lo ha però risuscitato. […]
Non si è trattato di un processo miracoloso di vivificazione del cadavere,
bensì di un gesto creativo di vita nuova; più esattamente Dio ha fatto del
crocifisso il primo cittadino di un mondo nuovo, anzi il centro aggregante di
un’umanità nuova. […] Il legame tra giustizia per gli oppressi e annientamento
degli oppressori, affermato nelle mille invocazioni di “vendetta” della bibbia
ebraica e di quella cristiana, è ormai sciolto, nel senso che l’una fa a meno
dell’altro. Dio rende giustizia al crocifisso senza colpire i crocifissori. La
sua azione “vendicatrice” consiste soltanto nel dare vita nuova al perseguitato
senza infliggere la morte ai persecutori» (pp. 255 – 257).
Qualche
considerazione a margine
Non
rischierei l’eccesso retorico se affermassi che ogni pagina di questo testo
suscita domande, dubbi, obiezioni, collegamenti, desiderio di approfondimento.
Mi limito a poche schematiche osservazioni.
Molti teologi stigmatizzano le religioni
fai-da-te che pullulano sul pianeta, soprattutto da quando molte barriere
culturali/linguistiche sono cadute ed è oltremodo facile venire a conoscere
tradizioni sapienziali diverse dalla propria e accoglierne idee, simboli e
pratiche. A tante interpretazioni “private”, “individuali”, essi oppongono la
“oggettività”, quasi monolitica, dell’autorivelazione di Dio attestata dalla
Bibbia. Ma studi esegetici onesti, come questo di Barbaglio, dimostrano con
chiarezza che – proprio su aspetti fondamentali dell’identità divina –
all’interno della Bibbia troviamo differenze non armonizzabili se non a costo
di tagli e di forzature: questa Biblioteca costituisce il primo modello di teologia
fai-da-te, eclettica, tendenzialmente ma fallimentarmente sincretica. Essa
infatti è pervasa, da Genesi ad Apocalisse, dal l“bifrontismo”
cioè dalla inscindibile coesistenza di fascinans e di tremendum
(R. Otto) e le «voci innovative che nel popolo d’Israele e nella storia di Gesù
e del suo movimento hanno testimoniato e vissuto […] un’immagine alternativa di
Dio donatore, soltanto e a tutti, di vita e di salvezza» lo hanno potuto fare
«non senza incoerenze e contraddizioni» (p. 284).
Questa pluralità di visioni teologiche è
espressione di un dato difficile da accettare ma evidente: anche la
Bibbia, come ogni altro libro più o meno
“sacro” dell’umanità, non è mai un dono piovuto dal cielo e atterrato senza
perdere la sua originaria purezza adamantina, ma è il frutto di una ricerca
umana condizionata da ciò che gli autori e le autrici erano/sono/saranno dal
punto di vista psicologico, sociologico, economico, politico, pedagogico,
culturale…Quanto Barbaglio scrive a proposito del tema specifico della sua
monografia va esteso a ogni altro segmento delle teologie possibili: ««Dobbiamo
liberarci dal meccanismo proiettivo della psiche umana che si costruisce un Dio
a propria immagine e somiglianza, capace di amore costruttivo ma anche di
violenza distruttiva, e annientare in noi il bisogno etico-sociale di un
garante supremo del bene e del male, di un giudice divino che retribuisce
imparzialmente il buono e il cattivo secondo la loro condotta» (p. 222). Ma –
viene spontaneo obiettare a Barbaglio stesso – è possibile “annientare” questo
“bisogno etico-sociale”? E se lo fosse, non sarebbe in nome di qualche altro
bisogno etico o prima ancora psichico di una figura Paterna/Materna che ci
liberi dalla paura della punizione, del fallimento, con la prospettiva di un
perdono illimitato e incondizionato? Credo che da Feuerbach non si evada
facilmente: ogni teologia rispecchia un’antropologia. Da questa verità si
possono ricavare varie conclusioni (alternative): l’ateismo (Dio non c’è),
l’agnosticismo (Dio forse c’è, forse non c’è), l’apofatismo (Dio c’è ma è
l’Inconoscibile), il panteismo (Dio c’è e coincide con l’universo)... Se
fossimo solo grovigli di sentimenti, emozioni, desideri, timori…non avremmo
motivo neppure di confrontare le varie conclusioni principali: ognuno/a
opterebbe per una delle prospettive sulla base di motivazioni soggettive
insindacabili (e ciò anche nell’ipotesi che si optasse per l’ateismo). Se per
caso fossimo anche capacità razionale, intuitiva e argomentativa, potremmo
invece dialogare, ma senza la pretesa di identificare in maniera assoluta e
irreversibile, la nostra “certezza” (individuale) con la “verità” (ontologica).
Aggiungerei che è in questo campo di confronto, sulla base di ciò che le
scienze empiriche vanno appurando e che la correttezza logica ci suggerisce,
che si inscrive l’attuale movimento post-teistico: un movimento accomunato da
ciò che ritiene necessario lasciarsi alle spalle (la visione biblica di Dio in
quanto antropomorfica) più che da ciò che intravede in futuro.
“Adista/Segni nuovi” / 31 gennaio 2026
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