Chi di noi non ha mai avvertito, neppure da giovane, il fascino di una società anarchica, farebbe bene a verificare lo stato della propria salute mentale. Mi riferisco alla nozione “tecnica” (originaria, autentica) di anarchia che - all’opposto dell’accezione comune – dice ordine, armonia, cooperazione, rispetto delle regole…per “comune sentire” (non viene da qui il termine ‘consenso’?) e non perché un’autorità esterna, superiore, potenzialmente sanzionatoria ci condiziona con minacce e promesse.
Se, pur affascinati dal modello anarchico, molti non lo adottiamo come progetto a breve termine (e lo lasciamo sullo sfondo come ‘utopia’ verso cui avanzare incessantemente ma asintoticamente) è perché ben presto impariamo che l’umanità è un “legno storto” (Kant) e, nella più ottimistica delle ipotesi, lo è perché da troppo poco tempo ha iniziato il cammino evolutivo. Come gli infanti, è incapace di reggersi autonomamente. Ha necessità di essere sostenuto da un girello.
Vero
e falso ‘consenso’
Su
questa verità antropologica basilare si possono costruire – come attesta la
storia del pianeta – due modelli principali di organizzazione sociale.
Il
primo, accentuati gli aspetti di debolezza e di vigliaccheria di noi mortali,
nonché ignoratene le altrettanto evidenti potenzialità positive e costruttive,
esalta la necessità di un potere assoluto, dittatoriale, repressivo - esercitato da un monarca o da un ristretto
novero di aristocratici o da una squadra di avanguardie rivoluzionarie - che si assicuri senza eccezioni
significative il ‘consenso’ delle masse. E’ ragionevole chiedersi, in questi
casi, se un consenso ottenuto vietando ogni dissenso, si possa considerare
davvero tale.
Il
secondo modello, in accordo con il primo, ritiene inevitabile un potere
politico: non lo divinizza, ma neppure lo demonizza. Fuor di metafora: ritiene
irrinunciabili delle istituzioni, purché funzionino secondo norme concordate e
condivise, chiare e vincolanti per tutti. Alla sovranità di soggetti umani (più
intelligenti o più intraprendenti o più violenti della media statistica)
preferisce la sovranità delle leggi: al consenso allo Stato dell’arbitrio
(fallace perché prestato per necessità) preferisce il consenso allo Stato di
diritto (attendibile perché prestato in libertà).
Sulla
carta – più precisamente, sulla Carta costituzionale – la nostra Repubblica è democratica:
il demos non rifiuta ogni istituzione in quanto tale, ma solo le
istituzioni che non gli riconoscono l’autorità di controllarle, orientarle,
modificarle (sia direttamente che indirettamente mediante organismi
rappresentativi). Non rifiuta il consenso, ma l’obbligatorietà dello stesso per
mancanza di alternative. La nostra Repubblica, appena emersa da vent’anni di
repressione fascista, è una democrazia di impianto liberal-borghese: con mille
lati deboli (soprattutto perché vulnerabile da parte dei poteri economici che –
grazie alla propaganda e alla corruzione – sono in grado di manipolare
l’opinione degli elettori); dunque da correggere, integrare, superare; ma solo
a patto che nuovi modelli la incorporino e la trascendano, senza snaturarla né
abolirla.
Così
concepita dai padri costituenti – frutto convergente di diverse culture
politiche: liberale, democratica, cattolica, socialista, comunista…- la nostra
Repubblica non gode di nessuna garanzia di immortalità. Prodotta dai delegati
di una maggioranza di (saggi) cittadini può essere deformata o addirittura
distrutta dai delegati di una maggioranza di (stolti) cittadini: tutto dipende
dalla quantità e soprattutto dalla qualità del consenso di cui gode
generazione dopo generazione. Un albero di ciliegie può resistere qualche anno
all’abbandono, alla siccità, alle intemperie: ma, se proprio nessuno se ne
prende cura perché non ha alcuna passione per le ciliegie (o, addirittura, è ad
esse allergico), presto sfiorirà. O morirà per sempre.
Le
tre dimensioni del ‘consenso’ democratico
La
prima condizione del mantenimento in vita della Repubblica democratica è
che la sua carta d’identità venga conosciuta nei principi fondamentali e negli
altri articoli: “conosciuta” in maniera non aridamente mnemonica, bensì
nell’accezione più simpatetica e coinvolgente[1].
Conoscere
è necessario, ma insufficiente: una seconda condizione è che la
Costituzione venga accolta, recepita, condivisa con il “consenso libero,
personale ed esplicito degli individui”. In pratica, però, “non solo nel novanta per cento della storia
delle civiltà umane, ma anche in grandissima parte della vita delle moderne
società democratiche”, le istituzioni (e chi le gestisce pro tempore) si
barcamenano, rinunziando a “un consenso esplicito” e accontentandosi di
“un semplice riconoscimento (che non ha necessariamente il carattere di
un’approvazione, ma nella maggior parte dei casi di una semplice accettazione
– o per amore o per forza)”[2].
Conoscere,
interiorizzare cordialmente: di per sé questi due passi dovrebbero tradursi in
una terza fase, più operativa. Se davvero mi sono innamorato dei principi e
delle linee portanti della Costituzione, come non avvertire l’esigenza di difenderla
(dai nemici rinnovantisi a ogni generazione) e di attuarla effettivamente[3]? Come
non tradurre il consenso cognitivo e morale in attività pratica, in iniziativa politica?
Eppure questa concatenazione logica (conoscere – condividere – attivarsi) nell’esperienza quotidiana attuale non funziona (o funziona in misura clamorosamente insufficiente). L’impegno – che, a partire dall’Assemblea costituente dopo la Seconda guerra mondiale, in alcuni cittadini di vario orientamento ideologico si è concretizzato in opere di rilevanza pubblica, dentro e fuori le istituzioni statuali – sembra scemare. E non solo nelle generazioni più giovani.
Il
cancro che snatura il ‘consenso’ democratico
Perché
si registra questo disincanto/disimpegno? Perché, anche là dove (improbabilmente)
la Costituzione repubblicana viene conosciuta, e perfino ammirata, si stenta a tradurla
in azioni politiche? Tra le molte concause ne va evidenziata una trascurata nel
dibattito pubblico: la crisi di un certo modo d’intendere l’etica. Ma con ciò
entriamo nel ‘cuore’ da cui si dipartono le scelte di ogni persona: la sfera
intima, “ ‘invisibile’, almeno in grande misura, alla prospettiva delle scienze
sociali”[4].
Per
investire tempo, energie, risorse anche economiche (sia pure in termini di
rinunzia ad attività più remunerative) in progetti politici collettivi
occorrono adeguate motivazioni interiori. Esse possono scattare quando si è
conquistati da un “ideale” al punto da assumersi
in prima persona la responsabilità di trasformare il “reale” per adeguarlo al
modello da cui si è stati affascinati. Ma è proprio questa distanza, questa
differenza, tra come dovrebbe andare il mondo e come va
effettivamente, che stiamo smarrendo (non senza l’influsso di filosofi
prestigiosi [5]).
Infatti nella “coscienza degli individui” si sta consumando “una misteriosa metamorfosi”[6] dagli effetti disastrosi: “l’autodestituzione del soggetto morale in noi”[7]. Uno dei modi per descrivere questa abdicazione al proprio diritto/dovere di esprimere “giudizi di valore”[8], questa “cecità al disvalore”[9], potrebbe essere “conversione alla realtà” [10]: “la nostra coscienza di ciò che è ‘normale’ tende ad appiattirsi totalmente su ciò che è reale, effettivo e vincente”[11]. In parole semplici: si rinunzia alla responsabilità personale di affermare ciò che è bene e ciò che è male e si adotta come ‘norma’ (regola, criterio di giudizio) ciò che è statisticamente più diffuso. La serie delle esemplificazioni potrebbe essere davvero lunghissima:
“Alla parola ‘normalità’, nel suo uso corrente, non è rimasta più neppure una traccia di quello fra i suoi significati che discendeva direttamente dalla parola ‘norma’. Normale è ciò che si fa, in particolare contro le norme. Normali sono gli abusi e i soprusi, i condoni e i perdoni, gli annunci e le smentite, far promesse e non mantenerle, trafficare con le mafie e governare, la illimitata corruzione e l’infinita impunità, evadere o eludere le tasse e potersene vantare, esaltare la concorrenza e truccare le gare d’appalto, lodare la meritocrazia e promuovere soltanto parenti o propri allievi, proclamare la pari importanza di ciascun militante ed espellere i dissidenti, sedere in un Parlamento illegittimamente eletto (secondo una Corte costituzionale) e riformare la Costituzione, prendere voti con un programma e governare con quello opposto, esaltare la bellezza nel marketing turistico e distruggerla a furia di incuria e cemento…”[12]
A
questo “conformismo” dei soggetti, schiacciato sull’esistente, corrisponde “la perdita di giustizia negli
ordinamenti e nelle relazioni abituali della vita associata: il male pubblico”[13]. Infatti
fare politica (a qualsiasi titolo, con qualsiasi ruolo, sia pure di semplice
cittadino elettore) significa dissentire da qualche modello e consentire
con qualche altro: ma se avanzo a tentoni, privo di qualsiasi “idealità” a cui
confrontare “la realtà”, in base a quale parametro nego o concedo il mio
consenso a chi esercita il potere di legiferare, amministrare e sanzionare le
illegalità? Se sono convinto che “va bene tutto”, dal momento che tutto si
equivale, che valore ha ancora il mio “consenso”? Radice della perversione
della democrazia politica è dunque la rinunzia a qualsiasi griglia valutativa etica,
suo effetto rivelatore la vanificazione del “consenso”.
In questa constatazione, se veritiera, c’è qualcosa di paradossale. Nei regimi dittatoriali il consenso è falsato dal divieto ‘esterno’ di confrontarlo con il dissenso; nei regimi democratici il consenso si vanifica per autocensura. Scetticismo teorico e nichilismo etico, dal momento che cancellano ogni ipotesi alternativa al mondo così com’è, inchiodano allo status quo e sradicano le ragioni tanto della protesta quanto della contro-proposta. Davvero nessun carcere è così efficiente come quando siamo noi stessi a costruirci, senza neppure accorgercene, le mura che c’imprigionano.
Augusto
Cavadi
[1] Qualche volta – con risultati non sempre esaltanti –
ci sono personaggi pubblici come Roberto Benigni che provano e ripresentare la
Costituzione italiana con convinzione e passione analoghe a predecessori come
Pietro Calamandrei (del quale è il celebre Discorso sulla Costituzione a
Milano il 26 gennaio 1955, riprodotto anche su www.memoteca.it); ma si tratta
di personaggi troppo poco numerosi.
[2] R. De Monticelli, Al di qua del bene e del male.
Per una teoria dei valori, Einaudi, Torino 2015, p. 6.
[3] Con questi intenti opera da alcuni anni a Palermo, su
proposta di Claudio Riolo, presso la “Casa dell’equità e della bellezza”, un
piccolo “Laboratorio per la difesa e l’attuazione della Costituzione” (LabDAC)
collegato con organismi animati dagli stessi intenti sia a livello locale che
nazionale (ad esempio con la CGIL promotrice de “La Via Maestra”).
[4] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p.6.
[5] A conferma della verità (tanto ovvia quanto ignorata)
che la filosofia o la si fa o la si subisce.
[6] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p.3.
[7] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p. 4. L’autrice
così continua: “quella che prelude alle involuzioni di civiltà, qualunque sia
la loro forma: apocalittica, tragica, come fu la prima metà del Novecento
europeo, o una felpata distruzione di senso e di bene ancora compatibile con
l’ornato del nulla (…). E non sappiamo a quale delle due situazioni la nostra
attuale somigli di più (Ivi, pp. 4 – 5).
A dieci anni dalla pubblicazione di quel testo purtroppo, ormai, “sappiamo a
quale delle due situazioni la nostra attuale somigli”.
[8] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p. X.
[9] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p. 8.
[10] Ivi.
[11] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p. XI.
[12] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p.17. La
filosofa italiana così prosegue: “E si potrebbe continuare a lungo con ciò che
non dovrebbe essere ma è: la sproporzione sempre crescente nella distribuzione
di ricchezze, benessere e speranza, l’angustia del futuro riservato ai più
giovani, o la nostra incapacità di offrire loro ideali e paradigmi di valore e
di senso” (Ivi).
[13] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p.13.
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