domenica 13 gennaio 2013

Le beatitudini: fughe da sinistra e fughe da destra...


“L’incontro”
Novembre 2012

NATI PER SOFFRIRE ?

Non so quanti siano d’accordo con la mia opinione, ma ho il forte sospetto che il messaggio evangelico delle beatitudini costituisca una delle ragioni principali della fuga dalle nostre chiese. Per uscire, però, ci sono almeno due porte: la maggior parte scappa da sinistra, qualche altro - attualmente in minor parte – scappa da destra.
Da sinistra scappano quelli a cui arriva la versione dominante, ma deformata, dell’annuncio originario di Gesù. Che cosa avrebbe detto, infatti, il Maestro secondo l’interpretazione ‘volgare’? Che siamo nati per soffrire e ci riusciamo benissimo. Che Dio ci ha posto in una valle di lacrime per metterci alla prova: chi tenta di nuotare e se la cava alla meno peggio, attraversa la valle senza troppo dolore ma non può pretendere pure di godere nell’altra vita. Se poi, per giunta, nel tentativo di stare a galla, si appoggia sulla testa altrui e li lascia affogare, è un “maledetto” al quale si spalancheranno le porte dell’inferno. Al contrario, chi non ce la fa, chi resta disoccupato e senza potere, chi soffre la solitudine e l’abbandono, deve rallegrarsi: è il candidato ideale per il “paradiso”. Se poi gli capita pure di fare un po’ la fame in vita e di andarsene roso da un tumore, può considerarsi un privilegiato, Un eletto. Lo attende infatti, dopo un pellegrinaggio terreno da incubo, la felicità senza fine per l’eternità.
Molti di quanti recepiscono così il discorso della Montagna, scappano inorriditi: non vogliono che una simile dottrina religiosa li narcotizzi, gli renda in qualche modo tollerabile l’intollerabile sperequazione in questo mondo fra chi ha e chi non ha, fra chi sa e chi ignora, fra chi può comandare e chi deve soltanto obbedire.
Se pastori e teologi, catechisti e insegnanti di religione, avessero tutti quanti dedicato la vita a capire con metodo ‘scientifico’ i testi biblici, probabilmente sarebbero arrivati alle conclusioni di un p. Dupont che - in numerosi scritti di varia mole ed accessibilità – ha spiegato che cosa veramente ha detto Gesù di Nazareth. Che il senso della nostra esistenza, personale e collettiva, è fare spazio al “regno di Dio”: il quale si caratterizza perché, dove attecchisce, fioriscono dignità e libertà, fraternità e giustizia, solidarietà e rispetto per la natura. E che la sua missione nella storia non era nient’altro che questa: aprire la pista all’inserimento del “regno di Dio” nelle strade delle donne e degli uomini del suo tempo, di ogni tempo. Dunque non un annuncio puramente ‘spirituale’ nell’accezione riduttiva che diamo a questo termine (quasi sinonimo di immateriale, impalpabile, astratto), bensì ‘integrale’: rivolto - come dirà Paolo VI – “a tutto l’uomo e a tutti gli uomini”. Sconcertantemente concreto. E immediato. Gesù era convinto che fosse ormai imminente la liberazione dei poveri e degli impoveriti, degli affamati di pane e degli assetati di giustizia. Come scriverà Sergio Quinzio, la sua morte in croce è la smentita clamorosa del suo sogno. E noi credenti in Lui siamo tutti quanti figli di questa radicale, originaria, incalcolabile “sconfitta di Dio”.
Ma ogni tanto, per fortuna o per caso o per grazia di Dio, qualche vescovo o teologo o prete o catechista propone la versione corretta delle beatitudini. La versione scomoda, inquietante, rispetto alla quale ognuno di noi - io per primo – si sente inadeguato. La versione non accomodante, non moderata, non rinunciataria: in una parola, la versione autenticamente rivoluzionaria. Che lascia spazio non al se creare condivisione e uguaglianza di opportunità, ma solo al come sia più opportuno ed efficace crearle. Ogni tanto può capitare di aprire libri, come quello di Elio Rindone intitolato E’ possibile essere felici? (Di Girolamo, Trapani 2004) , e leggervi: “In conclusione, possiamo dunque riconoscere tre strati della trasmissione del messaggio: quello iniziale, di Gesù che inaugura il regno che pone da subito fine alle sofferenze degli oppressi; quello della redazione lucana, che vede gli oppressi nei seguaci di Gesù che stanno per entrare nel regno; e quello della redazione matteana, che indica le condizioni per entrare nel regno: far parte della massa degli oppressi o condividerne la sorte, operando per l’avvento del regno. (…) Se questo è il messaggio originario, bisogna riconoscere che l’interpretazione tradizionale se ne è allontanata parecchio” (pp. 57 – 58).
Che cosa succede quando in una comunità, in una parrocchia o in un’associazione cattolica comincia a diffondersi la lettura fedele, e corretta, delle beatitudini evangeliche? Anche in questo caso si assiste ad esodi. Ma chi esce perché ha capito davvero il messaggio di Cristo esce, per così dire, dall’altra porta: da destra. Scappa da un ambiente in cui l’aria comincia a farsi irrespirabile per quanti vogliono convivere con Dio e con Mammona; con la verità e con l’ipocrisia; con l’aspirazione interiore alla santità e con una vita di comodi, perfino di lussi. E’ il caso di inseguire quanti fuggono dall’utopia evangelica? Non saprei. Ciò di cui sono certo è che, prima di preoccuparsi di riacciuffare i ricchi e i potenti che volgono le spalle alle chiese quando in esse risuona la voce del Messia, bisognerebbe occuparsi di accogliere i poveri e i senza-potere che ritornano. Sì, perché una chiesa più evangelica (compirà mai questa conversione la chiesa cattolica soprattutto gerarchica?) è una chiesa che perde i fortunati e i prepotenti, ma riacquista la fiducia delle vittime.
Quando, ogni tanto, a me siciliano viene chiesto se sono favorevole alla scomunica dei mafiosi, rispondo che la questione essenziale è un’altra: come mai i mafiosi, che vivono l’ossessivo accumulo di potere e denaro mediante violenza, vogliono restare nelle nostre chiese? Se in esse si vivesse seriamente la povertà e la condivisione dei beni, il rispetto delle regole democratiche e l’accoglienza dei diversi, i mafiosi non sarebbero i primi ad andarsene (magari dileggiando questi poveri folli che credono veramente in un mondo di giustizia e di pace)? Infelice la chiesa che ha bisogno di scomuniche! Si illude di eliminare con la repressione autoritaria le mele marce, pur di evitare la purificazione dal marciume dei propri compromessi teorici e pratici.

Augusto Cavadi

giovedì 10 gennaio 2013

Ci vediamo domenica 13 gennaio al Cesmi di Palermo?

PICCOLA SCUOLA DI FILOSOFIA-IN-PRATICA PALERMO DAL 13 GENNAIO 2013

guidata da Augusto Cavadi

Programma orientativo del primo ciclo (date e tematiche potranno subire variazioni se concordate nel gruppo):
7 incontri con cadenza mensile (seconda domenica di ogni mese ore 17,30-19,00 da 13 gennaio 2013 a giugno 2013)

1. La felicità e le sue illusioni
2. La libertà e le sue contraffazioni
3. L’amore e le sue trappole
4. Fede, religiosità e spiritualità: tre sinonimi?
5. Fregarsene della politica?
6. Legalità in terre di mafia
7. Argomento a scelta proposto a maggioranza dalla piccola comunità di ricerca
Accoglienza partecipanti ore 17-17,30

Note:

- Ogni incontro prevede la quota di partecipazione di euro 8,00 e la quota associativa al CeSMI euro 40 con validità 1 anno dal momento di iscrizione.
- L’abbonamento ai 7 incontri (56,00 euro) dà diritto al volume di Augusto Cavadi “E, per passione la filosofia. Breve introduzione alla più inutile di tutte le scienze”, Di Girolamo, Trapani 2008, euro 16,50. (Per chi lo possedesse, un altro simile a scelta).
Sede di Palermo: via. M . Stabile 261
Per info tel 091 9820468 - 3396749999

http://www.cesmipalermo.com/contatti.aspx

lunedì 7 gennaio 2013

Gaetano Farinelli su “Il Dio degli leghisti”

“Madrugada”,
dicembre 2012, 88.

Augusto Cavadi
IL DIO DEI LEGHISTI
Edizioni San Paolo

Vengo a conoscenza di questo libro il giorno in cui l’autore sale da Palermo a Cittadella, una roccaforte della Lega, a presentare la sua opera. Il titolo è curioso, provocatorio. Avere un proprio Dio non è cosa nuova; ma può nascondere un interesse privato. Perciò mi metto in viaggio per scoprire il santuario di questa divinità. La mappa tracciata dall’autore è bene articolata; scrive infatti che la Lega nasce come reazione alla corruzione ed al meridionalismo; reattiva alla globalizzazione, predica il regionalismo. Propone il federalismo ma mira alla secessione. Il rifiuto dello stato avvicina la Lega alla mafia ed alla chiesa. Usa una violenza verbale pesante e mira al potere. La conduzione del partito è molto legata al suo leader. Ha una forte intonazione xenofoba e un insistente volgare maschilismo. Coltiva una religione panteista ( il dio Po), ma protegge la esposizione del crocefisso nei luoghi pubblici, perché simbolo della tradizione e porta fortuna; parteggia per una chiesa tradizionale, locale, ma disprezza la religione altrui; dichiara guerra alla costruzione delle moschee, ed in questo riceve il consenso di qualche prelato cattolico. Riduce l’amore del prossimo all’amore per il vicino e propone leggi contro lo straniero, che sbarca in Italia, considerato clandestino e fuori legge.
La chiesa in blocco non è difensora del leghismo, ma ci sono nella chiesa dei prelati che per una forma di baratto iniquo, considerano la Lega cristiana, perché difende i valori non negoziabili ( vedi aborto, coppie di fatto, fecondazione assistita, ecc. testamento biologico) ;
L’autore analizza e confronta gli scritti e le voci che hanno accompagnato la storia del partito. Registra le voci leghiste in difesa di una certa tradizione cristiana, ma evidenzia le loro accuse nei confronti del Cardinale Martini e il cardinal Tettamanzi di Milano. Segnala quindi la discriminazione che la Lega propone tra preti tradizionali e pretucoli catto-comunisti; quelli del pre-concilio e quelli del concilio.
Alla fine del percorso, della lettura del libro mi trovo davanti a un dio ambiguo, una specie di Dio Giano bifronte, dio della pace e della guerra, che coltiva l’amore del vicino e l’odio per il meridionale , per lo straniero. Un dio pericoloso, che mescola il falso con il vero. Un dio con la croce e con la spada.

Gaetano Farinelli

sabato 5 gennaio 2013

Epifania: la caduta delle barriere artificiose


Mi è stata chiesta da “Adista” anche la traccia di riflessione sul vangelo di domani, 6 gennaio, per la rubrica “Fuoritempio”. La ripropongo qui da:

“Adista-notizie”
22.12.2012

LA CADUTA DEI MURI
Ormai che l’esegesi più avvertita ci ha liberato dalle ossessioni storicistiche e concordiste (quali magi? da quale Oriente? seguendo quale costellazione stellare?), possiamo fruire - in tutto il suo splendore midrashico – di ogni racconto dell’infanzia di Gesù. E lasciarci affascinare, sul piano simbolico e spirituale, dal racconto della manifestazione (tale, come è noto, il significato letterale della parola greca epifania) del Bambino.
Una prima suggestione può essere formulata con un versetto evangelico attribuito a Gesù adulto: “nessuno è profeta in casa sua”. Dio sceglie un messaggero e la prima reazione dei destinatari diretti acquista la forma di una domanda: come possiamo farlo fuori? Dobbiamo però precisare: abbiamo osservato la reazione dei pastori, dei poveri, dei sospettati di vivere nel peccato e nella trasgressione – ed è stata una reazione di accoglienza ammirata e gioiosa. Ora, invece, è la reazione di Erode, di chi ha il potere politico in mano e, con l’acutezza di sguardo dei malvagi, vede in ogni profeta una minaccia mortale. Dunque: non gli uomini in generale respingono i consacrati alla diffusione del Regno, ma quelli che non vogliono essere disturbati nelle loro posizioni di privilegio e di dominio.
Una seconda suggestione ci viene dalla condizione sociale di questi viaggiatori misteriosi. Sono Maghi: dunque gente che cerca, indaga la natura, sperimenta rimedi medici, inventa strumenti tecnici. Sono un po’ teologi, un po’ matematici, un po’ filosofi, un po’ medici e un po’ ciarlatani: insomma, dei perfetti intellettuali. Ebbene, forse qui Matteo ci vuole dire che dedicarsi, per professione, alla vita intellettuale può costituire una chance preziosa: dipende dall’uso che facciamo della ragione. Essa può chiuderci nella nostra autoreferenzialità, farci crogiolare nella nostra vanità, in perenne contemplazione del nostro ombelico; ma può anche aprire i nostri orizzonti, cercare risposte significative in terre e culture assai lontane dalla nostra. L’anti-intellettualismo ecclesiale (che spesso, nella storia, ha tristemente imparentato cattolici e luterani, ortodossi e anglicani, per non parlare di più recenti movimenti evangelicali) non è giustificabile se non come cautela prudenziale: oltre un certo limite, diventa apologia d’ignoranza e idolatria della primitività.
Probabilmnete la suggestione più eloquente è però un’altra: questa pagina ci parla di un Cristo destinato non ad un popolo, ma all’intera umanità. E’ la festa della portata universalistica del rivelarsi del Figlio. La quale valenza può intendersi in due maniere opposte. La prima, predominante ma scorretta, interpreta Gesù di Nazareth come una sorta di forca caudina obbligatoria per tutte le civiltà: chi vuole salvezza, deve passare attraverso l’adesione di fede (esplicita o, per lo meno, implicita alla sua parola). Una seconda interpretazione (poco amata ai vertici gerarchici della chiesa cattolica, ma sempre più condivisa dai teologi impegnati concretamente nel dialogo con le altre religioni) spiega la funzione universale di Gesù in quanto incarnazione, circoscritta nel tempo e nello spazio, di un Verbo che da sempre parla alle sapienze del pianeta. Egli non è venuto a fondare l’ennesima religione in concorrenza con le altre (precedenti, contemporanee e successive), ma a testimoniare alcuni di quei valori eterni senza i quali non ci sono né religioni valide né società vivibili. Dio parla anche in lui, non solo in lui: e, in lui, parla a tutta l’umanità, non solo a Israele. Chi utilizza questo Bambino per costruire recinti istituzionali, teologie tribali, liturgie esclusive ed escludenti, è solo un manipolatore dei doni dall’Alto. Nel novantesimo anno dalla nascita di don Ernesto Balducci - che è anche il ventesimo dalla sua morte – questa epifania ci ricorda la dimensione planetaria di ogni autentica esperienza religiosa. Non la festa dei pagani, ma la festa della caduta di ogni muro fra sedicenti cristiani e cosiddetti pagani.

Augusto Cavadi