mercoledì 28 gennaio 2026

IL DIO DELLA BIBBIA E’ VIOLENTO? LE RIFLESSIONI DI GIUSEPPE BARBAGLIO 35 ANNI DOPO

 La secolarizzazione – processo che secondo alcuni sociologi sarebbe contrastato da tendenze alla risacralizzazione – è, in ogni caso, fenomeno esclusivamente occidentale. Anche se con stupore preoccupato non possiamo negare il nesso esplicito, proclamato, fra fondamentalismo islamico e strategie terroristiche; fondamentalismo ebraico e guerre genocidiarie; fondamentalismo cristiano e politiche imperialiste (da parte degli Stati Uniti d’America non meno che della Russia). Anche tradizioni religiose estranee al monoteismo biblico-coranico, quali induismo e buddhismo, continuano a fornire apparati simbolici e legittimazioni ideologiche a eserciti e gruppi di guerriglieri in azione nella sfera orientale del Globo.

Di che natura è questo nesso? Non mi convince la tesi che davvero continuiamo a uccidere perché animati dalla profonda convinzione di essere detentori della Verità assoluta, ma neppure la tesi opposta che le uniche ragioni di conflitto siano economiche e che il ricorso alle motivazioni teologiche sia esclusivamente strumentale, di facciata. Propenderei per sostenere un intreccio dialettico fra motivazioni ideali e interessi materiali che, co-implicandosi, finiscono col costituire un circolo vizioso – anzi, infernale – in cui fattori religionari e fattori economici giocano vicendevolmente il ruolo di causa e di effetto.

 

Il saggio di Barbaglio

Ci sono testi che possono aiutarci a sondare più a fondo alcuni segmenti di questi processi attuali preoccupanti come il volume Dio violento? Lettura delle Scritture ebraiche e cristiane di Giuseppe Barbaglio edito, nel lontano 1991, dalla Cittadella Editrice di Assisi. Il titolo focalizza la tematica più imbarazzante e inquietante della trattazione: che non è in generale la violenza antropologica, storica, registrata nella Bibbia, ma, in particolare, la violenza teologica nel senso della violenza attribuita dalla Bibbia a Dio stesso. Infatti: se gli esseri umani si manifestassero violenti a differenza del Dio che adorano, anzi in contrasto con Lui/Lei/Esso, già sarebbe impegnativo rispondere alla domanda sul perché Egli/Ella/Esso consenta lo squadernarsi (“sempre e dovunque” secondo Paul Ricoeur) di tale violenza. Ma molto più impegnativa diventa la questione se la Bibbia presenta un Dio che esercita violenza in prima persona; che costituisce quasi un Modello paradigmatico di comportamento per i mortali; che anzi in molte occasioni ordina di praticare violenza e proibisce altrettanto fermamente di astenersene per misericordia.

Barbaglio, evitando la duplice scorciatoia della semplificazione polemica (tipica della cultura “laica” dissacrante) come dell’apologetica avvocatesca (tipica di molti teologi specialisti in salti mortali), affronta con gli strumenti esegetici più aggiornati – almeno trentacinque anni fa! – l’esame del Primo e del Secondo Testamento pervenendo alle seguenti conclusioni.

a)    Il luogo comune di un Dio del “Vecchio” Testamento iroso e vendicativo contrapposto al Dio proposto da Gesù nel “Nuovo”, che invece sarebbe solo buono e misericordioso non è sostenibile: infatti il Dio dell’Antico Testamento non è solo giudice implacabile né il Dio del Nuovo solo salvatore perdonante.

b)    Più precisamente in entrambi i Testamenti (sia pure, come preciserò, in proporzioni differenti) constatiamo la tensione fra due immagini divine: tra «un Dio bifronte, un duplicato del Giano della mitologia romana, il quale dà la vita e la morte, premia e castiga, grazia e condanna», da una parte, e un Dio che «non ripaga il male con il male, al contrario dona la vita parimenti al buono e al malvagio, senza discriminazione alcuna» (p. 21).

c)    Mentre nell’AT la concezione del Dio bifronte prevale nettamente sulla concezione del Dio unifronte, nel NT è invece la concezione del Dio unifronte a prevalere sulla concezione del Dio bifronte (concezione che persiste come residuo inestirpabile di una proiezione antropologica ancestrale).

d)    Là dove prevale il Dio-Amore sul Dio-Salvezza/Giustizia, dunque il Dio “imparziale” (nel senso che non ama il “giusto” più del “peccatore”  né tanto meno odia quest’ultimo) sul Dio “partigiano” (disposto a mostrare i muscoli pur di difendere fattivamente i crocifissi della storia e, in particolare, del suo Figlio-messia prediletto), emergono «interrogativi non meno gravi di quelli che ha spento sul nascere: perché non ha mosso un dito a favore del giusto, assistendo inerte al trionfo degli iniqui? […] È un dato di fatto che ammette due possibili spiegazioni: […] o perché non ha voluto o perché non ha potuto. […] È la stessa impotenza divina manifestata, a livello di popolo, ad Auschwitz». Secondo Barbaglio l’unica soluzione è abbandonare il «preconcetto» secondo cui «se esiste, Dio non può che essere onnipotente; ogni debolezza o, peggio, impotenza nella storia contraddice il suo essere» (ib.). In questo il teologo italiano segue la scia del filosofo tedesco Hans Jonas (autore del piccolo, ma dirompente, volumetto Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica, il Melangolo, Genova 1990) secondo cui solo ammettendo un Dio che “ritrae” la sua potenza può essere ancora adorato come “benevolo”. E prosegue la riflessione di Jonas in tre direzioni:

1. «l’impotenza di Dio nei confronti […] di tutti i crocifissi della storia […] si spiega per l’assenza in lui di ogni violenza. […] In breve, Dio non è onnipotente nella storia perché non-violento, disarmato, asimmetrico e antimimetico» (p. 253);

2. «sarebbe errato scambiare la debolezza e impotenza divina dimostrata sul Golgota e ad Auschwitz per assenza o indifferenza» (p. 253). «Gesù e il suo Dio» sono «giunti al Golgota per essersi presi cura amorevolmente degli uomini. […] Per donare la vita agli altri non hanno esitato di fronte all’espulsione violenta decretata loro dai violenti» (p. 254);

3. «Ma tale onerosa solidarietà del Dio di Gesù con gli uomini non finisce per essere pura passività, sterile compagnia ai crocifissi che salgono il Golgota? L’amorevole solidarietà divina non-violenta non è spoglia di efficacia? In nome della non-violenza e impotenza divina non si giunge ad annullare le speranze di giustizia che vanno oltre i crocifissi? […] È un interrogativo a cui la fede dei primi testimoni del crocifisso ha dato una netta risposta: quel Dio che non ha potuto risparmiare al figlio amatissimo la croce, lo ha però risuscitato. […] Non si è trattato di un processo miracoloso di vivificazione del cadavere, bensì di un gesto creativo di vita nuova; più esattamente Dio ha fatto del crocifisso il primo cittadino di un mondo nuovo, anzi il centro aggregante di un’umanità nuova. […] Il legame tra giustizia per gli oppressi e annientamento degli oppressori, affermato nelle mille invocazioni di “vendetta” della bibbia ebraica e di quella cristiana, è ormai sciolto, nel senso che l’una fa a meno dell’altro. Dio rende giustizia al crocifisso senza colpire i crocifissori. La sua azione “vendicatrice” consiste soltanto nel dare vita nuova al perseguitato senza infliggere la morte ai persecutori» (pp. 255 – 257).

 

Qualche considerazione a margine

          Non rischierei l’eccesso retorico se affermassi che ogni pagina di questo testo suscita domande, dubbi, obiezioni, collegamenti, desiderio di approfondimento. Mi limito a poche schematiche osservazioni.

Molti teologi stigmatizzano le religioni fai-da-te che pullulano sul pianeta, soprattutto da quando molte barriere culturali/linguistiche sono cadute ed è oltremodo facile venire a conoscere tradizioni sapienziali diverse dalla propria e accoglierne idee, simboli e pratiche. A tante interpretazioni “private”, “individuali”, essi oppongono la “oggettività”, quasi monolitica, dell’autorivelazione di Dio attestata dalla Bibbia. Ma studi esegetici onesti, come questo di Barbaglio, dimostrano con chiarezza che – proprio su aspetti fondamentali dell’identità divina – all’interno della Bibbia troviamo differenze non armonizzabili se non a costo di tagli e di forzature: questa Biblioteca costituisce il primo modello di teologia fai-da-te, eclettica, tendenzialmente ma fallimentarmente sincretica. Essa infatti è pervasa, da Genesi ad Apocalisse, dal l“bifrontismo” cioè dalla inscindibile coesistenza di fascinans e di tremendum (R. Otto) e le «voci innovative che nel popolo d’Israele e nella storia di Gesù e del suo movimento hanno testimoniato e vissuto […] un’immagine alternativa di Dio donatore, soltanto e a tutti, di vita e di salvezza» lo hanno potuto fare «non senza incoerenze e contraddizioni» (p. 284).

Questa pluralità di visioni teologiche è espressione di un dato difficile da accettare ma evidente: anche la Bibbia,  come ogni altro libro più o meno “sacro” dell’umanità, non è mai un dono piovuto dal cielo e atterrato senza perdere la sua originaria purezza adamantina, ma è il frutto di una ricerca umana condizionata da ciò che gli autori e le autrici erano/sono/saranno dal punto di vista psicologico, sociologico, economico, politico, pedagogico, culturale…Quanto Barbaglio scrive a proposito del tema specifico della sua monografia va esteso a ogni altro segmento delle teologie possibili: ««Dobbiamo liberarci dal meccanismo proiettivo della psiche umana che si costruisce un Dio a propria immagine e somiglianza, capace di amore costruttivo ma anche di violenza distruttiva, e annientare in noi il bisogno etico-sociale di un garante supremo del bene e del male, di un giudice divino che retribuisce imparzialmente il buono e il cattivo secondo la loro condotta» (p. 222). Ma – viene spontaneo obiettare a Barbaglio stesso – è possibile “annientare” questo “bisogno etico-sociale”? E se lo fosse, non sarebbe in nome di qualche altro bisogno etico o prima ancora psichico di una figura Paterna/Materna che ci liberi dalla paura della punizione, del fallimento, con la prospettiva di un perdono illimitato e incondizionato? Credo che da Feuerbach non si evada facilmente: ogni teologia rispecchia un’antropologia. Da questa verità si possono ricavare varie conclusioni (alternative): l’ateismo (Dio non c’è), l’agnosticismo (Dio forse c’è, forse non c’è), l’apofatismo (Dio c’è ma è l’Inconoscibile), il panteismo (Dio c’è e coincide con l’universo)... Se fossimo solo grovigli di sentimenti, emozioni, desideri, timori…non avremmo motivo neppure di confrontare le varie conclusioni principali: ognuno/a opterebbe per una delle prospettive sulla base di motivazioni soggettive insindacabili (e ciò anche nell’ipotesi che si optasse per l’ateismo). Se per caso fossimo anche capacità razionale, intuitiva e argomentativa, potremmo invece dialogare, ma senza la pretesa di identificare in maniera assoluta e irreversibile, la nostra “certezza” (individuale) con la “verità” (ontologica). Aggiungerei che è in questo campo di confronto, sulla base di ciò che le scienze empiriche vanno appurando e che la correttezza logica ci suggerisce, che si inscrive l’attuale movimento post-teistico: un movimento accomunato da ciò che ritiene necessario lasciarsi alle spalle (la visione biblica di Dio in quanto antropomorfica) più che da ciò che intravede in futuro.

 Augusto Cavadi

“Adista/Segni nuovi” / 31 gennaio 2026

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