sabato 1 agosto 2026

ENRICO PEYRETTI: PENSARE E VOLERE LA LIBERAZIONE DA OGNI GUERRA

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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 107 del primo agosto 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt@gmail.comcrpviterbo@yahoo.it

Sommario di questo numero:
1. Poiche' ogni essere umano
2. Enrico Peyretti: Orientarci alla pace
(...)

1. EDITORIALE. POICHE' OGNI ESSERE UMANO

Poiche' ogni essere umano e' un valore infinito, uccidere un essere umano e' il crimine piu' abominevole.
La guerra consiste nell'esecuzione a livello di massa di questo crimine abominevole.
Abolire la guerra e' condizione essenziale per affermare la dignita' umana, il diritto di ogni essere umano alla vita, la civile convivenza, il bene comune dell'umanita' intera.
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Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Salvare le vite e' il primo dovere.
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La nonviolenza e' in cammino.
La nonviolenza e' il cammino.
Nonviolenza o barbarie.

2. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI. ORIENTARCI ALLA PACE
[Ringraziamo di cuore Enrico Peyretti, uno dei maestri della cultura della pace, per questo intervento]

Orientarci alla pace. Appunti semplici da elaborare per pensare e volere la liberazione dalla guerra
- Cerchiamo la pace per vivere, senza minacce e paure, il meglio della vita.
- Sappiamo che non e' sempre facile. Ci sono, negli umani come noi, istinti di sopraffazione e violenza, insieme al desiderio di felicita' e benessere.
- Riconosco, con volonta' di bene e costruttivita' di vita, che ogni altro umano e' uguale e diverso da me: uguale in dignita', diritto, bisogni; diverso in carattere, scelte, mentalita'.
- Riconosco che, per vivere senza farci paura e tristezza, possiamo pensare le nostre diversita' come tali da non spezzare l'uguaglianza fondamentale di valore e di dignita' tra tutti gli umani.
- Tutte le culture e civilta' umane, formatesi nei millenni, riconoscono la famosa e universale cosiddetta "regola d'oro", che afferma (in varie simili formulazioni): "non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te; fai agli altri quel che desideri per te".
(Ho raccolto, nelle sapienze e nelle religioni umane le piu' varie, 38 formulazioni analoghe delle "Regola d'oro", pubblicate in Servitium, Quaderni di ricerca spirituale, (s.egidio@servitium.it), n.152, marzo/aprile 2004, fascicolo Riconoscimento e disprezzo, pp. 103-108. Testo poi aggiornato al 25 novembre 2022).
- Quindi l’umanita' conosce per esperienza come possiamo vivere collaborando a vivere, non abbandonandoci, non danneggiandoci. Conoscere non e' ancora fare. Per vivere bene e reciprocamente bisogna ri-flettere (tornare nel proprio intimo per pensare e decidere la vita buona con gli altri), educarci insieme a cio', creare ambienti vitali impostati sulla con-vivenza. E' lavoro fondativo da difendere e consolidare. E' civilta' (le tante civilta' umane) che significa essere cives, con-cittadini, capaci di abitare insieme la civitas, la citta' umana, la polis, essendo noi molti e differenti, ognuno unico, ma insieme, gli uni per gli altri. Cosi' la vita puo' essere giusta e pacifica.
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- Nelle discussioni attuali su guerra e pace, vediamo alcune convinzioni che ci orientano:
- la guerra aggressiva e' fallimento umano: offesa e violenza sono perdita, in se' e negli altri, della propria umanita', comune a tutti gli umani; sono offesa non solo alle vittime, ma a tutta l'umanita';
- la guerra difensiva esercita il diritto-dovere di difesa, ma e' sbagliata perche' imita, riproduce e conferma i mezzi omicidi dell'aggressione armata;
- il pacifismo e' desiderio di pace, ma risulta un debole auspicio valido, ma non abbastanza operativo: la nonviolenza e' piu' attiva;
- la nonviolenza, concepita e praticata anche nell'antichita' da alcuni profeti anticipatori, non e' solo astensione dalla violenza, come sembra dire la parola nelle lingue occidentali;
- la nonviolenza, nel pensiero e nell'azione di Gandhi, il maggiore maestro moderno, promotore di una cultura ed esperienza attiva, e' chiamata satyagraha, "forza della verita'";
- la forte verita' della vita umana e' non offendere la vita, non dominare, non uccidere;
- e' piu' degna, piu' forte, e piu' vera, la vita che ha la forza di soffrire l'offesa e la violenza, senza restituirle, mentre non e' vita vera e forte quella che restituisce, raddoppia e conferma la violenza;
- la "pazienza" (saper patire, la forza di soffrire la violenza su di se', nelle piccole come nelle grandi cose), e' la forza umana, che tutela la dignita' dell'offeso, e puo' anche risvegliare nel violento offensore il senso di umanita' preziosa e inviolabile, che e' in lui stesso in quanto umano;
- Gandhi dice (e conferma nella sua vita) che vede buone ragioni per morire per la verita' e giustizia, ma non vede alcuna ragione per uccidere;
- Gandhi ammette che la vilta' e' peggiore della violenza, quindi possono verificarsi situazioni estreme (casi singoli e non sistemi) in cui davvero l'unico modo senza alternative per difendere un vivente da un violento e' uccidere il violento. Ma casi cosi' estremi confermano la violenza come male, e la nonviolenza come regola della vita;
- la doppia negazione "non-violenza" e' affermazione positiva della inviolabilita' della vita;
- alla violenza la nonviolenza si oppone con la forza della resistenza (re-sistere e' "stare" senza cedere, senza riconoscere ragioni al violento, senza obbedire o collaborare in alcun modo, senza sottomettersi);
- il singolo puo' testimoniare la verita' della vita anche da solo, ma la consapevolezza della nonviolenza-come-verita' costruisce la cultura, l'organizzazione, i metodi e i mezzi dell'azione nonviolenta partecipata da molti;
- la storia umana registra fino ad oggi (a quanto vediamo) piu' guerre che lotte nonviolente di resistenza e di liberazione, ma cio' e' dovuto anche al fatto che l'attenzione dell'informazione e della storiografia e' ancora troppo concentrata sul clamore e il dolore della guerra piu' che sulla tranquilla forte paziente costruttivita' della vita: l'esercito dolce delle madri di tutti i tempi del mondo e' vittoria della vita sulla morte;
- i conflitti non sono guerre: sono differenze e tensioni tra diverse ricerche di vita, che l'intelligenza, la comunicazione, la mediazione umana puo' risolvere in modo vitale mediamente vantaggioso per ognuna delle parti, mentre la guerra non e' mai vantaggio stabile per la parte che la vince, generando volonta' di rivincita;
- cominciano a trovarsi negli studi e nella cultura documentazioni di esperienze, pratiche, metodi, con cui i popoli, in forme piu' o meno grandi, si sono opposti alla violenza senza riprodurre violenza, e ottenendo risultati di liberazione, giustizia, maggiore umanita'. Di cio' si trova documentazione se si cerca nel lavoro della cultura nonviolenta (che sta guadagnando spazio anche negli studi universitari attenti e seri).
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- Il fatto che la guerra ci spaventa, ci offende, ci addolora, ci toglie la vita, dimostra che e' necessario arrivare ad abolirla nel concetto e nella pratica della politica: le armi e gli eserciti non evitano ma provocano alla guerra;
- il dolore incombente e frequente delle guerre genera scetticismo profondo sulla possibilita' di eliminarle. Ma noi viviamo ogni istante perche' speriamo nel successivo, e, nel profondo, sappiamo che la nostra umanita' puo' evolvere in meglio. Altrimenti rinunciamo alla vita. Siamo scesi dagli alberi, ci siamo fatti bipedi, abbiamo camminato su tutta la terra e navigato sui mari, costruito case e curato malattie, siamo volati fin sulla luna. Se sappiamo, pensiamo e vogliamo, possiamo eliminare la guerra, sempre nemica della vita.

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