domenica 11 settembre 2022

DONNE DENTRO E FUORI IL SISTEMA MAFIOSO


 “Dialoghi mediterranei”

1 settembre 2022


DONNE E MAFIA.

PER UNA GRIGLIA INTERPRETATIVA


Ancora recentemente una delle più attente studiose del fenomeno mafioso, anche riguardo alla presenza femminile al suo interno, notava che la “congerie” di libri dedicati a questa particolare tematica abbonda di


testi interessanti, frammentari o ideologici; spesso incapaci di darti quel necessario sguardo d'insieme, di cogliere il nocciolo della questione che ancora ci chiama in causa”1.


Puntando su “alcuni libri importanti”2 che tuttora fanno testo sull'argomento, vorrei provare a ipotizzare una griglia interpretativa complessiva che avvicini allo “sguardo d'insieme” di cui la Dino avverte la mancanza, pur nella consapevolezza che in questo campo - come in tutti i campi in cui si ricerca davvero - si può aspirare ad “approdi parziali e acquisizioni mai definitive”3.


1. Premessa sul patriarcato nella società (in generale) e nella mafia (in particolare)


Il sistema di dominio mafioso è un sotto-sistema del più ampio sistema della società italiana4.

Il primo, dunque, è inintelligibile se non si considerano le relazioni dialettiche con il secondo: relazioni di somiglianza, di continuità, ma anche di differenza, discontinuità.

Dal punto di vista del ruolo delle donne, il sistema sociale italiano è caratterizzato da un patriarcato irriflesso ma effettivo: “irriflesso” perché scarsamente consapevole e ancor meno programmatico; “effettivo” perché vigente nelle relazioni private quotidiane e nei costumi sociali prevalenti. Esso dunque appare debole sul piano ufficiale del discorso pubblico e della stessa legislazione in divenire, ma forte sul piano ufficioso delle pratiche: anzi, proprio la sua decrescente popolarità (dovuta al fatto di essere considerato vieppiù 'scorretto' politicamente) induce la maggioranza dei cittadini e delle cittadine ad abbassare la guardia, rendendone più agevoli il permanere nella psiche collettiva e l'infiltrarsi nelle trame ordinarie dei rapporti sociali.

Se il sistema mafioso è un sotto-sistema del sistema sociale, diventa attendibile l'ipotesi che il primo sia in relazione dialettica (di affinità e di diversità) con l'impianto patriarcale-maschilista del secondo. Detto in termini più immediati: l'ipotesi che i mafiosi siano maschilisti, ma a modo proprio (dunque: per certi versi come gli altri maschi, per altri con alcune peculiarità)5. Nulla di nuovo, per altro, rispetto ad altre caratteristiche antropologiche dei mafiosi: capitalisti, ma a modo proprio; cattolici, ma a modo proprio; sciovinisti (sicilianisti) , ma a modo proprio... 

Per verificare tale ipotesi è necessario chiarire cosa intendere per patriarcato.

Adotto qui la formulazione proposta da Gilligan e Sninder: un assetto culturale-sociale fondato 


su una struttura binaria e gerarchica di genere” per la quale:

  1. le capacità umane” sono o “mascoline” o “femminili” e le mascoline sono da privilegiare;

  2. alcuni uomini” sono al di sopra di altri e tutti gli uomini al di sopra delle donne”;

  3. si perpetua “una separazione tra il sé e le relazioni”, con la conseguenza (dannosa sia per gli uomini che per le donne) che gli uomini vengono obbligati ad “avere un sé senza relazioni” e le donne ad “avere relazioni senza avere un sé”6 .



2. La condizione delle donne 'interne' al sotto-sistema mafioso


    1. Aspetti di omogeneità

Dalle testimonianze dirette e indirette risulta con chiarezza che le donne 'interne' al sistema mafioso patiscono le stesse conseguenze del maschilismo patriarcale subite dalle donne 'esterne'7.

a) In entrambi i contesti la donna vive in regime di oppressione ordinaria, anche quando non si registrano episodi eclatanti di violenza fisica. In entrambi i contesti il maschio violento - mafioso o estraneo al mondo mafioso che sia - adotta la violenza non necessariamente esercitandola, ma anche solo minacciandola: la esercita alcune volte per poterla minacciare efficacemente sempre. Da qui la necessità, per le donne 'interne' o 'esterne' al regime mafioso, di non lasciarsi ingannare dalle apparenze, di non accettare la logica dell'emergenza o dell'eccezionalità8; di acquisire “una visione non emergenziale del fenomeno”9 ; di “costruire una visione delle cose che consenta alle ragazze di liberarsi da gabbie che loro stesse considerano normali, anzi, necessarie”10 ).

Va subito osservato che, contrariamente a quanto suppongono coloro che non hanno ascoltato le testimonianze affidabili di donne congiunte di mafiosi, il tasso di violenza maschile in essi non né maggiore né minore rispetto alla media statistica dell'intera popolazione maschile: ci sono mafiosi che non hanno mai alzato un dito contro la moglie e non-mafiosi (o, addirittura, militanti attivi nell'anti-mafia) che la picchiano abitualmente11. Possono negare queste narrazioni solo osservatori “legati a un'idea lombrosiana del mafioso, brutto, sporco e cattivo. Che invece può essere spietato nel suo ambito per così dire 'di lavoro' e affettuoso a casa. Che può quindi voler bene e farsi voler bene”12. Non diversamente dagli ufficiali e dai soldati nazisti di stanza nei lager. Chi ha avuto un congiunto associato a Cosa Nostra che si mostrava “allegro, affettuoso, amava la vita, gli amici e il valzer” come può non chiedersi se egli sia “soltanto” “un mostro dedito a esercizi di morte, sempre in lotta col diverso, a partire dalla propria parte femminile negata” 13? Per qualsiasi familiare, “sentire di volergli bene” non può mai considerarsi un “sentimento politicamente scorretto”14: i sentimenti in sé non sono né scorretti né corretti. Ne siamo 'affetti', toccati. L'opzione etica comincia quando ci si chiede se farli prevalere su ogni altro criterio di giudizio o relegarli alla sfera emotiva cui appartengono per essere capaci di assumere (interiormente e pubblicamente) le opportune distanze. In misura più o meno notevole, a un certo momento della vita, non siamo un po' tutti costretti a fare i conti con i nostri genitori (o con i nostri ex-partner) conciliando la gratitudine per quanto ci hanno saputo dare di prezioso e il risentimento per quanto ci hanno voluto o negare di prezioso o imporre di sgradito?

b) In entrambi i contesti le donne subiscono un deficit di agibilità democratica perché se, in generale, si può affermare che il patriarcato è “l'antitesi dei valori democratici”15, altrettanto si può affermare dei sistemi di dominio mafiosi. La riprova: che la lotta delle donne per la democrazia è stata doppiamente faticosa perché contro il maschilismo e contro la maglie del potere illegale. Come attesta la storia, “la lotta alla mafia è stata, soprattutto nel passato, lotta per la democrazia e per la tutela dei diritti dei lavoratori, da cui le donne sono state a lungo escluse. Nelle esperienze associate di lotta alla mafia, la presenza femminile, pur quando numerosa, ha incontrato enormi difficoltà nel configurarsi in forme strutturate e durevoli, accompagnate da ruoli pubblici riconosciuti”16.

c) Le donne 'interne' al sistema mafioso condividono, con tutte le altre concittadine, il condizionamento culturale del patriarcato che è, prima ancora di un assetto politico-istituzionale modificabile, un a priori psicologico, un modo di vedere il mondo sociale quasi universalmente condiviso17. In esse però questo condizionamento mentale si abbina, rinsaldandosi, con il condizionamento (più o meno consapevole) del codice culturale mafioso, come ben si esprime la collaboratrice di giustizia Carmela Iuculano:


La mafia è un fenomeno che controlla le menti. Per me veramente è 'na ragnatela perché tu entri là e rimani intrappolato, più ti muovi, più vuoi uscirtene, peggio è perché più t'intrappoli, più t'impigli nella rete, e peggio il ragno t'immobilizza, ti succhia piano piano, fino a che ti svuota tutto...”18 .


  1. In entrambi i contesti si nota uno iato – talora una vera contraddizione – fra ciò che viene proclamato espressamente (la dignità della donna, il suo diritto all'autodeterminazione, l'intangibilità del suo 'onore'...) e ciò che si vive effettivamente (la subordinazione dei bisogni e dei desideri femminili ai bisogni e ai desideri maschili). Nella tradizione culturale italiana, dalla donna-angelo dei Medievali alla donna 'divina' dei Romantici, sino alle canzoni di musica leggera e alla letteratura 'rosa', campeggia lo stereotipo della donna come figura sacra o comunque intoccabile perché preziosa: tutto ciò in pacifica compatibilità con un sistema giuridico, economico e simbolico in cui le pari opportunità fra maschi e femmine costituiscono conquiste recenti e comunque parziali e per giunta reversibili. Similmente un luogo comune, ribadito artatamente dagli ambienti mafiosi, è che il vero “uomo d'onore” rispetta la moglie propria e le mogli degli altri membri di Cosa Nostra: come se avere molte amanti non fosse una mancanza di rispetto verso la proprie moglie o come se, in caso di ordini 'superiori', il mafioso non dovesse essere pronto a uccidere la moglie di un altro mafioso o la propria stessa moglie.


e) Da quanto sinora considerato si potrebbe condividere la sintesi proposta da Nando dalla Chiesa:


Ci si trova davanti all'universo in assoluto più maschilista della società italiana, in cui la donna serve a riprodurre forza lavoro militare e codici di violenza. Dove accade che essa possa anche ottenere scettri provvisori, a causa di ergastoli e lotte intestine. Ma sono scettri delegati da un maschio, segno mai di emancipazione bensì sempre di assoggettamento. Dove l'omertà rade al suolo ogni idea di onore e dignità. Dove l'amore è una variabile 'dipendente' dalle leggi del clan, e nessuna Antigone è permessa. E in cui anzi l'onore può essere difeso uccidendo le proprie figlie” 19.


Si tratta però di una delle due facce della luna. Non va dimenticata la faccia solitamente in ombra: che le donne 'interne' al sistema mafioso sono 'complici' del sistema patriarcale (in quanto donne) e del sistema mafioso (in quanto donne di mafia). Confrontiamo quanto affermano le due studiose statunitensi Gilligan e Snider sul patriarcato e quanto afferma Renata Siebert sul ruolo 'pedagogico' delle donne 'interne' alla mafia.


Le prime:


Non è un segreto che il patriarcato dipenda dalla complicità delle donne. Il suo perdurare si fonda in parte sul silenzio e l'ottemperanza delle donne, compresa la loro disponibilità a continuare ad accettare il sacrificio dei figli per qualunque causa o proposito superiore”20.

La seconda:

Nella strategia mafiosa della signoria del territorio, sono le donne che fungono da cassa di risonanza per il ricatto, per la minaccia, per l'angoscia di morte che generano l'omertà, la complicità, l'obbedienza alla legge mafiosa” 21.

Ammettere queste responsabilità (almeno oggettive, spesso anche soggettive) a carico di donne non è certo un modo di denigrarle. Anzi, è proprio della mentalità maschilista tradizionale (non certo estranea alla formazione di tanti magistrati e avvocati) escludere per principio che a una donna possano essere imputati reati gravi (e, più in genere, errori e difetti nella gestione delle dinamiche sociali) come si trattasse di una perenne minorenne, non del tutto in grado di intendere e di volere22. Invece le cronache sono sempre più affollate di nomi di donne che svolgono ruoli attivi all'interno delle organizzazioni mafiose: “sono veramente tante le spacciatrici di droga, nei quartieri più degradati di Palermo, che non esitano ad utilizzare anche i loro figli!”23; “oltre alla spacciatrici, ci sono anche donne che possono dirsi proprio trafficanti”24 e altre “intestatarie di quote notevoli” di imprese di mafiosi o “prestanome, nel caso che i congiunti non possano comparire”25.

In occasione di mafiosi che decidono di collaborare con l'apparato giudiziario statale il protagonismo delle donne di mafia , abitualmente sottotraccia, emerge alla luce del sole. In qualche caso perché sono mogli o figlie che inducono il congiunto a saltare il fosso26 o comunque restano al suo fianco per sostenerlo27in altri più numerosi perché o tentano di dissuaderlo28 o – se non riescono - prendono clamorosamente 


le distanze dai pentiti con pubbliche dichiarazioni con cui hanno accusato magistrati e forze dell'ordine, colpevoli di aver indotto al 'tradimento' i loro familiari, hanno definito questi ultimi 'infami' e li hanno rinnegati”29 .


Secondo Teresa Principato e Alessandra Dino, 

nella sorprendente quantità di dichiarazioni di 'scomunica' rilasciate dalle parenti dei pentiti vi sarebbe [] una nuova strategia comunicativa di Cosa Nostra, che avrebbe consegnato alle donne la funzione di difesa dell'organizzazione nei confronti del mondo esterno; interpretazione che conduce a riconsiderare il ruolo puramente familistico e marginale del passato e a parlare di una vera e propria 'centralità sommersa' della donna nell'organizzazione mafiosa”30.


Dunque, nel positivo e nel negativo, la parabola della condizione femminile dentro l'orbita mafiosa si disegna in parallelo con la parabola della condizione femminile in generale.


2.2 Aspetti di specificità

Insieme a questi aspetti di affinità vanno però notate almeno due differenze fra la prospettiva patriarcale-maschilista, in generale, e la sua declinazione mafiosa, in particolare.

Un primo elemento di specificità potrebbe individuarsi nella legittimazione ideologica (che, come si è notato sopra, raramente si traduce nelle pratiche quotidiane) della dignità della donna: la cultura illuministico-borghese la fonda sulla natura umana comune e sui conseguenti diritti naturali; la cultura mafiosa, invece, sull'appartenenza della donna a una famiglia (anagrafica e/o criminale) in generale e a un maschio (il padre, il marito, il fratello...) in particolare31.

Un secondo elemento di differenza fra l'ideologia patriarcale in generale e la sua versione mafiosa discende, strettamente, dal precedente: tutti i maschilisti usano, e abusano, quando e come possono, delle femmine, ma mentre il patriarcato condiviso sostiene (verbalmente) la dignità di ogni donna in quanto tale, la sua versione mafiosa sostiene (verbalmente) la dignità di quelle donne che appartengono anagraficamente a una famiglia mafiosa, a esclusione di tutte le persone (amanti, prostitute, gay, transessuali...) che abbiano con membri di Cosa Nostra legami affettivo-sessuali non legalmente riconosciuti.


  1. La condizione delle donne 'transfughe' dal sotto-sistema mafioso

    1. Aspetti di omogeneità

Se la ricostruzione precedente è realistica, 

l'immagine della donna siciliana, chiusa in casa e vestita di nero, non corrisponde nella quasi generalità alla situazione attuale. In Sicilia, come altrove, le donne rivendicano emancipazione e occupazione. […] Lo stereotipo di donna siciliana sottomessa, semplice trasmettitrice dei valori legati alla famiglia, non ha più ragion d'essere. Anche all'interno delle famiglie mafiose”32.

Questo mutamento presenta certamente i tratti di una emancipazione “perversa”33, o di una “pseudoemancipazione”34, ma in altri casi si tratta - esattamente come nel caso delle donne in generale - di una emancipazione reale. Mi riferisco a quel numero non trascurabile di donne che, insofferenti per le ragioni più varie del regime patriarcale di stampo mafioso, decidono di rompere con le famiglie (anagrafiche e/o criminali) di appartenenza. Queste 'ribelli' 35 affrontano i medesimi rischi delle donne che decidono di scrollarsi dalle spalle il giogo del patriarcato vigente anche negli ambienti esterni alla mafia, pagando un prezzo altrettanto alto in termini psicologici, economici, di sanzione sociale e, talora, addirittura con la vita biologica (per questo verso vivono una condizione omogenea alla condizione di tutte le donne del loro tempo).


    1. Aspetti di specificità

a) Se è vero che le donne che vogliono uscire dal recinto mafioso devono affrontare difficoltà del tutto simili alle donne che vogliono liberarsi dalla gabbia del patriarcato, è vero altresì che, in più, diventano delle 'nemiche' di un sistema criminale che non può tollerare il 'cattivo' esempio di schegge disobbedienti36 .(e questo costituisce un peso supplementare specifico rispetto alle donne che non gravitano nell'orbita del potere mafioso37).

b) Questa differenza di livello di rischio può misurarsi se si considera la differenza di 'giustificazione' del femminicidio nel sistema patriarcale in generale e nel sotto-sistema mafioso in particolare: nel primo orizzonte mentale lo si ritiene un gesto inaccettabile (e, infatti, non si rinunzia a ricorrere a spiegazioni varie, pur se quasi sempre infondate: “è stato un raptus”, “il pover'uomo era ormai esasperato dopo anni di maltrattamenti subiti”, “lei lo ha prima provocato sessualmente e poi gli si è negata deridendolo”); nel secondo orizzonte mentale, invece, lo si ritiene un gesto accettabile, anzi in alcuni casi doveroso (per salvaguardare l'onore della famiglia in generale, di uno o più maschi della famiglia in particolare38). Mi riferisco non solo ai casi – 'ovvi' – di donne accusate (fondatamente o infondatamente) di aver tradito la cosca (cfr. Lea Garofalo39) o il marito (cfr. Lia Pipitone40), ma anche di donne massacrate solo perché congiunte di 'collaboratori di giustizia' (giornalisticamente denominati 'pentiti') in una logica di vendetta 'trasversale' (cfr. la madre, la sorella e la zia di Francesco Marino Mannoia o la moglie e la madre di Riccardo Messina) o, addirittura, perché involontarie possibili testimoni di giustizia (come l'appena diciassettenne Graziella Campagna41).

Quando una donna viene uccisa perché familiare di un 'traditore' non si tratta tecnicamente di 'femminicidio' dal momento che la vittima non è colpita  in quanto donna: ma ciò smentisce ugualmente il luogo comune secondo cui la mafia non uccide né i bambini né i preti né le donne. Nonostante la stampa ripeta in ogni occasione questo ritornello, la storia insegna che le cosche mafiose non hanno mai risparmiato la vita né di bambini né di preti né di donne tutte le volte che lo hanno ritenuto necessario per gli interessi superiori (anzi supremi) di Cosa Nostra42.

Se ciò è vero, meritano immensa stima tutte le donne che, nate al di fuori di ambienti mafiosi e para-mafiosi, non solo se ne sono tenute lontane ma si sono impegnate, a diverso titolo e con diverse funzioni, a contrastare il sistema di dominio mafioso43 . Si tratta in prevalenza di 

“vedove e madri di magistrati, poliziotti, politici uccisi dalla mafia, che in questi anni hanno saputo trasformare il loro dolore individuale in capacità di testimonianza e di lotta contro la mafia. Sono tutte donne il cui impegno nasce anche da una elevata coscienza civile, dall'avere condiviso con i loro congiunti la volontà di contrastare la forza della mafia, anche contro la sostanziale negligenza dello Stato” 44.

Tuttavia stima non minore meritano tutte le donne che, nate in ambienti mafiosi o para-mafiosi, hanno avuto la lucidità per diagnosticare la propria prigionia e il coraggio – talora stupefacente – di spezzare le catene e di intraprendere strade di liberazione45. (Talora questo transito viene formulato come passaggio dalla mafia allo Stato, ma è un modo troppo sbrigativo di esprimersi: la mafia è anche infiltrata in gangli decisivi delle istituzioni statali, dunque se ne esce per passare dalla parte della legalità costituzionale incarnata da pezzi dello Stato democratico). Le loro vicende dimostrano

quanto sia difficile scegliere di parlare e quali conseguenze di isolamento dall'ambiente popolare può portare una tale scelta. Ma questo isolamento purtroppo è ovvio: viene rotto un codice di comportamento; c'è una paura delle conseguenze ed è naturale che si voglia dimostrare che non si ha niente a che fare con quelli che quel codice di silenzio e di ricerca della vendetta privata hanno violato. Non è altrettanto ovvio che l'isolamento sia anche da parte della cosiddetta «società civile» che dice di volere la lotta alla mafia. Ma purtroppo questo è avvenuto […] per tutte le donne di estrazione popolare, a causa di una concezione della mafia come cancro, come antistato, e quindi della lotta antimafia come lotta di giudici e poliziotti, o in ogni caso come lotta di élite, fatta di manifestazioni, ma che esclude sostanzialmente un'attività per un cambiamento del comportamento delle masse popolari, per una liberazione dalla sudditanza alla mafia, per una crescita della coscienza civile da parte dei soggetti più deboli economicamente e quindi più esposti all'arruolamento della mafia”46 .

c) Se si vogliono tenere nella considerazione che meritano i vissuti di molte di queste donne fuoriuscite dalla 'caverna' mafiosa, non si può ignorare che l'esodo non è necessariamente accompagnato da risentimento e odio verso i padri, i fratelli, i mariti (come normalmente avviene nell'animo di donne maltrattate da congiunti maschi); talora c'è proprio una tensione fra affezione privata e rottura pubblica (in modalità non necessariamente eclatanti). Questa tensione si risolve nei casi in cui la donna intuisce che, proprio perché legata da una qualche forma d'amore, spera di dare al congiunto un'estrema sollecitazione a liberarsi da quella cappa tossica da cui ella si è liberata. Nessuna contraddizione, perciò, fra la memoria grata di ciò che un soggetto è stato come padre o compagno di vita e il rifiuto dell'apparato ideologico ed etico che lo ha plasmato come mafioso inchiodandolo a un ruolo da cui è arduo decidere di evadere47. Per capire questo, e soprattutto per viverlo, è necessario un colpo d'ala che ci elevi al di là dell' “alternativa tra mafia e legalità, o tra mafia e antimafia”48, all'altezza di un punto di vista che “non cancella le ingiustizie ma le pone in un quadro differente”. A tale livello può condurci solo la tensione esistenziale “ad un ordine trascendente che informa le azioni della vita quotidiana, una forza d'animo che viene da una sapienza spirituale”49: ma qui inizia tutto un altro discorso.

                                                     Augusto Cavadi

NOTE IN CALCE:

1A. Dino in Che c'entriamo noi. Conversazione tra Alessandra e Gisella in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi. Racconti di donne, mafie, contaminazioni, Mimesis, Milano – Udine 2022, pp. 16 – 17.

2Ivi, p. 17.

3A. Dino, Frammenti di biografie plurali in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 142.

4 Con questa formula rozza intendo dire che i mafiosi e i loro complici costituiscono una parte della società italiana, meridionale in specie (dunque non sono un 'corpo separato'); ma una parte soltanto (che, dunque, non va confusa né con i resistenti antimafia né con gli auto-illusi equidistanti). Alcuni sociologi, opportunamente, aggiungono che si tratta di una parte attivamente contagiosa al punto che il nostro può essere definito “sistema sociale mafioso” (preferirei dire “mafiogeno”) (V. Sanfilippo, Il contributo della nonviolenza al superamento del sistema mafioso in V. Sanfilippo [ed.],Nonviolenza e mafia. Idee ed esperienze per un superamento del sistema mafioso, Di Girolamo, Trapani 2005, p. 13). Comunque, in seguito ad analisi più raffinate, si perviene alla conclusione che “la realtà sociale” va “vista come un organismo in cui le parti cosiddette 'cattive' sono intrecciate profondamente con quelle 'sane'. Questa visione rimanda all'impossibilità di estirpare, di annientare violentemente, una parte della società umana per quanto essa possa essere a ragione giudicata 'malata' poiché ogni malattia lascia tracce in tutto l'organismo, pronte a ricostituirsi velocemente” (V. Sanfilippo, Nonviolenza e mafia in A. Cavadi, Quel maledetto 1992. L'inquietante eredità di Falcone e Borsellino, Di Girolamo, Trapani 2022, pp. 50 – 51). 

5Secondo Umberto Santino “il maschilismo della mafia non è una sua specificità, si limita a rispecchiare il maschilismo del contesto sociale (fino a non molti anni fa alle donne erano precluse alcune professioni e nella Chiesa cattolica è precluso il sacerdozio)” (Breve storia della mafia e dell'antimafia, Di Girolamo, Trapani 2011, p. 26). Se è vero che il maschilismo non è una “specificità” della mafia, tuttavia ritengo che esso nel sistema mafioso si declini in maniera “specifica”: in questo breve saggio proverò a mostrarlo a proposito della condizione sia delle donne rimaste dentro il sistema mafioso sia delle 'ribelli' che ne sono uscite.

6 C. Gillican – N. Snider , Perché il patriarcato persiste?, Vanda Edizioni, Milano 2021, p. 32.

7Dovrebbe essere pleonastico precisare che diciture come “dentro” e “fuori” il sotto-sistema mafioso sono solo approssimazioni categoriali ad uso analitico: nessuna donna (come nessun cittadino) è integralmente ed esclusivamente “dentro” o “fuori” la sfera d'influenza mafiosa (soprattutto dal punto di vista della mentalità). In particolare, poi, sono individuabili nel Paese delle “zone grigie” in cui “il consenso nei confronti delle mafie” è semi-cosciente e “si può spezzare solo col dialogo, il dubbio, l'ascolto non giudicante” (C. Triolo in C. Natoli – C. Triolo, Trent'anni dopo: l'eredità di chi non c'era in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit.p. 219). 

8Noto, en passant, che questa illusione ottica vale – anche al di là della violenza contro le donne – se confrontiamo in generale la violenza mafiosa e la violenza patriarcale. Come il sistema mafioso è oppressivo anche quando non uccide (anzi, forse soprattutto quando non ha bisogno di ricorrere alla violenza esplicita, esercitata) così il sistema patriarcale-maschilista è oppressivo anche quando non uccide (anzi, l’intensificarsi dei femminicidi è la spia di una crescente resistenza femminile alla ‘normalità’ della subordinazione di genere). Ma la maggioranza della popolazione (pur essendone essa stessa vittima quotidiana) si accorge della violenza strutturale della mafia (ai danni di cittadini di ogni 'genere') e del patriarcato (ai danni in primis delle donne) solo quando vede il sangue. Evidenziata questa affinità globale, va precisato che la violenza mafiosa ha un carattere “programmatico” (viene progettata con freddezza in una politica di cosca ed attuata anche senza nessun coinvolgimento emotivo) (cfr. G. Chinnici – U. Santino, La violenza programmata. Omicidi e guerre di mafia a Palermo dagli anni '60 a oggi, Franco Angeli, Milano 1991), laddove la violenza maschilista-patriarcale, per quanto possa essere pianificata (al massimo, di solito, per un breve periodo), non rientra in una logica collettiva (non esiste il partito o il sindacato o il movimento degli uomini violenti) e non viene attuata senza che l'omicida (a meno di essere un killer prezzolato) provi soggettivamente odio verso la vittima designata.

9 S. Pollice, Il filo che ci unisce in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 145.

  1. 10Lombardo, Raccontare, semplicemente raccontare in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 91.

11Qui l'occhio analitico dell'osservatore deve farsi particolarmente attento. Come ricorda Maria Livia Alga (in Pa' suvicchiaria. L'agire mafioso della burocrazia in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 164), secondo Simone Weil “la violenza pietrifica, diversamente, e ugualmente, le anime di quelli che la subiscono e di quelli che la usano”. L'asserto vale tanto se parliamo di uomini violenti in generale quanto se parliamo di mafiosi: infatti il sistema mafioso mortifica e avvilisce l’umanità non solo delle vittime ma anche dei carnefici, così come “la mentalità patriarcale” impoverisce e rattrappisce la personalità degli stessi maschi che la riproducono passivamente . A riprova si potrebbero evocare quei maschi evoluti che sono riusciti a emanciparsi, contestualmente, tanto dal sistema mafioso quanto dal maschilismo, come Peppino Impastato che “nel corso della sua breve vita” mostrò in pratica “un nuovo modo di relazionarsi tra i generi” (E. Costa, Non posso non partire da me iA. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 52). Tuttavia i due tipi di violenza non vanno necessariamente insieme: un medesimo soggetto violento può mortificare sé stesso perché esercita violenza sia (in quanto maschio patriarcale) contro le donne sia (in quanto mafioso) contro ogni nemico della cosca: ma, come ho accennato sopra, può esercitarla da maschilista patriarcale senza mai sfiorare con un dito un avversario o da mafioso senza mai sfiorare con un dito una donna (a meno che non gli sia ordinato dai capi della organizzazione criminale cui è legato da giuramento di obbedienza). 

12M. Di Carlo, Rimettendo assieme i cocci in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 72

13G. Modica, Ritrovare la propria ombra in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 101. 

14Ivi, p. 98.

15C. Gillican – N. Snider , Perché il patriarcato persiste?, cit., p. 179.

16A. Dino in Che c'entriamo noi. Conversazione tra Alessandra e Gisella in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 19. 

17“Alcune persone traggono benefici dall'organizzazione istituzionale ed economica patriarcale e hanno un interesse collettivo di mantenerli. Tuttavia ogni teoria politica o sociale poggia su una psicologia, vale a dire una serie di presupposti su ciò che le persone vogliono e cosa le motiva” (C. Gillican – N. Snider , Perché il patriarcato persiste?, cit., pp. 34 – 35). Per questo “il cambiamento politico dipende dalla trasformazione psicologica e viceversa. Se lasciamo intatta la psicologia del patriarcato, difficilmente ci libereremo della sua politica. Se lasciamo la sua politica al suo posto, facilmente la sua psicologia viene scambiata per naturale” (ivi, p. 184). 

18Il brano, da un'intervista allegata alla tesi di laurea di Stella Di Vincenzo (Le donne d'onore e l'onore delle donne: Cosa Nostra al femminile tra appartenenza e opposizione), è citato da G. Modica in Che c'entriamo noi. Conversazione tra Alessandra e Gisella in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 20. 

19N. Dalla Chiesa, Dove nessuna Antigone era permessa. Donne e mafia: venticinque anni tra Cosa Nostra e 'ndrangheta in “L'Indice dei libri del mese”, XXXVII, 11, p. 5. Trovo la citazione nella dotta rassegna bibliografica di C. Bracchi, Della genealogia di Antigone in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., pp. 245 – 246. 

20C. Gillican – N. Snider , Perché il patriarcato persiste?, cit., p. 177.

21R. Siebert, Le donne, la mafia, Il Saggiatore, Milano 1994, p. 263.

22“Siebert ha anche combattuto con forza il pregiudizio in cui tanto da parte della mafia, quanto per un certo tempo anche da parte dell'antimafia, sono state rinchiuse le donne: l'idea che non potessero essere considerate responsabili delle loro azioni. [] Nelle sentenze si legge chiaramente come le donne, non avendo il sufficiente grado di autonomia per essere riconosciute responsabili del reato di associazione mafiosa, se hanno commesso reati lo hanno fatto «per seguire i loro uomini». L'antimafia faceva così da specchio a quello che la mafia esprimeva a proposito delle donne” (S. Pollice, Il filo che ci unisce in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 20). Sulla scia della Siebert, anche Ombretta Ingrascì denunzia in proposito un certo “paternalismo giudiziario” (Donne d'onore. Storie di mafia al femminile, Bruno Mondadori, Milano 2007, p. 97).

23A. Puglisi, Donne, Mafia e Antimafia, Di Girolamo, Trapani 2012, p. 13. Cfr. Anche O. Ingrascì, Donne d'onore, cit., pp. 51 – 57.

24Ivi, p. 14. Cfr. anche , O. Ingrascì, Donne d'onore, cit.,pp. 57 – 61.

25Ivi, p. 14. Cfr. anche O. Ingrascì, Donne d'onore, cit., pp. 63 – 74.

26Per esempio Margherita Gangemi, moglie di Antonino Calderone o Maria Cristina De Almeida Guimaraes, terza e ultima moglie di Tommaso Buscetta (sulle quali cfr. O. Ingrascì, Donne d'onore, cit., pp. 139 - 141) o anche Rita Simoncini, che accompagna il marito Francesco Marino Mannoia nel percorso di collaborazione inducendolo a preferire “l'amore ai tradizionali valori famigliari conformi al codice mafioso” (così Giovanni Falcone in L. Madeo, Donne di mafia. Vittime. Complici. Protagoniste, Mondadori, Milano 1994, p. 25). 

27Per esempio le mogli di Totuccio Contorno, Gaspare Mutolo, Leonardo Messina.

28“La strategia anti-pentitismo” adottata dalla 'ndrangheta sembra “basata non tanto su azioni vendicative, quanto piuttosto sulla persuasione dei delatori”: “le 'pecorelle smarrite' non vengono uccise ma ricontattate una per una, promettendo opportunità migliori di quelle proposte dallo Stato. Pedine di questa tecnica di riconquista sono state le donne che hanno svolto un ruolo molto prezioso nel far tornare nei binari i propri uomini devianti” (O. Ingrascì, Confessioni di un padre. Il pentito Emilio Di Giovine racconta la 'ndrangheta alla figlia, Melampo Editore, Milano 2013, p. 139. L'autrice rimanda in nota sia al saggio di R. Sciarrone, Passaggio di frontiera: la difficile via d'uscita dalla mafia calabrese in A. Dino, Pentiti. I collaboratori di giustizia, le istituzioni, l'opinione pubblica, Donzelli Editore, Roma 2006, pp. 129 – 162, sia al saggio di R. Siebert, Donne di mafia: affermazione di uno pseudo-soggetto femminile. Il caso della 'Ndrangheta in AA.VV., Donne e mafie, Università degli Studi di Palermo, Palermo 2002).

29A. Puglisi – U. Santino, Donne e pentitismo in A. Puglisi, Donne, cit. p. 49. Alla radice di queste sceneggiate “c'è la paura e la volontà di prevenire la ritorsione, ma c'è pure, e in alcuni casi soprattutto, la volontà di persistenza nel ruolo, che non è sempre un ruolo passivo, ma può essere un ruolo attivo, legato ai vantaggi che offre l'universo mafioso” (ivi, p. 73). Per il riferimento circostanziato a vari casi concreti cfr. anche O. Ingrascì, Donne d'onore, cit., pp. 141 – 148).

30L. Violante, Introduzione a T. Principato – A. Dino, Mafia Donna. Le vestali del sacro e dell'onore, Flaccovio, Palermo 1997, pp. 5 – 6. 

31Come tutte le legittimazioni ideologiche, anche questa si rivela falsificata dall'esperienza storica effettiva. Come si esprime una collaboratrice di giustizia, convinta di essere stata “tradita” dai suoi stessi fratelli di sangue, a proposito dell' “attaccamento alla famiglia” da parte loro: “Non è che gli danno il valore della famiglia, è per convenienza; cioè come la sigaretta si usa e si getta. Ti uso quando mi fai quella determinata cosa, ti butto a terra quando non la fai” (A. Dino, Frammenti di biografie plurali, cit., p. 139). 

32Ivi, p. 11.

33Definirei tale ogni (apparente) emancipazione, 'dentro' e 'fuori' il sistema mafioso, in cui la donna – invece di 'femminilizzare' il sistema in cui è inserita – si traveste da maschio scimmiottandone i tratti più duri, aggressivi, violenti. (So benissimo che anche il termine 'femminilizzazione' comporta una sua ambiguità: in linea di principio, infatti, alcune qualità tradizionalmente attribuite alle donne – pazienza, mitezza, cura dei deboli...- appartengono all'umanità in quanto tale).

34Cfr. O. Ingrascì, Donne d'onore, cit., pp. 84 – 91. In questo paragrafo, significativamente intitolato La teoria della pseudoemancipazione, l'autrice scrive tra l'altro: “Anche la situazione in cui una donna si pone alla guida di un clan risponde, infatti, alla logica secondo cui l'uomo utilizza le donne nel mercato criminale quando gli servono, continuando in tal modo a esercitare la propria autorità. E' una delle ragioni per cui la trasformazione della condizione delle donne nella mafia va interpretata non tanto come espressione di un progresso del loro status, quanto come la riproduzione di un modello tradizionale, quello patriarcale, che non si è modificato nel tempo” (pp. 89 – 90).

35Il termine evoca il titolo di un libro di N. dalla Chiesa (Le ribelli. Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore, Melampo Editore, Milano 2006) che però racconta le storie anche di donne (la madre di Salvatore Carnevale, la madre di Roberto Antiochia e la sorella di Paolo Borsellino) che si sono schierate contro la ragnatela mafiosa senza esserne mai state impigliate.

36Nel capitolo dedicato a Le collaboratrici di giustizia Ombretta Ingascì distingue “il modello vendicativo” (pp. 149) e “il modello emancipativo” (pp. 152 – 159) nel quale ultimo rientra, a suo avviso, la vicenda da lei stessa raccolta della “pentita” Rosa N. (pp. 160 – 176). 

37Alessandra Dino sintetizza “la specificità della violenza di genere nei confronti delle donne di mafia” (ovviamente se si tratta di donne non prone ai voleri dei maschi-boss) in 5 caratteristiche: “nella crudeltà, con livelli di particolare 'ferocia',quando le due forme (di genere e mafiosa) si 'mischiano', quando occorre far rispettare le regole; nella difficoltà nel sanzionare la violenza di genere nei processi per mafia, laddove prevale il reato più grave; negli aspetti simbolici della violenza e nella loro differenza tra le varie organizzazioni (donne suicidate con l'acido, costrette a defenestrarsi); nel doppio isolamento delle donne nei contesti mafiosi e nella difficoltà nel prender atto della violenza, considerata normale o come sanzione meritata; nella difficoltà di fuoriuscita” (A. Dino in Che c'entriamo noi. Conversazione tra Alessandra e Gisella in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit.p. 36). 

38 Un'efficace sintesi di maschilismo patriarcale (generico), salvaguardia dell' “onore” familiare e omofobia la si ritrova nel caso del 'ndranghetista Emilio Di Giovine: “avrebbe voluto uccidere una sorella solo perché, dice lui, era una 'lesbica'. Lo ammette: «Ero maschilista, peggio dei razzisti. Avevo i paraocchi». E la sua cultura mafiosa prevede che solo il sangue possa lavare un'offesa all'onore della famiglia” (E. Ciconte, Prefazione in O. Ingrascì, Confessioni di un padre, cit., p. 13).

40Cfr. A. Cordaro – S. Palazzolo, Se muoio, sopravvivimi. La storia di mia madre che non voleva essere più la figlia di un mafioso, Melampo Editore, Milano 2012 (Alessio Cordaro, co-autore insieme al giornalista Salvo Palazzolo, è il figlio di Lia Pipitone ed aveva solo 4 anni quando la madre è stata assassinata in circostanze tuttora non chiarite).

41Cfr. R. Brancato, Con i tuoi occhi. Storia di Graziella Campagna uccisa dalla mafia, La Zisa, Palermo 2010. 

42Nel lungo elenco di vittime di mafia 'innocenti' (cioè non aderenti a cosche mafiose) stilato da U. Santino (L'altra Sicilia. Caduti nella lotta contro la mafia e per la democraziadai Fasci siciliani ai nostri giorni, Di Girolamo, Trapani 2010) si possono rintracciare nomi di minori, di preti e di donne. Per i piccoli, in particolare, cfr. anche il paragrafo La mafia uccide anche i bambini del volume di U. Santino, Breve storia della mafia e dell'antimafia, cit., pp. 152 – 154.

43Anna Puglisi ha raccolto le sue conversazioni con le compagne di Francesco Renda, Cesare Terranova e Paolo Giaccone in Storie di donne. Antonietta Renda, Giovanna Terranova, Camilla Giaccone raccontano la loro vita, Di Girolamo, Trapani 2007. Rita Bartoli Costa, vedova del Procuratore della Repubblica di Palermo Gaetano Costa, si è raccontata autobiograficamente nel suo Una storia vera a Palermo, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta 2002; altrettanto Rita Borsellino, sorella del giudice Paolo, nel suo Nata il 19 luglio. Lo sguardo dolce dell'antimafia, Editore Melampo, Milano 2006. Già nell'Ottocento abbiamo figure di donne che - nate e cresciute fuori da logiche mafiose e para-mafiose - non hanno esitato a denunziare i mafiosi del loro territorio: Giuseppa Di Sano, Agata Mazzola, Margherita Lo Verde (cfr. U. Santino, La mafia dimenticata. La criminalità organizzata in Sicilia dall'Unità d'Italia ai primi del Novecento. Le inchieste, i processi. Un documento storico, Melampo Editore, Milano 2017, pp. 302 – 307) e Giovanna Cirillo che pubblica una denunzia contro il sindaco di Marineo e altri mafiosi, da lei ritenuti responsabili morali del suicidio del marito – integerrimo delegato di Pubblica Sicurezza – Stanislao Rampolla del Tindaro (cfr. A. Puglisi in  Donne, Mafia e Antimafia, cit., p. 13 che rimanda a G. Cirillo Rampolla, Suicidio per mafia, La Luna, Palermo 1986). Nel Novecento forse la pioniera e l'emblema di tutte le donne che si sono scagliate pubblicamente contro gli assassini mafiosi è stata Francesca Serio, madre del sindacalista Salvatore Carnevale (1955). 

44A. Puglisi, Donne, Mafia e Antimafia, cit., p. 16.

45Anna Puglisi ha rievocato le vicende di alcune di queste donne (Maria Benigno, Vita Rugnetta e altre) nel suo Donne, Mafia e Antimafia, cit., pp. 15 – 17) e ha pubblicato, dopo averle raccolto personalmente, le storie di vita di Michela Buscemi e Piera Lo Verso in Sole contro la mafia, La Luna, Palermo 1990. Celebre, anche per il legame filiale con il giudice Paolo Borsellino e per la tragicità dell'esito, la vicenda di Rita Atria (cui - dopo il testo di Sandra Rizza, Una ragazza contro la mafia, La Luna, Palermo 1993 - sono dedicati ormai molti titoli). Ma la figura-simbolo delle donne che rompono radicalmente con l'ambiente mafioso di origine e si schierano nettamente sul fronte opposto resta Felicia Bartolotta, madre di Peppino Impastato, di cui leggere l'intervista a cura di A. Puglisi e U. Santino, La mafia in casa mia, Di Girolamo, Trapani 2018. Gli stessi studiosi hanno pubblicato, dopo la morte della protagonista, il dossier Cara Felicia. A Felicia Bartolotta Impastato, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 2005.

46A. Puglisi, Donne, Mafia e Antimafia, cit., p. 13.

47Sia pure su un registro meno drammatico, tutte le persone che abbiamo frequentazioni con ex-mafiosi, ad esempio per progetti di volontariato nelle carceri, siamo alla costante ricerca di un precario equilibrio fra la dimensione affettiva della relazione (“Però avevano una tenerezza...Una tenerezza che per pregiudizio non conferiresti mai a...a un mafioso o ex mafioso” confida una studentessa universitaria a proposito di detenuti incontrati nel corso di un laboratorio nel carcere di Milano Bollate: cfr. A. Dino in Che c'entriamo noi. Conversazione tra Alessandra e Gisella in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 34) e “il rispetto delle centinaia di persone le cui vite sono state distrutte, fisicamente o psicologicamente”, da questi “assassini” (ivi, p. 33). 

48 L. Alga, Pa' suvicchiaria, cit.,  pp. 169 – 170.

49Ivi, p. 169.

Per l'edizione originaria con l'apparato iconografico accedere a questo link:

http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/donne-e-mafia-per-una-griglia-interpretativa/

venerdì 9 settembre 2022

UN APPELLO (E UNA PROPOSTA DI COLLABORAZIONE) A DOCENTI, FORMATORI, EDUCATORI DI GRUPPI...

Gentili Docenti, Formatori/trici, Educatori/trici,

la barbarie non è più all'orizzonte. Ci siamo già dentro con un piede e stiamo per entrarci con l'altro. 

In Italia la lotta fra gli schieramenti partitici in campo avviene raramente in nome di ideali e progetti politici: la norma – a destra, a sinistra, a centro – è la difesa corporativa di categorie sociali in funzione del mantenimento dei propri privilegi individuali. 

In Europa si combatte una guerra, inimmaginabile solo qualche anno fa, che sta risvegliando pulsioni belliche che ritenevamo superate per sempre: alle iniziative violente, ingiustificabili, della Russia non si riesce a immaginare altra strategia di risposta ferma, dura, che non sia l' “occhio per occhio” che, alla fine, secondo la profezia gandhiana, renderà tutti i contendenti ciechi. 

Sulla Terra la logica produttivistica, consumistica, predatoria di risorse materiali, sfruttatrice di manodopera disperata, concausa di disastri ambientali e climatici irreversibili, non accenna a invertirsi: alle dichiarazioni programmatiche ufficiali corrisponde una prassi incoerente da parte dei governi e di quella stessa opinione pubblica che – a spregio dell'invito gandhiano – non intende iniziare nella propria vita il cambiamento che vorrebbe per il mondo. 

In questa preoccupante – anzi, diciamolo francamente: tragica – contingenza storica, ogni persona è chiamata a mobilitarsi nel proprio ambito di vita, di lavoro, di relazioni sociali. Sappiamo che miliardi di uomini e donne non lo faranno: o perché non possono, sotto la morsa dell'estrema indigenza, o perché non vogliono, bloccati a uno stadio evolutivo arretrato. 

Tra le persone che possono e vogliono ci sono certamente gli operatori della scuola, dell'università e delle varie istituzioni educative ('laiche' e delle varie confessioni religiose).

Ad esse la nostra associazione di volontariato culturale, la Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone”, fondata a Palermo nel 1992, rinnova con questo appello l'offerta (ovviamente gratuita) della propria collaborazione per la realizzazione di progetti mirati secondo l'età e gli interessi dei bambini, degli adolescenti e dei giovani con cui si è impegnati quotidianamente.

In questi decenni di esperienze effettuate in tutto il territorio nazionale siamo arrivati alla conclusione che la metodologia più efficace consista in un mix di riflessione personale e di confronto sociale: quindi in un intreccio di momenti di lettura silenziosa e di scambi dialogici. Senza l'invito a spazi di meditazione interiore, gli incontri assembleari, le conferenze oceaniche, i dibattiti, i talk-show, le tavole rotonde...possono, nel migliore dei casi, toccare l'emotività passeggera dei ragazzi, senza incidere nella loro capacità critica. D'altronde, senza la prospettiva di occasioni di incontri pubblici, in cui verificare ciò che si è compreso e sottoporre le proprie idee al vaglio della dialettica interpersonale, la lettura solitaria rischia di diventare, nel migliore dei casi, uno strumento di erudizione aristocratica senza ricadute sociali.

In questa prospettiva proponiamo, per gruppi orientativamente di 20-30 persone (della stessa classe o di classi parallele o di facoltà universitarie o costituiti secondo altri criteri di aggregazione), degli incontri (telematici o, dove possibile, preferibilmente, in presenza), su alcune aree tematiche cruciali (pensiero critico, formazione politica, relazioni di genere, nonviolenza e pace, mafia e antimafia, spiritualità laiche e religiose contemporanee...) degli incontri con autori di testi1 calibrati per le diverse fasce d'età e di istruzione. Al di là dei dettagli didattici di ordine tecnico, da modellare di caso in caso, la proposta è indirizzata a chiunque abbia delle responsabilità educative e sia sinceramente convinto dell'urgenza di incrementare, contestualmente, l'educazione alla lettura e l'educazione civica.


Prof.ssa Rosalba Leone, 

(Presidente della Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone”)

www.scuoladiformazionegiovannifalcone.it


1 Quei di seguito un elenco di testi e di autori secondo quattro tipologie: 

A) insegnanti e studenti universitari;

 B) studenti del triennio della scuola media di II grado;

 C) studenti del biennio iniziale della scuola media di II grado e del triennio della scuola media di I grado;

 D) alunni della scuola primaria. 

Ovviamente si tratta di una articolazione di tipologie orientativa: alcuni testi sono fruibili, a giudizio degli insegnanti e dei formatori, anche per fasce d'età un po' più alte o un po più basse. (Nel caso di impossibilità di dialogare direttamente con l'autore, si concorderà l'incontro con un esperto della tematica affrontata nel testi prescelto per la lettura preliminare). Nota tecnica: presso la Scuola “Falcone” molti testi citati sono disponibili con sconti particolari.



A) Testi per insegnanti (di ogni ordine e grado) e studenti universitari

(Molti di questi titoli, a giudizio del docente, possono essere utilizzati anche per studenti del triennio della scuola secondaria di II grado).


  1. A. Cozzo, Stranieri. Figure dell'Altro nella Grecia antica, Di Girolamo, pp. 158, euro 12,00

  2. A. Cozzo, La nonviolenza oltre i pregiudizi. Cose da sapere prima di condividerla. O di rifiutarla, Di Girolamo, Trapani 2022

  3. G. Anders, L'emigrante, a cura di O. Franceschelli, Donzelli, pp. 86, euro 16,00

  4. A. Cavadi, L'arte di essere maschi libera/mente. La gabbia del patriarcato, Di Girolamo, pp. 155, euro 13,90

  5. A. Cavadi, La mafia desnuda. L'esperienza della Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone”, Di Girolamo, pp. 111, euro 9,90

  6. A. Cavadi, Filosofia di strada.La filosofia-in-pratica e le sue pratiche, Di Girolamo, pp. 348, euro 28,00

  7. A. Cavadi, Presidi da bocciare?, Di Girolamo, pp. 131, euro 12,50

  8. A. Cavadi (a cura di), A scuola di antimafia, Di Girolamo, pp. 294, euro 22,00

  9. A. Cavadi, Il Dio dei leghisti, San Paolo, pp. 192, euro 14

  10. O. Franceschelli, In nome del bene e del male. Filosofia, laicità e ricerca di senso, Donzellli, pp. 191 , euro 17,00

  11. O. Franceschelli, Nel tempo dei mali comuni. Per una pedagogia della sofferenza, Donzellli, pp. 155 , euro 18,00

  12. O. Franceschelli, Dio e Darwin. Natura e uomo tra evoluzione e creazione, Donzellli, pp. 168 , euro 12,50

  13. O. Franceschelli, La natura dopo Darwin. Evoluzione e umana saggezza, Donzellli, pp. 191 , euro 17,00

  14. O. Franceschelli, Elogio della felicità possibile. Il principio natura e la saggezza della filosofia, Donzellli, pp. 194 , euro 24,00

  15. Salvatore La Porta, Less is more. Sull’arte di non avere niente, Il Saggiatore, Milano 2018 

  16. C. Scordato, Dalla mafia liberaci o Signore. Quale l'impegno della Chiesa?, Di Girolamo, pp. 166, euro 15,00

  17. E. Morin, Pensare il Mediterraneo, mediterraneizzare il pensiero. Da luogo di conflitti a incrocio di sapienze, Il pozzo di Giacobbe, pp. 80, euro 10

  18. L. Geering, Reimmaginare Dio. Il viaggio della fede di un moderno eretico, Il pozzo di Giacobbe, pp. 252, euro 25,00


B) Testi per studenti del triennio della scuola media di II grado 


  1. H. Küng, Libertà nel mondo, Il pozzo di Giacobbe, pp. 71, euro 7,00 (Un profilo di Tommaso Moro)

  2. A. Cavadi – E. Poma, La bellezza della politica. Attraverso, e oltre, le ideologie del Novecento, Di Girolamo, pp. 194, euro 9,90

  3. A. Cavadi, Né Principi azzurri né Cenerentole. Le relazioni di 'genere' nella società del futuro, Di Girolamo, pp. 75, euro 8,00

  4. A. Cavadi, La mafia spiegata ai turisti, Di Girolamo, pp. 63, euro 5,90

  5. A. Cavadi, I siciliani spiegati ai turisti, Di Girolamo, pp. 63, euro 5,90

  6. A. Cavadi, Sono siciliano, ma poteva andarmi peggio, Di Girolamo, pp. 72, euro 9,90

  7. A. Cavadi, E, per passione, la filosofia. Breve introduzione alla più inutile di tutte le scienze, Di Girolamo, pp. 188, euro 16,50

  8. A. Cavadi, O religione o ateismo? La spiritualità 'laica' come fondamento comune, Algra, pp. 133, euro 12,00

  9. A. Cavadi, Pensare sul mare tra-le-terre. Filosofia e Mediterraneo, Il pozzo di Giacobbe, pp. 69, euro 10,00

  10. A. Cavadi, Peppino Impastato martire civile. Contro la mafia e contro i mafiosi, Di Girolamo, pp. 123, euro 9.90

  11. A. Cavadi, Rosario Livatino un laico a tutto tondo, Di Girolamo, pp. 111, euro 10,00

  12. A. Cavadi, Dio visto da Sud. La Sicilia crocevia di religioni e agnosticismi, Spazio Cultura Edizioni, pp. 171, euro 10,00

  13. A. Cavadi, Voglio una vita spregiudicata. La filosofia come spiritualità per chi ritiene di non averne una, Diogene Multimedia, pp. 193, euro 16,00

  14. A. Cavadi, Tremila anni di saggezza. La spiritualità nella storia della filosofia, Diogene Multimedia, pp. 193, euro 12,00

  15. A. Cavadi, La filosofia come terapia dell'anima. Linee essenziali per una spiritualità filosofica, Diogene Multimedia, pp. 262 , euro 16,00

  16. A. Cavadi, Palermo. Guida insolita alla scoperta di una città indecifrabile, Di Girolamo, pp. 172, euro 9.90

  17. A. Cavadi, Legalità, Di Girolamo, pp. 86, euro 7,00

  18. A. Cavadi, Chiedete e non vi sarà dato. Per una filosofia (pratica) dell'amore, Editrice Petite Plaicance, pp. 137, euro 15,00

  19. A. Cavadi, Tenerezza. Hanna Wolff e la rivoluzione (incompresa) di Gesù, Diogene Multimedia, pp. 94, euro 5,00

  20. A. Cavadi, Andarsene. Brevi riflessioni sulla morte propria e altrui, Diogene Multimedia, pp. 95, euro 5,00

  21. A. Cavadi, Strappare una generazione alla mafia. Lineamenti di pedagogia alternativa, Di Girolamo, pp. 190, euro 15,00

  22. A. Cavadi, Gente bella. Volti e storie da non dimenticare. Con una lettera di Maria D'Asaro a Peppino Impastato, Il pozzo di Giacobbe, pp. 197, euro 15,00

  23. A. Cavadi, Il Dio dei mafiosi, San Paolo, pp. 243, euro 18,00

  24. V. Gigante – L. Kocci – S. Tanzarella, La grande menzogna. Tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla Prima guerra mondiale, Dissensi, pp. 251, euro 15,00

  25. F. Palazzo – A. Cavadi – R. Cascio, Beato fra i mafiosi. Don Puglisi: storia, metodo, teologia, Di Girolamo, pp. 198, euro 15,00

  26. V. Ceruso, Come mafia non comanda. Inchiesta sulla morte di Vincenzo Spinelli, un martire civile, Di Girolamo, pp. 107, euro 14,00

  27. V. Sanfilippo (ed.), Nonviolenza e mafia. Idee ed esperienze per un superamento del sistema mafioso, Di Girolamo, pp. 158, euro 14,00

  28. A. Crisantino, Capire la mafia. Dal feudo alla finanza, Di Girolamo, pp. 236, euro 18,00

  29. E. Rindone, Ma è possibile essere felici? Interrogare il passato senza restarne prigionieri, Il pozzo di Giacobbe, pp.94, euro 8,00

  30. G. Priulla, Riprendiamoci le parole. Il linguaggio della politica è un bene pubblico, Di Girolamo, pp. 200, euro 12,90

  31. E. Rindone, L'uomo e il suo destino. Liberi per costruire un mondo più vivibile,www.ilmiolibro.it, pp. 246, euro 14,00

  32. E. Rindone, Vivere la sessualità. Quanto ci condizionano le idee degli Antichi? ,www.ilmiolibro.it, pp. 188, euro 13,00

  33. E. Rindone, Nati per soffrire? Il male: una questione sempre attualewww.ilmiolibro.it, pp. 168, euro 12,50

  34. D. Fadda, L'inchino. Santi, processioni e mafiosi nel Meridione italiano, Di Girolamo, pp. 168, euro 20,00

  35. L. Mollica- M. Muraglia, Dante parla ancora. Il messaggio della Commedia alle donne e agli uomini del Terzo millennio, Di Girolamo, pp. 192, euro 20,00

  36. A. Cavadi, Il mare, com'è profondo il mare..., Diogene Multimedia, pp. 133, euro 9,80

  37. A. Cavadi (a cura di) , Il vangelo e la lupara. Documenti e studi su chiese e mafie, Di Girolamo, pp. 236, euro 20,00

  38. S. Vitale, Intorno a Peppino. Tempo, idee, testimonianze su Peppino Impastato,Di Girolamo, pp. 203, euro 18,00


  1. Testi per studenti del biennio della scuola media di II grado e del triennio della scuola media di I grado


1. A. Saieva, Cos'è la mafia? Tre giovani in cerca di risposte, Buk Buk, pp. 109, euro 12,90

2. L. Genco- A. Damiano , La lezione del giudice Livatino, Di Girolamo, pp. 80, euro 9,90

3. . A. Cavadi – L. Genco, Il mio parroco non è come gli altri. Docu-racconto su don Pino Puglisi, Di Girolamo, pp. 79, euro 6,90

  1. A. Cavadi, Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa può fare ciascuno di noi qui e subito, Edizioni Dehoniane Bologna, pp. 48, euro 3,50 

  2. A. Cavadi, Filosofare in carcere. Un'esperienza di filosofia-in-pratica all'Ucciardone di Palermo, Diogene Multimedia, pp. 71 , euro 5,00

  3. G. Pilati – S. Benecino, Nonostante tutto. Canzone d'amore per Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, pp. 30, euro 16,00


  1. Testi per gli alunni della scuola primaria

* Per quarta/quinta elementare:


  1. M. Federico – A. Saieva (illustrazioni di L. Algeri), Tutti in campo. E tu, conosci Peppino Impastato? , Navarra Editore, pp. 32, euro 10,00 

  2. I. De Piccoli (illustrazioni di T. Longo e V., Sanapo), Falcone e Borsellino. Eroi che non muoiono mai, Buk Buk, pp. 108 , euro 9,90

  3. A. Mallardo (illustrazioni di F. Carabelli), Giancarlo Siani. Il bambino che vivrà per sempre, Buk Buk, pp. 96, euro 9,90

  4. F. Degl'Innocenti (illustrazioni di R. Santi), Ilaria Alpi. Una reporter senza paura, Buk Buk, pp. 96, euro 9,90

  5. F. Degl'Innocenti (illustrazioni di R. Santi), Sandro Pertini. Amato Presidente, Buk Buk pp. 96, euro 9,90

  6. C. Virzì (illustrazioni di R. Scolla), Peppino Impastato, Buk Buk pp. 96, euro 9,90

  7. B. Baffetti (illustrazioni di C. Manea), Khaled che viene dal mare...Ma che vuole da me?, Buk Buk, pp. 96, euro 9,90

  8. C. Virzì (illustrazioni di T. Longo e V. Sanapo), Il generale Dalla Chiesa. In prima linea contro la mafia, pp. 96, euro 9,90

  9. B. Baffetti – C. Manea, Pietro e i bulli. Ma che c'entro io?, pp. 48, euro 9,90

  10. B. Baffetti – C. Manea, Papà e mamma non li capisco più, pp. 48, euro 9,90

  11. B. Baffetti – C. Manea, Mio fratello è speciale. Perché è così complicato?, pp. 48, euro 9,90

  12. B. Baffetti – C. Manea, Una vita in ospedale. Perché proprio a me? , pp. 48, euro 9,90


* Per seconda /terza elementare:

1. A. . Cavadi – L. Genco (illustrazioni di M. Mariani, colori di T. Longo), Padre Pino Puglisi, Il pozzo di Giacobbe, pp. 24, euro 3,90

2. B. Baffetti (illustrazioni di I. Penazzi), Martin Luther King. Il pastore dei diritti civili, Il Sicomoro, pp. 48, euro 5,00


 

mercoledì 7 settembre 2022

VACANZE FILOSOFICHE IN SILA: LA SINTESI DELLE INTRODUZIONI AI 10 SEMINARI

 

(La foto è di Salvo Porrovecchio)

Dopo il mio report sintetico, eccovi le introduzioni ai 10 seminari svoltisi in Calabria  nel corso della "Vacanza filosofica (per non...filosofi di professione!)"  dal 18 al 24 agosto 2022. Tutti i 36 partecipanti abbiamo concorso, con i nostri interventi meditati e misurati, alla splendida riuscita anche di questa edizione: perciò ci siamo ringraziati a vicenda.  

Con l'occasione, vorrei invitarvi a iscrivervi, mediante pochi click, agli aggiornamenti automatici provenienti dal mio blog (www.augustocavadi.com), dal blog vacanze.filosofiche.it e dal blog www.filosofiaperlavita.it

Nei tre casi, cliccare "Segui via e-mail" e seguire le brevi istruzioni del sistema.

Sarebbe bello che, chi voglia, commentasse i 'post' man mano che vengono ospitati sui tre blog: è un luogo di confronto sereno più adatto di Facebook (almeno a mio avviso) perché leggono solo persone auto-selezionatesi.

***

Camigliatello Silano (Cosenza), 18-24 agosto 2022.

“ L’umanità: famiglia solidale o covo di lupi? "

 SINTESI DELLE 10 INTRODUZIONI AI SEMINARI

L’uomo è davvero un essere misterioso, pieno di contraddizioni: da una parte è del tutto evidente che nessuno può vivere da solo e che nessuno accetterebbe di vivere su un’isola deserta; dall’altra la storia attesta che i rapporti umani sono terribilmente conflittuali. Come singoli siamo spesso causa di sofferenza anche per le persone che ci sono più vicine, e come popoli siamo spesso in guerra, tanto che Hegel, per esempio, definiva la storia un immenso mattatoio. Su questa ambiguità tra ciò che spesso siamo e ciò che potremmo essere, abbiamo riflettuto nei nostri incontri.


***

Gli uomini, come ricordava Aristotele, non possono vivere da soli: la convivenza tra gli esseri umani, pur inevitabile, non è però affatto facile. L’esperienza attesta, infatti, che questi animali sociali nutrono nei confronti dei loro simili non solo sentimenti di simpatia, di benevolenza e di affetto ma anche di indifferenza, di ostilità e di aggressività che portano non di rado alla violenza e, addirittura, all’eliminazione dell’altro. In effetti, pare che si tratti di esseri contraddittori: da una parte le loro nobili aspirazioni, dall’altra i loro comportamenti, spesso ben lontani da quelle. Sugli autori che evidenziano tali comportamenti, non di rado tanto contrastanti con l’ideale di una pacifica convivenza, mi sono soffermato nelle mie relazioni, perché ritengo che la dimensione sociale, che culmina nell’ideale dell’amore del prossimo, per non restare pura utopia deve fare i conti con la dura realtà.

(Elio Rindone)


I passi di vari pensatori, riportati e commentati da Elio, descrivono bene la situazione della maggior parte dell'umanità nella sua storia anche contemporanea. Tuttavia ci sono state nel passato, e ci sono tutt'oggi, delle personalità evolute che – sviluppando in maniera esemplare le potenzialità della natura umana – hanno bilanciato il male e consentito il progresso. 

Anche le scienze neuro-psicologiche confermano queste risorse – per lo più nascoste – della nostra specie. Ascoltiamo, per bocca di Mario Mulé (psichiatra e psicoterapeuta), alcune indicazioni da questo versante della ricerca: la filosofia è , anche, una riflessione critica sulle acquisizioni delle scienze empiriche e dunque deve imparare con docilità a seguirne i travagli e le acquisizioni.

(Augusto Cavadi)


Le neuroscienze attestano che l’evoluzione non abbandona le conquiste realizzate nel corso di milioni di anni. E' un dato acquisito che il nostro cervello è uni-trino, possedendo funzioni e strutture rettiliane; dei mammiferi; quelle specificamente umane. Può succedere che noi agiamo esercitando una conoscenza ed un controllo sulle attività più “ primitive”, ma a volte ( piuttosto spesso ) sono le attività più primitive ed antiche a prendere il sopravvento. Perciò nella storia dell’umanità hanno potuto fiorire personalità eccezionalmente evolute ( Socrate, Buddha, Gesù etc.) ma anche personalità distruttive ( Fromm le chiamava necrofile) come Erode o Hitler.

Alcuni studiosi di neuroscienze affettive (di cui Panksepp è stato uno dei cultori) sono riusciti ad individuare le aree cerebrali funzionalmente collegate a paura, rabbia, attaccamento, esplorazione, gioco; ma è un elenco provvisorio…Essi ci spiegano come il nostro apprendimento ed il nostro comportamento siano profondamente influenzati da questi “ principi primi” ancora presenti ed attivi dentro di noi. E la clinica sembra fornire un supporto e una evidenza a queste osservazioni provenienti dal laboratorio di ricerca.

Dalle neuroscienze e dalle ricerche provenienti dall'area della psicologia ci arrivano tante altre buone notizie:

  1. dobbiamo guardare all'essere umano non come a una monade, essendo l'essere umano radicalmente relazionale: dobbiamo guardare non solo alla genetica ma anche all'epigenetica;

  2. il nostro sistema nervoso è plastico e può essere plasmato e consapevolmente indirizzato dall'esperienza e da pratiche specifiche (come la meditazione);

  3. l’evoluzione ha portato l'uomo a possedere un potenziale di condivisione e collaborazione (che gli evoluzionisti chiamano sistema motivazionale cooperativo) presente in modo più completo nell'uomo, mentre negli altri mammiferi è ancora poco sviluppato (cfr. M. Tomasello);

  4. esistono strutture nervose deputate a favorire modalità collaborative come ci viene indicato dalla teoria “polivagale” (cfr. S. W. Porges).

Tutte queste conoscenze ci dicono che è fondamentale aver consapevolezza dei nostri innati sistemi motivazionali e mettere in primo piano l'educazione emotiva nel contesto sia familiare sia educativo, coltivando soprattutto il sistema cooperativo. Perché ormai è in gioco, nell'attuale momento storico, addirittura la stessa sopravvivenza della nostra specie.

(Mario Mulé)


Dalle due relazioni del neuro-psichiatra abbiamo avuto conferma dell'importanza – in stretta correlazione con la genetica – dell'epigenetica (cioè del complesso di condizionamenti familiari,ambientali, scolastici, sociali...) ai fini della formazione della personalità di ciascuno di noi e, conseguentemente, delle relazioni inter-individuali che stabiliamo di epoca in epoca. Che cosa ci suggerisce, in proposito, la pedagogia, anche dal punto di vista delle strategie pratiche? 

(Augusto Cavadi)


La studiosa tedesca Katharina Rutschky, dopo aver passato in rassegna i libri di pedagogia in uso nel suo Paese tra Settecento e Ottocento, mette in evidenza la tendenza generale a raccomandare un'educazione repressiva, scoraggiante, umiliante. Questa “pedagogia nera” non può che creare maggioranze sottomesse a un capo dispotico o individui intolleranti verso qualsiasi forma di ordinamento, di regole. La teoria è stata confermata dagli studi in Svizzera di Alice Miller che ha esaminato, tra l'altro, le biografie di Hitler e di Stalin. In Italia è stato Paolo Perticari a suggerire altre esemplificazioni, come gli effetti di tale pedagogia sulla formazione dei giovani che aderiscono alle cosche mafiose. 

(Adriana Saieva)


Le spinte contraddittorie (da un lato la tendenza all’ egoismo, dall’altro alla cooperazione, nella consapevolezza che nessuno può salvarsi da solo) divengono ancora più evidenti nell’ambito dei rapporti tra le nazioni. Oggi più che mai: con l’escalation militare in Ucraina, con le tensioni tra l’Occidente e la Russia, il mondo rischia di essere coinvolto in un nuovo conflitto di proporzioni planetarie dalle conseguenze imprevedibili. Per tali motivi la riflessione sulla possibilità di una convivenza pacifica tra le nazioni non può essere lasciato solo nelle mani delle diplomazie: sarebbe anzi opportuno che coinvolgesse l’opinione pubblica delle varie nazioni del mondo. In questa riflessione finora i mezzi d’informazione, la cultura e la politica ufficiale, non hanno aiutato molto: il discorso pubblico appare caratterizzato da un ipocrita e insopportabile manicheismo . La filosofia, al contrario, può aiutare ad elevarne il tono: da qui la scelta di riproporre La pace perpetua (1795) di I. Kant e  Il diritto dei popoli  (1999) di J. Rawls.

Sia Kant che Ralws cercano di dimostrare come gli ideali filosofici della pace e di un universale diritto dei popoli - che eviti per quanto possibile la guerra - siano delle utopie realistiche, per le quali vale la pena lavorare. Per Kant:  una (con)-federazione di Stati repubblicani che rispetti il diritto cosmopolitico è la sola possibilità che l’umanità ha di intraprendere il cammino verso la pace perpetua. Per Rawls, sulla scia del filosofo tedesco, le società liberali e “decenti” sono in grado di scegliere, in modo ragionevole, i principi di giustizia internazionale che in prospettiva tutti i popoli potrebbero accettare. La conclusione è drammatica : Se una società dei popoli ragionevolmente giusta i cui membri subordinano il potere di cui dispongono al raggiungimento di scopi ragionevoli non si dimostrasse possibile, e gli esseri umani si rivelassero per lo più amorali, se non incurabilmente cinici ed egoisti, saremmo forse costretti a chiederci, con Kant , che valore mai abbia per gli esseri umani vivere su questa terra”.

(Giacomo Vaiarelli)

lunedì 5 settembre 2022

OLTRE IL DILEMMA FRA RELIGIONE E ATEISMO: PER UNA SPIRITUALITA' LAICA


 "Viottoli" - 2022/ 1

Ho letto questo libro di Augusto Cavadi pochi giorni dopo l’incontro con Gilberto Squizzato ad Albugnano sul “post-teismo” e il libro “Oltre Dio”. Che dire? Mi ci trovo a meraviglia in questo cammino di ricerca con loro e con tanti altri e tante altre. Proprio perché è un cammino di ricerca.

Io non ho letto tutti i libri che loro citano e, per di più, non capisco tutto di quello che loro scrivono... ma mi sento in buona compagnia con loro perché sanno dare parole chiare a pensieri che vado sviluppando in me da quando ho abbandonato il seminario, e qualche anno dopo la parrocchia, qualche anno dopo il cattolicesimo e, infine, il cristianesimo. Pur restando convintamente in una comunità “cristiana” di base, frequentando ambienti cristiani e cattolici, mantenendo relazioni di amicizia affettuosa con preti e suore...

Mi sembra che da L’inutile fardello di Ortensio da Spinetoli e dalla serie di volumi dell’editore Gabrielli, inaugurata con Oltre le religioni, stiamo davvero vivendo quello che Cavadi, a pagina 73, dice della “tradizione”: per non cadere nel conservatorismo e nella sclerotizzazione è necessario “intrecciare, con vigile tenacia, la continuità rispetto ai dati originari essenziali e la trasformazione in base alle critiche esterne, alle autocritiche interne, alle conquiste e alle sfide delle civiltà in cui essa si trova a vivere”.

Per chi si professa convintamente cristiano/a il riferimento a Gesà rischia davvero di trasformarsi in dogmatismo se si continua a definire “parola di Dio” ogni parola di chi ha raccontato a modo suo l’evento-Gesù, la sua vita e il suo insegnamento. Gesù era un uomo del suo tempo, ebreo di Palestina: è stato “il primo post-teista”, secondo Gilberto Squizzato; la sua era una “spiritualità laica”, secondo Augusto Cavadi, che sposa la visione di Ortensio ne L’inutile fardello: “Il Dio di Gesù ‘non ha bisogno e non ha mai chiesto nulla per la sua gloria, ma aspetta solo, quasi con ansia, che si aiutino le sue piccole e povere creature a crescere, a essere felici e in pace. Il cristianesimo è unico proprio per queste sue dimensioni non religiose ma umanitarie’” (p. 111).

Abbiamo potuto ascoltare Augusto sabato 21 maggio scorso a Pinerolo, nell’incontro con la nostra comunità e amici e amiche di Prove di Comunità e di Scintille di Psicosintesi. Ha ripercorso la distinzione tra religiosità e religione (il secondo capitolo del libro) e quella tra fede, religiosità e spiritualità (a pag. 108), confrontandosi con tanti e tante che hanno raccontato il proprio cammino spirituale.

Personalmente ricordo sempre con gratitudine l’intervento che fece al seminario nazionale delle CdB italiane a Rimini nel 2017 e che ho potuto rileggere nell’ultima sezione del libro, a cui ha dato un titolo che è un invito: “Dossier a uso di chi desideri procedere oltre”. Ecco: è proprio questo desiderio di “procedere oltre” che, secondo me, anima una sincera ricerca spirituale, che è insieme personale, comunitaria e politica, libera dai condizionamenti dottrinari della Tradizione e di strutture in qualsiasi forma gerarchiche.

Rileggo il sottotitolo del libro e rifletto: “laicità” è pensare con la propria testa (era il tema della riflessione che ci aveva proposto Carlo Ottino della Claudiana tanti anni fa, in un incontro con la nostra comunità), confrontandosi tenacemente con i pensieri prodotti dalle teste altrui, rispettandoli sempre – i pensieri e i corpi che li generano – e imparando a conviverci, proseguendo insieme la ricerca. Anche quando i pensieri sono tra loro differenti: lì sta la ricchezza e la fecondità per ogni gruppo, ogni comunità e ogni ricerca.

Beppe Pavan

Augusto Cavadi, O religione o ateismo? La spiritualità “laica” come fondamento comune, Algra Editore, Catania 2021