mercoledì 21 gennaio 2026

LA LAICITA' DI UN BIBLISTA SOVVERSIVO: ORTENSIO DA SPINETOLI

 Nell’accezione corrente il termine “laico” suggerisce un’antitesi, un’opposizione a “cristiano” o più ampiamente a “religioso”. In questo senso polemico, Ortensio da Spinetoli non è stato un “laico” perché – entrato nell’Ordine dei Frati minori Cappuccini, in cui ha ricevuto anche la consacrazione  presbiterale – vi è rimasto formalmente sino alla morte, avvenuta nel 2015 quando era novantenne, nonostante da molto tempo vivesse ormai fuori dai conventi presso una modesta famiglia di Recanati che lo aveva accolto fraternamente.

Ma c’è un altro significato di “laico” che prescinde dalla dialettica oppositiva, polemica, con ciò che à “sacro” o “santo” ed è invece definito da una costellazione di qualità positive: la sincera ricerca della verità, la libertà da pregiudizi e dogmatismi, il coraggio di criticare qualsiasi teoria (anche se la si è condivisa sin dalla nascita), la pazienza di convivere con il dubbio su tutto ciò che non s’impone con evidenza, il rispetto per chiunque esprima idee diverse dalla propria, l’amore per le bellezze naturali e artistiche…In questa seconda accezione Ortensio da Spinetoli è stato sinceramente e profondamente “laico”.

Ciò gli fa onore e spiega la varietà delle persone con cui è stato in relazione durante la vita: credenti, agnostici, atei di ogni strato sociale, professione o mestiere. Molti sono stati e sono i preti, i frati, le suore che – per un’inclinazione intuitiva – hanno testimoniato simili aperture. Ciò che caratterizza la figura di Ortensio è che egli non si è limitato a testimoniare soggettivamente che si può essere “laici” e “cristiani”, ma ha anche offerto le giustificazioni teologiche di questa postura esistenziale. Da studioso competente ha dimostrato come una lettura scientificamente attrezzata dei vangeli rende non solo legittimo, ma addirittura inevitabile vivere la fede laicamente. “Laicità credente” o, se si preferisce, “fede laica” non sono ossimori: dimensione “laica” e dimensione “religiosa” si possono, anzi si devono, coniugare in sé stessi perché sono state incarnate già nella persona di Gesù di Nazaret – quale almeno ci è possibile conoscere nelle pagine del Secondo Testamento.

 

Ridimensionare il cristianesimo

Se essere cristiani significasse accettare l’interpretazione di Gesù Cristo proclamata come unica “ortodossa” dal Primo Concilio di Nicea (325) ad oggi, con il successivo sviluppo dogmatico sino alla dottrina dell’infallibilità papale (1870), il cristiano non potrebbe dirsi davvero “laico”. Senza suo merito, egli avrebbe ricevuto in dono un patrimonio di verità soprannaturali e naturali da Dio stesso (più precisamente dalla Seconda Persona della divina Trinità presente e agente in Gesù di Nazareth) che sarebbero state trasmesse, di generazione in generazione, da un’Istituzione (la Chiesa cattolica) costantemente assistita dallo Spirito Santo (la Terza persona della divina Trinità): con questo pedigree che senso avrebbe per un cristiano vivere continuamente

nel dubbio, nella ricerca, nell’inquietudine? Come potrebbe davvero ritenersi sullo stesso piano dell’interlocutore con cui dialoga, disposto a cambiare idea su questioni decisive (metafisiche e morali) in cui Dio stesso si sarebbe pronunziato con parole interpretate in maniera autorevole dalla Chiesa da lui voluta e fondata?

Ma, appunto, sono questi presupposti che Ortensio da Spinetoli è costretto – da ciò che va scoprendo studiando la Bibbia in comunione con ricercatori di tutto il mondo e di ogni appartenenza confessionale – a rimettere radicalmente in discussione:

 

“Il ritorno a Cristo è il presupposto di qualsiasi rinnovamento ecclesiale, ma Cristo non è la stessa cosa che la versione teologica che di lui ci hanno lasciato gli evangelisti e che hanno ribadito, nel tempo, la predicazione e l’insegnamento ufficiale” (O. da Spinetoli, Rifondare la Chiesa. Una follia inevitabile, Il pozzo di Giacobbe, p. 22).

 

Prima questione: Dio ha davvero “parlato” all’uomo?

Grazie a Nietzsche e alla cultura occidentale dal Novecento a oggi siamo in grado di capire che l’umanità si divide in due mega-categorie: chi pensa che l’universo sia impregnato di un Senso assoluto (un Logos dicevano i Greci, un Tao dice l’Oriente, una Logica, un Ordine per quanto nascosto) e chi pensa che ne sia radicalmente privo (e dunque intrinsecamente Assurdo, Casuale, Opaco). La tradizione biblico-cristiana si riconosce nella prima delle due schiere: “In principio era il Verbo”, il “Pensiero”, la “Parola”. Questo principio luminoso traspare nelle pieghe del mondo naturale come nei prodotti della riflessione umana: ma al punto da potervi riconoscere una “rivelazione” chiara, indiscutibile? Secondo Ortensio questo non si può asserire neppure per la Bibbia:

 

“La «parola di Dio» è eterna (1 Pt 1,25), ma la presentazione che ne fanno gli autori sacri è temporale e può farsi per questo temporanea. (…) L’annuncio di Dio deve essere liberato da tutte le ricostruzioni locali, ambientali (palestinesi o mediterranee), sempre contingenti, caduche. (…) il patrimonio religioso biblico è al suo punto di partenza divino, ma è frutto anche della riflessione, dell’elaborazione, della formulazione umana. Tutte le affermazioni quali «Dio dice», «Dio ha detto», «parola di Dio» vanno ridimensionate secondo questa legge per ritrovare il genuino contenuto soprannaturale della Bibbia. (…) Dio si è confuso col popolo ebraico e l’ebraismo per farsi meglio conoscere, ma guai a ebraizzare Dio, ad addebitargli cioè i sentimenti, gli atteggiamenti, le ire, le grettezze che i suoi portaparola gli hanno attribuito. (…) La portata dei testi evangelici non è diversa (…) poiché anche Gesù, in quanto profeta, è un uomo del suo tempo: comprende, e annuncia, i segreti di Dio, il mistero del Padre e del piano salvifico, con sussidi filosofici, linguistici e didattici del momento storico in cui si effettua la sua predicazione, quindi sempre in modo imperfetto.(…) La verità è sempre assoluta, la maniera in cui si presenta agli uomini è sempre relativa. Le scelte di Cristo, riferite dai vangeli, non possono per questo valere indiscriminatamente per tutte le generazioni. (…) Qualsiasi  traduzione e attuazione storica della verità è sempre condizionata, contingente, quindi relativa, provvisoria. (…) Le scoperte e conquiste recenti, la chiarificazione dei rapporti interpersonali (sociologia), la migliore comprensione delle esigenze e relazioni umane (psicologia) consentono un’interpretazione e un’attuazione del messaggio di Dio più profonde e più aggiornate di quanto sia stato possibile al tempo di Cristo. (…) L’uomo non è un essere statico ma in costante evoluzione. Dalla sua origine o infanzia sino al momento attuale egli ha rivelato un arricchimento continuo, una costante ascesa; pensare che con Cristo abbia toccato la sua meta è – può darsi – arbitrario, perlomeno non conforme alla marcia ascensionale compiuta in precedenza. Chiudere il processo evolutivo è chiudere il corso della storia. L’uomo del futuro, che potrà apparire tra mille, ma anche diecimila o ventimila anni, difficilmente si riconoscerà nel suo attuale prototipo. A quest’essere ‘nuovo’, ancor più misterioso, che dovrà apparire, la ‘lettura’ della verità divina avvenuta in un determinato, remoto contesto palestinese, potrà essere presentata ancora come la versione adeguata, definitiva della medesima? E’ questo il senso ultimo della precarietà dell’annuncio neotestamentario” (La conversione della Chiesa, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2023, pp. 92 – 95).

 

Seconda questione: il messaggio di Dio è un supporto al nostro sapere?

La scoperta della “provvisorietà” del messaggio divino anche nella storia ebraica ed evangelica dovrebbe liberarci da ogni tentazione di fondamentalismo, dell’atteggiamento mentale di chi ritiene di possedere tutta la verità (intera, senza incompletezze), solo la verità (senza errori)  e  in esclusiva (a differenza di tutti gli altri poveri mortali che ne sarebbero privi). Ma – se restiamo sul piano conoscitivo – capire che non ci è dato un sapere “ben rotondo” ci provocherebbe inevitabilmente un senso di delusione, se non di smarrimento. In effetti nella prospettiva teoretica, filosofica, greco-ellenistica la “verità” è oggetto dell’intelligenza e zampilla dall’incontro del soggetto conoscente con la res, l’ente, la cosa conosciuta. Su questo piano, il cristiano e il non-cristiano sono esattamente sullo stesso piano: entrambi nuotano nel dubbio, lavorano ricercando incessantemente, esposti alla confutazione delle opinioni altrui. Entrambi sono “laici” nel senso di appartenenti allo stesso laos, popolo: navigano sulla stessa barca, senza che uno dei due abbia garanzie speciali o privilegi di sorta.

Non diversamente stanno le cose se, sintonizzandoci con la prospettiva biblica, dove la “verità” è qualcosa che si fa, più che vedersi: è un agire, un fare, un operare. “Il rischio di rimanere nell’ambito dottrinale minaccia di compromettere il vero senso della predicazione evangelica. Occorre demitizzare e deculturalizzare, cogliere il vero messaggio di Dio per l’uomo moderno; ma ancora più importante è applicarlo ai fatti, tradurlo per le situazioni nuove che si affacciano nel cammino della storia. (…) Il vangelo è un messaggio, una parola, ma più ancora un evento, un progetto di bene; se non modifica, non eleva, non perfeziona le condizioni materiali, morali, oltre che spirituali dell’uomo, non è un «annuncio di salvezza». Commentare la parola di Dio è ben poca cosa, se questa non viene poi in aiuto alle necessità concrete, vitali dell’uomo” (La conversione, p. 96).

Ortensio sa bene, come molti di noi abbiamo sperimentato nella nostra esistenza, che a questo punto scatta l’obiezione dei bravi cristiani “ortodossi”: ma come, volete ridurre il vangelo a un’etica, anzi a una politica? Volete rinunziare alla verticalità per appiattirvi sull’orizzontalità? La chiave della risposta non può stare che nell’osservare che cosa ha detto e ha fatto il Gesù dei vangeli:

 

 “Gesù si preoccupa di segnalare una nuova teologia ma più ancora di dare una diversa impostazione ai rapporti umani. Il suo compito è annunciare ma anche avviare l’instaurazione del “regno”. La “buona notizia” che egli predica è un annuncio di liberazione totale, terrestre prima che celeste, materiale oltre che spirituale. Gesù è un profeta, un ‘maestro di verità’, un dottore, ma soprattutto un amico, un alleato dell’uomo” (La conversione, p. 97).

 

 Forse si potrebbe dire ancora meglio: Gesù annunzia una nuova “verità”, una nuova “dottrina”, che consiste nel rapportarsi al mistero inconoscibile di Dio attraverso la carne tangibile dell’umanità.

Se è così, la proposta evangelica è molto più “laica” di quanto solitamente non si sospetti: è davvero rivolta a chiunque si senta parte di un laos, di un popolo, e chi l’accoglie non si distingue per ciò che dice (“Signore, Signore!”), ma per ciò che opera nel tessuto storico-sociale. “Se la parola di Dio non dissipa le tenebre che si addensano sull’esistenza umana e non recide gli imbrogli che l’intersecano non è messaggio salvifico. In tal caso, l’azione di determinati operatori o imprenditori sociali, degli stessi rivoluzionari, si avvicina - può darsi – maggiormente all’opera di Gesù e dei profeti, rispetto all’agire dei predicatori evangelici, poiché i primi contribuiscono concretamente a portare avanti il piano di Dio (la creazione e la salvezza), mentre i secondi offrono un aiuto solo apparente. (…) Il più delle volte l’evangelizzazione si è limitata o accontentata di far risuonare la parola nel corso di un’assemblea liturgica, nel chiuso del tempio, per conforto intimistico degli astanti che si compiacciono di contemplare o di rivivere il fascino delle operazioni di Cristo. Può essere un momento emozionante, ma il suo peso, il suo significato sono poveri, pressoché nulli. La vera evangelizzazione è quella che agisce beneficamente nella vita. I profeti biblici sono portaparola dei segreti di Dio, ma contemporaneamente veri protagonisti della storia patria e sacra. Essi intervengono, operano decisamente nelle vicende del proprio popolo per modificarne le condizioni, alleviarne i disagi, saldarne le fratture. (…) Sono essi che denunciano le ingiustizie, le colpe dei propri cittadini e si adoperano per eliminarle fino a compromettere la vita” (La conversione, pp. 96 – 97).

 

Terza questione: nel vangelo i semi del post-religionismo?

Oggi, almeno in molte aree del pianeta (come l’Europa, l’America Settentrionale, la Cina) le religioni sono in crisi. La “secolarizzazione” è un processo complesso con aspetti positivi e negativi, ma è certo che la figura storica di Gesù non è stata caratterizzata dalla preoccupazione – tipica di molti conservatori e reazionari contemporanei – di “salvare” la religione tradizionale. Come ho notato sopra, egli si è concentrato su qualcosa a suo avviso davvero essenziale: l’impegno per rendere più degna la vita degli esseri umani: “La salvezza che Gesù annunzia non è legata a persone, a luoghi, a tempi particolari, ma egli vive in un mondo in cui si privilegiano le alture, gli edifici sacri che commemorano le manifestazioni di Dio. (…) I samaritani si vantano del Garizim (Gv 4,20) mentre i giudei ripongono la loro fiducia sul monte Sion, il luogo prediletto da Jahvé. Gesù fa la sua scelta rifiutandoli entrambi: «Credimi donna” - confida alla samaritana – “viene l’ora in cui né su questo monte né in  adorerete il Padre». (…) Non solo Dio non ha luoghi più accetti di altri, ma l’unico culto che attende è quello dell’offerta della propria vita, spesa in opere di bene (Rm 12, 1 – 3). Nel discorso della montagna non raccomanda di portarsi nella sinagoga o nel tempio, ma di essere giusti, misericordiosi, benevoli, pacificatori, sottolineando il risvolto comunitario che tali azioni hanno. (…) Le ‘opere buone’ (ta kala erga) sono le visite agli infermi, non al tempio o alla sinagoga, le azioni che alleviano i mali fisici e morali dei propri simili non sono i riti, e nemmeno i sacramenti. Il vero culto tende a glorificare Dio, ma la gloria che egli si aspetta è dare la propria collaborazione all’opera che egli sta compiendo nella storia (la creazione e la salvezza). Gesù non era che l’illustrazione vivente di questo programma di elevazione e promozione dell’uomo. Il ‘tempio’ era più un ostacolo che un aiuto al vero culto, perché creava l’illusione d’avere adempiuto la volontà di Dio per aver celebrato le sue lodi, magnificato le sue opere di bene senza impegnarsi a riattualizzarle nella propria vita. Gesù riduce l’importanza del luogo sacro fino ad annunziarne la fine (cf. Mc 13,2)” (O. da Spinetoli, Rifondare la Chiesa, cit., pp. 119 – 120).

 

Quarta questione: in concreto come si traduce l’impegno per rendere più dignitosa la vita degli esseri umani sulla Terra?

 Per quanto paradossale possa suonare, la sintesi più efficace del progetto profetico rilanciato da Gesù è stata offerta da un movimento filosofico-politico “laicissimo”: i tre “sacri” principi (libertà, uguaglianza, fraternità) della Rivoluzione francese del 1789. Il punto di partenza è l’indignazione per le insopportabili differenze fra “privilegiati” e “poveri” (ivi, p. 182).

·      Uguaglianza. “L’identificazione dei ‘poveri’ di cui parlano i testi profetici non sembra ammettere dubbi”. I vari termini ebraici descrivono il “povero” come “colui che ha la testa abbassata, che è ricurvo su se stesso, fiaccato dall’afflizione e dal bisogno”; “uno che ‘vive di desideri’, ‘che implora’ ”;  “esteriormente e interiormente ha l’aspetto e l’animo di un mendicante”; solitamente segnato dal “deperimento fisico” e dalla “magrezza”. Insomma i “poveri” sono “coloro che non hanno beni materiali, per questo mancano di autonomia, di sicurezza e sono alla mercé degli altri, soprattutto dei potenti. Essi hanno fame non perché aspettano di sedersi a tavola, ma perché non c’è addirittura nessuna mensa che li attende. I termini adoperati dagli autori sacri per designare la loro condizione non ammettono interpretazioni allegoriche o spiritualizzanti. La Bibbia parla spesso dei peccatori (i ‘poveri’ di virtù, di bontà) ma non intende confonderli con i poveri veramente tali. Anzi, essi sono denunziati come i responsabili dello stato di miseria e di indigenza in cui versano gli indigenti, e ciò conferma che il primo peccato che la Bibbia stigmatizza è quello sociale” (ivi, p. 182). Non è un caso, dunque, che il “messia” atteso, “invece di impegnarsi in grandi conquiste” militari, “si adopererà a riequilibrare le classi o le componenti sociali ridando il posto dovuto ai poveri, agli oppressi, agli emarginati” (ivi, p. 181).

·       Libertà e fraternità. Liberare dalla indigenza economico-sociale il popolo sarebbe impresa monca, se non addirittura contraddittoria, se lo si facesse in nome di un potere verticistico assoluto che desse pane ma negasse libertà nella fraternità: “la comunità che Gesù ha raccolto intorno alla sua persona è un’accolta di amici, di eguali, di fratelli. In essa non c’è posto per alcuna forma di egemonia o di comando” (ivi, p. 96). “Nella comunità cristiana” – che si autointerpreta come modello nucleare della più ampia società civile – “non vi è posto per l’assoggettamento di altri uomini al proprio personale dominio. L’unico atteggiamento consentito verso il fratello è di rendersi utile nei suoi riguardi, di servirlo. (…) «Voi non fatevi chiamare rabbi perché uno solo è il vostro maestro; ma voi siete tutti fratelli (adelphoi). E non chiamate padre (capo) nessuno di voi sulla terra perché uno solo è il padre vostro, quello celeste» (Matteo, 23, 8 – 10) (…): il vero potere che gli apostoli hanno ricevuto è guarire gli uomini dalle loro infermità (Mc 6,7; Mt 10,1; Lc 9, 1); in altre parole prodigarsi per il loro bene, senza menomare o ledere la loro dignità e i loro diritti” (ivi, p. 98). Non è un caso perciò che nei “suoi primi passi la chiesa si governa collegialmente o democraticamente più che monarchicamente. L’ufficio di presidenza non sembra influire o interferire nella scelta; si direbbe un titolo più onorifico che reale” (ivi, p. 102).

 

Quinta questione: il “regno di Dio” costa caro

Il progetto di Gesù – nel suo linguaggio: la collaborazione per la realizzazione del “regno di Dio” nella storia – è ambizioso e, come tale, costoso. La teologia cristiana ha cercato di smussare lo scandalo del fallimento di Gesù immaginando scenari molto più scandalosi (sarebbe morto per placare l’ira divina suscitata dal peccato di Adamo e dei suoi posteri), ma i vangeli parlano chiaro: “La passione di Gesù è il dramma di un profeta fallito, dimenticato dagli amici e apparentemente anche da Dio, che nonostante tutto ha creduto fino all’ultimo alla missione intrapresa nel nome della Verità e del Bene” (ivi, p. 123). Egli ha scelto di “posporre tutto, particolarmente il potere e la gloria”, al perseguimento del suo ideale e non è stato né il primo è l’ultimo nella storia dell’umanità: “Solo con la forza delle sue convinzioni (fede) Gandhi ha portato i suoi fratelli alla coscienza della propria libertà. Con le stesse risorse Martin Luther King ha rimesso sulla strada di Dio i fratelli di colore. Hanno dato la vita per tale causa, che è la stessa per cui Cristo è morto. La storia della salvezza avanza attraverso queste semplici ma efficaci testimonianze” (ivi, p. 159).

Augusto Cavadi

Per l'originale si può cliccare qui: 

https://www.girodivite.it/La-laicita-di-un-biblista.html

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Ortensio aveva due fratelli frati.
Il Nome Ortensio?
S.Agostino,si ricordo'
di aver letto LOrtensio di Cicerone
d
di aver

Mauro Matteucci ha detto...

La testimonianza nel contatto più profondo con l'umano nel bisogno è la più vera continuazione del messaggio di Cristo.

Giovanni ha detto...

Per parlare di Dio/Cristo e della religione serve la fede, se la si perde si è veramente laici: verosimilmente questo è accaduto a Ortensio da Spinetoli. Le sue riflessioni diventano razionalità filosofica prive della luce della comprensione che dà la fede.