venerdì 12 settembre 2014

Ellul, Latouche e la crisi contemporanea


“Centonove” 5.9.2014

CRISI, MEGLIO GOVERNARE LA MODERNITA’

      Serge Latouche è noto in Europa come il teorico della “decrescita”. Raramente un vocabolo è stato tanto incompreso ed equivocato: da qui il ricorso ad aggettivi (in Italia Maurizio Pallante si è fatto promotore della “decrescita felice”) o a formule equivalenti (“sobrietà felice” o “abbondanza frugale”). Indubbiamente fra gli esponenti di questa corrente di pensiero filosofico ed economico non mancano le differenze di accento (né qua o là certi passaggi opinabili), ma il senso complessivo è chiaro: non si tratta di andare indietro verso il pre-moderno quanto di governare la modernità in modo da evitare che si capovolga, dialetticamente, da opportunità per l’umanità in boomerang disastroso. Che questo implichi delle rinunzie è indubbio: fondamentalmente la rinunzia a fare tutto ciò che la tecnica ci mette in grado di fare.  La questione è – si potrebbe dire con gli epicurei – se si tratta di rinunzie sterili o, piuttosto,  funzionali a guadagni di lunga durata e per tutti quanti. Per comprendere meglio la posta in gioco Serge Latouche ha pensato di aprire, con una nota casa editrice milanese, una Collana di volumetti dedicati a “I precursori della decrescita” ed egli stesso ne ha curato  il primo: Jacques  Ellul. Contro il totalitarismo tecnico (Jaca Book, Milano 2014, pp. 95, euro 9,00).
        Di Ellul (deceduto nel 1994) conoscevo, grazie a testi occasionali,  poco più del nome: grazie a questa preziosa monografia-antologia ne ho appreso alcune tematiche caratteristiche.  Una prima riguarda la critica della “crescita a ogni costo”, della crescita demografica, agricola, industriale in progressione geometrica: “Conosciamo tutti, e in tutti i campi, l’ossessione della crescita. La crescita è buona in sé. Non ci si chiede né: crescita di cosa? Né: la crescita è utile? Né: a chi servirà la crescita? E nemmeno: cosa faremo di tutte queste eccedenze? Nessun tornaconto (ecco il segno dell’assurdità), la crescita si giustifica da sé”.
      Una seconda tematica riguarda la “riduzione del tempo di lavoro”. Al di là delle motivazioni socio-economiche, Ellul è più attento ai risvolti antropologici. Innanzitutto ai vantaggi di una “riduzione massiccia del tempo di lavoro” conseguente ad una “nuova ripartizione del lavoro” (rispetto alla situazione attuale in cui ci sono soggetti oberati dalla fatica e soggetti languenti nella inoccupazione): “Per appagare la propria solitudine, l’uomo moderno ha bisogno di relazioni umane autentiche, di attività ludiche, di contatti personali al di fuori del mondo del lavoro. Bisogna  uscire dal circolo infernale consumo- produzione, anche se ciò dovesse sconvolgere le nostre abitudini quotidiane e  ridurre il nostro tenore di vita”. In una società in cui, per scelta o per necessità, si dedicherà meno tempo al lavoro, alla produzione, al commercio, saremo come denudati. Privi di molti alibi ed orpelli,
“saremo obbligati a porre questioni fondamentali: quelle del senso della vita e di una nuova cultura, quella di un’organizzazione che non sia né rigida né anarchica, l’aprirsi di un campo di nuova creatività”. Esposti alla noia, al vuoto, allo spreco del proprio tempo liberato, saremo però anche messi di fronte alla verità essenziale del nostro esistere: “L’essere umano ha bisogno di interessarsi a qualcosa, ed è  per mancanza d’interesse che moriamo oggi”.

          
             Una terza tematica la espone Ellul stesso in poche, illuminanti righe: “ L’ideologia della felicità esige un crescente consumo di benessere attraverso l’approntamento del terreno favorevole allo sbocciare di nuovi
                  bisogni […]. Ma più aumenta il consumo, più forte deve essere
                  l’ideologia della felicità per colmare in tale ciclo il vuoto
                  dell’assurdità. Senza benessere la felicità sembra vana e
                  illusoria, priva di tutti gli strumenti di realizzazione. La via
                  per giungere alla felicità è quella del benessere, e solo quella.
                  A poco a poco, poi, il benessere ha assunto un’importanza tale
                  che si è tentato di minimizzare la portata della felicità; concetto
                   fluido, incerto, complesso e comportante il permanere di un
                   inopportuno soggettivismo e di un sentimento romantico. Sociologi
                   ed economisti attuali preferiscono di gran lunga avere a che fare
                   con il benessere (livello di vita, stile di vita ecc.) suscettibile di
                    essere più agevolmente delimitato, analizzato, calcolato esattamente.

                                 Con la formula “la colonizzazione dell’immaginario da parte della tecnica e la tossicodipendenza da consumo”Latouche denota, e condensa, una quarta tematica ricorrente negli scritti di Jacques Ellul, “l’uomo che aveva previsto (quasi) tutto”( J. – L. Porquet).  Di che si tratta? Di denunziare, ovviamente, non la tecnica né quei suoi prodotti che effettivamente migliorano la qualità della nostra vita, bensì la superstizione fideistica sui benefici automatici e inequivoci di qualsiasi invenzione tecnica e la cecità di fronte alle contropartite negative di certe innovazioni:

                            “Abbiamo così sempre più possibilità di vivere, viviamo
                   più a lungo, ma viviamo una vita più limitata e non abbiamo
                    più la stessa forza vitale. Siamo sempre obbligati a compensare
                     nuove deficienze”.       

    Su ogni questione affrontata da Ellul non sono mancate, come è facile supporre, riserve e critiche. Le sue posizioni, come quelle di tanti altri studiosi e operatori sociali dell’area, sono soggette al rischio di forzature unilaterali che  - in un’altra sede – sarebbe inevitabile esaminare. Essi devono vincere una difficile scommessa: per riprendere parzialmente il titolo di un saggio di Jean-Paul Besset, “salvarsi dal progresso senza essere reazionari”.
                                 
Augusto Cavadi

domenica 7 settembre 2014

"Tre giornate della spiritualità nel Mediterraneo" a Palermo (da mercoledì 29 ottobre a venerdì 31 ottobre 2014)

VI AVVERTIAMO IN TEMPO AFFINCHE' POSSIATE PRENOTARE IN TEMPO 
AEREI O TRENI PER PALERMO.
La partecipazione è gratuita.
La prenotazione NON è obbligatoria, ma dà diritto di precedenza in caso di eccedenza del numero dei partecipanti rispetto alla capienza dei locali.
***

                                                                 PROGRAMMA
Scuola di formazione etico-politica “GIOVANNI FALCONE”
Centro studi evangelico “G. BONELLI”
Gruppo editoriale “DI GIROLAMO”
con il patrocinio di
Comune di Palermo
Università degli Studi di Palermo  - Fondazione Federico II
Convegno
“La dimensione spirituale della vita nel Mediterraneo.
Il sé e l’altro: identità e accoglienza”
Palermo, 29-31 ottobre 2014
Mercoledì 29 ottobre
Palazzo Steri
(Università di Palermo - Piazza Marina, 61)
ore 16,00-17,00:  Apertura dei lavori

                            
Saluto

                                  del Rettore dell’Università di Palermo,                                  
                                  del Sindaco di Palermo
                                  del Presidente della Regione Sicilia,
                                  del Presidente dell'Assemblea regionale siciliana
                                  del Direttore della Fondazione Federico II

ore 17,00 – 17,15: Introduzione ai lavori di Augusto Cavadi  (Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone”)
  ore 17 – 18,15:   Annamaria Amitrano (Università di Palermo) Sulla religiosità popolare nel  Mediterraneo
ore 18,15 – 18,30: Pausa
  ore 18,30  – 19, 45: Alberto G. Biuso (Università di Catania) Per il paganesimo
Giovedì 30 ottobre
Cantieri culturali della Zisa
(Via Paolo Gili, 4)
  9 – 9,15: Introduzione ai lavori di Sandro Mancini (Università di Palermo)
  9 ,15 – 10,30 : Pierpaolo Pinhas Punturello (rabbino ebreo)
      Linee essenziali della spiritualità ebraica
  10,30  – 10,45:  Pausa
 10, 45 – 12: Armido Rizzi (teologo laico, Mantova)
                                La spiritualità nella mia vita e nella mia teologia
***
 ore 17,00 – 17,15: Introduzione ai lavori di Vincenzo Guzzo  (Centro internazionale di studi sul mito)
  ore 17, 15 – 18, 30: Patrizia Baldieri (Centro italiano psicologia analitica, Roma)
                                      Il buddhismo e l’etica della responsabilità universale
ore 18,30  – 18,30: Pausa
  ore 18,30  – 19, 45: Luigi Vero Tarca (Università di Venezia) : Cultura mediterranea e civiltà planetaria. Per una spiritualità filosofica aperta.

Venerdì 31 ottobre
Cantieri culturali della Zisa
(Via Paolo Gili, 4)
9 – 9,15: Introduzione ai lavori di Giancarlo Lo Curzio  (Istituto nazionale di architettura)
  9 ,15 – 10,30 : Yusuf Abd al Hady Dispoto (Co. Re. Is)
Linee essenziali della spiritualità islamica
  10,30  – 10,45:  Pausa
 10, 45 – 12: Giampiero Comolli (Centro culturale protestante di Milano)                   Verso la spiritualità del futuro
***
ore 17,00 – 17,15: Introduzione ai lavori di  Daniele Palermo (Presidente del Centro studi evangelico “Bonelli”)
  ore 17, 15 – 18, 30: Francesco Sciotto (Centro di accoglienza immigrati della FCEI di Scicli) La vita spirituale di un protestante nel Meridione italiano
  ore 18,30  – 19, 45:                           
Cosimo Scordato (Facoltà teologica di Sicilia) :  Vivere la fede in un Mediterraneo globalizzato

sabato 6 settembre 2014

I PALERMITANI ( GLI ITALIANI ? ) E I LIBRI

“Repubblica – Palermo” 6 . 9. 2014

I PALERMITANI  (O GLI ITALIANI ? )  E I LIBRI

        E se i palermitani odiassero i libri? Dell’intervento di Rubina Mendola (“Repubblica” del 4 settembre) mi ha convinto tutto, tranne il verbo nel titolo redazionale. “Odiare” è infatti, come è noto, l’altra faccia dell’amare; implica un vivo interesse per l’oggetto; esprime passione o per lo meno sentimento. Tra i miei compagni di scuola prima, tra i miei alunni dopo, in più di mezzo secolo non mi è mai capitato di registrare tanta attenzione verso i prodotti tipografici. Il palermitano medio non è “contro” i libri: egli piuttosto ne prescinde senza nessuna animosità. Vive come se essi non esistessero. Se ne accorgono o quando devono arredare una parete troppo nuda a casa o quando qualche stravagante, sull’autobus o in treno, ne sfoglia un esemplare. I nazisti avrebbero avuto difficoltà ad accendere dalle nostre parti i roghi con i testi ebraici: pochi avrebbero ritenuto opportuno sprecare il cerino per una montagna di carta.
     Diagnosi  e terapia di questa disaffezione cronica, accennate dall’articolo,  possono essere ovviamente ampliate. Un primo elemento accomuna la nostra città al Mediterraneo cattolico: laddove nell’Europa continentale, dalla Riforma di Lutero in poi, imparare a leggere la Bibbia  è stato il primo dovere del fanciullo, sino al Concilio Vaticano II (1962 – 1965) la Chiesa cattolica ha vietato, e poi fortemente sconsigliato, ai fedeli la lettura personale dei Testi sacri. Se Scrittura e breviari sono in mano ai preti, perché noi laici dovremmo occuparcene?
      Un secondo fattore è da individuare nel sistema scolastico. La pedagogia tuttora imperante misura la quantità delle nozioni apprese dall’alunno, meno la qualità della sua ricerca di nozioni. So che non è facile credermi, ma in più di un’occasione mi sono trovato in minoranza nel giudizio finale di alunni che i colleghi volevano premiare per la stessa ragione che mi spingeva a penalizzarli: avevano imparato tutto a memoria. Il testo in adozione nella classe diventa così, soprattutto per le intelligenze più vivaci,  sinonimo di strumento di tortura: perché sperare che venga ricercato anche dopo l’età scolastica?
    Un terzo fattore è costituito senza dubbio dai condizionamenti familiari. Quando un genitore chiede, sconfortato, cosa possa fare per invogliare il figliuolo alla lettura, la mia risposta è banalmente monotona: “Ogni tanto, apra un libro e  si faccia scoprire mentre legge”. In case non solo proletarie si usa accendere il televisore la mattina a colazione e spegnerlo solo la sera, prima di ritirarsi a dormire: perché meravigliarsi che, insieme al dialogo intrafamiliare, venga compromesso ogni desiderio di dialogo con i classici della letteratura?
     Aggiungerei un quarto fattore, per così dire sociale. Per chi la pratica come per chi la evita, la lettura è comunque un esercizio individuale. Questa dimensione intima, solitaria, è l’unica possibile e auspicabile? Da molti anni ormai mi capita di partecipare a incontri serali periodici  - di alcuni dei quali sono stato anche promotore – il cui perno non è il bridge o la proiezione privata di un film, bensì in commento di un libro assegnatosi di comune accordo la volta precedente.  Ho constatato che, con questi ritmi,  la passione di alcuni per i libri diventa contagiosa. All’inizio si partecipa a questi appuntamenti un po’ per noia, un po’ per curiosità, un po’ perché si desidera uscire dal letargo culturale della routine borghese; poi, vedendo quanto piacere hanno sperimentato altri nella lettura e con quanta partecipazione emotiva ne condividono le risonanze, si è indotti a rompere l’embargo auto-impostosi e a varcare le soglie di una libreria. Spesso il passo è fatale. Si entra per cercare il libro prescelto dal proprio giro di amici e si inciampa su un titolo accattivante, finendo con l’uscire con due o tre volumi in saccoccia.
      Là dove questa dipendenza psicologica dal libro si attiva c’è solo, ovviamente, da rallegrarsi. Tuttavia, a mio avviso, i frutti più fecondi si hanno quando l’amore per i libri ci porta oltre i libri: quando avvertiamo il desiderio di sperimentare nella nostra piccola o grande storia le convinzioni maturate e riusciamo a diffondere intorno a noi una piacevole sensazione di saggezza.
Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

venerdì 5 settembre 2014

IMPEGNARSI IN MOVIMENTI O IN PARTITI ? UN DILEMMA PER CHI NON VUOL STARE A GUARDARE LO SFACELO


“Macugnaga”
Settembre 2014 – n. 95

LA DIALETTICA MOVIMENTI – PARTITI

    Sull’ambivalenza della struttura partitica si è già detto, e scritto, tutto. I partiti presìdi di democrazia e canali di partecipazione alla cosa pubblica (almeno in linea di diritto); ma anche (in linea di fatto, spesso) meccanismi clientelari ai danni degli esterni e barriere fra la base  popolare e i vertici istituzionali.  Come salvare il meglio del sistema partitico senza accettarne le degenerazioni partitocratiche?
     L’età anagrafica  (ho compiuto il diciottesimo anno nel 1968) e la provenienza geografica (sono nato e ho sempre vissuto a Palermo) mi hanno consentito di osservare da vicino, e in qualche caso di partecipare a, un tentativo di rimedio: la creazione di movimenti politici alternativi ai partiti tradizionali. Dopo gli anni del movimentismo a sinistra del PCI, anche il mondo cattolico ha provato a pungolare la Balena bianca con il Movimento popolare collegato a “Comunione e liberazione”  (Milano) e con “Una città per l’uomo” (Palermo). Negli anni Ottanta è stata la volta della “Rete” trasversale di Leoluca Orlando in contemporanea con il movimento dei Verdi. Di questi mesi, infine, è l’esperienza straordinaria, imprevedibile, del Movimento Cinque Stelle.
     Il rimedio  (movimento-tafàno  pungolo del partito-pachiderma) funziona? Sì, ma solo a certe condizioni. Sì perché il movimento suggerisce idee, stimola aggiornamenti, ruba la scena massmediatica, minaccia di togliere consensi elettorali, propone volti inediti. Che cosa sarebbe stata la storia italiana, anzi occidentale, senza il movimento studentesco, il movimento femminista, il movimento ambientalista?
     A un determinato momento succede che le tematiche portate avanti originariamente da un movimento diventano patrimonio comune di uno schieramento molto più vasto di associazioni e di partiti. A questo punto si profila un bivio. O i promotori del movimento si ritengono soddisfatti dei risultati raggiunti e rompono le righe, tornano nel privato, smettono di pungolare i partiti. Oppure essi  giudicano la ricezione delle proprie tematiche, da parte di altre organizzazioni, parziale, sfocata, deludente; e decidono di configurarsi come partiti essi stessi. E’ un altro modo di rinunziare alla funzione originaria di stimoli esterni ai partiti. In entrambe le ipotesi, insomma, vengono meno le condizioni di una proficua dialettica fra movimenti e partiti.
      Sul piano dei ragionamenti teorici non vedrei nessuna difficoltà a che un movimento, trasformatosi in partito, diventasse per così dire in prima persona un efficace operatore delle proprie tematiche: ma l’esperienza storica degli ultimi decenni mi pare che abbia falsificato questa teoria. Il Movimento popolare di CL, Una città per l’uomo, la Rete, i Verdi  - diventando partiti – si sono comportati un po’ peggio dei partiti in rapporto ai quali si erano posti dialetticamente: spontaneismo, disorganizzazione, conflittualità perenne, leaderismo, incompetenza tecnica…sono tutte caratteristiche che si sono riscontrare, isolatamente o insieme, nei movimenti partiticizzatisi. Il Movimento Cinque Stelle ha sinora evitato alcune di queste derive, ma al prezzo di stroncare (con mezzi  democratici talora anche nella sostanza, più spesso solo nella forma) ogni accenno di dissenso dalla “linea” dettata via internet dai due “guru” fondatori.
    Se questo racconto è veridico, che prospettive restano? Ovviamente non ci sono ricette facili. La direzione su cui provare a riflettere, e soprattutto a sperimentare concretamente, mi parrebbe la progressiva istituzionalizzazione della dialettica fra movimenti e partiti. Intendo il superamento di modalità occasionali o polemiche in nome di una reciproca complementarietà. Ipotizzerei, ad esempio, assemblee annuali in cui un movimento che intende restare tale (in nome della pace o della nonviolenza o dell’antimafia)  inviti ufficialmente esponenti di tutti i partiti per offrire indicazioni programmatiche; e, viceversa, congressi in cui un partito inviti ufficialmente gli esponenti di tutti quei movimenti seri, informati, che possano offrirgli contributi di idee e di esperienza. Da questi scambi annuali potrebbero scaturire gruppi di lavoro un po’ più estesi nel tempo sino al raggiungimento di un obiettivo concordato (un disegno di legge, una battaglia parlamentare, una campagna di sensibilizzazione affinché il governo in carica faccia effettivamente rispettare delle norme disattese etc.).
    Perché un equilibrio del genere possa instaurarsi e perpetuarsi sono necessarie alcune condizioni. Prima fra le quali: che transitare dal mondo del movimentismo al mondo dei partiti non significhi passare dal volontariato gratuito al professionismo iper-retribuito. Oggi diventare parlamentare per un movimentista  significa uscire da una condizione di precarietà economica ed entrare, per tutta la vita, in una condizione di privilegi. Sino a quando sarà così, il polo dei movimenti si troverà in condizione di oggettiva debolezza rispetto al polo dei partiti. Quando le modalità di finanziamento saranno le medesime per movimenti e partiti (esclusivamente sulla base dell’elargizione facoltativa dei cittadini in sede di dichiarazione dei redditi)  - e dunque essere un fautore della lotta contro la fame nel mondo non significherà rinunziare ogni mese a una fetta del proprio salario né essere il più anonimo dei peones in Parlamento significherà quadruplicare il proprio reddito abituale – ognuno sarà più libero, psicologicamente, di optare fra la militanza in un movimento o in un partito. E sarà meno improbabile che un cittadino competente decida per l’una o per l’altra collocazione in base a considerazioni oggettive, senza la tentazione di risolvere una volta e per sempre le proprie preoccupazioni private.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com
     

mercoledì 3 settembre 2014

ETICA MONOTEISTICA, PANTEISTICA E ATEA

Care e cari,
   a quanti di voi mi hanno chiesto come siano andate queste vacanze filosofiche per non...filosofi (a Saltino - Vallombrosa dal 21 al 27 agosto 2014, con più di 30 partecipanti) dedico questi appunti di cui mi sono servito per introdurre uno dei due incontri conclusivi.

***

Anche la XVII edizione delle “Vacanze filosofiche per non…filosofi” è riuscita secondo le più ottimistiche previsioni: non solo dal punto di vista delle presenze (da 30 a 35 secondo le giornate), ma soprattutto dal punto di vista dell’intensità affettiva e intellettuale degli scambi.
     Dalla sera del 21 agosto 2014 alla mattina del 27  si sono avvicendati momenti differenti attraversati, e collegati, dal filo rosso del tema prescelto: l’etica. Dopo una prima conversazione informale di presentazione reciproca, Elio Rindone (Roma) ha evocato  - in tre tappe – l’origine dell’etica nel pensiero occidentale. In un seminario di filosofia non si poteva non cominciare con i Greci con i quali si è configurata ciò che oggi chiamiamo etica: Socrate, infatti, attesta la consistenza oggettiva dei valori per via intuitiva, Platone e Aristotele cercano di offrirne una fondazione razionale, argomentativa, addirittura ontologica (inserita, cioè, in una visione globale dell’essere e dell’essere umano in particolare). Per i Greci il culmine dell’etica è la giustizia: dare a ciascuno ciò cui ha diritto. Negli stessi secoli, in Medio-oriente, si va configurando la concezione biblica dell’etica. E’ una concezione, ovviamente, variegata e non di rado contraddittoria, al punto che un esegeta ha potuto affermare che nella Bibbia non c’è un’etica dal momento che ce ne sono troppe. Eppure è possibile rintracciare una linea di continuità che dai profeti arriva a Gesù di Nazareth: la giustizia è necessaria ma insufficiente. La convinzione che Jahvé ama gratuitamente e universalmente può ispirare negli uomini un atteggiamento analogo: al di là della giustizia, dunque, è possibile sperimentare nella storia anche l’agape, o amore-dono. Il Medio-evo tenta, anche su questa tematica, la sintesi fra la sapienza greca e la saggezza ebraica. Ma con molte criticità. Il filone più speculativo (Tommaso d’Aquino) preserva la razionalità greca ma a prezzo di rinunziare alla peculiarità un po’ folle dell’agape; il filone più sentimentale (Bonaventura di Bagnoregio) preserva la follia dell’agape (Francesco che bacia il lebbroso) ma a prezzo di rinunziare a una legittimazione logico-argomentativa.
       L’imprevista assenza di Mario Trombino mi ha ‘costretto’ a improvvisare un seminario su tre esponenti dell’Età moderna che  - come è noto -  inizia convenzionalmente con Cartesio. Egli vuole applicare il metodo ‘matematico’ non solo alla metafisica (spiritualità dell’anima e esistenza di Dio) ma anche alla morale. Il dato storico è che non riesce a compiere il passaggio da una morale ‘provvisoria’ a una morale ‘definitiva’: forse l’approccio analitico non è adatto a spiegare l’imprevedibilità della storia dei singoli. Ma il programma-sfida di Cartesio viene ripreso dal monista (non monoteista!) Spinoza che offre un’etica estremamente dettagliata, a partire dall’unico Assoluto (la Sostanza “Dio ossia Natura”) sino ai dettagli di  come sia conveniente agire per ogni individuo, manifestazione particolare della Sostanza. Se i singoli, propriamente parlando, non esistono perché ognuno di noi è la sfaccetattura di un unico immenso Poliedro, un’etica “dimostrata col metodo dei matematici” è possibile: un’etica tanto più perfetta quanto più radicale è stata la sua negazione della libertà umana.
        Ma ha senso un’etica se non esiste la libertà di seguirla o di disattenderla? Kant pensa di no. Sulla prospettiva kantiana ci siamo soffermati sia io sia, meno brevemente di me, Alessandro Roani (Fabriano).  Si può dimostrare che l’uomo è libero? Se lo si vuole dimostrare secondo il  percorso tradizionale (di tipo speculativo-metafisico), la risposta di Kant è nettamente negativa. Perciò egli propone un cammino nuovo: l’imperativo categorico è la ratio cognoscendi (la chiave per conoscere) la libertà umana, la quale a sua volta è la ratio essendi (la  condizione ontologica) dell’imperativo categorico.  In altre parole: sappiamo di essere liberi (o, meglio, lo crediamo per “fede filosofica”) perché la ragione ci comanda di trattare gli altri sempre anche come fini e mai solo come mezzi delle nostre azioni; ma, se non fossimo liberi, questo comando della ragione sarebbe… irragionevole. Alessandro Roani ha proseguito l’excursus storico ricordando che la difesa della libertà umana operata da Kant non convince Schopenhauer: a suo parere la nostra libertà è quella dei burattini manovrati da una Volontà assoluta, cieca, che è il Fondamento della natura e della storia. L’etica non è obbedienza a questa Volontà, bensì liberazione da questa Volontà.
        Nietzsche condivide la convinzione di Schopenhauer secondo cui “in principio non era un Logos, bensì l’Assurdo”, ma non le sue conseguenze ascetiche: più che emanciparsi dalla Volontà, bisogna emancipare la Volontà dalle pastoie dei moralismi di ogni risma. Nietzsche può essere assunto a simbolo del passaggio dalla Modernità alla Contemporaneità, per i cui labirinti ci ha guidato Francesco Dipalo (Bracciano). Egli ha ricordato come, a giudizio del pensatore tedesco, l’uomo  - lungi dallo sterilizzare il flusso inarrestabile della Volontà di potenza- debba assecondarlo e farsene veicolo creativo di nuovi valori, al di là della distinzione di bene e di male (insostenibile dopo la “morte di Dio”). In Nietzsche si profila dunque un “nichilismo positivo” che, per molti versi, riprende convinzioni e pratiche ellenistiche e – secondo alcune dichiarazioni di Nietzsche stesso -  non è molto differente dal buddhismo: accettare che la vita sia divenire, impermanenza, lungi dal gettarci nella disperazione del naufrago che ha smarrito ogni appiglio stabile, ci apre a una nuova esperienza del sacro. Esistere è liberarsi dalle illusioni dei falsi sostegni e abbandonarsi ad un oceano senza sponde In-finito, In-determinato; a quel Ni-ente che ci ospita in vita e ci attende in morte (Nirvana).

                           Augusto Cavadi    (www.augustocavadi.com)