martedì 7 maggio 2013

In morte di Agnese Borsellino


“Repubblica – Palermo”
7 . 5 . 2012

LA LEZIONE CHE CI HA LASCIATO 

AGNESE BORSELLINO

 

  Dal 1860 siciliani indegni ricattano e uccidono, dalla stessa epoca siciliani di altra pasta resistono, combattono la mafia e spesso perdono la vita. La lista dei martiri civili è così lunga che è praticamente impossibile ricordarli tutti: il Centro siciliano di documentazione “G. Impastato” (che celebra in questi giorni i trentatrè anni dall’intitolazione) riempie ogni anno un’intera agenda di nomi, luoghi e date.
     Per ogni caduto nella lotta contro il sistema di dominio mafioso vi sono poi decine di vittime invisibili di cui nessuno parla: sono i congiunti più stretti, il cui dolore trova quiete solo con l’esalazione dell’ultimo respiro. E’ a queste persone che vorremmo rivolgere un pensiero solidale oggi, nella giornata in cui accompagniamo a riposare accanto a Paolo Borsellino la moglie Agnese. E’ alle madri, alle compagne, alle figlie di tanti eroi che vorremmo dedicare qualche frammento di memoria, affettuosamente grata: i loro uomini hanno dovuto affrontare la morte in pochi, tragici, attimi, ma esse l’hanno dovuta “scontare vivendo”. Se la sono dovuta “guadagnare” con una macerazione interiore quotidiana, implacabile, inimmaginabile da chiunque non l’abbia sperimentato nella propria carne.
    Se tutte meritano ammirazione e rispetto, ce ne sono alcune che lo meritano doppiamente: sono quelle donne che non si sono limitate a gestire il rimpianto e la rabbia, evitando di trasmettere ai figli desideri di vendetta tribale, ma che hanno canalizzato in positivo il tumulto dei sentimenti. Agnese Borsellino non è stata né la prima né l’ultima di queste donne: per questo, ricordando lei, ricordiamo inseparabilmente quella schiera numerosissima, e spesso ignorata, di donne che, in vario modo e con varie scelte, hanno consacrato il resto dell’esistenza a cercare verità e giustizia per i padri, per i mariti, per i fratelli, per i figli. Quelle donne che, in questi decenni, si sono costituite in coordinamento “Donne contro la mafia”; che hanno sostenuto moralmente e finanziariamente le congiunte di vittime di mafia costituetesi “parte civile” nei processi, anche e soprattutto quando si trattava di donne appartenenti a famiglie esse stesse mafiose; che hanno fondato riviste come “Mezzocielo” e tante altre benemerite associazioni operanti nel capoluogo di regione e nell’intera isola con lo scopo di mantenere alta  la tensione etica e politica, culturale e sociale, per un processo di liberazione delle donne e, attraverso le donne, dell’intero tessuto siciliano.
    Non tutti i cittadini – diciamolo con serena franchezza – sono disposti ad affiancare i parenti delle vittime di mafia in questo impegno costruttivo e ricostruttivo: può essere una scelta opinabile, ma va rispettata. Si può però chiedere che, a loro volta, questi “indifferenti” manifestino il medesimo rispetto per chi si impegna: che evitino, ad esempio, di tacciare di protagonismo e di carrierismo quelle persone  - soprattutto donne – che, pur evitando le luci della ribalta, non si sottraggono al dovere della denunzia civile e, se invitate, al servizio nelle istituzioni locali ed europee. Cercare un ipotetico punto di equidistaza fra lo Stato e la mafia è da miopi o da vigliacchi: che almeno non si infanghi l’immagine pubblica di chi non crede a simili equilibrismi. Agnese Borsellino, insieme ad altri familiari altrettanto fedeli alla testimonianza di Paolo, ha fatto di più: senza rinunziare al riserbo caratteriale, ha saputo spendere poche ma pesanti parole ogni volta che si è trattato non solo di prendere le distanze dai mafiosi e dai loro accoliti “grigi”, ma anche di richiamare pezzi autorevoli dello Stato democratico alle proprie responsabilità. Come ha scritto don Ciotti in un comunicato di queste ore, il modo migliore per colmare il vuoto che ci lascia una persona autentica e profonda come lei è di perseverare diuturnamente nella ricerca della verità con la sobria coerenza che ha arricchito la sua esistenza.

Augusto Cavadi

lunedì 6 maggio 2013

Ci vediamo mercoledì 8 maggio a Palermo?


Per i non-filosofi di mestiere, ma filosofi per passione, si avvicina una serata davvero ghiotta. Mercoledì 8 maggio alle ore 17,15, presso lo Spazio cultura della Libreria Macaione di Palermo (v. Marchese di Villabianca, 102), incontro pubblico sul tema: "Quale filosofia per i non-filosofi di professione?".
Augusto Cavadi e Maria D'Asaro discuteranno con l'autore il volume di Davide Miccione Ascetica da tavolo. Pensare dopo la svolta pratica, Prefazione di C. Vigna, Ipoc, Milano 2013.
Salvatore Fricano presenterà la nuova serie del periodico illustrato "Diogene magazine", diretto da Mario Trombino ed edito da Il Giardino dei pensieri, Bologna (www.diogenemagazine.it).

sabato 4 maggio 2013

Uno sguardo teologico sulla follia dei "sani"

E' in libreria il volume a più voci, curato da M. Geretto e A. Martin, Teologia della follia, Mimesis, Milano 2013, pp. 371, euro 28,00.
Alle pp. 267 - 279 il mio contributo dal titolo Uno sguardo teologico sulla follia dei "sani", di cui riprendo qui di seguito la struttura ed alcuni passaggi salienti. Buona lettura (del testo integrale) !


                      Uno sguardo teologico sulla follia dei ‘sani’

Chi psicanalizza i ‘normali’ ?
    La psicanalisi non si lascia ridurre ad una sola concezione, ad una sola scuola, ad una sola metodica: dunque le battute, più o meno divertenti, alla Karl Kraus (“La psicoanalisi è quella malattia di cui crede d’essere la terapia”), restano motti di spirito. Tuttavia chi ha studiato Freud, ne ha condiviso molte scoperte e l’ha amato come uno dei grandi benefattori dell’umanità,  ha il diritto di riflettere criticamente sulla psicoanalisi nel suo complesso senza necessariamente entrare nei dettagli delle controversie interne fra le diverse correnti. E’ quanto ha fatto negli anni Cinquanta del secolo scorso Erich Fromm con numerosi libri meritatamente rimasti ‘attuali’ (almeno agli occhi di chi sa apprezzare il valore intrinseco di uno scritto senza lasciarsi condizionare dalla giostra delle mode e senza inseguire le ultime novità come se già in quanto tali meritassero attenzione).
     In Psicanalisi della società contemporanea Erich Fromm sostiene, essenzialmente, questo: lo psicanalista aiuta il paziente a rientrare nella norma statistica, cioè ad abbandonare opinioni e comportamenti eccentrici per  comportarsi in maniera socialmente accettabile. Bene. Ma questa operazione presuppone che il deviante sia malato e i conformi siano sani; in altri termini, che la trasgressione sia patologica e il modo comune di vivere della società costituisca il metro della fisiologia. Questa presupposizione è legittima? Davvero la maggioranza statistica, in quanto maggioranza, può costituire la norma di comportamento della minoranza, solo perché minoranza?  Per rispondere bisognerebbe sottoporre a verifica la sanità mentale della stragrande maggioranza dei cittadini (occidentali): realizzare, insomma, una “psicanalisi della società contemporanea”. Infattti “come c’è una folie à deux, così c’è una folie à millions. Il fatto che milioni di persone condividano gli stessi vizi non fa di questi vizi delle virtù; il fatto che essi condividano tanti errori non fa di questi errori delle verità, e il fatto che milioni di persone condividano una stessa forma di malattia mentale non fa che questa gente sia sana”.
      Chi può assolvere questo compito? Chi può mettere in crisi l’idea che “la patologia possa esser definita soltanto nei termini di un mancato adattamento individuale al tipo di vita” dominante in una società e arrivare a ipotizzare una “patologia della normalità”?  (...).
   In questa continua verifica del confine fra sanità e follia la psicanalisi  - e più in generale le arti psicoterapeutiche e psichiatriche – non possono essere lasciate sole. Per individuare “criteri di giudizio universalmente accettati, validi per giudicare il genere umano come tale, e secondo i quali si possa giudicare la salute di una qualsiasi società” - insomma per pervenire a delineare i tratti essenziali di un “umanesimo normativo” che trascenda “le posizioni del relativismo sociologico,  tutte le altre discipline (a cominciare dalla filosofia) sono in diritto e in dovere di cooperare, senza escludere la voce dei poeti, dei registi cinematografici, dei più saggi fra i cittadini senza titoli scientifici ma con una lunga e meditata esperienza di vita.

Un apporto teologico?
    C’è anche spazio per il contributo della teologia? A prima vista si risponderebbe di no.  La presenza stessa dei teologi sul pianeta Terra non è forse, sin dai tempi di Erasmo da Rotterdam, una prova lampante della sovranità della Pazzia sulla storia dell’umanità? Le teologie che conosciamo – eccezion fatta per qualche teologia ‘negativa’ basata sulla convinzione che di Dio sappiamo ciò che non è piuttosto che   ciò che è -   non sono forse perfette manifestazioni di delirio psichiatrico e, a loro volta, concausa di deliri patologici? In genere è proprio così. Ma non sempre né necessariamente.  Proverò a correre il rischio di essere annoverato fra i casi di follia più gravi  - i casi in cui il malato di mente non sospetta minimamente di esserlo e ritiene che invece tutto il resto del mondo lo sia – accennando ad alcuni apporti che la teologia (un certo modo documentato e sobrio, radicato nella tradizione ma creativo, di far teologia) potrebbe apportare a una psicanalisi della società contemporanea. (...)  
Dalla diagnosi alle (possibili) terapie
    Ad uno sguardo complessivo sull’Occidente post-bellico, già nel 1950 Erich Fromm aveva formulato una diagnosi di massima: “Abbiamo creato cose meravigliose, ma non siamo riusciti a fare dell’uomo una creatura degna di possederle. La nostra vita non si svolge sotto il segno della fraternità, della pace spirituale, anzi è un vero e proprio caos dello spirito, uno stato di smarrimento troppo simile a una forma di pazzia: non la pazzia isterica del medioevo, ma piuttosto una specie di schizofrenia, in cui il contatto  con la realtà intima va perduto, e si verifica una frattura tra i pensieri e gli affetti”.
     Alcuni anni dopo Fromm riprende e articola più dettagliatamente la diagnosi e nel 1955  si chiede quali siano i principali effetti psicologici della follia lucida e sistemica dell’uomo contemporaneo “alienato dai suoi simili e dalla natura” e, perciò, da “una vita che abbia un significato”. Sinteticamente:
a)          “l’uomo regredisce ad un orientamento recettivo e mercantile e cessa di esser produttivo”;
b)         “perde il senso dell’io e diventa dipendente dall’approvazione degli altri” (sforzandosi di essere conformista senza liberarsi, per altro, dell’insicurezza);
c)          “insoddisfatto, annoiato e ansioso”, “impiega la maggior parte delle sue energie nel tentativo di compensare, o meglio di nascondere, questa ansietà”;
d)         “la sua intelligenza è eccellente, la sua ragione peggiora”;
e)          grazie ai suoi crescenti “poteri tecnici”, mette “seriamente in pericolo l’esistenza della civiltà e persino del genere umano”.
   Sulla base di questa diagnosi, Fromm indica delle possibili “vie della salute”. Egli lo fa in chiave filosofica e socio-psicologica, ma le sue indicazioni possono essere rafforzate, integrate, da un punto di vista di teologia ‘laica’. Vediamo come.
1.    Per un’antropologia moderatamente ottimista
    Una prima indicazione la potremmo definire di carattere antropologico. Una società basata sulla convinzione che l’essere umano sia radicalmente perverso, incapace geneticamente di aspirare “alla salute mentale, alla felicità, all’armonia, all’amore, alla produttività”, è una società condannata a restare nell’alienazione.
    Già qui la teologia ha le sue colpe e i suoi compiti da assolvere. Tra le colpe più gravi la teologia cristiana ha la lettura agostiniana dei passi paolini sul peccato di Adamo: in parole povere, l’invenzione del “peccato originale” (di cui la Bibbia non sa nulla e sul quale, invece, si è impiantata la catechesi e l’omiletica per almeno quindici secoli di cristianesimo, dal V secolo a oggi). Tra i compiti in positivo della teologia l’affermazione, in antitesi all’Original Sinn, dell’Original Blessing: in antitesi al ‘peccato originale’, della ‘benedizione originale’. (...) 
2.    Per un personalismo fraterno
    Una seconda indicazione è di carattere etico-sociale: una società “equilibrata”, che goda di “salute mentale”, è “innanzitutto una società in cui nessun uomo sia un mezzo per i fini di un altro, ma sia sempre e senza eccezione un fine in se stesso; dunque, dove nessuno sia usato, e neppure usi se stsesso per fini che non siano quelli dello sviluppo dei poteri umani; dove l’uomo sia il centro e dove tutte le attività economiche e politiche siano subordinate al fine del suo sviluppo”. Ad una meditazione attenta, questo secondo punto si rivela legato strettamente al precedente: se il ‘peccato’ mi capita addosso come una meteora, non posso far altro che subirlo e portarne con rassegnazione le conseguenze nella mia carne. Ma se l’uomo nasce all’interno di un cosmo essenzialmente positivo, in evoluzione creatrice (come amava esprimersi Henry Bergson), il ‘peccato’ è una scelta libera dell’essere umano che opta per sé contro gli altri, che rifiuta come Caino di farsi ‘custode’ del proprio fratello Abele, che in preda all’invidia e alla gelosia  - più o meno fondate – arriva a farsi carnefice dei propri simili…E se il ‘peccato’ è frutto di scelte umane errate, altre scelte umane (personali e collettive, informali o progettate, occasionali o sistemiche) possono capovolgerlo in rispetto e cura dell’altro, in ‘salvezza’. (...)
     3. Per una teologia del lavoro
         Una terza indicazione è di carattere etico-esistenziale: “una società equilibrata promuove l’attività produttiva di ognuno nel suo lavoro, stimola lo sviluppo della ragione e rende l’uomo capace di dare espressione ai suoi intimi bisogni nell’arte e nei rituali collettivi”.  Le parole non sono, neppure qui, gettate a caso. E sono soprattutto quattro: lavoro, ragione, arte, rituali.
      Sul  ‘lavoro’  la teologia può recuperare la memoria della tradizione monacale benedettina che ha sapientemente trovato la via media fra la demonizzazione aristocratica della fatica produttiva e la sua idolatria capitalistica. (...)
       4. Per una teologia della ragione
‘Ragione’, nel vocabolario di Fromm, si oppone a – o per lo meno si distingue da – ‘intelligenza’: questa, infatti, è agilità nell’ambito dei mezzi, quella penetrazione nell’ambito dei fini ultimi. La teologia, ondeggiante nei secoli fra razionalismo prometeico e scetticismo anti-intellettualistico, potrebbe contribuire ad una retta valutazione del ‘logos’ umano: che non è il Logos divino, ma che pure ne riflette e ne riproduce analogicamente la luce. (...)
          5.  Per una teologia della poesia
   Ma l’essere umano non vive di solo pane né di solo pensiero: egli/ella è anche sentimento, fantasia, fabbricazione di simboli, poesia. Chi può dei teologi ha contribuito a mortificare questa dimensione utopica, sognatrice, dell’esistenza terrena? E chi, più dei teologi dovrebbe invece custodirla e alimentarla dal momento che una fonte primaria (anche se non esclusiva) della teologia è quella ”foresta di simboli” che chiamiamo Bibbia? (...)
          6. Per una teologia della religione
   Pane, pensiero, poesia: ma anche legami affettivi. Il campo specifico dei “rituali collettivi” non è forse la religione? E, come riflessione critica sulla religione, la teologia ha il compito di segnalarne con severità i rischi quanto di salvaguardarne le potenzialità sociali. Per secoli abbiamo identificato ‘fede’ e ‘religione’: provvidenzialmente la teologia del Novecento, a partire da alcuni giganti del mondo protestante come Barth e Bonhoeffer, ci ha insegnato a distinguerle. La fede è infatti un atteggiamento interiore, anzi intimo, di apertura al Mistero che ci precede, ci avvolge e ci attende; laddove la religione è la costruzione umana (“troppo umana”) degli edifici materiali e concettuali mediante i quali la nostra fede personale trova modo di esprimersi visibilmente e di collegarsi (‘re-ligarsi’) ai gruppi sociali circostanti. (...)
Per concludere (del tutto provvisoriamente)
    La teologia (cristiana) riflette sulla Bibbia, sulla Tradizione ormai bimillenaria delle chiese, sugli apporti e sulle obiezioni che le provengono dalle altre religioni, dalle filosofia e di tutte le scienze: la sua metodologia e i suoi risultati non dipendono dal grado di fiducia soggettiva che ogni teologo nutre verso le sue fonti. Similmente, un lettore può recepire le indicazioni teologiche sia se condivide una qualche forma di venerazione per la ‘sacralità’ delle fonti teologiche sia se le considera esclusivamente come testi autorevoli ed eloquenti della ricerca umana. Per i credenti in senso confessionale come per gli spiriti in ricerca (...) Bibbia e Tradizione ecclesiale ci propongono comunque una “antropologia”  altra rispetto alla cultura disincantata e secolarizzarata dell’Occidente. Alla luce di questa prospettiva che ci interpella, sia pure a livello di ipotesi,  da ‘altrove’, possiamo gettare uno sguardo diverso sulla nostra concretezza storica e sui nostri assetti sociali. Uno sguardo che discerne il valido da ciò che è meno valido o, addirittura, dannoso. E uno sguardo che potrebbe indirizzare verso traguardi di liberazione la fatica dei nostri piedi e l’energia trasformatrice delle nostre mani.

Augusto Cavadi




venerdì 3 maggio 2013

Celebrare le tappe dell'esistere, laicamente


“Repubblica – Palermo”

1 maggio 2013

UNO SPAZIO PUBBLICO PER I RITI LAICI

Avete mai partecipato a un battesimo cristiano di adulti, a un matrimonio islamico, a un funerale buddista? Quando celebranti e fedeli sono consapevoli del significato degli antichi gesti liturgici, lo interiorizzano, lo rivivono con convinzione, si crea un’atmosfera magica. Il teologo tedesco (figlio di italiani) Romano Guardini ha evocato mezzo secolo fa, in una celebre pagina, il sentimento di intimo coinvolgimento avvertito nel corso di una solenne celebrazione nel Duomo di Monreale.
Di contro, però, nulla è più avvilente di un culto “recitato” meccanicamente, senza coinvolgimento interiore da parte di chi presiede o di chi assiste (o di tutti quanti). In queste occasioni si va costruendo, sotto i nostri occhi, un capolavoro di ipocrisia che offende la dignità dei presenti e, in chi l’abbia, il proprio senso religioso. La ripetizione quotidiana nelle nostre chiese di queste celebrazioni senz’anima, intrise di simboli che non parlano e di parole che non evocano più nulla, destrutturano il consenso teologico molto più efficacemente di quanto possano intere campagne laiciste. E’ sempre la storia raccontata più di cento anni fa da Nietzsche: a uccidere Dio, e a trasformare le chiese in tombe del divino, sono i sedicenti credenti molto più che gli atei aggressivi.
La via d’uscita da questa impasse, che umilia in parti uguali i cittadini di ogni orientamento, non può essere l’abbandono radicale di ogni ritualità. Montagne di studi antropologici hanno suffragato la constatazione elementare del Piccolo Principe di Saint-Exupery: “Di riti c’è bisogno”. Nessuna secolarizzazione può spogliarci del bisogno di scandire i momenti cruciali dell’avventura terrestre, di appiattire le feste sul registro della quotidianità feriale. Una vita monocorde è troppo banale per essere sopportata. Che fare, dunque? Si può sfuggire all’alternativa secca fra liturgie celebrate pro forma e il nulla?
Un’ipotesi operativa è stata formulata in questi giorni da un gruppo di intellettuali palermitani che si sono rivolti con una lettera aperta all’amministrazione comunale. In essa (primi firmatari Giovanni Abbagnato, Umberto Santino e Anna Puglisi) si chiedeva, molto semplicemente, “un luogo pubblico per la celebrazione di un funerale laico che consenta di dare l’ultimo saluto a quanti, non avendo aderito ad una fede religiosa, non desiderano prendere commiato dalla vita in una chiesa, ma preferirebbero un luogo diverso, comunque degno della solennità che il trapasso di un essere umano richiede”. L’assessore Catania e il sindaco Orlando hanno prontamente recepito la proposta offrendo la ex- chiesa di san Mattia ai Crociferi che dovrebbe essere pronta per il prossimo autunno.
Se fosse possibile una chiosa, integrerei la richiesta ampliandola al di là del momento  - pur toccante – dell’addio: perché non predisporre un simile spazio pubblico a beneficio di quanti volessero, senza astio verso nessuno ma in un clima aconfessionale, accogliere un bimbo nella comunità civile o festeggiare una nuova coppia (etero o omosessuale)? Oppure (ma non vorrei risultare paradossale, pur ragionando seriamente) incontrare gli amici cari per condividere la mutua decisione di sospendere il proprio ménage matrimoniale e di intraprendere, proprio con il sostegno affettivo di tutti verso entrambi gli ex-coniugi, una nuova fase dell’esistenza? O ancora (e qui spero di essere compreso più agevolmente) per dare l’estremo saluto a un animale domestico che la morte ha strappato al nostro affetto senza che la tradizione culturale in cui siamo inseriti ci consenta di dar voce al nostro dolore e di elaborare un lutto di cui non c’è nulla da vergognarsi e su cui solo le persone immature trovano da ironizzare?
Penso a qualche villa sulla costa sequestrata a mafiosi, sacerdoti dell’odio e funzionari della violenza, da cui si possano spargere in mare le ceneri del defunto caro o in cui si possa ballare sino a notte dopo la celebrazione in municipio di un matrimonio. Sarebbe un’occasione di lavoro vero per tante persone che gestirebbero la struttura (per conto del Comune o in regime di affidamento a privati con un tariffario controllato dall’amministrazione); sarebbe un segno di modernità culturale  che la giunta municipale lancerebbe al Paese; sarebbe, soprattutto, il riconoscimento dei diritti di ogni cittadino a riconoscere  alcuni luoghi “comuni” come casa propria. 

Augusto Cavadi

giovedì 2 maggio 2013

Presidi da bocciare?
Antonio Cangemi su www.siciliainformazioni.it


PRESIDI DA BOCCIARE ?
(dal 30 aprile 2013)

Da più di un decennio, introdotta l’autonomia scolastica, i presidi non si chiamano più presidi ma dirigenti scolastici. Non è un dato meramente nominalistico, perché la riforma varata nel 2000 ha voluto accentuare i compiti organizzativi o, per dirla con un’enfasi contraddetta dalla realtà, “manageriali” dei capi d’istituto.
Ma qual è oggi lo stato dell’arte dei presidi o dirigenti scolastici che dir si voglia? Riescono a svolgere efficacemente le funzioni che la scuola gli assegna? Rivestono un ruolo attivo e propositivo nel mondo della didattica e nella realtà sociale o subiscono passivamente i mutamenti che si susseguono con ritmi anche incalzanti o, peggio, ostacolano con comportamenti ostruzionistici le dinamiche evolutive? Su tutto ciò si interroga Augusto Cavadi, noto saggista ma anche docente di Storia e Filosofia nei Licei, in un libro, Presidi da bocciare?, edito da poco da Di Girolamo e destinato a suscitare polemiche nell’universo scolastico e in particolare tra docenti e dirigenti scolastici.
Molte sono le testimonianze sui presidi-dirigenti scolastici raccolte nel piccolo volume di Cavadi (131 pagine): alcune vissute in prima persona dall’autore o apprese da racconti noti negli ambienti scolastici, altre affidate alla penna di colleghi-docenti (Alberto G. Biuso, Dario Generali, entrambi confluiti, in modo stabile il primo, con rapporti di collaborazione il secondo, nell’Università) o narrate da giornalisti (Antonio Mazzeo). Tutte, o quasi tutte, mettono in luce atteggiamenti vessatori, impreparazione culturale, povertà relazionali, incapacità di decidere, eccessivo timore di responsabilità, insicurezze dei presidi. Che Cavadi, tra il serio e il faceto, prendendo spunto dai capolavori della letteratura,  classifica in don Chisciotte, don Abbondio, don Rodrigo, fra’ Cristoforo. Appartengono alla categoria dei don Chisciotte i presidi che esercitano la loro leadership in modo burocratico tentando di applicare zelantemente leggi, leggine, regolamenti, codicilli, senza peraltro riuscirci essendo sterminata e spesso lontana dalla realtà la normativa scolastica. I don Abbondio sono tantissimi: la paura di decidere e di andare incontro a responsabilità li costringono ad assumere atteggiamenti, spesso risibili e paradossali, di chiusura verso i docenti, gli alunni, la realtà sociale nella sua interezza. I presidi don Rodrigo non costituiscono purtroppo un’eccezione: sono arroganti, autoritari, narcisisti, si circondano di corti che ne avallano servilmente le decisioni, non si curano di cercare col dialogo il consenso degli interlocutori. I fra’ Cristoforo, infine, sono una rarità: intelligenti, colti, sensibili ai punti di vista degli altri attori della scuola, esercitano una leadership partecipativa che comporta l’adottare le decisioni dopo aver sentito i pareri espressi dalla comunità scolastica.
Il libro curato da Augusto Cavadi non è però un mero atto di accusa contro i presidi. Se da un canto riferisce diversi episodi che rivelano come a essere promossi presidi spesso non siano i docenti più bravi ma, al contrario, quelli meno inclini alla didattica, dall’altro dà voce ai dirigenti scolastici perché possano difendersi dalle accuse mosse dai docenti. Ecco allora in “Presidi da bocciare?” gli interventi di due dirigenti scolastici, Giorgio Cavadi e Domenico Di Fatta, quest’ultimo da anni a capo della scuola del quartiere ZEN2 di Palermo ed eletto nel 2010 “siciliano dell’anno” da un sondaggio de “La Repubblica”, interventi che evidenziano quanto piena di impegni, su vari versanti –scolastici, sociali, pratici -, sia la giornata dei presidi e come poco e male il sistema riesca a selezionarli e ad arricchirne la professionalità.
Sicché dal pamphlet di Cavadi, che si segnala per l’impostazione originale e per il dibattito appassionato che riesce a sollevare, pare uscir fuori un’indicazione: la scuola, per crescere in qualità ed essere in sintonia con la società in evoluzione, ha bisogno, oltre che di un corpo docente preparato e colto, di presidi che, reclutati con metodi intelligenti, accompagnino alle capacità decisionali quelle relazionali, entrambe condite sempre da quel pizzico di buon senso e di umanità che non si compra al mercato e che nemmeno è frutto del caso, ma dell’essenza di qualcosa che si apprende dai libri e dalla vita: la cultura.
  
Antonio Cangemi