domenica 1 novembre 2026

QUALCOSA CHE I GIOVANI OGGI IN PIAZZA DEVONO SAPERE

 Piazze di molte città strapiene di persone – ciò che più colpisce: anche giovani – che esprimono l’esasperazione di chi non ce la fa più ad alimentarsi dignitosamente, a curarsi, a mantenersi agli studi. Bene! Anche oggi i provocatori (spontanei o infiltrati da qualsiasi centrale, extra-statuale o statuale) sono stati sostanzialmente isolati dagli organizzatori dei cortei. Bene! E da domani? Cosa cambierà nel Paese?

Primo scenario (assai preferibile, purtroppo altrettanto improbabile)

Queste “masse” (che termine orribile erediamo dal Sessantotto!) decidono di incanalare la rabbia in progetti di medio e lungo periodo; di iscriversi a partiti, sindacati, associazioni, movimenti o – se già iscritti – di rilanciare la propria militanza per ottenere più democrazia all’interno delle loro organizzazioni e più operatività all’esterno; di non svendere, alle prossime tornate elettorali,  il voto per promesse clientelari corporative o individuali (sì, succede anche questo, l’ho constato personalmente troppe volte: “So che dovrei votare a Sinistra, ma si candida il cognato di mia zia e se “sale” sistema me e mia sorella”) né di astenersi dal voto perché nessun partito ha un programma perfetto e neppure candidati affidabili che attuerebbero quegli spezzoni di programma pur condivisibili.

In questo scenario ideale (e probabilmente illusorio) gli insegnanti e chiunque altri abbia funzioni pedagogiche dirà (preoccupandosi prima di tutto di testimoniarlo con il proprio stile quotidiano) che l’ignoranza è di Destra  e l’istruzione di Sinistra; che nessuna rivoluzione economico-socio-politica è attuabile senza una “riforma intellettuale e morale” (Antonio Gramsci); e che, dunque, prima di (tentare di) fare la rivoluzione, bisognerebbe «rendersene degni». Perché non si tratta di mettere toppe qua e là a una barca in difficoltà, ma di dover cambiare paradigma culturale: dalla violenza strutturale (dei ricchi sui deprivati; dei maschilisti sulle donne; degli anziani sui giovani meritevoli) all’equità nei rapporti economici e sociali; alla lealtà nella dialettica di politica interna; alla cooperazione federalistica nell’ambito delle relazioni.

internazionali.

 

Secondo scenario (assai deludente, purtroppo altrettanto probabile)

Ciò che osservo da più di mezzo secolo (nel Sessantotto avevo 18 anni) è quasi esattamente lo scenario inverso.  La stragrande maggioranza di chi scende in piazza ad urlare la propria comprensibile indignazione si aspetta che, miracolosamente, l’indomani il mondo cambi. E poiché non cambia, ci si convince che non è migliorabile. Ogni strategia che, pur mirando a un rivolgimento globale e totale del “sistema”, preveda piccoli passi viene bollata come ipocritamente “riformista”. Su ogni proposta popolare di legge, su ogni mobilitazione mirata ad abbattere un tronetto privilegiato, su ogni iniziativa di lotta per smontare una concreta situazione d’ingiustizia…c’è pronta l’obiezione: “Non vale la pena. Ci sarebbe bisogno di ben altro!”.

Così i giovani contestatori di una generazione diventano i cittadini ignavi, rinunciatari, quando non apertamente reazionari della generazione successiva. Abbiamo visto gli “arrabbiati” degli anni Sessanta e Settanta diventare i pretoriani di Berlusconi; intellettuali rivoluzionari come Lucio Colletti (destinatario di scritte minacciose alla “Sapienza” di Roma: “Colletti troskista sei il primo della lista”) diventare teorici di “Forza Italia”. Una volta, reagendo a una delle ennesime lamentele dei politici di Destra sull’attivismo a Sinistra di molti docenti, ebbe a scrivere: “Ma di cosa si lamentano? Dovrebbero sperare che si continui così: sono trent’anni di educazione alla contestazione che la scuola produce perfetti berlusconiani”.

 

Una prima biforcazione: “contestatori H 24” e borghesi “integrati”

Vorrei tentare di analizzare meglio che cosa è successo e che cosa temo che succeda in questo secondo scenario deludente ma, purtroppo, realistico.

Si è verificata e temo che continuerà a verificarsi fra i giovani studenti una tragica biforcazione.

Alcuni, tra i più emotivi e – fra questi – i più generosi, diventano, nell’anima, dei contestatori full time dello stato di cose esistenti: passano da una manifestazione all’altra, da un dibattito a un altro, negli ultimi anni da una chat all’altra sul web, rinunziando a completare un ciclo di studi, a trovare o a crearsi un lavoro stabile, a occupare un ruolo sociale accettato dalla maggioranza. Questa precarietà sociologica si intreccia quasi sempre con un’inquietudine esistenziale che preclude la formazione di una propria famiglia o, almeno, di una relazione di coppia abbastanza stabile. Questi indignati in servizio permanente effettivo acquisiscono delle caratteristiche pittoresche che li rendono riconoscibili nell’area dei dissidenti, non di rado simpatici e ammirati.

L’altra direzione imboccata dagli studenti e dalle studentesse è meno “romantica”. Spentasi l’eco dei cortei, delle assemblee di base, delle occupazioni (o perché l’onda declina o perché essi/e stessi/e escono dalle strutture scolastiche), si dedicano allo studio universitario e post-universitario, acquisiscono serie competenze professionali, iniziano brillanti carriere dentro e fuori le istituzioni pubbliche. Anche nell’ambito esistenziale è meno difficile che trovino equilibri sentimentali e assetti familiari. Non si può negare che la tenacia e l’abnegazione di questa tipologia susciti legittima ammirazione. Ma non si può neppure negare che l’esito di questi itinerari è incerto.

 

Le tre aree principali della borghesia “istruita”

Che cosa ho osservato fra i miei coetanei prima, fra molte generazioni di alunni liceali dopo, nel mondo della borghesia “istruita”?

 

a)     Gli “integrati” “moderati”

La stragrande maggioranza, una volta inserita nel “sistema” politico-istituzionale e socio-economico che da giovane aveva fortemente criticato, si adagia nella grigia medietà dei rassegnati. Non rinnega nulla degli ideali adolescenziali, ma li considera espressione di una fase di passaggio: un po’ come i brufoli sul viso nell’età dello sviluppo. In termini elettorali questo assestamento si traduce nella concentrazione dei voti sui partiti di Centro (o più vicini al Centro: il Centro-destra, il Centro-sinistra etc.) che riescano a spacciarsi per “moderati”.

 

b)    Gli “squali”

Alcuni esponenti di questa borghesia autoreferenziale e familista, tendenzialmente qualunquista, non si limitano a barcamenarsi nel limbo dei tiepidi: optano, con lucida determinazione, per entrare nella cabina di comando ed esercitare tutti i poteri disponibili. Da classe dirigente si fanno classe dominante: nell’economia, nella politica, nell’informazione, nella sanità, nella magistratura, nelle Forze armate. E, naturalmente, nel sistema di formazione delle nuove generazioni (dalla scuola primaria all’università). Per occupare e mantenere i ruoli apicali sono disposti ad allearsi con tutte le lobby: dalla Chiesa cattolica alla massoneria, dai Servizi segreti nazionali ed esteri alle mafie. Sono essi che decidono le leggi, che le applicano a convenienza, che cercano di condizionare gli organi di controllo giudiziari dall’esterno o infiltrando soggetti preparati di fiducia. Da essi dipendono le grandi scelte di civiltà: dall’equità sociale alla difesa dell’ambiente, dall’addomesticamento delle grandi multinazionali alla gestione dei conflitti planetari.

Ho sulla punta della lingua un po’ di nomi e cognomi di ex-alunni elevati agli onori della cronaca, anche recente e recentissima, che da aspiranti salvatori dell’umanità si sono rivelati famelici predatori. Ma i nomi che emergono costituiscono solo la punta dell’iceberg. Con la complicità oggettiva, silenziosa, della maggioranza auto-centrata, costituiscono il drappello di chi decide le nostre vite.

 

c)      I “resistenti”

Tolta la maggioranza silenziosa dei “moderati”, e la minoranza degli “squali” che comandano e si arricchiscono, della popolazione di ex-studenti che riescono a ricoprire posti di responsabilità rimane una piccola minoranza di “resistenti” che provano a non tradire gli ideali di giustizia e di libertà per cui avevano lottato negli anni del liceo e dell’università. Alcuni hanno perso la vita, altri la rischiano in queste ore, altri ancora sono stati emarginati solo perché non si arrendono e perseverano. Purtroppo di una minoranza, comunque, si tratta: sufficiente, forse, a ritardare il disastro, non certo a scongiurarlo. E sino a quando resterà minoranza, non vedo come le condizioni generali possano trasformarsi in meglio.

Così va il mondo o, per lo meno, così è andato negli ultimi settant’anni (si direbbe parafrasando I promessi sposi): per questo le ondate di contestazione giovanile che si sono avvicendate dal Sessantotto a oggi hanno migliorato le cose da alcuni punti di vista ma non ne hanno evitato il peggioramento da molti altri.

 

Cosa dire ai ragazzi e alle ragazze che riempiono piazze e vie in questi giorni

 Se non vogliamo essere intellettualmente disonesti e politicamente miopi, dobbiamo avere il coraggio di dire raccontare la verità storica.

Dobbiamo dire che protestare (senza danneggiare) è meglio che stare fermi e “buoni”.

Dobbiamo dire che hanno ragionissima quando affermano che non siamo, nella realtà, liberi e con uguali diritti come recita – enunziando un principio teorico e una méta ideale – la Costituzione repubblicana.

Ma dobbiamo aggiungere, con don Lorenzo Milani, che, sino a quando i nostri padroni conosceranno una parola in più di noi, ci fotteranno.

Dunque che non è con i cortei e le urla che cambieremo davvero il mondo, ma con lo studio, la formazione personale, l’impegno collettivo.

Lo “studio” perché la vita è complicata e non sarà con gli slogan che la semplificheremo. Il diritto, la sociologia, la psicologia, l’economia, le nuove tecnologie informatiche sono discipline sempre più specialistiche: chi le possiede ha le chiavi del potere in tutte le sue multiformi espressioni. (Qui ci sarebbero molte precisazioni da fare sulla categoria “potere” che di per sé non è disprezzabile: tutti siamo titolari di “poteri” più o meno grandi, ciò che ci distingue è l’uso che ne facciamo).

La “formazione personale” perché l’intelligenza, necessaria, è comunque insufficiente. Se la mia etica è egocentrica, il mio sapere è un pericolo pubblico o, nei casi migliori, un dato irrilevante. Se sono privo di qualsiasi dimensione “spirituale” (confessionale o, come nel nostro giro, “laica”); se sono incapace di equilibrio interiore; se sono insensibile alle sofferenze dei viventi; se non so relazionarmi con le altre persone con mitezza e gentilezza; se non sono – secondo la felice espressione di Hegel – un “cuore pensante”, la mia scienza è dannosa o, almeno, inutile.

L’impegno collettivo perché, se isolati, anche gli animi più competenti e più generosi rischiano la sterilità. La nostra città, la nostra isola, il nostro Paese non sono privi di bella gente che potrebbe incidere nella storia collettiva, ma per le ragioni più disparate sceglie di “far parte per sé stesse”. Di certo vive più tranquilla nella propria confort zone, ma anche più fecondamente?  Vorrei che i giovani in azione oggi e (temo) in disparte domani conoscessero le righe con cui Italo Calvino chiudeva Le città invisibili: “L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Come far durare e dare spazio a ciò che, nell’inferno che ci circonda, non è inferno?

Forse aveva ragione Antonio Gramsci quando, dal carcere in cui lo avevano costretto i fascisti, scriveva: «Si dirà che ciò che ogni singolo può cambiare è ben poco […]. Ciò che è vero fino a un certo punto. Poiché il singolo può associarsi con tutti quelli che vogliono lo stesso cambiamento e, se questo cambiamento è razionale, il singolo può moltiplicarsi per un numero imponente di volte e ottenere un cambiamento ben più radicale di quello che a prima vista può sembrare possibile».

 

Augusto Cavadi

Venerdì  30 ottobre 2026