Piazze di molte città strapiene di persone – ciò che più colpisce: anche giovani – che esprimono l’esasperazione di chi non ce la fa più ad alimentarsi dignitosamente, a curarsi, a mantenersi agli studi. Bene! Anche oggi i provocatori (spontanei o infiltrati da qualsiasi centrale, extra-statuale o statuale) sono stati sostanzialmente isolati dagli organizzatori dei cortei. Bene! E da domani? Cosa cambierà nel Paese?
Primo
scenario (assai preferibile, purtroppo altrettanto improbabile)
Queste
“masse” (che termine orribile erediamo dal Sessantotto!) decidono di incanalare
la rabbia in progetti di medio e lungo periodo; di iscriversi a partiti,
sindacati, associazioni, movimenti o – se già iscritti – di rilanciare la
propria militanza per ottenere più democrazia all’interno delle loro
organizzazioni e più operatività all’esterno; di non svendere, alle prossime
tornate elettorali, il voto per promesse
clientelari corporative o individuali (sì, succede anche questo, l’ho constato
personalmente troppe volte: “So che dovrei votare a Sinistra, ma si candida il
cognato di mia zia e se “sale” sistema me e mia sorella”) né di astenersi dal
voto perché nessun partito ha un programma perfetto e neppure candidati affidabili
che attuerebbero quegli spezzoni di programma pur condivisibili.
In
questo scenario ideale (e probabilmente illusorio) gli insegnanti e chiunque
altri abbia funzioni pedagogiche dirà (preoccupandosi prima di tutto di
testimoniarlo con il proprio stile quotidiano) che l’ignoranza è di Destra e l’istruzione di Sinistra; che nessuna
rivoluzione economico-socio-politica è attuabile senza una “riforma
intellettuale e morale” (Antonio Gramsci); e che, dunque, prima di (tentare di)
fare la rivoluzione, bisognerebbe «rendersene degni». Perché non si tratta di
mettere toppe qua e là a una barca in difficoltà, ma di dover cambiare
paradigma culturale: dalla violenza strutturale (dei ricchi sui deprivati; dei
maschilisti sulle donne; degli anziani sui giovani meritevoli) all’equità nei
rapporti economici e sociali; alla lealtà nella dialettica di politica interna;
alla cooperazione federalistica nell’ambito delle relazioni.
internazionali.
Secondo
scenario (assai deludente, purtroppo altrettanto probabile)
Ciò
che osservo da più di mezzo secolo (nel Sessantotto avevo 18 anni) è quasi
esattamente lo scenario inverso. La
stragrande maggioranza di chi scende in piazza ad urlare la propria
comprensibile indignazione si aspetta che, miracolosamente, l’indomani il mondo
cambi. E poiché non cambia, ci si convince che non è migliorabile. Ogni
strategia che, pur mirando a un rivolgimento globale e totale del “sistema”,
preveda piccoli passi viene bollata come ipocritamente “riformista”. Su ogni
proposta popolare di legge, su ogni mobilitazione mirata ad abbattere un
tronetto privilegiato, su ogni iniziativa di lotta per smontare una concreta
situazione d’ingiustizia…c’è pronta l’obiezione: “Non vale la pena. Ci sarebbe
bisogno di ben altro!”.
Così
i giovani contestatori di una generazione diventano i cittadini ignavi,
rinunciatari, quando non apertamente reazionari della generazione successiva.
Abbiamo visto gli “arrabbiati” degli anni Sessanta e Settanta diventare i
pretoriani di Berlusconi; intellettuali rivoluzionari come Lucio Colletti
(destinatario di scritte minacciose alla “Sapienza” di Roma: “Colletti
troskista sei il primo della lista”) diventare teorici di “Forza Italia”. Una
volta, reagendo a una delle ennesime lamentele dei politici di Destra
sull’attivismo a Sinistra di molti docenti, ebbe a scrivere: “Ma di cosa si
lamentano? Dovrebbero sperare che si continui così: sono trent’anni di
educazione alla contestazione che la scuola produce perfetti berlusconiani”.
Una
prima biforcazione: “contestatori H 24” e borghesi “integrati”
Vorrei
tentare di analizzare meglio che cosa è successo e che cosa temo che succeda in
questo secondo scenario deludente ma, purtroppo, realistico.
Si
è verificata e temo che continuerà a verificarsi fra i giovani studenti una
tragica biforcazione.
Alcuni,
tra i più emotivi e – fra questi – i più generosi, diventano, nell’anima, dei
contestatori full time dello stato di cose esistenti: passano da una
manifestazione all’altra, da un dibattito a un altro, negli ultimi anni da una
chat all’altra sul web, rinunziando a completare un ciclo di studi, a trovare o
a crearsi un lavoro stabile, a occupare un ruolo sociale accettato dalla
maggioranza. Questa precarietà sociologica si intreccia quasi sempre con
un’inquietudine esistenziale che preclude la formazione di una propria famiglia
o, almeno, di una relazione di coppia abbastanza stabile. Questi indignati in
servizio permanente effettivo acquisiscono delle caratteristiche pittoresche
che li rendono riconoscibili nell’area dei dissidenti, non di rado simpatici e
ammirati.
L’altra
direzione imboccata dagli studenti e dalle studentesse è meno “romantica”.
Spentasi l’eco dei cortei, delle assemblee di base, delle occupazioni (o perché
l’onda declina o perché essi/e stessi/e escono dalle strutture scolastiche), si
dedicano allo studio universitario e post-universitario, acquisiscono serie
competenze professionali, iniziano brillanti carriere dentro e fuori le
istituzioni pubbliche. Anche nell’ambito esistenziale è meno difficile che
trovino equilibri sentimentali e assetti familiari. Non si può negare che la
tenacia e l’abnegazione di questa tipologia susciti legittima ammirazione. Ma
non si può neppure negare che l’esito di questi itinerari è incerto.
Le
tre aree principali della borghesia “istruita”
Che
cosa ho osservato fra i miei coetanei prima, fra molte generazioni di alunni
liceali dopo, nel mondo della borghesia “istruita”?
a)
Gli
“integrati” “moderati”
La
stragrande maggioranza, una volta inserita nel “sistema” politico-istituzionale
e socio-economico che da giovane aveva fortemente criticato, si adagia nella
grigia medietà dei rassegnati. Non rinnega nulla degli ideali adolescenziali,
ma li considera espressione di una fase di passaggio: un po’ come i brufoli sul
viso nell’età dello sviluppo. In termini elettorali questo assestamento si
traduce nella concentrazione dei voti sui partiti di Centro (o più vicini al
Centro: il Centro-destra, il Centro-sinistra etc.) che riescano a spacciarsi
per “moderati”.
b)
Gli
“squali”
Alcuni
esponenti di questa borghesia autoreferenziale e familista, tendenzialmente
qualunquista, non si limitano a barcamenarsi nel limbo dei tiepidi: optano, con
lucida determinazione, per entrare nella cabina di comando ed esercitare tutti
i poteri disponibili. Da classe dirigente si fanno classe dominante:
nell’economia, nella politica, nell’informazione, nella sanità, nella
magistratura, nelle Forze armate. E, naturalmente, nel sistema di formazione
delle nuove generazioni (dalla scuola primaria all’università). Per occupare e
mantenere i ruoli apicali sono disposti ad allearsi con tutte le lobby: dalla
Chiesa cattolica alla massoneria, dai Servizi segreti nazionali ed esteri alle
mafie. Sono essi che decidono le leggi, che le applicano a convenienza, che
cercano di condizionare gli organi di controllo giudiziari dall’esterno o
infiltrando soggetti preparati di fiducia. Da essi dipendono le grandi scelte
di civiltà: dall’equità sociale alla difesa dell’ambiente,
dall’addomesticamento delle grandi multinazionali alla gestione dei conflitti
planetari.
Ho
sulla punta della lingua un po’ di nomi e cognomi di ex-alunni elevati agli
onori della cronaca, anche recente e recentissima, che da aspiranti salvatori
dell’umanità si sono rivelati famelici predatori. Ma i nomi che emergono
costituiscono solo la punta dell’iceberg. Con la complicità oggettiva,
silenziosa, della maggioranza auto-centrata, costituiscono il drappello di chi
decide le nostre vite.
c)
I “resistenti”
Tolta
la maggioranza silenziosa dei “moderati”, e la minoranza degli “squali” che
comandano e si arricchiscono, della popolazione di ex-studenti che riescono a
ricoprire posti di responsabilità rimane una piccola minoranza di “resistenti”
che provano a non tradire gli ideali di giustizia e di libertà per cui avevano
lottato negli anni del liceo e dell’università. Alcuni hanno perso la vita,
altri la rischiano in queste ore, altri ancora sono stati emarginati solo
perché non si arrendono e perseverano. Purtroppo di una minoranza, comunque, si
tratta: sufficiente, forse, a ritardare il disastro, non certo a scongiurarlo.
E sino a quando resterà minoranza, non vedo come le condizioni generali possano
trasformarsi in meglio.
Così
va il mondo o, per lo meno, così è andato negli ultimi settant’anni (si direbbe
parafrasando I promessi sposi): per questo le ondate di contestazione
giovanile che si sono avvicendate dal Sessantotto a oggi hanno migliorato le
cose da alcuni punti di vista ma non ne hanno evitato il peggioramento da molti
altri.
Cosa
dire ai ragazzi e alle ragazze che riempiono piazze e vie in questi giorni
Se non vogliamo essere intellettualmente
disonesti e politicamente miopi, dobbiamo avere il coraggio di dire raccontare
la verità storica.
Dobbiamo
dire che protestare (senza danneggiare) è meglio che stare fermi e “buoni”.
Dobbiamo
dire che hanno ragionissima quando affermano che non siamo, nella realtà,
liberi e con uguali diritti come recita – enunziando un principio teorico e una
méta ideale – la Costituzione repubblicana.
Ma
dobbiamo aggiungere, con don Lorenzo Milani, che, sino a quando i nostri
padroni conosceranno una parola in più di noi, ci fotteranno.
Dunque
che non è con i cortei e le urla che cambieremo davvero il mondo, ma con lo studio,
la formazione personale, l’impegno collettivo.
Lo
“studio” perché la vita è complicata e non sarà con gli slogan che la
semplificheremo. Il diritto, la sociologia, la psicologia, l’economia, le nuove
tecnologie informatiche sono discipline sempre più specialistiche: chi le
possiede ha le chiavi del potere in tutte le sue multiformi espressioni. (Qui
ci sarebbero molte precisazioni da fare sulla categoria “potere” che di per sé
non è disprezzabile: tutti siamo titolari di “poteri” più o meno grandi, ciò
che ci distingue è l’uso che ne facciamo).
La
“formazione personale” perché l’intelligenza, necessaria, è comunque
insufficiente. Se la mia etica è egocentrica, il mio sapere è un pericolo
pubblico o, nei casi migliori, un dato irrilevante. Se sono privo di qualsiasi
dimensione “spirituale” (confessionale o, come nel nostro giro, “laica”); se
sono incapace di equilibrio interiore; se sono insensibile alle sofferenze dei
viventi; se non so relazionarmi con le altre persone con mitezza e gentilezza; se
non sono – secondo la felice espressione di Hegel – un “cuore pensante”, la mia
scienza è dannosa o, almeno, inutile.
L’impegno
collettivo perché, se isolati, anche gli animi più competenti e più
generosi rischiano la sterilità. La nostra città, la nostra isola, il nostro
Paese non sono privi di bella gente che potrebbe incidere nella storia
collettiva, ma per le ragioni più disparate sceglie di “far parte per sé
stesse”. Di certo vive più tranquilla nella propria confort zone, ma
anche più fecondamente? Vorrei che i
giovani in azione oggi e (temo) in disparte domani conoscessero le righe con
cui Italo Calvino chiudeva Le città invisibili: “L'inferno dei viventi
non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che
abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non
soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne
parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige
attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in
mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Come
far durare e dare spazio a ciò che, nell’inferno che ci circonda, non è
inferno?
Forse
aveva ragione Antonio Gramsci quando, dal carcere in cui lo avevano costretto i
fascisti, scriveva: «Si dirà che ciò che ogni singolo può cambiare è ben poco […].
Ciò che è vero fino a un certo punto. Poiché il singolo può associarsi con
tutti quelli che vogliono lo stesso cambiamento e, se questo cambiamento è
razionale, il singolo può moltiplicarsi per un numero imponente di volte e
ottenere un cambiamento ben più radicale di quello che a prima vista può
sembrare possibile».
Augusto
Cavadi
Venerdì
30 ottobre 2026