mercoledì 13 febbraio 2013

Una lettera dal mio amico Gigi

Ho ricevuto questa lettera da un caro amico.
Mi invita a commentare le dimissioni del papa, ma io non amo pronunziare parole che non costituiscano un valore aggiunto rispetto a quanto già circola (di sensato e di meno sensato).
Se qualcuno di voi ha qualcosa da commentare, lo faccia pure.
Da parte mia, sommessamente, osservo solo un dettaglio: teologicamente il papa non è "vicario di Cristo" ma, se mai, "vicario di Pietro". 

***
Caro Augusto, sarei molto contento di leggere , nel blog, il tuo pensiero sulle dimissioni del Papa. Personalmente penso che sia stato un gesto di grande coraggio, libertà  e  ( perché no ?) di umiltà. Il card. Newman ( beatificato da Benedetto XVI, non senza sospetti  di opportunità strategiche) diceva che la coscienza “è  il primo vicario di Cristo”. Ora, il “Vicario di Cristo” fa appello alla sua coscienza per una decisione così importante. Questo è molto significativo perché ci presenta finalmente un Papa che, per così dire scende dal suo  “sacro”piedistallo (esteriore)  e ci parla di  Cristo  come farebbe  un cristiano qualunque  cioè rivelando la propria , personale relazione con Dio attraverso la coscienza. La santità è cosa diversa dall’eroismo e meno che mai dal Papa bisogna pretendere l’eroismo nell’esito finale della vita, ma piuttosto la santità che, certamente, non può prescindere dalla  coscienza, vero  “sacrario dell’uomo”. Ci sarà tempo e modo di analizzare altre questioni connesse,  per es.,il “bene della Chiesa” il “venir meno delle forze fisiche “, lo sconcerto dei porporati di Curia, il gesto “rivoluzionario”  e così via, ma mi sembra che come prima cosa vada apprezzato il gesto di un uomo che, prima di essere  Papa, si riconosce fragile, non più adatto ai compiti del ministero petrino, operaio stanco e, però, desideroso di preghiera (unico vero motore della Chiesa).
Un caro saluto. Gigi

martedì 12 febbraio 2013

Abolire il Mezzogiorno?


“Luoghi di Sicilia”
Sett.- ott. 2012 


ABOLIRE IL MEZZOGIORNO

Il Mezzogiorno è un problema? In tempi diversi – e da prospettive opposte – molti lo affermano. Da certo sicilianismo piagnone e rivendicazionista (che ha ottenuto, ad esempio, uno Statuto regionale speciale persino in anticipo rispetto alla Costituzione) a certo padanismo gretto e smemorato (che, non essendo riuscito a evitare l’Unione europea, si affanna per ottenere almeno la disunione d’Italia). Da qui la tentazione di invertire la risposta negando che ci sia una specificità della questione meridionale. In questo agile, ma compatto e intenso libretto (Abolire il Mezzogiorno, Laterza, pagine 150, euro 10,00), l’economista Gianfranco Viesti non cede alla tentazione: avanza, piuttosto, delle solide ragioni per dimostrare che, se vi è “una cesura netta fra il Mezzogiorno e gli italiani”, il “modo di sanarla non può essere che uno: abolire il Mezzogiorno”. Ma ciò “non significa certo abolire i problemi dell’Italia, dalla povertà alla criminalità, dal cattivo stato delle infrastrutture urbane alla disoccupazione, né evitare di notare che questi sono più intensi al Sud e che ciò dipende anche da aspetti negativi della cultura e della società meridionale. Significa tornare a usare il termine ‘Mezzogiorno’ per designare un territorio, un punto cardinale, una cultura, una parte del paese con non poche diversità dal resto, con i suoi vizi e le sue virtù, non come un problema in sé” (p. X).
Chi volesse sapere cosa può significare, in concreto, mirare a questo obiettivo non può che leggere direttamente, e per intero, le centocinquanta pagine del volume. Qui è possibile solo  qualche rapida evidenziazione, quasi casuale.
La prima riguarda la necessità di analizzare il Mezzogiorno in termini articolati, plurali: vederlo “come un insieme uniforme è l’errore più grave che si possa compiere” (p. 14). Significa non considerare che il “9% della superficie agricola siciliana è coltivata biologicamente (addirittura il 17% in Sardegna), ma solo l’1,6% in Campania”; né, al contrario, che “la dotazione della rete dei trasporti, in generale, e di quella ferroviaria in particolare è discreta in Campania (…), ma in Sicilia e in Sardegna è pessima” (p. 15). Significa, ancora, misconoscere che “la presa della criminalità organizzata sulla società e sull’economia è fortissima nella Sicilia occidentale, nella Calabria meridionale, intorno a Napoli, ma è invece del tutto assente in Abruzzo, in Molise, in Basilicata, e assai più debole in Irpinia o nel Cosentino”; o che – paradossalmente, ma sino a un certo punto – “la presenza dello spaccio di droga è un problema per il 15% dei campani (il doppio della media nazionale), ma solo per il 4% dei siciliani (la metà)” (p. 16).
Una seconda sottolineatura riguarda l’ambito della direzione operativa. Nel Sud abbondano molte “risorse immateriali” (legate “alle relazioni adriatiche della Puglia o alla storia dei rapporti della Sicilia con il mondo arabo; alle tradizioni e alle consuetudini locali”; “ai saperi contadini nel produrre frutta di qualità con pochissimi ausili chimici”; “all’attitudine all’accoglienza e alla tolleranza” come dimostrano i casi di Mazara del Vallo o del centro storico di Palermo). Ebbene si tratta di riconoscerle, di valorizzarle, di utilizzarle: di smettere di inseguire i modelli di sviluppo nordici – ciminiere fumanti e beni di consumo in eccesso – persino nell’epoca in cui hanno intrapreso la via del tramonto.

Augusto Cavadi

domenica 10 febbraio 2013

Ci vediamo lunedì 11 febbraio a Palermo?

Lunedì 11 febbraio alle ore 16, presso l'Istituto tecnico commerciale  "F. Crispi"
di Palermo (Largo Mineo, già via Campolo  4),

sarà presentato il volume di Giuseppe Cipolla

 "Danilo Dolci e l'utopia possibile" 
   (edizioni Salvatore Sciascia, Caltanissetta). 

Con l'autore ne discuteranno Vincenzo Galati e Augusto Cavadi.
Il dibattito sarà coordinato da Orazio de Guilmi, collaboratore storico di Danilo Dolci.
La manifestazione prevede un recital di poesie dello stesso Dolci
affidato alla voce narrante di Giorgia Sunseri e alla voce recitante di Nicola Notaro.
Il sottofondo musicale sarà curato dalla chitarra del maestro Raffaele Cipolla. 

sabato 9 febbraio 2013

Ci vediamo a Palermo domenica 10 febbraio?

Dalle  17,15 (alle 19)   coordinerò l'incontro mensile  di Filosofia-in-pratica
presso il Cesmi (Centro studi di medicina integrale)
in  via. M . Stabile 261.


Il tema previsto è:
La libertà e le sue contraffazioni



Note:
- Ogni incontro prevede la quota di partecipazione di euro 8,00 e la quota associativa al CeSMI euro 40 con validità 1 anno dal momento di iscrizione.
- L’abbonamento ai 6 incontri restanti sino al giugno 2013   (50,00 euro) dà diritto al volume di Augusto Cavadi “E, per passione la filosofia. Breve introduzione alla più inutile di tutte le scienze”, Di Girolamo, Trapani 2008, euro 16,50. (Per chi lo possedesse, un altro simile a scelta).

giovedì 7 febbraio 2013

Lo sbarco della Lega Nord in Sicilia


Pubblico un mio intervento ospitato oggi dall'edizione siciiana di "Repubblica".
In neretto la parte che, suppongo per ragioni di spazio, è stata tagliata dalla redazione.

“Repubblica – Palermo”
7.2.2013

SE IL SECESSIONISMO LEGHISTA TROVA SEGUACI IN SICILIA

Quando conclusi la presentazione di un mio libro sulla mafia a Torre dei Roveri, in quel di Bergamo, un signore intervenne al dibattito con tono di voce sommesso ma deciso: “La differenza tra Lega e Cosa nostra dove starebbe? Entrambe sono organizzazioni gerarchiche che mirano ad accrescere il profitto e il controllo del territorio mediante la propaganda del proprio codice culturale e la minaccia del ricorso alla violenza”. Obiettai che, sino ad oggi, la minaccia del ricorso alla violenza , a differenza dei mafiosi, è rimasta una minaccia. Mi replicò che il confine fra la violenza verbale e la violenza materiale è stato sempre labile. Se all’epoca fossero già emersi i legami fra amministratori della Lega e faccendieri dela ‘ndrangheta sarei stato più propenso a dare ragione all’occasionale interlocutore.
La notizia del sindaco siciliano che si candida, insieme a molti familiari, nelle liste della Lega Nord mi ha richiamato alla memoria quell’episodio. Molto probabilmente è solo una scelta tattica di opportunismo elettorale e vedervi una portata ideologica al punto da dimettersi, come hanno fatto ad Alimena consiglieri e persino assessori comunali, significa conferirgli uno spessore di cui è priva ; ma, se davvero fosse una decisione dettata da affinità culturali fra il profondo Sud e il profondo Nord, ci sarebbe davvero da stupirsene? Direi di no. Con tutte le differenze del caso, Cosa nostra e Lega Nord provengono da un humus storico-sociale non dissimile: rispetto a Roma, allo Stato unitario centrale, hanno vissuto l’ambiguità del rapporto di subordinazione reverenziale e vittimismo invidioso. Non è un caso che le tentazioni separatiste, differite in Settentrione dall’eroica stagione partigiana, si sono configurate in maniera significativamente speculare: il leghismo ha copiato il secessionismo siciliano che, nel tempo di Pino Aprile e di Raffaele Lombardo, ha ricopiato la sua copia. Si può riconoscere qualcosa di più che un’acrobazia politica nel capitombolo che ha condotto il fondatore dell’MPA, dopo anni di strepiti contro il governo nazionale di centro-destra, a riallerasi con Berlusconi e con la Lega di Bossi e di Maroni. Né è un caso - su questo ho insistito nel mio ultimo libro Il Dio dei leghisti - che il leghismo sia nato in ambienti tradizionalmente cattolici, orfani della Democrazia cristiana, e abbia trovato pronta ospitalità in molte parrocchie: come le organizzazioni mafiose, infatti, anch’esso si radica e prospera in contesti sociali in cui dal 1861 si è diffuso il “cattolicesimo municipale” (come lo definisce nei suoi studi don Francesco Michele Stabile) che riduce la religione a fattore di identità locale e guarda allo Stato laico come al nemico dello Stato pontificio e, in generale, come al vettore di pericolose ideologie ‘moderniste’.
Contro queste derive che stravolgono le istanze federaliste (nate nel Risorgimento per unire ciò che era diviso, ripescate dopo un secolo e mezzo per dividere ciò che è unito) non ci sono scorciatoie: i partiti che hanno prospettive e interessi nazionali devono decifrare i sintomi del malessere e dimostrare, con i fatti, che l’Italia conviene. Anzi, che è ancora piccola cosa rispetto all’Europa e rispetto al pianeta. Sino a oggi questi fatti non si sono visti: i partiti non si rassegnano a rinunziare ai vantaggi della partitocrazia (gira e rigira, il Porcellum è sempre in vigore); non si decidono a operare il recupero delle fasce più ferite dalla crisi economica pur di tenersi buone le minoranze facoltose e influenti; non si attivano (è il meno che si possa dire!) per chiarire i patti segreti con la criminalità organizzata che ha sterminato i cittadini migliori; proseguono le politiche bellicistiche che, in barba alla stessa Costituzione italiana, hanno indotto governi di destra, di centro e di sinistra a spese militari ingenti e a operazioni di “polizia internazionale” quantomeno opinabili. Se il Parlamento prossimo venturo non avrà una composizione davvero innovativa e le cose persevereranno con il passo attuale - e nella direzione attuale – ci aspettano ancora molti anni di fatica per distinguere la legittima voglia di un’altra politica dalle ambizioni degli anti-politici di carriera.

Augusto Cavadi