lunedì 18 maggio 2009

PER UN VASO DI FIORI IN PIU’…


“Repubblica - Palermo”
17.5.2009

UN VASO DI FIORI IN PIU’

Finalmente una buona notizia. Avete sofferto da troppo tempo l’illegalità - in qualche caso l’alegalità: vivere non contro le regole, ma come se le regole non ci fossero neppure - sistemica a Palermo e dintorni? Non sopportate più di vedere abusivamente edificare, o ampliare con superfetazioni, senza posa villette a mare (dalla Bandita all’Addaura), appartamenti in città (da Ballarò a Passo di Rigano), magazzini e garage (un po’ dappertutto)? Ritenete intollerabile che l’amministrazione comunale tartassi in misura crescente i cittadini che pagano per l’immondizia o per l’acqua, lasciando indisturbati i furbi che evadono totalmente? Trovate indecente che strade e piazze e spiagge e sentieri in aree alberate siano sommersi da rifiuti d’ogni risma senza che mai venga elevata una sola contravvenzione (a meno che si tratti di un turista veneto chino a raccogliere sacchetti di immondizia abbandonati e colto in flagrante nell’atto di gettarli in pattumiera in ore non previste dal regolamento)? Trovate vergognoso che a tutte le ore di giorno “lavoratori socialmente utili” siano impegnati a giocare a carte nelle anticamere delle biblioteche pubbliche, o ad arrostire braciole appetitose in angoli ameni dei sobborghi, per vincere la noia di chi è condannato all’inerzia? Ritenete di cattivo gusto che ditte che godono di concessioni municipali per le affissioni si prestino a tappezzare la città di manifesti elettorali - di tutti gli schieramenti politici - che poi vanno nascosti (sempre con soldi pubblici) perché irregolari?

Ebbene, sappiate che è scoccata l’ora della rinascita. Ad un noto avvocato civilista è arrivata un’ingiunzione perentoria che, finalmente, inverte la tendenza dominante e lascia intravedere una nuova stagione di pulizia e trasparenza. Egli ha infatti 30 giorni di tempo per rimediare ad una grave trasgressione del regolamento cimiteriale (già sanzionata con una pena pecuniaria di 55,60 euro): togliere il secondo vaso di fiori furtivamente, dolosamente, perversamente aggiunto sulla tomba della madre. L’autorizzazione parlava chiaro: “numero 1 vaso in marmo bianco con 1 o 2 fori”, non certo numero 2 vasi con un foro ciascuno (anche se in metallo, non in marmo; anche se poggiati, non murati; anche se incollati col silicone, non separati). Eh, no! Quando è troppo è troppo. Come sosteneva, saggiamente, il principe Antonio de’ Curtis, “ogni limite ha una pazienza”. Dove crede di vivere il nostro avvocato cassazionista, a Reggio Calabria o a Napoli? Palermo avrà pure avuto qualche momento di distrazione amministrativa, soprattutto nei camposanti e dintorni, dove alligna il monopolio informale di alcuni fornitori di beni e servizi mortuari (tutti auto- esentati da ricevute fiscali, ovviamente); dove stenti a trovare qualcuno che, dai fiorai occasionali ai posteggiatori improvvisati, esercita la propria attività nel rispetto delle normative vigenti; dove non puoi transitare neppure a piedi perché i marciapiedi sono intasati di macchine posteggiate (le zone rimozione hanno il difetto di raggiungere presto il ‘tutto esaurito’). Ma da oggi non è più così. L’occhio vigile delle autorità competenti - quelle stesse che non hanno ascoltato, dopo anni di denunzie anche da queste colonne, la protesta dei cittadini infastiditi dagli altoparlanti della cappella cattolica che impone a tutti i visitatori l’ascolto forzoso di tre messe per ogni domenica e per ogni altra festa di precetto - non lascerà più scampo a questi delinquenti che, come se nulla fosse, raddoppiano la modica quantità floreale consentita per legge.
In preda a questa furia giustizialista, però, il Comune dovrebbe evitare di esagerare. Nella diffida in questione si ingiunge anche al destinatario di sistemare il terreno, a “schiena d’asino”, per un corretto drenaggio. Alla più ovvia delle obiezioni (”Ma non è compito della Gesip?”), il funzionario dell’Ufficio tecnico comunale ha risposto nella meno ovvia delle maniere: “Sì, è vero: la Gesip è inadempiente, ma noi sollecitiamo anche voi clienti perché avete un dovere di sorveglianza sul sito e dunque anche di sollecitare la Gesip a rispettare gli impegni”. In altri termini: noi, che siamo l’istituzione pubblica che affida alla Gesip i lavori, non riusciamo a farli lavorare abbastanza; dunque dovete darvi da fare, se non volete diventare corresponsabili, anche voi contribuenti… Capisco la voglia di legalità, ma trasformare i cittadini in poliziotti mi sembra davvero un po’ troppo.

Augusto Cavadi

sabato 9 maggio 2009

In solidarietà con il Laboratorio Zeta di Palermo


“Centonove”
8 maggio 2009

GENERAZIONE ZETALAB

Spesso dietro - anzi dentro - i fatti di cronaca si celano significati più profondi. L’episodio, apparentemente minore, dello sfratto inviato al “Laboratorio Zeta” di Palermo rientra fra questi casi emblematici. Esso si può leggere, infatti, dalla prospettiva del codice civile: ed è una prospettiva di competenza degli avvocati e, in ultima analisi, della magistratura, la quale soltanto potrà stabilire se l’uso di certi locali di via Boito 7, di proprietà dell”Istituto Autonomo Case Popolari, debba restare ai soci del centro sociale che li gestiscono da quasi dieci anni o piuttosto passare ad un’altra associazione (”Aspasia”) di cui nessuno può, sino a prova contraria, mettere in dubbio la legittimità d’intenti. Ma la stessa vicenda dell’ingiunzione di sgombero può essere letta da una prospettiva sociale: ed è una prospettiva che interpella la responsabilità dell’opinione pubblica, dei dirigenti politici e degli amministratori. Sì, perché Palermo soffre - non meno di altre metropoli europee - la questione giovanile: e non può permettersi di azzerare, con un colpo di spugna, uno dei pochi tentativi riusciti di affrontarla.

Per questione giovanile intendo, molto semplicemente, ciò che ciascun genitore, insegnante, educatore sperimenta quotidianamente: ogni generazione stenta, un po’ più della precedente, a socializzare. O, per lo meno, a socializzare in maniera costruttiva e con finalità progettuali. Tutta una serie di strumenti elettronici ed informatici - sulle cui potenzialità positive sarebbe da ipocriti tacere - comportano, come effetto collaterale indesiderato, una sorta di pedagogia dell’isolamento: si è fortemente tentati di difendere il proprio guscio individuale accontentandosi di rapporti virtuali che aggravano la propria solitudine proprio perché danno l’illusione di uscirne. L’accesso a mille canali per comunicare (dai cellulari ad internet) maschera l’incapacità del contatto diretto, personale: o, per lo meno, la mancanza del gusto di incontrare l’altro nella concretezza della sua fisicità. Il risultato è deprimente: fasce giovanili sempre più consistenti pendolano fra la noia e il sogno di entrare in qualche fattoria televisiva, sprecando meravigliose potenzialità di vita intensa (per sé) e feconda (per gli altri).
il Laboratorio Zeta ha costituito - e non solo per i più giovani - un esperimento di aggregazione in contro-tendenza. Come tutti gli esperimenti umani, ha conosciuto successi e fallimenti, pregi e difetti, adesioni e critiche: ma è stata, ed è, una realtà viva, autenticamente viva. Lo possono attestare quelle centinaia, anzi migliaia di cittadini che lo hanno frequentato: per anni, per mesi o anche solo per una sera di musica. Dal
 2001 uno stabile abbandonato è stato restituito alla fruizione pubblica, divenendo laboratorio di
sperimentazione culturale e di partecipazione sociale e politica: uno spazio frequentato da persone in 
prima linea nelle lotte per il diritto alla casa, la difesa dei beni
 comuni, i diritti dei migranti, la denuncia del sistema di potere
affaristico-politico-mafioso…
 Gratis, o a costi bassissimi, sono stati offerti alla città spettacoli 
teatrali, presentazioni di libri e di video, concerti, rassegne
cinematografiche, seminari, dibattiti, mostre fotografiche e
pittoriche, corsi di informatica, corsi di italiano per stranieri, 
l’accesso ad una biblioteca con più di 2000 volumi.
 Come se ciò non bastasse, il centro sociale di via Boito è diventato un punto di riferimento, stabile o di 
passaggio, per centinaia di migranti di ogni nazionalità che hanno
 collaborato alla trasformazione e alla gestione degli spazi,
 sperimentando una forma di accoglienza lontana da logiche 
paternalistiche ed assistenziali. In una lettera aperta un nutrito gruppo di intellettuali ed operatori sociali tiene ad esternare preoccupazione e solidarietà: “Tutti noi abbiamo vissuto
il Laboratorio Zeta.
 Lo 
abbiamo attraversato ed ha attraversato le nostre vite.



 Con lo Zetalab abbiamo
contribuito alle battaglie per la libertà ed i diritti degli 
esclusi, promuovendo centinaia di iniziative. 
In otto anni di storia lo
 Zeta ha restituito uno spazio pubblico nel quale la dimensione locale 
e le dinamiche globali sono state raccontate ed intrecciate in un unico vissuto”.
Solo alcuni giorni fa un migliaio di cittadini - anche a nome di tanti altri che il lavoro, l’età, la malattia, la disinformazione hanno tenuto lontano dalla manifestazione - sono scesi in piazza per chiedere all’amministrazione di dare una decisa inversione di marcia alla lenta agonia di Palermo oppure di gettare la spugna e passare ad altri il timone. Oggi il sindaco, la giunta, le autorità pubbliche che possono interagire con l’amministrazione comunale hanno la possibilità di dare un segnale: in attesa di inventare il nuovo, contribuire a non spegnere un lumicino fumigante che sinora ha reso meno buia la notte della nostra città.

Augusto Cavadi

venerdì 8 maggio 2009

Le donne siciliane si raccontano


“Repubblica - Palermo”
8 maggio 2009

DALLA PSICOLOGA ALLA MILITANTE
QUEL CHE LE DONNE DICONO

Che ne è della condizione femminile in Sicilia? Ci sono molti modi per rispondere, ma il più semplice è dare la parola ad alcune donne siciliane. Come ha fatto la sociologa Maria Coppa in un agile, prezioso volumetto (Mi ricordo…Storie di vita di donne siciliane, Aracne, Roma 2008) con lo scopo di “riavvolgere quel file rouge che si è snodato, spesso sotterraneamente, nella realtà palermitana degli ultimi 30 anni, con l’apporto degli strumenti della ricerca sociologica qualitativa”. “Ci sono, secondo me, tre tipi di donne: le ‘bambole’ che si appoggiano agli uomini, che da sole non sono capaci di far niente; quelle che assumono il modello ‘maschile’ per realizzarsi e diventano anche peggio degli uomini; infine, quelle che vogliono realizzarsi restando se stesse, utilizzando cioè la propria sensibilità, senza cambiare, senza diventare qualcos’altro, mantenendo inalterate quelle caratteristiche (rispetto altrui, tenerezza, comprensione) che dovrebbero essere qualità di tutto il genere umano e non appannaggio delle sole donne”: così T.P., una docente universitaria palermitana in pensione, sintetizza la sua visione nel corso del racconto della propria “storia di vita”. E’ uno dei sette racconti che non pretendono di essere più che un frammento di un mosaico ancora tutto da costruire: ma un frammento che evoca, soprattutto nei lettori che le hanno vissute, delle atmosfere - non certo prive di confusioni e di contraddizioni, eppure vive e palpitanti - che, lontane di anni, sembrano invece remote di secoli. E’ vero che il ritmo della storia si è accelerato e che in trent’anni la società è cambiata quanto, sino agli anni ‘70, nei trecento anni precedenti!

Prendono la parola donne di indubbia personalità, ma dai percorsi esistenziali più variegati: dalla militante comunista che si trova a diventare per due legislature di seguito sindaco di un Comune ad altissima intensità mafiosa (e sperimenta l’isolamento dei concittadini impauriti dai Brusca e dai loro complici) alla psicologa-scrittrice che, a 25 anni, si trova a fondare a Roma una casa editrice incandescente come la Samonà - Savelli (e a giudizio della quale alle donne non dovrebbe interessare “il fare politica per ottenere il potere”, quanto tendere a diventare “esseri politici”); dalla casalinga (che rimprovera i cristiani di aver schiacciato la figura della donna in contraddizione con l’esempio rivoluzionario di Gesù stesso) alla pittrice e naturopata (che rinunzia all’impiego in banca dopo aver constatato che in quell’ambiente “volgare, fatto di battute e di doppi sensi”, la mattina i colleghi maschi “salutavano le gambe, non le persone”, soppesando le donne “per il corpo fisico, non per quello che eri, o che dicevi”). Nel racconto della settima, ultima, interlocutrice riemerge un motivo toccato già in testimonianze precedenti: l’attitudine femminile a cercare la consapevolezza delle proprie scelte. M.V.C, insegnante e pittrice, a un certo punto dichiara: “Sento che ogni giorno si fanno delle scelte, anche nelle piccole cose quotidiane, anche quando compro qualcosa. Per ogni azione mi chiedo: ‘Questo cambia il senso della mia vita?’. Spesso compravo delle cose inutili, adesso credo che siamo malati, facciamo quello che gli altri vogliono, come nell’abbigliamento, ci lasciamo condizionare dalle ‘mode’. Credo proprio che in questo periodo nessuno viva una buona ‘qualità‘ della vita”. Ed anche questa consapevolezza dei gesti quotidiani è ‘politica’.
“Come pratica politica le donne sono molto avanti, ma come storia scritta c’è poco, soprattutto in Sicilia e questo lo abbiamo rilevato anche come UDI, confrontandoci con il ‘femminismo’ nazionale. C’è una grossa capacità di fare, ma poca capacità di raccontare. E’ il problema della parola”: così D.D., docente in pensione ed ex deputata al Parlamento italiano. E’ una constatazione, ma può diventare una proposta di lavoro per i prossimi mesi.

Augusto Cavadi

mercoledì 6 maggio 2009

Identikit della mafia


AA. VV., R…esistere. Appunti di viaggio dal Campo Scuola a Palermo , Filca Cisl, Roma 2009, pp. 33 - 40.

Augusto Cavadi
L’identikit della mafia

Il mio desiderio sarebbe di offrire una chiave di lettura - una griglia interpretativa - che vi consenta di raccogliere in una visione d’insieme le esperienze, i racconti di vita, le testimonianze che avete ascoltato e che continuerete ad ascoltare in questi giorni. I fatti, le azioni, sono importanti, anzi essenziali: ma abbiamo bisogno anche di qualche schema mentale per ordinarli e, così, capirli più a fondo.

Comincerei come una domanda che sembra facile facile ed è invece assai complicata: cos’è davvero la mafia? Dico subito che mi riferisco alla mafia nel senso preciso, concreto, delimitato: a “Cosa nostra” e alle altre associazioni criminali che ruotano in Sicilia attorno a “Cosa nostra”. Non sto parlando della mafia come etichetta generica, come sinonimo di delinquenza e malaffare: no, se usiamo la parola mafia per indicare ogni forma di malavita, allora tutto il male del mondo, da Adamo ed Eva, è mafia. E se tutto è mafia, nulla lo è veramente. Se tutto è mafia, essa c’è sempre stata e sempre ci sarà: quindi non possiamo che arrenderci e tornarcene ognuno al calduccio di casa nostra. La criminalità c’è sempre stata e, tuttora, la si può registrare sotto tutti i regimi politici: ma non tutto è mafia.

Inizierei a precisare che la mafia di cui oggi parliamo ha avuto una data di nascita, almeno approssimativa: il 1861, l’anno in cui si è costituito il regno d’Italia. Prima che si unificasse il nostro Paese, prima che nascesse lo Stato italiano, avevamo il brigantaggio, avevamo varie forme di banditismo, avevamo certamente cosche che esercitavano soprusi: ma questi fenomeni vengono, giustamente, definiti dagli storici “pre-mafiosi”. La mafia, invece, ha una sua specificità: essa è inconcepibile senza il rapporto “dialettico” con lo Stato. Preciso subito cosa intendo, in questo caso, con l’aggettivo “dialettico”. Potrei cavarmela dicendo che la mafia ha un rapporto di amore-odio con lo Stato, con le istituzioni pubbliche: ma voglio essere più chiaro. Nei mass-media la mafia viene spesso dipinta come l’Anti-Stato: ma questa è una definizione sbagliata o, per lo meno, incompleta. I criminali comuni sono anti-Stato, ‘fuori’ e ‘contro’ le strutture statuali: la mafia, invece, cerca prima di tutto di entrare ‘dentro’ lo Stato, di farsi Stato. Quando le riesce di infiltrarsi nei gangli dello Stato non chiede di meglio! Quando trova una situazione “morbida”, quando s’interfaccia con persone disposte a colludere, la mafia non è l’avversaria dello Stato. Magari fosse sempre così netta la contrapposizione! Magari potessimo vedere con chiarezza due squadre in campo , lo Stato da una parte e l’anti-Stato dall’altra, in modo da poter scegliere senza difficoltà da che parte stare! E’ solo se trova una resistenza “dura” (non solo Falcone e Borsellino, ma tantissime altre figure che nella storia - prima e dopo di loro - hanno resistito) che la mafia diventa “anti-Stato”. Essa si fa nemica di quei pezzi di Stato, di quegli uomini delle istituzioni, che non si lasciano né corrompere né intimidire. perché trova uno Stato che non si fa intimidire, non si fa corrompere.

Ma questa associazione criminale che è la mafia, a quali finalità specifiche mira? Il denaro e il potere. Il denaro, come tutte le bande di delinquenti del mondo; ma anche, più specificamente, il potere. Ciò che la distingue dalla delinquenza generica è proprio la ricerca di rapporti stabili, consolidati, strutturati con il potere politico. Su questo la mafia non fa scelte ideologiche: ai tempi del re era monarchica; durante il fascismo si è infiltrata nel partito fascista, perché quest’ultimo deteneva il potere; poi è diventata repubblicana; poi democristiana; poi berlusconiana…Un proverbio siciliano recita: “Cumannari è meglio che futtiri”, l’esercizio del potere è un piacere più intenso delle scopate.

E come fa la mafia ha perseguire i suoi due obiettivi principali, l’arricchimento illecito e il dominio sul territorio? Direi: con la carota e con il bastone. Con la persuasione e con le minacce. Con una strategia culturale e con l’uso della violenza fisica. Anche questa è una differenza importante rispetto alla criminalità comune: la mafia prima cerca di comprare i suoi complici (avvocati, magistrati, imprenditori, pubblici ufficiali, politici, giornalisti, medici… ) e poi, solo se non ci sono altri mezzi di persuasione, ricorre alla violenza militare. Ecco perché se, in un determinato periodo, non ci sono morti di mafia, non vuol dire necessariamente che le cose vadano meglio: può significare, al contrario, che la mafia governa senza resistenze, gestisce il potere senza insubordinazioni. Può significare che la gente obbedisce senza neppure bisogno di minacce. Può voler dire che la sua politica culturale territoriale ha funzionato: essa è riuscita a far condividere il suo codice culturale, la sua mentalità, l’insieme dei suoi ‘valori’. Questo è davvero terribile: la mafia trionfa indisturbata quando ottiene che l’ambiente circostante partecipi con convinzione dei suoi stessi principi filosofici. La mafia non vuole il Far West. Preferisce di gran lunga che la gente pensi: “Meno male che ci siete voi, altrimenti staremmo peggio…”. La mafia “educa” le nuove generazioni fin dall’infanzia: è possibile parlare di una vera e propria pedagogia mafiosa.

Proviamo, dunque, a tirare le fila di questo identikit (sommario) della mafia: essa non è una cosa enorme e invincibile, la “piovra” descritta in molti film. In realtà è un club di soggetti che si riconoscono in un’identica mission. Gli inscritti a questa società segreta mafiosi sono 5 mila: cinque mila su cinque milioni di siciliani. Non il 10%, non l’1%, ma l’1 per mille dei siciliani. Perché si mettono insieme? Non solo per il potere né solo per il denaro, ma per entrambi questi scopi. E come vogliono raggiungerli? Con la violenza esercitata e minacciata, ma solo quando non riescono ad affascinare l’opinione pubblica con l’insieme di ‘valori’ che propongono. Solo così si può spiegare un fatto su cui troppo spesso si sorvola: ad appoggiare la mafia non sono solo i poveri che non hanno da mangiare. Dobbiamo smettere di dire che la mafia nasce solo perché c’è la povertà: la povertà c’era anche in Veneto, in Irlanda, ma lì non si è creata la mafia. Tra i miei allievi, in trent’anni di insegnamento, mi è capitato anche di avere figli di mafiosi e, in qualche caso, persino giovani che sono diventati mafiosi da adulti: vi assicuro che non erano né tra i meno bravi a scuola né tra i meno ricchi.

Molti di voi vengono dal Settentrione d’Italia: vorrei dunque spendere qualche parola sulla vastità dell’influenza che esercita la mafia nel nostro intero Paese. Spesso l’idea che la mafia sia dappertutto – anche al Nord - viene usata in senso sbagliato: dire che “la mafia è a Roma e a Milano” rischia di essere un modo per togliere responsabilità ai siciliani. La testa della mafia è in Sicilia, ma questa testa ha bisogno di appoggi politici a tutti i livelli (locale, regionale, nazionale). Questo spiega perché la mafia ha diramazioni nel resto dell’Italia e anche fuori dall’ Italia. Perché la mafia mette le bombe in via dei Georgofili a Firenze o alla chiesa del Velabro a Roma? Perché vuol far capire che la sua dimensione non è ‘provinciale’, localistica. Qualche anno fa il presidente dell’ABI (Associazione Banchieri Italiani) ha detto che se le banche dovessero rifiutare i soldi del riciclaggio, l’intero sistema bancario italiano avrebbe un crollo. La più grande industria italiana non è la Fiat, ma la criminalità organizzata: mafia, ‘ndrangheta e camorra.

Ma forse abbiamo detto abbastanza su cos’è la mafia: spendiamo qualche altro minuto per accennare a ciò che potremmo fare, insieme, per contrastarla. Come sconfiggere la mafia? In un libretto che, dal 1992 ad oggi, è stato più volte riedito e ristampato - Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa può fare ciascuno di noi qui e subito, edito dalle Dehoniane di Bologna - ho provato a individuare cinque armi principali per combattere contro la mafia:

1) Le armi intellettuali: la conoscenza, l’aggiornamento e l’approfondimento. Le cosche nel Sud hanno la capacità di convincere le persone che stanno facendo il loro bene: “Noi meridionali siamo tutti vittime del Nord”. Questa argomentazione viene utilizzata come una delle legittimazioni dell’autogoverno mafioso. Bisogna combattere la mafia con l’intelligenza: la nostra prima arma di difesa è l’informazione. La mafia che passa attraverso la televisione è una mafia edulcorata, quasi pericolosa, perché favorisce l’immedesimazione nei protagonisti che vengono rappresentati nei film, nelle fiction. È necessario attingere ad altre fonti: leggere qualche libro serio, documentarsi su qualche rivista seria o su qualche sito web serio.

2) Le armi dell’etica: perché non è facile resistere alla mafia. Prima di sparare la mafia cerca di sedurre, di comprare, di offrire carriere… Scegliere di resistere significa scegliere una vita meno comoda di quella che si può avere con l’appoggio dei mafiosi. È una scelta che in questa terra si deve fare molto presto: verso i 15, 16 anni. Combattere la mafia a volte significa dover pagare, non necessariamente con la vita, ma con la fine di amicizie, con l’isolamento, talora con l’allontanamento dalla propria casa (come quanti decidono di testimoniare contro la mafia). Dire ‘no’ alla mafia comporta la rinunzia ai privilegi e ai vantaggi della collusione: per questo esige una grande libertà interiore!

3) Le armi politiche. Abbiamo il voto. Finché i mafiosi e gli amici dei mafiosi ricevono i voti non si va avanti. Bisogna votare quelli che non sono in odore di mafia: e ce ne sono in quasi tutti gli schieramenti.

4) Le armi dell’economia. Significa sia boicottare l’economia illegale (che deriva ad esempio dal commercio di prodotti contraffatti, di stupefacenti) sia favorire l’economia legale. La legge “Rognoni-La Torre” ha toccato il portafogli dei mafiosi. Con “Addio Pizzo” il boicottaggio alle tasche della mafia si allarga: da azione giudiziaria diventa strategia popolare. Si evitano i negozi in mano ai mafiosi (e non è facile: spesso, poiché riciclano denaro sporco, possono permettersi i prezzi più bassi !) e si favoriscono le ditte ‘pulite’ che si rifiutano, pubblicamente, di pagare il pizzo. . Questo tema andrebbe approfondito a parte. Ai piccoli imprenditori i mafiosi chiedono poco, magari solo 50 euro al mese: il pizzo ha prima di tutto una valenza simbolica, perché pagarlo significa accettare controllo del territorio da parte delle cosche. Ma come convincere i commercianti a ribellarsi? Ad alcuni bastano gli ideali morali per scegliere di essere contro la mafia, ma ad altri no: è necessario far vedere che una società più equa è una società più conveniente per tutti. È importante far riuscire a far coincidere gli ideali con gli interessi. Quando a Tano Grasso – che vendeva scarpe a Capo d’Orlando – vennero a chiedere il pizzo, disse: “Tornate tra una settimana”. Nel frattempo parlò con gli altri commercianti della zona e disse: “Mettiamoci d’accordo: se sono solo io a non pagare, mi ammazzano, come l’anno scorso hanno ammazzato a Palermo Libero Grassi. Se dobbiamo dire no, lo dobbiamo dire tutti insieme”. Infatti Libero Grassi è stato assassinato dagli estortori perché, quando aveva detto in tv che avrebbe continuato a rifiutarsi di pagare il pizzo, l’allora Presidente di Confindustria aveva dichiarato ai giornalisti: “Non capisco di che parli il mio collega. Qui a Palermo nessuno di noi è vittima del racket: magari avrà incontrato qualche criminale locale…”. Il male vince sempre, quando i ‘buoni’ non fanno nulla.

5) Le armi dell’educazione. Bisognerebbe, come dice il mio amico don Cosimo Scordato, riuscire a strappare almeno una generazione alla mafia: da 150 anni essa riesce a passare il testimone alle nuove generazioni. Bisogna costruire una pedagogia alternativa, lavorare sul territorio, con i bambini, con i ragazzi, con i loro genitori, per invertire la disaffezione all’impegno e l’attitudine a girarsi dall’altra parte. Questa non è una battaglia facile: l’educazione è importantissima, ma poi c’è il mistero - o l’enigma - della libertà. L’insegnamento a parole può servire, ma deve tradursi anche in testimonianza di vita. Ed è qua che molti docenti, anche ‘democratici’ e ‘progressisti’, si tradiscono: non si comportano in maniera differente rispetto ai colleghi reazionari, conservatori o qualunquisti.

E’ davvero ora di chiudere. Due o tre considerazioni globali che servono, però, ad introdurre la testimonianza successiva.
Prima considerazione: sconfiggere la mafia è possibile se ci mobilitiamo NOI, QUI, ORA. L’orizzonte dell’antimafia non può continuare ad essere visto come straordinario. Non possiamo permettercelo. Va bene fare la fiaccolata per ricordare Giovanni Falcone il ventitrè maggio, ma solo se è espressione di un lavoro che si distende per ogni singolo giorno dell’anno. Ormai è appurato: in alcuni casi, sono gli stessi mafiosi che promuovono le manifestazioni antimafia! Le intercettazioni ci aiutano a capire queste dinamiche. È logico che la mafia abbia convenienza a far concentrare l’attenzione in un solo momento all’anno , se questo distrae da un impegno costante, continuo, quotidiano…
Seconda considerazione: all’onestà di riconoscere, con vergogna, che la Sicilia è la terra della mafia, dobbiamo coniugare l’orgoglio di ricordare che è anche la terra dell’antimafia. Non serve a nessuno, tranne che ai mafiosi, cancellare la memoria dei martiri che ci hanno preceduto: la storia dell’antimafia scorre antica come la storia della mafia. E, ad essa, strettamente intrecciata.
Terza considerazione: sono convinto che il movimento anti-mafia può raggiungere dei risultati solo se, oltre ad agire, riflette anche sull’azione. Bisogna creare e ricreare incessantemente nuovi equilibri individuali e collettivi: non basta studiare e scrivere libri, ma nemmeno il lavoro eroico di chi opera sul campo, sui vari campi. Bisogna sintonizzare le diverse sensibilità, far confluire in un flusso unitario e sinergico azione e riflessione. Per questo motivo, con altri amici, nel 1992 ho fondato un’associazione di volontariato culturale che si chiama “Scuola di formazione etico- politica Giovanni Falcone”: voleva essere - vorrebbe essere ancora - un’oasi in cui i militanti ogni tanto si rifugino per riposarsi, per meditare, per aggiornarsi. Credo molto all’interscambio fra chi spende la vita nella pratica e chi la spende nello studio, ma come servizio alla pratica e non come fuga dalla storia: penso che vi sia facile immaginare quanto sia contento, oggi, di incontrare un gruppo di operai e sindacalisti animati dal mio stesso desiderio di coniugare azione, informazione e riflessione critica. I formatori che vi accompagnano hanno accettato di acquistare e distribuire a ciascuno di voi una copia del mio libretto La mafia spiegata ai turisti: qualcuno, fermandosi alla copertina volutamente ironica, pensa che si tratti di una pubblicazione umoristica. Invece è serio, frutto di tanti incontri con ospiti da tutto il mondo (per questo l’abbiamo pubblicato in sei lingue) e mi auguro di cuore che vi possa accompagnare come strumento per prolungare un po’ l’eco di queste giornate palermitane.

martedì 5 maggio 2009

L’Africa di Alberto Sciortino


“Repubblica - Palermo”
3.5.09

Alberto Sciortino
L’Africa in guerra
BALDINI CASTOLDI DALAI
Pagine 441
Euro 18,50

Alberto Sciortino è uno di quei rari, e preziosi, intellettuali palermitani che intreccia in circolo virtuoso analisi teoriche e pratica sociale. Come coordinatore per conto dell’organizzazione non governativa siciliana Ciss (Cooperazione internazionale Sud Sud) di vari progetti di sviluppo nel continente nero si è incontrato da decenni con le centinaia di guerre che, nel silenzio abituale dei massmedia italiani, vengono là combattute, non di rado con la regia di grandi potenze occidentali. Da qui l’idea di studiarne le radici storiche, le modalità effettive (saccheggi, schiavismo, abusi sessuali, razzia di aiuti umanitari, reclutamento militare di minori) e le prospettive attuali. Il frutto è un libro, denso ma fruibilissimo, davvero molto bello, non solo tipograficamente (L’Africa in guerra. I conflitti africani e la globalizzazione), di cui un esergo di A. Mbembe fornisce la chiave di lettura: “La guerra in quanto economia generale non oppone più necessariamente tra loro coloro che dispongono di armi. Oppone, di preferenza, chi dispone di armi e coloro che ne sono privi”.
Augusto Cavadi