sabato 17 dicembre 2005

LA VERITA’ DEI CATTOLICI E LA LIBERTA’ DELLA FEDE


Repubblica – Palermo
17.12.05
   
NOTO E LA VERITA’ DEL CRISTIANESIMO

Don Vincenzo Noto – in un intervento dell’altro ieri -  ha voluto sottolineare, con la solita acutezza, una problematica reale che si evidenzia anche dalle nostre parti, dopo essersi manifestata da decenni in aree multiculturali come gli Stati Uniti d’America e le grandi metropoli europee: si può mantenere la propria identità religiosa in una società pluralistica o, per evitare lo scoglio del fanatismo intollerante, ci si deve arenare nelle secche del relativismo qualunquistico? La risposta del presbitero monrealese non lascia spazio a dubbi: “È possibile per un cristiano cattolico concludere che la sua religione è la «vera» e, quindi, la presenza di altri culti e fedi lo può aiutare a vivere meglio i contenuti etici di un credo che ha non solo i crismi dell´attendibilità, ma la certezza della verità perché frutto della rivelazione divina”.

Una risposta del genere ha il pregio apprezzabile di affermare – con linguaggio accessibile anche ad un pubblico non particolarmente ferrato in teologia – la linea dottrinaria ufficiale dell’attuale magistero cattolico. Ma lo stesso lettore “medio” a cui si rivolge don Noto ha - mi permetterei di aggiungere sommessamente – il diritto di sapere che questo insegnamento ufficiale non è unanimemente condiviso  all’interno della stessa chiesa cattolica né, ancor meno, dalla più ampia famiglia dei credenti cristiani (ortodossi, protestanti, anglicani…).
Esiste un sempre più nutrito filone di pensiero teologico e di prassi ecclesiale convinto, con K. Gibran Kahlil, che nessuno possa dire di aver colto ‘la’ verità, ma – nel migliore dei casi – ‘una’ verità. Che cosa propongono – in proposito- gli esponenti di questo orientamento culturale (tra  cui Leonardo Boff, Hans Küng, Eugen Drewermann, p. Dupuis, don Carlo Molari, mons. Sartori, p. Alex Zanotelli, don Luigi Ciotti e tanti altri che sarebbe impossibile elencare dettagliatamente)? Diciamolo subito: non certo una poltiglia indifferenziata di credi, liturgie e organizzazioni ecclesiali. Il futuro religioso dell’umanità non sta – secondo questa prospettiva – in una “notte oscura in cui tutte le vacche sono nere”. La torre di Babele è crollata non perché si parlavano molte lingue (interpretazione ingenua tradizionale), ma perché si è tentato forzatamente di ridurle ad una sola (interpretazione esegetica moderna più aderente al testo biblico). Dunque il cristiano non solo può, ma deve, conservarsi fedele alla propria storia, ai propri libri sacri, ai propri modelli interpretativi ed etici. Esattamente come l’ebreo o l’islamico, l’induista o il buddista.
Il problema è un altro: questa fedeltà alla propria storia implica, necessariamente, la convinzione di un primato – anzi di un’esclusività originale e incomparabile – di tale tradizione rispetto alle altre modalità di approccio al divino? Quasi che il cristianesimo fosse l’unica via  rivelata dall’alto e tutte altre religioni fossero sforzi (un tempo demonizzati, oggi tollerati) di salire verso Dio partendo dal basso? La risposta di quei pensatori – e in non pochi casi anche splendidi uomini di fede e di azione - a cui mi riferisco è, nel complesso, negativa. Essi ritengono che ogni religione sia frutto incrociato di ispirazione celeste, dall’alto, e di ricerca terrestre, dal basso: e che non si tratta di stilare impossibili graduatorie di eccellenza, ma di convivere nel rispetto delle differenze e nella condivisione dei valori comuni. Anzi, per dirla tutta, questa prospettiva teologica (oggi  minoritaria fra le gerarchie ecclesiastiche cattoliche, ma – forse -  non nel mondo cattolico né - certamente – nel mondo più ampiamente cristiano) ritiene che il discepolo di Gesù di Nazareth abbia da imparare (per correggere ed integrare il proprio modo di rapportarsi al Trascendente e al prossimo) non solo da ogni altra religione, ma anche da quei fratelli e da quelle sorelle in umanità che non si riconoscono in nessuna religione. Nella serietà e nel pudore del silenzio di tanti agnostici di fronte al Mistero, come nella generosità e nell’abnegazione  di tanti atei che dedicano la propria vita per affermare la giustizia e la libertà, il cristiano è invitato a trovare preziosi elementi da meditare e da interiorizzare e da ritradurre nella pratica quotidiana. Senza complessi di inferiorità. Né di superiorità. Un po’ come aveva intravisto l’assemblea di tutti i vescovi cattolici quando, quarant’anni fa, a conclusione del Concilio ecumenico Vaticano II, scriveva nella Gaudium et spes: “La Chiesa sente con gratitudine di ricevere vari aiuti dagli uomini di qualsiasi grado e condizione. Anzi, confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire perfino a motivo della opposizione di quanti la avversano o la perseguitano”.

Augusto Cavadi

mercoledì 14 dicembre 2005

IL CONCILIO VATICANO II E LA SICILIA


REPUBBLICA - PALERMO

14.12.05

QUARANT’ANNI DI CONCILIO NELL’ISOLA DELLA MADONNA

Proprio nel dicembre del 1965 si chiudeva a Roma il Concilio ecumenico Vaticano II: dunque la più solenne e impegnativa riunione dei vescovi di tutto il mondo che la Chiesa cattolica possa convocare. Si trattò di uno di quei sommovimenti tellurici le cui ondate si propagano lentamente ma inesorabilmente dall’epicentro alla più lontana periferia (Enzo Di Natali, ad esempio, ha pubblicato l’anno scorso con il Centro culturale agrigentino “Pier Paolo Pasolini ” un interessante volume su Il dopo Concilio ad Agrigento e i cattolici del dissenso con ampi riferimenti ai contrasti intraecclesiali a proposito del referendum contro il divorzio). E la propagazione non avviene solo nello spazio: a quarant’anni esatti, non si cessa di registrare gli effetti dirompenti di quell’esplosione teologica.

Forse, a occhio – per così dire – nudo, il profano non avverte la drasticità della svolta. E ciò per almeno due ragioni. La prima è che la Chiesa cattolica è maestra di diplomazia e sa nascondere, dietro il velo della continuità, le rotture più sconvolgenti (per evitare che il “popolo di Dio”, avendone coscienza, resti smarrito e perda fiducia nella guida di piloti capaci di manovre tanto spericolate). La seconda ragione è che la radicalità e la pericolosità della brusca inversione di rotta operata dal Concilio sono oggi presenti allo sguardo preoccupato di chi le contrasta (i conservatori, più o meno dotti, che papa Wojtyla ha piazzato nei posti chiave della gerrachia) più di quanto lo siano alla coscienza di chi le condivide: non si spiegherebbe uno solo dei discorsi, ad esempio, di Benedetto XVI se non li si leggesse come tentativi  - forse disperati forse destinati al successo – di reinterpretare il messaggio conciliare in chiave di normalizzazione teorica e disciplinare. Insomma: sulla memoria del Vaticano II si gioca il presente, e in una certa misura anche il futuro, della Chiesa cattolica.

Se non si tiene nel debito conto questa problematica niente affatto archeologica, non si può apprezzare adeguatamente l’iniziativa che oggi (alle ore 16, in via Maqueda 324) viene offerta alla città dall’associazione “Dialoghi dal Concilio” e dalla Facoltà di Scienze politiche: una conferenza, seguita da pubblico dibattito, su “Magistero della Chiesa e laicità dello Stato” tenuta dal giornalista  - uno dei più autorevoli “vaticanisti” italiani ed autore di numerosi studi -  Giancarlo Zizzola. Come si può intuire sin dal titolo, infatti, sarebbe miopia culturale ignorare che si tratta di tematiche non certo esclusivamente ‘interne’ alla comunità credente: i dibattiti recenti attestano, con preoccupante vivacità, che sono in gioco delicati equilibri sociali e istituzionali.

Ma qual è il cuore della questione?  Un’indicazione preziosa possiamo trovarla nel recentissimo volume La Chiesa oltre la cristianità che don Carmelo Torcivia, noto anche ai lettori di questo foglio, ha pubblicato con le Dehoniane di Bologna. Molto in breve: se con la parola ‘cristianesimo’designiamo una religione e con ‘cristianità’ ogni sistema sociale che, storicamente, si è impregnato di cristianesimo, oggi assistiamo al tramonto della cristianità. Si è spezzato il vincolo fra trono ed altare, fra potere politico e potere ecclesiastico. La Chiesa è dunque di fronte a un bivio: o tentare l’impossibile ritorno ai bei tempi andati, al trionfalismo invadente della “religione di Stato”, o accettare – con serenità – di essere ormai una minoranza numerica che deve giocare la sua battaglia ad armi pari con le altre minoranze (religiose, ma anche culturali) distribuite nel Paese. La prima impostazione produrrebbe nuovi concordati, più o meno palesi, fra esponenti della gerarchia cattolica e uomini di governo (disposti, come Benito Mussolini, a firmare accordi strumentali nonostante la personale, totale estraneità ai dettami evangelici); la seconda condurrebbe, invece, in tempi più o meno brevi, a rinunziare ad ogni patto precedente che comporti ambigui privilegi (per giunta pagati al prezzo di silenziare ogni critica della comunità ecclesiale nei confronti di chi ha la responsabilità della cosa pubblica). Il presbitero e teologo palermitano non sembra avere dubbi su quale delle due strade intraprendere (mantenendosi fedele alla “figura di Chiesa disegnata dal Concilio Vaticano II, che si è posta in linea di discontinuità con il modello di Chiesa offerto dalla cristianità e in continuità ideale con quello offerto dalla Chiesa delle origini”): “innanzitutto, il rispetto  profondo della laicità dello Stato e delle sue istituzioni e, più in generale, l’apprezzamento dell’idea della laicità. La Chiesa non ha nulla da temere da una giusta concezione della laicità, ben distante dai vari laicismi. Essa stessa, anzi, se ne deve fare garante e promotrice, senza minimamente cedere alla tentazione di non osservarne alcune caratteristiche, seppure a fin di bene”. Parole chiare, ma dure da comprendere in una regione in cui il presidente in carica può ritenersi abilitato a consacrare l’isola alla Madonna senza incorrere nella divertita presa di distanza dei vescovi deprivati di una competenza per così dire professionale ed in cui, al contrario, una candidata alla presidenza può essere accusata di estremismo anarcoide solo perché – nonostante una fede convinta e praticata -  ritiene che la campagna elettorale non si fondi su promesse di contributi alle parrocchie e di finanziamenti alle scuole cattoliche.

Augusto Cavadi

martedì 22 novembre 2005

PAROLE E PENSIERI DEGLI ANIMALI


Repubblica – Palermo
22.11.05
Augusto Cavadi

DANIEL FOHR
Nelson e Georges
Nuova Ipsa
Pagine 92
Euro 7

Chi non ha mai ospitato un animale in casa, difficilmente apprezzerà una  pièce teatrale interamente giocata sul dialogo fra Nelson, single  impelagato in amori difficili, ed il suo gattone Georges. Per chi, invece, ha sperimentato la familiarità con un rappresentante di altre specie, nulla sembrerà più naturale, più credibile, di un ‘padrone’ che parla al suo Micio e di un Micio che gli risponde ora con stizza ora con umorismo. Il linguaggio delle parole, infatti, per quanto speciale non può pretendere d’essere l’unico tra viventi. Rivolgersi al felino accanto, poi, significa dare voce a una dimensione antropologica istintuale, viscerale, passionale che possiamo censurare solo a costo di gravi scompensi psichici. Non è un caso che in civiltà di raffinata elevatezza, come quella assiro-babilonese o egiziana, gli animali hanno prestato il volto alla rappresentazione del Divino. L’atto unico di Fohr non si srotola in allegria né si chiude lietamente: ma vuole insinuare qualche dubbio sulla convinzione, un po’ ingenua, che l’uomo sia il re dell’universo.

venerdì 18 novembre 2005

IL CONVEGNO


Centonove
18.11.05


MEDITERRANEO DA… AGGIORNARE

Dell’Ucc (Università etica per la condivisione della conoscenza: www.universitaetica.net) il nostro giornale si è già occupato altre volte. Dopo l’esordio con un seminario a Bruxelles sulla politica dell’Unione europea (28 – 30 giugno 2005), questa struttura privata - senza fini di lucro - di servizio culturale alle realtà locali (amministrazioni civiche, organizzazioni partitiche e sindacali, associazioni di volontariato…)  torna in azione con una proposta in collaborazione con la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Palermo. Convoca, infatti, nel capoluogo siciliano - dal 7 all’11 dicembre – la prima edizione delle “Giornate del Mediterraneo” destinate a far sì che alcuni esperti della ricerca scientifica possano socializzare le acquisizioni più recenti ed autorevoli della loro riflessione dialogando con esponenti della cittadinanza attiva. Su che temi?  Con un occhio al 2010 (data in cui il Mediterraneo sarà dichiarato area di libero scambio), il Comitato promotore dell’Ucc ha ritenuto opportuno procedere per passi graduali (alternando, per ogni tappa, sessioni generali e gruppi di lavoro più ristretti).
Ovviamente si inizierà con il tentativo di aggiornare la fotografia del Mediterraneo: perché – lungi dal presentarsi come lago di pace – appare come arena di conflitti? C’è una questione di identità (che significa essere israeliani e/o ebrei? Che significa essere europei e/o cristiani? Che significa essere arabi e/o islamici?) che non esclude, anzi forse addirittura esige, il confronto dialettico con le identità altrui.

Ma già riferirsi ad una identità etnico-culturale è problematico. Per limitarsi alla prospettiva della struttura che promuove l’evento, ci sono molti  modi di essere europei. Un esempio fra tanti: quando l’Unione Europea decide che dal 2010 il Mediterraneo verrà dichiarato “area di libero scambio”, chi è il soggetto della decisione? E’ l’intera popolazione europea che, direttamente o indirettamente, lo decide o non sono piuttosto alcune fasce socio-economiche forti, concentrate nell’Europa continentale, che decidono a spese di altre fasce socio-economiche deboli (sia europee sia, a maggior ragione, extra-europee)? Dunque, un po’ semplificando, si potrebbe individuare una questione doppia: del dialogo fra europei e non-europei e, preliminarmente, del dialogo fra europei continentali ed europei mediterranei.
Come se il quadro non fosse abbastanza complicato, bisogna aggiungere che nella trama dei rapporti fra gli abitanti del Mediterraneo – già problematici, quando non esplicitamente conflittuali – incidono ulteriormente gli interventi esterni: di Stati (come gli USA e la Russia) e di gruppi industriali multinazionali radicati in zone molto lontane del pianeta. E’ appena il caso di notare che questo genere di interferenze esterne nel bacino mediterraneo producono molto raramente conseguenze positive dal punto di vista della convivenza pacifica e dello sviluppo sostenibile.
Se questo – per tratti sommari – è lo scenario complessivo, emerge la domanda sul “che fare”. A chi tocca restituire ai popoli del Mediterraneo il loro protagonismo storico? Nessuna delle grandi istituzioni politiche internazionali ha interesse a questa operazione di democratizzazione. Dunque sono gli Europei del Sud, in confronto dialogico con Mediorientali e Africani del Nord, che devono riappropriarsi della titolarità perduta – o minacciata – di soggetti consapevoli ed attivi. Compito di leaders politici e intellettuali, certamente; ma anche, in misura non minore, delle comunità locali, delle associazioni civiche, dei movimenti religiosi non imprigionati in gabbie fondamentalistiche. Per questo è previsto che la sessione conclusiva dia voce ai partecipanti-destinatari dell’iniziativa: a coloro che potranno tradurre nella continuità e nella fecondità del quotidiano un nuovo modo di progettare il futuro. A coloro cui spetta – per usare una formula ispirata alle opere di Franco Cassano - imparare a pensare il Mediterraneo dal punto di vista del Sud.

Augusto Cavadi

martedì 1 novembre 2005

DONNE E RELIGIONE


Repubblica – Palermo
1.11.05

LA SICILIANA CHE GUIDA I VALDESI DELL’ITALIA

Nel linguaggio comune, ‘cristiano’ e ‘cattolico’  si adoperano come sinonimi. Da mille anni, però, non è così. Sino all’undicesimo secolo, infatti, esisteva (a prescindere da esigui filoni ereticali) una sola chiesa cristiana: poi, da quando le chiese orientali greche e slave si sono staccate dal papa di Roma costituendo la confederazione ‘ortodossa’, si sono moltiplicate nel mondo decine di comunità cristiane, diverse dalla chiesa cattolica (e non di rado da essa duramente avversate). Per esempio le chiese valdesi e le metodiste che appartengono alla variegata famiglia del protestantesimo e , dal 1979, sono federate in un unico Patto d’integrazione.

Come è stato riportato dalla stampa (forse per gli aspetti folkloristici più che per interesse intrinseco verso l’evento), ad agosto il Sinodo, che si riunisce in rappresentanza dei 35.000 fedeli sparsi per il Paese, ha eletto come Moderatrice della Tavola – dunque come massimo esponente – la cinquantunenne Maria Bonafede. Di passaggio per poche ore a Palermo, l’abbiamo incontrata per una conversazione amichevole a tutto campo. A cominciare – ovviamente – dal motivo della visita in Sicilia:  “In quanto Moderatora, faccio parte del Comitato che sovrintende il Centro diaconale della Noce. Non potevo dunque mancare ad una delle poche riunioni annuali in cui si fa il punto su una delle sedi più attive e più prestigiose che noi valdo-metodisti gestiamo nel Mezzogiorno”. Come è noto, il Centro di via Evangelista Di Blasi è scuola elementare parificata (scelta anche da famiglie areligiose in quanto ritenuta più laica di tante altre statali: i programmi non prevedono l’insegnamento di nessuna religione), centro di accoglienza per immigrati extra-comunitari, foresteria per turisti e operatori sociali provenienti un po’ da tutto il mondo. Questo viaggio di lavoro è però anche un ritorno alle radici: “Mio padre era palermitano e anche mio nonno materno era siciliano. Sono nata a Milano, vivo con mio marito e mio figlio a Roma, ma quando leggo Sciascia o Bufalino mi sembra di riconoscere qualche venatura del mio carattere. La fede cristiana, infatti, mi spinge ad affrontare costruttivamente le sfide della storia, ma avverto anche – in sottofondo – una sorta di saggezza arcaica, mediterranea, che mi pressa in senso opposto: a non pretendere troppo e a saper accettare anche i dati immodificabili che ci condizionano”. Maria Bonafede riconosce di essere soltanto all’inizio nella conoscenza della realtà meridionale che, alla luce del nuovo incarico pastorale, diventa indifferibile:  “Tanto più – commenta aspirando l’ennesima sigaretta, con la tazzina di caffé in mano – che le nostre comunità nel Sud conservano qualcosa di pionieristico, di anticonformistico, che forse in altre zone si va perdendo. Nelle Valli valdesi in Piemonte, ad esempio, si nasce – per così dire – protestanti: tutti lo sono e, in un certo senso, non lo è nessuno. Qui vedo che è ancora un’opzione controcorrente, di minoranza: dunque una scelta più faticosa, ma anche più consapevole e più combattiva. Non è un caso che registriamo una notevole fioritura di vocazioni a farsi pastore – e pastora – proprio nel Meridione”. Perché oggi ci si dovrebbe convertire al vangelo? Molte persone – colte, psicologicamente equilibrate – pensano che sia un messaggio confortante: ma, appunto, anche troppo. Perché non dovrebbero accettare, con realismo, un orizzonte meno consolatorio?  “E’ quello che mi chiede con insistenza sempre più critica mio figlio, studente liceale diciassettenne. Il papa attuale pensa di poter far leva su dimostrazioni filosofiche e argomenti razionali convincenti. Noi protestanti riteniamo, invece, di non avere motivazioni stringenti. Viviamo, come tutte le altre creature, l’esperienza della sofferenza, del male, del nonsenso: solo che riteniamo di poter accogliere, in questo marasma caotico, una Parola di salvezza che apre alla speranza. Nulla di schiacciante per evidenza, però: solo una promessa debole, una parola crocifissa”. Proprio il giorno prima, la signora ha partecipato – in rappresentanza delle sue chiese – ad un importante incontro interconfessionale in Campidoglio con altri cristiani, ebrei e musulmani. “Le difficoltà non mancano in nessuno di questi fronti. Meno, forse, in questa fase, con gli ebrei. Con i cattolici va recuperato il clima, molto più favorevole, del post-concilio ecumenico celebrato a Roma negli anni Sessanta. Anche con gli islamici la strada che resta è ancora lunga: si ha l’impressione che troppo spesso alla nostra mano tesa si risponda, dall’altra parte, con una consapevolezza eccessiva dei propri pregi e dei propri meriti”. Anche a rischio di cadere nel banale, non posso sottrarmi alla curiosità di sapere cosa pensi del  femminismo: “Sappiamo che il movimento delle donne ha attraversato varie fasi: la contrapposizione al maschio in nome dell’uguaglianza, la segregazione fra donne, la più recente e ambigua stagione della differenza. Dico ambigua perché, con la scusa che siamo differenti, rischiamo di cristallizzare lo status quo: di accettare come ricchezza una disuguaglianza che, in effetti, penalizza noi donne. Abbiamo così assistito alla rinascita di tante espressioni della femminilità tradizionale che sembravano essere state spazzate via alla fine del XX secolo. Oggi, però, mi pare che un nuovo spirito critico si stia risvegliando nelle giovanissime. Non so se si tratta di una constatazione oggettiva o di un’illusione ottica. In ogni caso, il femminismo non è passato invano. Ancora all’inizio degli anni Sessanta, le nostre chiese discutevano se ammettere o meno le donne al ministero pastorale. La stessa recente elezione di una donna a presiedere la Tavola – è la prima volta che accade nella storia - sarebbe stata impensabile senza il movimento femminista”. La informo sul dibattito - che ha animato, circa due anni fa, le pagine palermitane di “Repubblica” – sulla insignificanza di molte prediche domenicali: “Devo subito precisare che, dall’esterno, mi è sembrato di notare in questi ultimi venti anni un notevole miglioramento qualitativo medio delle omelie nelle celebrazioni liturgiche cattoliche. Nella tradizione protestante, la preparazione della predica ha avuto da sempre un ruolo rilevantissimo: i maestri più anziani ci hanno sempre raccomandato di iniziare a studiare il brano da commentare sin dalla mattina del lunedì, ruminandolo per l’intera settimana. Ai colleghi cattolici raccomanderei dunque quello che raccomando a me stessa: di studiare seriamente la Bibbia. Non ci sono scorciatoie misticheggianti: bisogna informarsi, aggiornarsi, approfondire senza la presunzione di sapere tutto il necessario. Altrettanto importante, però, è lasciarsi sorprendere e colpire da quella pagina che si deve spiegare: se un versetto biblico non ha detto nulla  a te pastore, tu non sarai capace di comunicare nulla ai fedeli in ascolto. La gente percepisce subito la differenza fra chi ripete a pappagallo una lezione appena appresa e chi proclama a voce alta ciò che lo ha toccato nel profondo del cuore”. Una teologa così impegnata anche dal punto di vista del governo pastorale trova il tempo di pregare? “In alcune fasi della mia vita mi è stato più facile trovare del tempo da dedicare esplicitamente al dialogo con Dio. Ma in altre fasi vivo la preghiera non tanto come uno spazio speciale, quanto come una dimensione che accompagna – quasi  musica di sottofondo -  i vari momenti della giornata. Quando per esempio devo celebrare un funerale difficile – intendo in seguito alla morte di una bambino o di una madre che lascia un figlio handicappato – avverto dentro di me un groviglio di sentimenti: compassione, rabbia, impotenza. Ecco, evitare di rimuovere questo vortice, non provare pudore nel manifestarlo all’Eterno, chiedergli di non farci cadere nella disperazione, appigliarmi alla tenue promessa di una liberazione finale: in ciò consiste, molto spesso, il mio pregare”.

Augusto Cavadi