martedì 9 settembre 2008

VALORI CONTRO DIRITTI


“Una città”
Mensile di interviste
2008, n. 158, agosto - settembre

Ancora a proposito di ‘valori contro diritti’

Caro Direttore,

due paroline sul dibattito - interessante - fra Paolo Dusi e alcuni suoi attenti lettori, a partire dalle precisazioni esposte in A proposito di “valori contro diritti” (sul numero 157 della tua, della nostra rivista).
Una (rapida) premessa: in Italia, se uno si batte per la laicità contro l’invadenza cattolica, trova consensi e appoggi solo se è ateo o, per lo meno, acristiano. Si sottovaluta, a mio avviso imprudentemente, il ruolo di quei credenti nel vangelo di Gesù (cattolici, protestanti o altrimenti definibili nel variegato arcipelago cristiano) che difendono la laicità non (solo) per motivi filosofici ‘esterni’ al mondo della fede ma (anche) per motivi teologici ‘interni’.
Paolo Dusi (ed entro così in media res) espone, con lucidità, una “concatenazione dogmatica” (”C’è un Dio creatore; la vita è un suo dono; è un atto d’amore; a differenza di tutti gli altri doni, questo non può che essere accettato e non può essere ‘restituito’; se esso si risolve in sofferenza, ciò è in vista di una ricompensa…”) dalla quale sembrerebbe ovvio che un credente debba trarre, come conclusione logica, il rifiuto dell’eutanasia, del testamento biologico e forse anche delle cure palliative. Che il meccanismo mentale funzioni così, nel 90% dei casi, non c’è dubbio. Ma - è la questione che pongo - non c’è un 10% di cristiani che la pensano, non solo privatamente ma pubblicamente, diversamente? E, soprattutto, non portano queste minoranze pensanti degli argomenti validi per ritenere che gli pseudo-ragionamenti delle maggioranze obbedienti alle direttive papali siano biblicamente infondati e teologicamente fallaci?

No, non ti allarmare: non passerò, come sarebbe nei miei desideri viscerali, a ripercorrere i contro-argomenti di questi studiosi (come mi è capitato, sia pur sinteticamente, sul numero 2008/2 de “La rivista italiana di cure palliative”). Mi limito a qualche riferimento random per il lettore curioso. Ad una tavola rotonda di tre anni fa su questi temi, Sandro Spinsanti (uno dei pionieri della bioetica in Italia, di solida formazione cattolica) ebbe modo di mostrare (come fa in tutta la sua nutrita produzione) la necessità di affrontare le tematiche di fine vita dal punto di vista dei diritti del malato e non più di parametri morali stabiliti ex cathedra da istanze esterne ed estranee (chiese, università, Stati etc.). L’anno successivo, in una situazione analoga, don Cosimo Scordato - docente presso la Facoltà teologica di Sicilia a Palermo - ebbe modo di rilevare che Dio ci dona la vita biologica inseparabilmente dalla razionalità per gestirla affinché essa sia coltivata solo sino a quando risulta un dono e non un castigo immeritato. Accenti non dissimili ho ascoltato dal pastore valdese Paolo Ricca nella sua relazione, quest’anno, ad una giornata di studi sull’argomento svoltasi su iniziativa dell’Università di Palermo: orientate nella stessa direzione, per altro, erano le pagine che egli aveva dedicato al tema nel breve ed intenso Il cristiano di fronte alla morte della Claudiana di Torino. Intanto, nel 2004, le edizioni Avverbi di Roma hanno tradotto in italiano il libro, originariamente pubblicato in francese dalle Editions de Seuil, La morte opportuna. I diritti dei viventi sulla fine della loro vita. L’autore, Jacques Pohier, è stato uno dei teologi di punta dell’Ordine Domenicano dal 1949 al 1989 e, condannato dal Vaticano, continua tutt’oggi una militanza intellettuale ed operativa all’interno della Federazione mondiale delle Associazioni per il diritto a una morte dignitosa. Nel volume, zeppo di episodi autobiografici persino un po’ perturbanti, Pohier demistifica molte idiozie (spiegando, ad esempio, che l’eutanasia non è una scelta fra la morte e la vita ma fra due modi di morire) e, forte della sua competenza biblico-teologica, chiarisce la differenza fra dire che Dio ha a cuore la vita (genericamente, anonimamente) e dire che Egli ha a cuore i viventi (uno per uno, col suo carico di energie e di sofferenze). Potrei citare decine e decine di altri interventi di cristiani - cattolici o di altre confessioni - che ritengono blasfemo attribuire a un Dio amorevole la volontà di inchiodare i suoi figli a situazioni in cui la qualità della vita è ormai ridotta a livelli vicini allo zero, ma mi limito a citare Giovanni Franzoni, già abate del Monastero benedettino di San Paolo fuori le mura : le Edizioni dell’Università Popolare di Roma hanno pubblicato nel 2005 il suo prezioso Eutanasia. Pragmatismo, cultura, legge.
Al di là dei suggerimenti bibliografici per così dire incidentali, ma non certo involontari, intendevo solo testimoniare la necessità che, soprattutto gli spiriti laici, provino ad evadere dalla trappola culturale e mediatica attuale secondo la quale si dovrebbe optare per un’alternativa secca: o il moralismo della gerarchia cattolica ufficiale o la rivendicazione dell’autonomia razionale di atei ed agnostici. Un’attenzione maggiore alle sparute minoranze critiche di cristiani che non hanno rinunziato al dono della ragione, e del confronto in una società pluralista, farebbe bene alla democratizzazione sostanziale del nostro spazio pubblico. O no?

Augusto Cavadi

Palermo 10 . 9. 08

venerdì 5 settembre 2008

AL RITORNO DALLE VACANZE


“Repubblica - Palermo”
5 settembre 2008

RITORNO A CASA CON OCCHI DIVERSI

Tra i vantaggi non secondari del viaggiare c’è la possibilità di ritornare a vedere casa con occhi diversi. Almeno se, girando per il mondo, non si è smarrita la curiosità per il nuovo né la disponibilità ad imparare.
Nello zainetto di questa estate, ad esempio, ho insaccato tre o quattro idee che - se condivise e attuate - potrebbero rendere migliore la nostra vita siciliana.
Basilea (ma mi pare di capire tutta la Svizzera): ai semafori è obbligatorio spegnere i motori di auto e moto. In fondo, si tratta di piccole città: quanto smog si eviterebbe a Palermo se la stessa norma (magari sotto forma di consiglio, per evitare che l’obbligatorietà costituisca un incentivo a fare il contrario) venisse applicata? E quante migliaia di euro di benzina risparmierebbero, in un mese, i trecentomila e passa automobilisti?

Croazia: la gente non abbandona disinvoltamente le bottiglie di plastica, anzi ci sono persone di ogni età che le raccolgono persino se depositate negli appositi cestini. Raptus ecologico epidemico? Mi informo con una studentessa di filosofia e trovo la risposta: ogni supermercato dà mezza kuna per ogni bottiglia di plastica restituita. Mezza kuna corrisponde a circa 15 centesimi: ogni quattordici contenitori equivalgono ad un euro; con centoquaranta si fanno dieci euro. Poco per chi sta bene: comunque il salario medio di un operaio generico. Non so cosa se ne facciano i supermercati (che prevedono qualcosa di simile per chi compra prodotti in vetro): ma sarei felice di sapere se anche le nostre grandi catene di distribuzione non potrebbero ricavare qualche piccolo vantaggio economico da una politica ecologicamente favorevole.
Sempre in Croazia entro nella toilette di un bar modesto ma frequentato e lo trovo pulitissimo. Sul retro della porta un foglio svela l’enigma: come negli aeroporti più attrezzati, ogni due ore è prevista la pulizia dei locali (con relativa forma dell’addetto). Perché da noi non è possibile trovare un bagno pubblico e i bagni privati sono, dopo le prime ore del mattino, inutilizzabili? Siamo sicuri che non si potrebbero stornare un po’ di ‘lavoratori socialmente utili’ - di solito annoiati a grappoli nei corridoi degli uffici pubblici in attesa che passino le ore - verso la gestione di wc pubblici? E se pulire cessi dovesse risultare meno dignitoso che aspettare l’ora del ritorno a casa giocando a briscola, siamo sicuri che non ci sarebbero dei volontari fra gli Lsu in considerazione del notevole arrotondamento di stipendio con le mance dei cittadini e dei turisti? E, per quanto riguarda i bagni dei bar privati, siamo sicuri che ad un extra-comunitario convenga maggiormente umiliarsi a piazzare rose ed accendini a utenti ormai spazientiti anziché girare dieci bar tre volte al giorno per pulirne i bagni? E se i gestori non avessero la lungimiranza per capire che dieci euro al giorno per questo servizio sarebbero un’ottima spesa promozionale per la loro attività commerciale, non potrebbero provare ad affidare il bagno ad uno o due extra-comunitari in cambio delle sole mance dei clienti?
Un’ultima idea l’ho maturata con i miei simpatici compagni di viaggio. Ogni volta che visitavamo un bosco, o fruivamo di una spiaggia pubblica, giocavamo a portar via un po’ dei rifiuti abbandonati da altri: così da lasciare il luogo che ci aveva accolto non come era, ma addirittura un po’ più pulito. E’ un gioco ingenuo, come la fatica del colibrì che - vedendo la foresta in fiamme - andava e veniva dal mare per prendere e versare una goccia d’acqua. Agli animali che lo irridevano, dedicò solo un momento del suo tempo prezioso: “Sto facendo tutto quello che posso. Se voi, che potete di più, faceste lo stesso…”.

UN PERSEGUITATO DALL’INQUISIZIONE


Centonove 5.9.08

HEI, TI RICORDI DI “GENTILI”

Attraversiamo vie e piazze, frequentiamo anche per anni una certa scuola, ma i nomi dei personaggi a cui questi luoghi sono intestati ci rimangono dei segni a metà: non ci accompagnano verso niente. Per noi palermitani questa regola sociologica ammette poche eccezioni: Vittorio Emanuele (a proposito: II o III?), Garibaldi, Cavour, Mazzini, Leopardi, Dalla Chiesa e qualche altro nome. Ma, per esempio, chi era Alberico Gentili? Perché gli è stata dedicata una rara oasi di verde fra il viale della Libertà e via Duca della Verdura (titolo intrigante di cui sconosciamo, in genere, il soggetto storico originario)? Perché gli è intestata una delle scuole medie statali più “in” della città?

L’anno in corso è propizio a soddisfare qualcuna di queste curiosità perché Alberico Gentili si è spento a Londra nel 1608, proprio quattrocento anni fa. Nella stessa città in cui si era dovuto rifugiare con la famiglia perché l’Inquisizione cattolica in Italia era molto attiva (basti ricordare che nel febbraio del 1600, a Roma, è stato acceso il rogo in cui è bruciato vivo Giordano Bruno), specie con chi sosteneva tesi filosofico-giuridiche scomode nei confronti dei potenti del tempo. Allora, infatti, dominava la convinzione che Dio stesso costituisse la fonte unica ed assoluta del potere politico; che il sovrano fosse la fonte delle leggi (ciò che piace al re è norma vincolante per i sudditi) e che, proprio per questo, egli stesso non vi si dovesse sottomettere (immunità per la più alta carica dello Stato e per le persone a lui più vicine). Come ognuno può ben giudicare, insomma, una sequela di teoremi di cui oggi non c’è traccia né nel dibattito pubblico né, tanto meno, nella pratica politica dei governanti…
Alberico Gentili fu tra i pochi intellettuali europei - insieme al tedesco Giovanni Altusio e all’olandese Ugo Grozio - a contestare una tale teoria politica che faceva dipendere i diritti dei cittadini dalla volontà, e qualche volta dal semplice capriccio, del sovrano. Da qui la sua contro-proposta: il potere di stabilire le leggi e di amministrare secondo le leggi stabilite non si fonda immediatamente sul “diritto divino” (Dio è, se mai, principio remoto e generale della natura e della storia), bensì sull’uso collettivo della ragione. E’ perché siamo esseri pensanti che ci accordiamo nel determinare alcune regole essenziali di convivenza sia nei tempi di pace che, persino, nei tempi di guerra. Questa proposta di trovare una fondazione razionale dell’organizzazione politica ha anche un nome: giusnaturalismo. Nella sua versione moderna - da distinguere, pur in considerazione di alcune importanti affinità, dalla versione greca e dalla versione medievale - esso realizza il progetto di ricondurre tutti gli atti della società e degli individui a poche, ma semplici e chiare, norme razionali direttamente fondate sulla natura umana. La fonte del diritto e della legislazione, in tal modo, viene spostata da Dio e dal sovrano alla legge naturale presente ed operante in tutti gli 
uomini. Inoltre diventa possibile, alla luce di questo criterio, distinguere le leggi convenzionali - nate cioè dall’accordo occasionale degli uomini - da quelle ‘naturali’ che si radicano profondamente nella razionalità, che è la vera natura umana.
Tra queste leggi fondamentali, che precedono ogni legislazione prodotta dalle assemblee degli uomini, Alberico Gentile individua - contestando in anticipo alcune utilizzazioni ideologiche del darwinismo - un sentimento d’amore, o se si preferisce un istinto naturale alla socievolezza, che è di per sé immutabile lungo i secoli e che assicurerebbe ai mortali (qualora si decidessero a seguirlo) quella pace e quella collaborazione per il progresso a cui, pure, contraddittoriamente, aspirano. Se ragioniamo, dunque, non troviamo nessuna giustificazione ad iniziare le guerre. Neppure la religione può giustificarle perché essa - se spogliata dalle superfetazioni dogmatiche proprie delle differenti correnti confessionali - ha i suoi principi primi, semplici ed evidenti, inscritti nella natura stessa degli uomini e su quei principi ogni gruppo sociale ha il diritto di elaborare un culto specifico, una liturgia particolare.
In Sicilia, terra di scontro ma anche di incontro fra le civiltà mediterranee, i principi giusnaturalistici furono accolti favorevolmente. Non è un caso che nella Facoltà di lettere e filosofia di Palermo sia stata insegnata, sin dopo l’Unità d’Italia, una materia denominata “Etica e diritto naturale”. E la cattedra di filosofia del diritto dello stesso Ateneo - come è ricordato nel bel volume commemorativo del bicentenario della Facoltà di giurisprudenza di Palermo (edito nel 2007 a cura di Gianfranco Purpura) - è stata spesso occupata, dalla fondazione ad oggi, da docenti che, con le debite revisioni critiche e i necessari aggiornamenti, si sono ispirati al giusnaturalismo (Vincenzo Fleres, Benedetto D’Acquisto, Eugenio Di Carlo, Francesco Viola). Insomma, ci sono abbastanza motivi perché un concittadino che iscriva il figlioletto nella prima classe di una certa scuola media, o più semplicemente accompagni l’ospite a gustare una ‘cremolosa’ presso un certo chiosco in stile liberty, volga ogni tanto un pensiero affettuoso ad Alberico Gentili.

martedì 2 settembre 2008

“La mafia spiegata ai turisti”: presentazione a Firenze


Martedì 2 settembre alle ore 18,00 presso il Caffè Storico Letterario Giubbe Rosse (piazza della Repubblica 13/14r), Augusto Cavadi, opinionista della Repubblica Palermo da anni attivo sul fronte antimafia, presenterà “La mafia spiegata ai turisti” (Di Girolamo, Trapani), conciso e utilissimo “manuale”, pubblicato in sei lingue, per chi voglia comprendere il fenomeno mafioso aldilà del folklore di cui spesso viene ammantato. Ne discuterà con l’autore il consulente filosofico Neri Pollastri.

domenica 31 agosto 2008

DISCUSSIONI


FILOSOFIA E TEOLOGIA
N. 2 estate 2008

Eros e agape nella Deus caritas est .
Motivi di consenso e ragioni di perplessità.

Consensi
Poiché i papi più recenti hanno consegnato nella prima enciclica le linee programmatiche del pontificato, anche la Deus caritas est è stata accolta con particolare attenzione.
Va innanzitutto registrata la reazione di gradevole “sorpresa” - persino in teologi non certo ‘allineati’ pedissequamente con le posizioni del magistero ufficiale - nel constatare che “lo scritto papale è un invito a riscoprire il volto più affascinante di Dio, e il dono, la comunicazione più esaltante di sé che egli ha fatto all’uomo: la capacità di amare, l’unica molla che dà soddisfazione, gioia, forza di vivere. L’amore non è semplicemente piacere, passione, assillo, estasi, sogno. E’ tutto questo insieme e molto di più″ . Anche Hans Kueng ha riconosciuto prontamente che si tratta di “un documento rispettabile, solido e differenziato” in grado di offrire “un solido cibo teologico sull’eros e sull’agape, l’amore e la carità e che si guarda dal costruire falsi contrasti” . In particolare è stato notato da esponenti del clero sensibili al confronto con il laicato più inquieto come sia da salutare con soddisfazione il fatto che un papa abbia fatto proprie, “seppure tardivamente, le categorie della psicanalisi” e che l’Eros venga riconosciuto “come emanazione divina e non del demonio”
Nessuna riserva dunque sugli intenti - sul telos - dell’enciclica (riconciliare, nel concetto e nella vita, “le due accezioni principali, spesso congiunte ma spesso anche contrastanti, dell’amore: agape e eros, i due grandi amori che rischiano di dividere l’umanità” ): non altrettanto unanime, però, il giudizio sui percorsi intellettuali proposti per realizzare in effetti tale riconciliazione.

Dico subito che non prendo in considerazione, in questa sede, l’obiezione radicale di chi si confronta con questo documento del magistero da un’ottica puramente filosofica: non perché non ritenga lecito un esame critico-razionale dei testi che si autopresentano come ’sacri’ e/o variamente ‘ispirati’, ma perché mi sembra plausibile che un testo teologico non debba riprendere daccapo, ogni volta, la (possibile) fondazione dello statuto epistemologico della teologia. Un’enciclica non pretende di essere un trattato filosofico e neppure, a stretto rigore, teologico: affermare, dunque, come fa Michele Martelli, che “l’Amor Dei e Dio stesso” sono “articoli di fede, presupposti arbitrariamente o surrettiziamente assunti come già dimostrati” , non mi risulta convincente. Che l’enciclica non si preoccupi di mostrare, preliminarmente, le (ipotetiche) ragioni per affermare un Dio trascendente e benevolo, non mi sembra una lacuna da rimproverare. Più pertinente, piuttosto, una seconda obiezione: che Ratzinger abbia accennato all’enigma del dolore nell’universo e, pur appellandosi alla fede silenziosa di Giobbe, si sia poi avvicinato alla posizione degli amici di Giobbe che - secondo il testo biblico - hanno tentato (empiamente) di difendere Dio stesso . Il papa è entrato, infatti, sia pure en passant, nel dibattito su Dio dopo Auschwitz, dissociandosi da posizioni come quella di Hans Jonas sulla “debolezza” dell’Onnipotente : posizioni che sarebbe stato saggio o non evocare per nulla o decidersi a discutere con l’approfondimento che la loro serietà speculativa e spirituale richiederebbe. Se l’attuale pontefice sia esponente di una filosofia in senso genuino (dunque di una ricerca intellettuale senza presupposti dogmatici e senza esiti precostituiti) o piuttosto di un’ “antifilosofia” affetta da “forme (…) di fallacia logica” è, in sé, certamente una questione meritevole di riflessione: ma non penso che la si possa dirimere riferendosi a testi che appartengono ad un genere letterario differente dalla scrittura filosofica.

Dissensi I: una riabilitazione molto parziale dell’eros
Il papa affronta le contraddizioni - o, forse meglio, i contrasti - fra le diverse modulazioni possibili dello slancio amoroso nella logica ‘cattolica’ dell’ et - et. Ma in questa operazione riesce a rispettare la genuinità originaria dei termini in questione? O, per rendere compatibili la pulsione erotica (che cerca insaziabile ciò che manca al soggetto-io) e il gesto agapico (che dona instancabile ciò che manca ai soggetti-altri), opera una devitalizzazione della prima ed un addomesticamento del secondo? Provo a spiegarmi meglio.
Come scrive con precisione il teologo spagnolo Juan José Tamayo, “l’enciclica difende la compatibilità tra l’amore erotico e l’amore verso Dio, dopo secoli di demonizzazione del primo. Per questo cita il Cantico dei Cantici, che vuole come canto d’amore per una festa nuziale l’esaltazione dell’amore coniugale, e lo Pseudo Dionigi Aeropagita, che attribuisce a Dio eros e agape, e critica Nietzsche poiché sostiene che il cristianesimo converte l’eros in vizio. Tuttavia, man mano che va avanti con le argomentazioni, la compatibilità si trasforma nel suo contrario e attraverso le risposte date a chi considera il cristianesimo come avversario della corporeità finisce per dare ragione ai critici come Nietzsche” . Su che base si può asserire che, alla fine, l’eros “torna ad essere demonizzato” ? Tamayo indica due passaggi dell’enciclica. Il primo è al n. 4: “L’eros necessita di disciplina e purificazione, per dare all’uomo non il piacere dell’istante, ma un modo per pregustare in una certa maniera il momento più alto della propria esistenza, quella felicità alla quale tende tutto l’essere”. Il secondo è al n. 5: “L’eros vuole innalzarci ‘ nell’estasi ‘ al divino, portarci oltre noi stessi, ma per ciò è necessario seguire un cammino di ascesi, rinunzia, purificazione e recupero”.
Passaggi di questo tenore rendono difficile contestare l’opinione di lettori come Rossana Rossanda, a parere della quale “l’Enciclica non concepisce un rapporto con l’altro che non passi attraverso la purificazione, parola continuamente ripetuta, dell’amore di Dio e in Dio. Quasi che il corpo porti in sé indelebile come il peccato un’originale perversità” . Davvero la riabilitazione dell’eros, meritoriamente avviata da Benedetto XVI, è rimasta a metà strada?
Un indizio non secondario potrebbe essere la ricognizione storica, decisamente parziale, che ne fa al n. 4: ” Guardiamo al mondo pre- cristiano. I greci — senz’altro in analogia con altre culture — hanno visto nell’eros innanzitutto l’ebbrezza, la sopraffazione della ragione da parte di una « pazzia divina » che strappa l’uomo alla limitatezza della sua esistenza e, in questo essere sconvolto da una potenza divina, gli fa sperimentare la più alta beatitudine. Tutte le altre potenze tra il cielo e la terra appaiono, così, d’importanza secondaria: Omnia vincit amor, afferma Virgilio nelle Bucoliche — l’amore vince tutto — e aggiunge: et nos cedamus amori — cediamo anche noi all’amore. Nelle religioni questo atteggiamento si è tradotto nei culti della fertilità, ai quali appartiene la prostituzione ’sacra’ che fioriva in molti templi. L’eros venne quindi celebrato come forza divina, come comunione col Divino. A questa forma di religione, che contrasta come potentissima tentazione con la fede nell’unico Dio, l’Antico Testamento si è opposto con massima fermezza, combattendola come perversione della religiosità. Con ciò però non ha per nulla rifiutato l’eros come tale, ma ha dichiarato guerra al suo stravolgimento distruttore, poiché la falsa divinizzazione dell’eros, che qui avviene, lo priva della sua dignità, lo disumanizza. Infatti, nel tempio, le prostitute, che devono donare l’ebbrezza del Divino, non vengono trattate come esseri umani e persone, ma servono soltanto come strumenti per suscitare la ‘pazzia divina’: in realtà, esse non sono dee, ma persone umane di cui si abusa. Per questo l’eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, ‘estasi’ verso il Divino, ma caduta, degradazione dell’uomo. Così diventa evidente che l’eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all’uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell’esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende”. Se il papa avesse scritto che talora è capitato anche che l’eros diventasse perversione religiosa e strumentalizzazione delle donne, non avrebbe dato adito a nessuna obiezione. Ma le sue affermazioni si presentano con un tono perentorio e in una prospettiva generalizzante. Ecco perché, a mio avviso del tutto pertinentemente, un attento conoscitore della storia del pensiero religioso occidentale si è chiesto in proposito: “E’ corretto ridurre l’esperienza dell’eros nel mondo antico all’ebbrezza del Divino raggiunta mediante le prostitute sacre?”. Ed ha risposto: “Una presentazione più rispettosa della complessità di quel mondo avrebbe richiesto un cenno alla teoria platonica, quella che, per unanime giudizio degli studiosi, ‘caratterizza meglio, agli occhi della posterità, l’ideale greco dell’amore, ad un tempo slancio di tutto l’essere e conoscenza intellettuale, compimento dell’uomo e iniziazione alla vita divina’ (R. FLACELIERE, L’amour en Grèce, Paris 1960, p. 259). E basta leggere il dialogo platonico dedicato al tema dell’amore , il Simposio, per trovarsi di fronte a prospettive tutt’altro che volgari. (…). Certo un’enciclica non è tenuta a offrire una trattazione completa della cultura classica, ma se certi temi si vogliono affrontare è necessario un certo equilibrio: non si può parlare delle prostitute sacre tacendo il fatto che la Grecia antica ha parlato dell’amore in termini che si possono condividere o meno ma che sono innegabilmente di una grande nobiltà spirituale” .
Molto probabilmente un papa dello spessore teoretico di Ratzinger - e non certo ignaro della storia della teologia - accentua certi motivi e ne trascura altri non per caso. Lo ha notato, fra gli altri, uno dei maggiori teologi statunitensi, riconoscendo all’autore della Deus caritas est una indiscutibile - per quanto problematica - coerenza: “Il Concilio proponeva due criteri per il rinnovamento della Chiesa: il ritorno alle fonti e l’aggiornamento (specialmente tramite un ampio dialogo con gli altri). Negli anni dopo il Concilio, si è creata una divisione tra questi due approcci. La scuola del ritorno alle fonti, identificata con teologi come Von Balthasar, Danielou, De Lubac e Ratzinger, ha espresso timori per molti sviluppi della Chiesa post-conciliare. Il gruppo dell’aggiornamento dei tomisti teologici, come Congar, Rahner, Schillebeeckx, Chenu e Kung, hanno fatto appello a una continua riforma” . Se dunque il Ratzinger papa predilige “una sorta di agostinismo teologico” (e guarda con diffidenza ogni versione del “tomismo teologico, che accetta la fondamentale bontà di tutto ciò che Dio ha creato, malgrado la deturpante presenza del peccato nel mondo e nella Chiesa” ), non fa che confermare la continuità sostanziale con il Ratzinger perito conciliare prima, Prefetto della Congregazione per la fede dopo. Ovviamente il riconoscimento di questa coerenza non implica la condivisione della prospettiva. Infatti, come è stato osservato, “l’enciclica ‘Dio è amore’ si muove tutta sulla linea tracciata da Agostino. C’è al fondo una sfiducia totale verso l’amore umano” . Forse l’aggettivo totale non è il più appropriato: direi che dall’enciclica risulti verso l’eros una sfiducia essenziale che non esclude apprezzamenti accidentali e soprattutto condizionali. Mi spiego meglio. Già negli anni Trenta del secolo scorso il pastore luterano Anders Nygren segnalava “il malinteso corrente, per il quale l’agape viene concepita come una forma superiore, spiritualizzata dell’eros, e l’eros potrebbe eguagliarla tramite sublimazione. Il concetto [platonico] di ‘eros celeste’ ci ricorda che ciò non è possibile; esso potrebbe essere una sublimazione dell’amore sensuale, ma non è passibile di un’ulteriore sublimazione. L’ ‘eros celeste’ è il grado supremo assoluto nel suo genere, è stato spiritualizzato in una misura oltre la quale non è possibile andare. E’ giunto nella sua spiritualizzazione fin dove si può giungere. L’agape sta accanto all’ ‘eros celeste’ e non al di sopra di lui. Non è una differenza di grado, ma di natura. Nessuna via, nemmeno quello della sublimazione, può condurre dall’eros all’agape” . Ratzinger ha, qui, capovolto le tesi di Nygren: ha fatto dell’agape la sublimazione dell’eros, riducendo l’eros a qualcosa di valido solo a patto che venga spiritualizzato. Mi chiedo se sia opportuno che un papa, in un documento ufficiale, si pronunzi - investendo la sua autorità magisteriale - su una questione esegetico-teologica ancora dibattuta e, in caso affermativo, se sia opportuno che lo faccia senza portare un solo argomento contro la tesi che intende screditare. Anzi, senza neppure nominarla!

Dissensi II: un ridimensionamento della radicalità dell’agape
Se nel tentativo, in sé apprezzabile, di ricucire la relazione tra “l’amore autocentrato proprio dell’eros con l’amore eterocentrato dell’agape” - risalendo a “Dio come fonte comune di entrambi” - il papa non è riuscito a restare all’altezza delle sue premesse a proposito dell’eros (di cui ha offerto una rappresentazione poco serena e non certo integrale), più sottili ma non meno gravi riserve ha suscitato la sua interpretazione dell’agape.
Due le pericopi più eloquenti. La prima al n. 7: “Anche se l’eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente - fascinazione per la grande promessa di felicità - nell’avvicinarsi poi all’altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell’altro (…). Così il momento dell’agape si inserisce in esso”. La seconda al n. 14, dove si ritiene di indicare il perfezionamento e l’attuazione piena dell’agape nel modello ecclesiale neotestamentario: “Io non posso avere Cristo solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi. La comunione mi tira fuori di me stesso verso di Lui, e così anche verso l’unità con tutti i cristiani”.
Anche qui è opportuno non lasciarsi abbagliare dalla suggestione letteraria ed emotiva, ma attrezzarsi di lucida penetrazione analitica. Come mostra l’attento studioso che ho sopra citato a proposito dell’eros, la prima delle due gambe con cui l’amore percorre l’universo, “affermare che l’amore cristiano è l’eros che si apre alla generosità e al dono significa in realtà lasciarsi sfuggire l’originalità dell’agape evangelica. Il papa, infatti, parla dell’amore come forza che unisce in Cristo ‘tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi’ e che genera ‘l’unità con tutti i cristiani’. Ma davvero l’amore evangelico si rivolge solo ai cristiani, attuali o potenziali, erigendo un recinto che esclude chi resta fuori? Non è, al contrario, puro dono, disinteressata ricerca del bene dell’altro, anche se questi fosse e rimanesse un estraneo o addirittura un nemico? E’ proprio questa la novità del vangelo: ‘amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori’ (Matteo, 5, 44). (…) In effetti è difficile ammettere che l’amore per i nemici possa sbocciare dall’eros, come ha mostrato in un’opera fondamentale Anders Nygren (..), le cui tesi sono state accolte ormai da tempo dalla maggior parte dei biblisti cattolici. Ma il papa, mostrando la consueta chiusura nei confronti delle acquisizioni esegetiche, preferisce muoversi nel solco dell’interpretazione tradizionale, e arriva ad affermare, a proposito del Dio d’Israele, che ‘Egli ama, e questo suo amore può essere qualificato senz’altro come eros, che tuttavia è anche e totalmente agape’. Per la verità è Plotino, ultima espressione della religiosità greca, che concepisce l’Uno come Causa sui, che ama la propria perfezione: egli è hautoù éros (Enneadi VI, 8, 15); Giovanni, invece, ha dato la più compiuta formulazione della concezione biblica di Dio come amore che si dona scrivendo: Theòs agàpe estìn (1 Giovanni 4,8). Forse sia Plotino che Giovanni avrebbero provato un leggero stupore apprendendo che, in fondo, parlavano dello stesso tipo di amore!” . Come non ricordarsi dell’avvertenza di U. von Wilamowitz-Moellendorrff che, nel suo Platon, metteva in guardia “dall’equivoco, oggi non più sempre innocuo, per il quale si confonde l’eros platonico con l’agape, a cui Paolo ha dedicato il cosiddetto Inno all’amore nella I Cor. 13 (…) L’uno non sapeva nulla dell’eros, e l’altro [Platone] nulla dell’agape: avrebbero potuto apprenderlo l’uno dall’altro, ma così come erano non l’avrebbero fatto” ?
Queste - e simili - osservazioni non mirano a contestare il benemerito tentativo di sanare il divorzio secolare fra due valenze dell’amore che, nel vissuto esistenziale, non si lasciano separare: probabilmente non è mai esistito un solo soggetto umano che non sia stato capace di autodonazione gratuita (ricordiamo la vecchietta di Dostojesvkji che, in una lunga esistenza di avarizia, è stata - sia pure per una sola volta - in grado di dare una cipollina a un mendicante?), proprio come non è mai esistito (chi di noi ne potrebbe dubitare seriamente?) un soggetto umano che non abbia assecondato, anche nei momenti di prevalente donazione agapica, l’esigenza del tutto naturale e legittima di attuare le proprie potenzialità. La questione è un’altra: è teoricamente legittimo e praticamente innocuo interpretare come identici i due movimenti, in sé opposti, dell’amore erotico centripeto e dell’amore agapico centrifugo? Oppure la nozione di ‘carità‘ (che è emersa dalla storia bimillenaria di questo tentativo di con-fusione), pur elaborata per conciliare la saggezza greca e la profezia ebraica, ha finito con lo snaturare sia l’eros (diffamato in sé stesso e recuperato solo in quanto anticamera di un amore ec-centrico) sia la stessa agape (re-interpretata come atteggiamento di solidarietà forte e indiscutibile fra membri della stessa famiglia, della stessa chiesa, se mai della stessa città e di solidarietà sempre meno intensa e sempre più facoltativa man mano che ci si allontana dal cerchio primigenio verso individui e popoli altri da noi)? Non è un caso che, già all’alba del XX secolo, Max Scheler richiami l’opposizione fra il movimento dell’eros (”ascendente, dal non formato al formato, dall’imperfezione alla perfezione, dal basso verso l’alto, dal ‘µη ον’ all’ ‘ον’, dal ’sembrare’ all’ ‘essere’, da non sapere al sapere”) e la ” conversione di movimento [Bewegungsumkehr], di abbassamento, di discesa dal nobile all’ignobile, dal sano al malato, dal ricco al povero, dal buono e santo al cattivo e comune, dal Messia insomma a pubblicani e peccatori” nell’ottica della “critica alla morale borghese ed alla morale degenere” Se davvero si riconoscesse l’originalità dell’impianto agapico monoteistico, in specie cristiano, per cui “non sussiste ragione di chiederci quale sia il valore di coloro che sono oggetto dell’amore divino” dal momento che Dio ama per la sola ragione che “la sua natura è amore” , quante probabilità di restare in piedi avrebbe la visione pedagogica e più ampiamente politica (tuttora dominante in campo cattolico e protestante) che privilegia minori ed adulti ‘obbedienti’ e ‘consenzienti’ - almeno secondo i parametri della morale maggioritaria - rispetto ad ogni possibile caso di ‘devianza’ dal sistema normativo?
Personalmente ritengo più rispettoso della memoria storica e più fecondo per le relazioni sociali adottare un modello antropologico realistico che preveda, nel continuum dell’esperienza esistenziale effettiva, la dimensione della passione erotica inebriante (che, nella sua schietta originalità, non ha bisogno di essere riscattata o sovraordinata ad altro ) e la dimensione dell’autodonazione commisurata al volto dell’altro (che solo una mitologia psicologistica contemporanea tende a ridurre meschinamente a forme di egoismo mascherato ). E se adotto il semantema ‘dimensione’ è perché alludo ad aspetti distinti della vita, non a momenti cronologicamente separabili. Concordo, infatti, senza riserve con Giovanni Ventimiglia quando sostiene che “il culmine del piacere di un atto sessuale, la famosa ‘intesa sessuale’, non si può raggiungere badando - egoisticamente - solo al proprio piacere, ma imparando - altruisticamente - ad ascoltare, aspettare e assecondare il corpo dell’altro. Dunque, è proprio vero che l’egoismo non aumenta ma diminuisce il piacere dell’atto sessuale. Insomma: un vero epicureo del sesso è sempre anche un po’ stoico e, comunque, fa molta ‘beneficenza sessuale’. Il culmine dell’eros non si ottiene senza agape” . Ingredienti agapici non snaturano il movimento erotico che resta eros, proprio come e perché elementi erotici non snaturano il movimento agapico che resta agape. Ma forse, su questi temi etici, si possono pronunziare - con più pertinenza rispetto ad illustri studiosi che si limitassero a leggere libri o a chierici ben inseriti nelle gerarchie ecclesiastiche - gli uomini e le donne che, come avvertiva Aristotele, ne avessero esperienza in prima persona: in questo caso, che avessero la ventura di sperimentare effettivamente, nell’esistenza quotidiana, sia il miracolo dell’estasi erotica (anche, ma non esclusivamente in ambito sessuale) sia il miracolo, irriducibile al primo, del servizio gratuito a chi versa nella sofferenza.

Due postille non pleonastiche
A conferma del fatto che questo contributo, in quanto filosofico, non è animato da intenti apologetici né - di contro - eristici, mi pare irrinunziabile aggiungere almeno due precisazioni.
La prima è di ordine più propriamente concettuale. Secondo le Scritture ebraico-cristiane (ma, in questo, riprese sostanzialmente anche dal Corano), il modello archetipico dell’agape è Dio stesso: “Non noi abbiamo amato Dio, ma ha amato noi…” (I Giovanni, 4, 10). Ma il Dio della Bibbia (il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, dei profeti, di Gesù e di Paolo) non è solo principio incondizionato che si autorivela e, autorilevandosi, si dona: è anche un’istanza esigente di severità. Nel Primo come nel Secondo Testamento è il Giano bifronte di cui ha parlato più volte Giuseppe Barbaglio La teologia cristiana si è distaccata, lentamente, da questa ‘immagine’ di Dio, ma sarebbe anacronistico attribuire ai Padri della Chiesa e agli stessi Dottori della Chiesa la concezione teo-logica che abbiamo maturato solo ai nostri giorni. Hannah Arendt, nella tesi di dottorato cui ho fatto riferimento sopra, ha attirato l’attenzione su brani agostiniani del genere: “Nulla ci rende inclini all’amore quanto il pericolo che ci sovrasta (…) Pertanto, la pace e l’amore siano conservati nel cuore grazie al pensiero del comune pericolo”. Di che pericolo si tratta? Della morte fisica e, ancor più, della dannazione eterna. Chi ama può fare ciò che vuole - secondo la celebre espressione del vescovo africano - a patto che si abbia la memoria e quasi la sensazione di essere sotto la spada della parola di Dio: Si memineris senserisque te in gladio verbi Dei.
Enzo Mazzi avverte in proposito quanto sarebbe istruttivo per la teologia non rimuovere queste radici ambigue la cui persistenza ha compromesso, attraverso la dogmatica ufficiale e la catechesi ordinaria, una prassi ecclesiale davvero nonviolenta e compassionevole. Egli evoca uno dei tanti passi di Ernesto Balducci in cui il religioso della Badia fiesolana invitava a rivedere profondamente la concezione tradizionale di Dio inteso come “cifra assoluta dell’aggressività umana”: “un Dio aggressivo, discriminante, implacabile, giusto nel modo in cui noi pensiamo che si debba essere giusti,capace di mantenere in totale estraneità da sé i cattivi per tutti i secoli dei secoli” .
Una seconda precisazione è di ordine più etico e storico. Con tutte le riserve del caso appena richiamate, non c’è dubbio che è stato il Libro delle tre grandi religioni monoteistiche a consegnare all’umanità una interpretazione dell’amore come agape che altre culture, non meno nobili, come la cultura greca o la cultura romana o la cultura cinese non hanno conosciuto o, meglio, non hanno tematizzato con la stessa insistenza e chiarezza. Il riconoscimento di questo dato ‘oggettivo’ non deve però indurre nell’errore - da cui questa stessa enciclica non sembra immune - di ritenere che, conseguentemente, siano stati i fedeli di queste tre confessioni religiose monoteistiche a vivere in maniera coerente o addirittura in maniera esclusiva tale modello di amore benevolente. Già le stesse Scritture ebraico-cristiane insegnano che presso i miscredenti, eretici o pagani che siano, è possibile trovare fulgidi testimonianze di amore gratuito e oblativo: un esempio fra i tanti, la parabola del buon Samaritano (cfr. Luca 10, 25 - 37). Ma anche le letterature di diverse epoche e di diverse aree geografiche confermano che in nessun modo si possono identificare una dottrina retta sull’agape e una prassi realmente agapica. E ciò nel doppio senso: che non necessariamente chi sa, sulla base del modello teologico, come si dovrebbe amare di gratuità agisce di conseguenza e che non necessariamente chi rifiuta il modello teologico dell’agape è poi, nei comportamenti effettivi, incapace di un’opzione agapica. Personaggi come don Abbondio dimostrano senza possibilità di equivoci che accettare, nominalmente, il modello biblico dell’amore come autodonazione disinteressata non costituisca una condizione sufficiente per viverlo praticamente; altri personaggi, come i medici de La peste di Camus, dimostrano che non è nemmeno una condizione necessaria.